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Redazione

Musica

Musica e parole: “Ranzy” e le risposte che non ti aspetti…

Ranzy

Nella vita scrive canzoni, e non solo…

Lascia il lavoro di commesso in un negozio per dedicarsi solo alla musica.

Ha compreo che se credi in qualcosa non puoi ne devi dividerti a metà

Naturalmente non è stato facile , ma per avere la giusta credibilità nel mondo della musica non puoi apparire come un improvvisato.

Dopo aver fatto una lunga gavetta iniziata a 17 anni si fa notare vincendo le Battle Di Freestyle e si conferma un talento, rilascia Mixtape e singoli con il nome di Gordon Ranzy. Successivamente decide di intraprendere un percorso più consapevole e nel 2019 cambia nome e diventa solo RANZY smette di fare battle di freestyle per concentrarsi solo sulle canzoni, prepara più di una quindicina tra canzoni e video, e si prepara per fare il grande salto, Il talento certo non gli manca.

Il resto lasciamo che sia lui a raccontarcelo attraverso le nostre domande

Il tuo primo incontro con la musica ?

Escludendo il flauto dolce durante la lezione di musica alle elementari il primo incontro che mi fece innamorare della musica fu quando avevo 13 anni. 

In quel periodo, era il 2003, vinsi un premio scolastico per il miglior tema e il LIONS CLUB di Busto Arsizio mi regalò 200€ e un lettore CD, allora dissi a mia mamma cosa me ne faccio del lettore CD se non ho i dischi?

Lei mi portò da Media World e mi comprò Eminem Show, Jovanotti Buon Sangue, Jamiroquai A Funk Odissey, Linkin Park Hybrid Therory, quello fu il mio primo incontro con la musica.

Quando hai capito che sarebbe stata parte integrante della tua vita la musica?

Quando ho perso mia mamma per una malattia avevo 17 anni e capii subito che la musica era diventata la mia confidente come la mamma che ti ascolta e non ti giudica. 

Non avrei mai pensato di averne bisogno come necessità e invece è questo il motivo per il quale la musica è diventata parte integrante della mia vita. 

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

 Ricordo che quando ero piccolo guardavo il festival bar e amavo cantare le canzoni a squarciagola, peró mi vergognavo di farlo davanti alle persone, non immaginavo che un giorno avrei avuto il coraggio di farlo anche io. 

Come è cambiato il mondo della discografia?

 La discografia si è evoluta alla velocità della luce, dai dischi fisici allo streaming ed oggi grazie all’approccio fortemente orientato verso i social media la reazione del pubblico non è più una sorpresa.

I social sono diventati la prima opportunità per testare in modo diretto ed efficace, in real time, il feedback tra l’artista e i fan.

Credo che l’era dello streaming abbia cambiato drasticamente il mercato musicale dando più opportunità di emergere anche agli artisti indipendenti attraverso You Tube, Instagram, Tik Tok, gli artisti possono diventare virali e farsi notare velocemente dalle case discografiche. 

Cosa pensi dei video? 

Da anni la musica non si ascolta e basta, ma si guarda anche. I video danno all’ascoltatore una visione più ampia di quello che l’artista vuole comunicare con la canzone.

Molte persone ne vanno pazze per i video, altre non li guardano nemmeno e ascoltano solo la musica, credo che a loro piaccia più immaginare che guardare. 

Quanto conta l’immagine oggi? 

Penso che nella musica l’immagine sia sempre contata molto, ma dipende anche da che musica fai, ci sono artisti che vivono della loro immagine trasgressiva e fuori dai canoni e magari non sono grandi interpreti, mentre ci sono altri grandi artisti che hanno lasciato il segno anche se sono persone  comuni, acqua e sapone, ma hanno una voce che vale più della immagine trasgressiva. 

Hai un team che ti segue?

 Si ho un team di persone pazzesche, me lo sono creato negli anni.

Dietro RANZY c’è una squadra composta da amici e collaboratori.

Lavoriamo sia in studio che alle performance live minuziosamente per non lasciare nulla al caso. 

Quanto conta la comunicazione?

 Oggi la comunicazione è fondamentale, bisogna sapere come muoversi ed utilizzare i social media per farsi conoscere e creare un seguito in modo che il pubblico si appassioni a quello che fai. 

Che rapporto hai con il tuo pubblico?

Ho un bel rapporto con chi mi segue, saper interagire ed essere presenti è molto utile e stimolante e con l’avvento dei social il pubblico è sempre pronto a comunicare e puoi testare dai contenuti che crei in che modo vuole essere intrattenuto. Un tempo era difficile creare un rapporto in tempo reale.

Oggi basta fare una storia, un reel o un Tik Tok per capire il feedback dei tuoi seguaci. 

Cos’è per te la musica ?

La musica per me è il luogo dove evadere, dove mi posso sentire davvero me stesso senza avere paura di essere giudicato. 

Se potessi andare indietro nel tempo, con quale artista ti piacerebbe interagire e perchè?

Mi piacerebbe tornare ai tempi di Bach, Mozart e Beethoven, per farmi insegnare a suonare il pianoforte con la loro disciplina. 

Grazie Andrea per la piacevole chiacchierata

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eccellenze italiane

Lorenzo Villoresi, il profumo diventa arte.

Lorenzo Villoresi

Firenze, terra di speziali, uno dei maggiori produttori di iris, tre volte più preziosa dell’oro in profumeria, con una tradizione storica importante che risale a Caterina dei Medici. Rende onore a questo passato il Museo del profumo di Lorenzo Villoresi, che racconta la storia e le essenze, per un viaggio nel mondo senza confini dell’olfatto.

Questa realtà nasce nel giugno del 2019 dopo decenni di attività di profumeria artistica, nata dalla passione di questo naso fiorentino. Lorenzo è da sempre legato al mondo dei profumi, coltivando la sua passione per la natura, cresciuto sulle pendici di Montemorello vicino Firenze, sebbene cittadino del mondo grazie anche all’educazione familiare.

Dopo gli studi di filosofia, una passione per la filosofia antica, la folgorazione arriva in un viaggio al Cairo nel 1981.

Seguono lunghi soggiorni in Medio oriente e studi legati alle spezie e alle materie aromatiche finché la sua passione diventa una professione nel 1990.

E il successo è indiscutibile: nel 2006 vince il premio “Prix François Coty” di Parigi, il più importante riconoscimento alla carriera artistica di un profumiere e nel 2015 il premio “Flair de Parfum” a Vienna.

Il museo, ospitato in un antico palazzo nel cuore di Firenze, in Via de’ Bardi, vicino al Giardino Bardini, propone un percorso multisensoriale alla scoperta dell’universo del profumo, dell’odore e dell’aspetto delle principali materie aromatiche, della storia, dei miti e delle leggende che le accompagnano da secoli, oltre a notizie di carattere scientifico e tecnico e curiosità sulla produzione di essenze e la creazione di fragranze.

La nostra camminata procede su un doppio binario, quello informativo, anche tecnico-scientifico, storico da una parte e quello più emozionale, giocoso, lasciandoci avvolgere sì dalla storia ma quella ad esempio dei miti legati al profumo o agli animali che sono legati a questo mondo come la pantera che si racconta come l’animale più profumato al mondo, che attragga in modo diabolico ma suadente all’apparenza con il suo odore, la vittima. E ancora l’Araba fenice e molte altre figure.

La prima sala ospita il glossario introducendoci al linguaggio dell’olfatto; quindi nella seconda sala, mentre un video in italiano e in inglese ci guida dall’antico Egitto ad oggi nel rapporto che l’uomo ha avuto con il profumo, alcuni pannelli raccontano l’olfatto negli animali.

Sotto il profilo del livello percettivo si va dalla balena che è praticamente anosmica perché non ha necessità di selezionare, né l’opportunità di scegliere, nutrendosi di quello che trova e infatti non avendo fiuto rigetta quanto non le serve – è la famosa e preziosa ambra grigia del Capodoglio – fino all’orso che è al vertice della piramide, dovendosi orientare in un luogo con pericoli, molti odori diversi con vari ostacoli che possono essergli di impedimento.

Non a caso può arrivare a percepire gli odori fino a 25 chilometri di distanza. Dal punto di vista della distinzione degli odori il gradino più basso è sempre occupato sempre dalla balena, per salire all’uomo con 400 recettori e arrivare all’elefante che ne ha 1950 ed è capace di «sentire» anche l’acqua.

Nella terza sala, Aromatica I, inizia il viaggio tra le materie aromatiche, spezie, incensi, rizomi e arbusti e resine in versione liquida. Qui incontriamo il nardo, che significa «riccioluto», una delle materie più antiche impiegate in profumeria che si pensa sia stato scoperto da Alessandro Magno.

E poi ci sono gli agrumi con l’arancio amaro, la regina della categoria. Dai suoi fiori si ottiene infatti per distillazione l’olio essenziale di Neroli, dai frutti e dalle foglie e cime (frutti non maturi) olii essenziali molto diversi.

Dai frutti si può estrarre la materia per espressione, una lavorazione che avviene con una sorta di grattugia, come mostra un video. Il mondo delle resine ci riporta al Vecchio Testamento e al dono dei Re Magi, oro, incenso e mirra. In realtà l’oro era probabilmente benzoino, materia molto preziosa da essere associata a livello simbolico all’oro e l’incenso riunisce un mondo di spezie. La storia del profumo ci porta dall’oriente dell’India e della Cina, verso il Medio Oriente, al Mediterraneo e all’Europa attraverso la cosiddetta via delle spezie che anticamente si muoveva su due binari, la via di terra e quella per mare.

La quarta sala è il cuore del museo, l’Osmorama, con circa mille essenze, divise in tre sezioni, rispettivamente, gli ingredienti naturali, estratti da sostanze che si trovano in natura appunto; le sostanze di sintesi che riproducono in laboratorio quanto esistente in natura, sempre più raro e costoso; e una serie di essenze alimentari, come il riso basmati o il caramello che rappresentano un mondo in via di sperimentazione per renderle utilizzabili in profumeria.

Una sosta a sé merita l’Iris, fiore simbolo di Firenze, tre volte più prezioso dell’oro in qualità di ingrediente per il profumo: se ne utilizza il rizoma che necessita una coltivazione per tre anni per essere utilizzato; a quel punto la radice viene spellata a mano ed essiccata per altri tre anni, quindi distillata in corrente di vapore, dando quel caratteristico odore talcato.

Nel mondo delle radici troviamo ad esempio la noce moscata e il macis, la parte esterna della stessa e il vetiver, uno delle più utilizzate. Quanto al mondo delle piante aromatiche, questo ci riserva una sorpresa con i cosiddetti fiori impossibili ai quali non si può applicare l’estrazione oppure il risultato è molto diverso ed evidentemente non meritevole che sono il mughetto, il lillà. Il caprifoglio, il giacinto, la gardenia e il glicine, alcuni molto noti come profumo che evidentemente possono solo essere realizzati con essenze di sintesi.

Lorenzo Villoresi, Firenze

Non possiamo dimenticare nella quinta sala il capitolo dei legni come l’agarwood o semplicemente ‘oud, legno in arabo, molto impiegato nel mondo arabo; quindi quello affascinante e quasi inquietante delle essenze animali che, fatta eccezione per la cera d’api, sono secrezioni ghiandolari come l’ambra grigia; la civetta, proveniente da un gatto selvatico; il musk legato a un cerbiatto orientale e il castoreum dal castoro.

Ormai sono tutte sostanze di sintesi perché è praticamente impossibile ottenerle dall’animale vivo e anche uccidendolo spesso si invalida il processo di rilascio che avviene per attirare la femmina.

L’ultima sala è dedicata infine alla lavorazione da quella più antica l’enfleurage alla più utilizzata, la distillazione in corrente di vapore ed estrazione, questi ultimi i due metodi più importanti. Il primo metodo, descritto ne Il profumo da Patrick Suskind, avviene con l’immersione in grasso animale di petali di fiori che vengono più volte rinnovati fino ad ottenere una pommade da spalmare ed è una tecnica tipicamente francese. La distillazione avviene mettendo degli oli essenziali in una cisterna scaldata con una fonte di calore; segue un’evaporazione con un raffreddamento successivo che porta le particelle di olio a galleggiare sull’acqua per poter essere così separate ed utilizzate.

Prima di uscire dal museo si può dare uno sguardo alle famiglie di fragranze e scegliere quelle Villoresi sfogliando anche la storia e i prodotti che hanno reso famoso certe fragranze.

Tra le curiosità è l’assenza della famiglia ‘marina’, il tema delle acque in Villoresi perché non le ama ma ne ha creata una per il museo. L’ultima nota è per la creazione di un profumo, che assomiglia a quella di un’opera d’arte: non basta studiare, ci vuole un’inclinazione e una passione che ricorda quella del compositore musicale. Dalla visione olfattiva alla creazione il processo è complesso e termina con la confezione.

Per Villoresi è sempre lo stesso perché dev’essere riconoscibile, la «Bottiglia fiorentina» e per curiosità è bene sapere che tutto il mondo utilizza tale espressione. L’ultima creazione è una variazione del Garofano che appartiene alla Vintage Collection mentre altre fragranze stanno ampliando la loro gamma di prodotti per il corpo.

Sappiamo che il naso della Maison è all’opera ma il progetto è top secret.

G.L.

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eccellenze italianeFood & Beverage

MUSEO DEL FUNGO PORCINO DI BORGOTARO.

MUSEO DEL FUNGO PORCINO DI BORGOTARO

L’incantevole Borgo Val di Taro si adagia in un’ampia e deliziosa conca alla sinistra del corso del fiume Taro, punto nevralgico delle due direttrici che portano a Chiavari dal Passo del Bocco e a Sestri Levante dal Passo di Cento Croci.

Presso il Museo delle Mura a Borgo Val di Taro (PR), in via Cesare Battisti n. 63, troviamo un percorso espositivo che presenta il territorio, il bosco, il porcino e le sue varietà, i vari habitat in cui cresce, gli strumenti per la raccolta, le credenze popolari legate ai funghi, le tecniche di conservazione e lavorazione. Inoltre, la storia e le imprese dedite alla trasformazione, il fungo nella cultura: dalle arti figurative alla letteratura alle favole, e si conclude con una panoramica sulla gastronomia.

L’interesse per questo alimento è a oggi sempre molto vivo, sia per la sua importanza gastronomica sia per il pregio dei suoi profumi e sapori.

Link agli eventi del museo del fungo porcino di Borgotaro:

www.museidelcibo.it/events/categoria/museo-del-fungo-porcino-di-borgotaro.

Per i cultori della buona tavola, il fungo porcino è un alimento versatile e si presta a essere assaporato in molte preparazioni e nei piatti più raffinati offerti dai ristoranti del luogo.

A settembre la 48esima edizione della Fiera del Fungo di Borgotaro

Per chi volesse visitare il Museo del Fungo Porcino, consigliamo i week-end del 16-17 settembre e del 23-24 settembre 2023, dove si potrà  assistere alla 48esima fiera del fungo porcino Igp, rinomato in tutto il mondo.

La Fiera del fungo di Borgotaro IGP si tiene nel centro storico di Borgo Val di Taro. Quest’anno l’area cucina si troverà in Piazza XI febbraio, porta d’ingresso della fiera, dove per i due weekend i fornelli saranno accesi per ospitare showcooking e degustazioni gratuite; ad affiancare lo straordinario fungo porcino Igp della Valtaro ci sarà anche il Mercato di Campagna Amica con i produttori agricoli di Coldiretti, uno spazio attrattivo, dove degustare e acquistare prodotti a km zero. Presenti anche altri prodotti d’eccellenza del territorio, dal Parmigiano Reggiano di Vacca Bruna ai prodotti da forno a base di farro bio, dalle confetture ai frutti di bosco al miele e prodotti dell’alveare, dalle verdure bio ai formaggi di capra freschi e stagionati.

Borgotaro, considerata la capitale dell’Alta Valtaro, si trova nel cuore dell’Appennino Tosco Emiliano in una posizione strategica tale da essere facilmente raggiungibile da ogni parte, al confine con Liguria e Toscana.

Per informazioni: www.sagradelfungodiborgotaro.it.

Nei boschi situati lungo la dorsale appenninica e ricadenti nei Comuni di Borgo Val di Taro, Albareto e Pontremoli, la raccolta dei funghi è una consuetudine che si tramanda da molti secoli. Sono proprio queste zone infatti che, a partire dal 1934, sono indicate nelle raccolte di usi e consuetudini vigenti in provincia di Parma, come aree ove si produce il Fungo di Borgotaro. Per “Fungo di Borgotaro”, nella tradizione e nel commercio locale, si intendono le quattro specie di porcino: Boletus edulis, Boletus aereus, Boletus aestivalis e Boletus pinophilus. È considerato un prodotto superiore per qualità organolettiche, olfattive e aromatiche, rispetto agli altri porcini che, pur delle stesse specie, provengono da altre zone sia italiane sia estere.

Il Fungo di Borgotaro, è assai diverso dalle altre produzioni tipiche perché rientra tra gli ortofrutticoli, ma non è “coltivato” nel senso classico del termine. La sua fama non è solo a livello culinario, ma è anche legata alla passione di migliaia di cercatori provenienti da ogni parte d’Italia che frequentano i boschi del comprensorio nei mesi di settembre e ottobre.

Regolamento per la raccolta e altre informazioni sul sito: www.fungodiborgotaro.com

Fungo IGP

Nel 1928 fu pubblicato a Borgo Val di Taro il regolamento per il mercato dei funghi, probabilmente il primo in Italia. Nel 1964 il Consorzio delle Comunalie Parmensi istituiva una riserva per la raccolta sostenibile dei funghi. Il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta giunse nel 1996.

L’origine del nome

La parola “fungo” proviene dal latino fungus (in uso a partire dall’inizio del XIV sec.) e si può accostare al greco spóngos o sphóngos (spugna). Dal greco mykés deriva il termine miceti e micologia e il nome della città di Micene, fondata, secondo il mito, da Perseo proprio là dove, stanco e assetato per il viaggio, fu dissetato dall’acqua racchiusa dal cappello di un fungo.

Le caratteristiche

Parlando di caratteristiche, il primo distinguo da fare è che il Regno dei Funghi si differenzia dal Regno Animale e Vegetale. Il fungo è un organismo dalle svariate dimensioni: grande, piccolo e anche microscopico. Il corpo principale, chiamato tallo, è formato da filamenti, le ife, fittamente intrecciate, che costituiscono l’organismo vegetativo, vale a dire il micelio, parte che rimane nel terreno.

Il corpo fruttifero, invece, il carpoforo, è la parte che fuoriesce dal terreno e dissemina le spore. Queste, germinando nel terreno, producono altri miceli, rinnovando così il ciclo biologico. Le spore altro non sono che i “semi” dei funghi.

Il gambo può essere circondato da un anello nella parte superiore o può essere avvolto, in basso, da una specie di sacca, la volva. Il carpoforo può assumere svariate forme, ma per la maggior parte presenta la caratteristica forma provvista di cappello, gambo e radice. Il cappello ha diverse forme (convesso, conico, campanulato) e nella parte inferiore presenta piccole lamine o tessuto spugnoso. Qui si trova la parte fertile del fungo, l’imenio, dove maturano le spore.

Il fungo si differenzia dagli organismi vegetali per la mancanza di clorofilla, pigmento che permette la fotosintesi, ovvero, la trasformazione di sostanze inorganiche quali acqua e anidride carbonica in sostanze organiche complesse come cellulose, zuccheri.

Il fungo, quindi, per vivere, ha necessità di nutrirsi utilizzando sostanza prodotte da altri organismi mediante tre differenti possibilità: il parassitismo, il saprofitismo e la simbiosi.

I Valori Nutrizionali

I funghi sono ricchi di sostanze azotate; il loro valore proteico è del 3% circa, quindi, inferiore alla carne, cereali e legumi. Le sostanze proteiche contengono aminoacidi essenziali, con variazioni anche significative tra specie e specie. I grassi sono circa lo 0,4%, i carboidrati il 6% mentre le sostanze minerali, interessanti da un punto di vista nutrizionale, rappresentano l’1% del peso del prodotto fresco. Il ferro, anche se non ben assorbibile, è significativamente presente, così come potassio, rame, fosforo, zinco (specialmente nei funghi secchi). Contengono vitamina C e vitamine del gruppo B (acido niacinico e pantotenico).

Il fungo è composto per il 90% di acqua (10-12% quando essiccato). Il valore energetico di questo prodotto alimentare è di poche calorie (mediamente con meno di 25-35 calorie in 100 gr.), ma può essere un ottimo integratore di vitamine e sali minerali. I funghi contengono pochi glucidi (con pochissimi zuccheri), pochi grassi (0.2-0.4 gr. mediamente in 100 gr.) e non hanno colesterolo.

Questo rende il fungo, per quanto ricco di molti elementi, un alimento poco considerato nelle diete per il basso apporto nutrizionale. Il pregio maggiore dei funghi è il valore gastronomico, consistente nell’inconfondibile profumo, capace di nobiliare qualsiasi tipo di preparazione culinaria.

Alcuni funghi sono più ricchi di vitamine solubili in acqua rispetto a molte verdure, contengono poco sale e il contenuto di fibra dietetica è circa 1-3 gr. per 100 gr. Quindi, sicuramente un alimento consigliato per diabetici e cardiopatici.

La Storia

Fin dalla preistoria, come testimoniato dai reperti conservati al Museo Archeologico di Parma, i funghi entrano nell’alimentazione del popolo delle Terramare.

Essi erano conosciuti per le loro caratteristiche organolettiche già nell’antica Roma, dove se ne faceva largo consumo, in particolare nei banchetti imperiali dei “Cesari”. Ne è prova il nome di Amanita Caesarea, attribuito all’ovulo buono, considerato fin da allora fra i più prelibati.

Lo stesso Porcino di Borgotaro vanta una fama gloriosa in cucina, apprezzato dai duchi Farnese – nel 1606 il nobile borgotarese Flaminio Platoni invia “trifole secche” a Ranuccio I (utilizzato magistralmente dal cuoco Carlo Nascia (XVII-XVIII sec.) nel trattato “Li quattro banchetti alla Corte di Parma”. Tra le primissime fonti che fanno riferimento alla raccolta di questo fungo, vi è un testo del XVII secolo “L’Istoria di Borgo Val di Taro”, opera del canonico pontificio Alberto Clemente Cassio (1669-1760).

I Boleti sono oggetto di commercio con l’estero, pratica che è ancora ben presente sul finire dell’Ottocento, ad opera dei numerosi montanari costretti a emigrare verso l’America o l’Inghilterra. I Porcini sono una risorsa per l’economia: le donne li raccolgono e li vendono freschi o secchi ai paesi vicini.

Sempre nello stesso secolo Lorenzo Molossi (1795-1880), economista e geografo parmigiano, parla di funghi nel suo Vocabolario topografico.

Del 1893, invece, è il libro di Tommaso Grilli Manipolo di cognizioni con cenni storici di Albareto di Borgotaro, nel quale si parla in maniera diffusa di raccolta e produzione di funghi: «quando comparisce questo vegetale carnoso, quasi tutte le famiglie vi attendono per raccoglierne quanto più possono con tutta la cura; e tagliato in fette sottili lo fanno seccare al sole, oppure al calore della fiamma del fuoco nelle cucine, e dopo lo vendono per lo più ai mercanti di Tarsogno che lo trasportano a Genova».

Alla fine dell’Ottocento a Borgo Val di Taro, prima il dr. Colombo Calzolari e poi Lazzaro Bruschi, iniziarono l’attività di lavorazione – secco, sott’olio e fresco – e commercializzazione dei Porcini.

Iolanda Pomposelli

For You Communication

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cultura

Storie senza pari: LA CASA DEL DOTTORE NELLA COLLINA 593 MONTAGNA DEL SACRIFICIO, SOTTO MONTE CASSINO.

COLLINA 593

È la casa polacca per antonomasia di tutta Italia e tale rimarrà. Un luogo bagnato dal sangue di un soldato polacco, legato per sempre alla storia del 2° Corpo e alle battaglie per Montecassino. Chi non conosce questa storia e si imbatterà in questo luogo quasi per caso penserà, che bella casa tranquilla, immersa nel verde e nel silenzio….

Per 2 settimane di combattimenti contro la Dywizji Karpackiej (Divisione dei Carpazi), le mura della Casa del Dottore hanno visto molto di quello che accadde. Se potessero parlare, racconterebbero la sofferenza e il dolore dei soldati polacchi feriti e combattenti. Racconterebbe dell’eroismo di medici e inservienti.

L’8 maggio alle 17.30, l’artiglieria tedesca bombardò il punto di medicazione della 5a divisione di fanteria Kresowa, nonostante fosse chiaramente contrassegnato da una croce rossa.

Allora furono uccisi due dottori: Adam Graber, sottotenente. Wincenty Napora e due paramedici del Cpl. Wincenty Giruć e suor Emil Toczyłowski e il cappellano p. Agosto Huczynski. E altre 17 persone rimasero ferite.

La casa vide ogni soldato polacco che andato a combattere sulla collina 593 e ha ricevuto tutti i feriti e i morti portati via da essa.

Il nome di questo luogo era Domku Doktora (Casa del Dottore), fu adottato nelle descrizioni dei soldati e tale rimase dai medici militari dei battaglioni della Divisione Carpazia che soggiornarono in questo luogo, prendendo parte all’attacco.

In questa casa furono prestate cure di emergenza e forniture mediche per i soldati feriti diretti agli ospedali militari situati nella parte posteriore del fronte.

Domku Doktora (Casa del Dottore).

Durante la battaglia di Monte Cassino, qui si trovava il punto di preparazione del battaglione della 3a divisione di fucilieri dei Carpazi. Si trovava sul crinale del cosiddetto “Teste del Serpente” nei pressi del colle 593, fondamentale per la difesa tedesca nel massiccio montuoso di Montecassino.

Nella Casa del Dottore e nelle sue immediate vicinanze si distribuivano vettovaglie e rifornimenti di materiale durante la notte. C’era una piccola scorta e un punto di comunicazione radio scavato nel muro nord.

A diverse decine di metri dalla Casa del Dottore vi erano 2 pozzi, in uso per la fornitura di acqua potabile, che doveva essere trasportata con muli e barelle a chilometri di distanza.

12 maggio a alle una di notte, quando i soldati del 2° Corpo andarono all’assalto, si  comincò quasi subito a ricevere i primi feriti.

Fu lì, nella Casa del Dottore, che durante la battaglia di Montecassino si trovava il punto di preparazione del battaglione della 3a divisione fucilieri dei Carpazi.

Dal 14 al 19 maggio, 556 feriti e 73 malati passarono attraverso i punti di medicazione della 5a divisione di fanteria Kresowa. Dal 12 al 19 maggio, 1.050 feriti e 257 malati furono evacuati dalla 3a Divisione Fucilieri dei Carpazi.

Durante la battaglia di Montecassino, su tutti i feriti ricoverati lì, solo quattro pazienti morirono!

MEDICI IN FUOCO E SANGUE.

I medici che lavorano tra le rocce esposte del massiccio di Montecassino hanno compiuto miracoli per salvare la vita dei soldati. Atti di abnegazione e coraggio potrebbero servire da ispirazione per un film come il famoso “Having Pass”.

48 ore senza dormire, in ginocchio, inzuppati di sangue, così lavoravano i medici polacchi durante la battaglia di Montecassino. Erano capaci dei più grandi sacrifici, il loro lavoro era impegnativo e pericoloso come quello dei soldati sulla linea di battaglia.

Il BPO era composto da medici di battaglioni successivi che occupavano posizioni nell’area della casa. Il dottor Bolesław Jurczewski del 1 ° battaglione di fucilieri dei Carpazi è stato fu il primo ad essere lì.

Sul punto è stato trattato dal Dott. Adam Majewski del 3° battaglione fucilieri dei Carpazi. Rimase lì con la sua équipe medica fino al 9 maggio, dopodiché fu ritirato con il battaglione in un altro punto.

Durante il primo assalto, il dottor Edmund Gaweł del 2 ° battaglione ha lavorato nella casa del dottore. Nella zona erano attivi anche i dottori Marian Natkański, 2a compagnia medica, e Olech Szczepski, 1a compagnia medica, incaricati di organizzare l’evacuazione dei feriti dal BPO al punto di medicazione avanzata.

Il 22 maggio, il generale Szarecki è arrivato al GPO. Questo straordinario chirurgo di 68 anni, ignorando i regolamenti britannici, ha operato su fanti feriti per quasi 2 giorni senza interruzioni.

Il capitano Donat Massalski era un alto ufficiale medico presso il 3° ospedale di evacuazione sul campo, proprio accanto alla linea di battaglia. A Montecassino salvò la vita a decine di soldati inglesi, italiani e polacchi, oltre a tedeschi fatti prigionieri.

Il suo atteggiamento eroico durante la campagna d’Italia è stato descritto nei libri di reportage di Melchior Wańkowicz “Monte Cassino” e Adam Majewski “Guerra, popolo e medicina”.

Il veterano, Boniface Kowalewski, ha raccontato del fatto che il dottor Majewski, che ha operato lì, ha camminato in pozze di sangue e poi è svenuto per la stanchezza, tenente in seconda, il dottor Adam Majewski. Anni dopo, ha ricordato:

“Stavo lavorando sulle mie ginocchia. Ero coperto di sangue dappertutto. Tra i lamenti schiaccianti delle persone che soffrono o muoiono, ho eseguito movimenti meccanici per scoprire, esaminare e fasciare le ferite, non c’era iodio. Abbiamo iniettato morfina, siero, fasciato le ferite, messo le persone sulle barelle e le abbiamo mandate avanti.

Quando le mie gambe si sono intorpidite per essere inginocchiato, mi sono seduto e ho lavorato seduto. Non potevo stare in piedi, perché il bunker era basso e inoltre i feriti giacevano a terra. Alle due del mattino, più di cento feriti erano passati per le nostre mani, e forse di più».

L’EVACUAZIONE DEI FERITI.

Il tempo di evacuazione dei feriti, a seconda dell’ubicazione del BPO, variava da 1 a 4 ore. Il percorso più impegnativo era la strada dal BPO alla 3ª Divisione Carpatica, situata nella leggendaria “Casa del Dottore”, ai piedi del Colle Maiola e del Monte Castellone.

Il dislivello in questo caso era di 400 me la lunghezza del percorso pesantemente bombardato era di 2.200 m Per l’evacuazione dei feriti in questa sezione furono assegnate 180 barelle. Sono stati collocati in rifugi tra le 8 e le 12, circa ogni 150 m.

I feriti venivano trasferiti a tappe da una stazione all’altra, sostituendo solo le barelle cariche con quelle vuote. I polacchi chiamavano questo sistema: evacuazione relè.

Per facilitare l’evacuazione dei feriti, lungo il ripido percorso sotto tiro dal BPO presso la Domus del Medico ai piedi della quota 593 fino alla medicazione avanzata (WPO) in località Caira, è stata organizzata una sorta di staffetta.

Lungo più di 2 km. strada, più o meno ogni 100 m, nei ricoveri venivano collocati diversi barellieri, che successivamente consegnavano i feriti.

IL SACRIFICIO DEL SANITARIO

La grande generosità che hanno mostrato i medici, che hanno perlustrato il campo di battaglia tra fischi di proiettili e frammenti di roccia volanti, alla ricerca dei colleghi feriti.

L’inserviente medico Józef Brzeziński, incurante della propria incolumità, ha cercato e curato instancabilmente i feriti sulla collina 593. In questo modo ha salvato la vita a quasi 40 soldati. Affinché non fossero finiti, li trascinò via e li seppellì in varie buche, in attesa dell’evacuazione.

Sebbene lui stesso sia stato ferito tre volte, ha lasciato l’incarico solo su espresso ordine del suo superiore.

* Sulla Collina Fantasma, il tiratore senior paramedico Falbowski ha applicato ben 50 medicazioni, le sue mani svennero letteralmente per il lavoro.

* Sulla Collina Fantasma, anche il paramedico Ludwik Radziszewski ha fornito aiuto senza un attimo di tregua. Radziszewski, nudo fino alla cintola, correva come un matto tra feriti.

Quando finì le bende, su consiglio del comandante, Magg. Leon Gnatowski, si è strappato la maglia e ha continuato a fermare l’emorragia con pezzi di stoffa. Sulla Collina Fantasma

Quando lui stesso è stato ferito, ha trascorso altre due ore ad aiutare gli altri fino a quando è stato colpito una seconda volta, alla coscia.

Per le loro imprese, Józef Brzeziński e Ludwik Radziszewski ricevettero gli ordini di Virtuti Militari.

CAPPELLANO P. JONIC

Durante le battaglie per Montecassino, il loro cappellano, p. Joniec, durante l’attacco, organizzò un centro di pronto soccorso nella cosiddetta “Casa del dottore” sotto la collina 593. Durante i combattimenti più duri, il sacerdote portava sulle spalle i soldati feriti dal campo di battaglia, li vestiva e dava loro i sacramenti. Seppellì i morti e tenne i registri. Fr. Joniec e il suo atteggiamento durante la lotta per Montecassino sono menzionati nei suoi libri di Melchior Wańkowicz.

Questi sono gli eroi dimenticati e trascurati della battaglia di Montecassino. Ma in realtà fu grazie a loro che molti soldati polacchi si salvarono e forse tornarono in patria dopo la guerra.

Non possiamo dimenticare i medici e gli inservienti, perché il loro sacrificio, la loro lotta per la vita dei soldati non è stata meno importante dell’assalto a Montecassino.

Tutti hanno adempiuto al loro dovere militare nei confronti della Polonia. La loro dedizione e il loro sacrificio sono entrati per sempre nella storia di questo luogo.

E la cosa ci si chiede: la Polonia abbia adempiuto al suo dovere nei loro confronti….

La Domku Doktora è la casa più polacca di tutta Italia e tale rimarrà.

Un luogo santificato bagnata dal sangue dei un soldati polacco, legato per sempre alla storia del 2° Corpo e alle battaglie per Montecassino.

E in Polonia, Domek Doktora e gli eroici medici e paramedici…

Bene, in Polonia….

Articolo in collaborazione con www.pressmania.pl

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culturaLibri

Sabato 27 maggio 2023 alle ore 11,00 presentazione del libro S-HEAVEN: SEA OF HEAVEN di Numa Echos nello Spazio Eventi della Libreria Toletta a Venezia

Numa Echos

Sabato 27 maggio 2023 alle ore 11 (di mattina) nello Spazio Eventi della libreria La Toletta, in Fondamenta de Borgo in contrada di San Trovaso a Dorsoduro (civico 1134) la Compagnia de Calza «I Antichi» ha il piacere di presentare il libro «S-Heaven: Sea of Heaven» di Numa Echos.

Il Prior Grando Luca Colo de Fero Colferai converserà con l’autrice.

S-HEAVEN: SEA OF HEAVEN – Il secondo libro di Numa Echos è un romanzo breve, o racconto lungo, allegorico e onirico, con intense tracce d’erotismo e di incubo, tenebroso e scintillante allo stesso tempo. La rivelazione della prescelta LIQUIDA che attraverso un viaggio ideale decide di rivelarsi affinché il mondo possa evolversi e definire l’esistenza.

Nel percorso empirico attraverso i sette vizi capitali si raccontano l’Origine che rincorse LIQUIDA e ella elise, la solidità emotiva che la corteggiò e ella liquidamente vanificò, la redenzione che decise di intaccare di peccato e il vizio che corrose la virtù impedendo l’ascesa e la resurrezione: «Avrei desiderato un ultimo bacio. In silenzio. Avrei bevuto un ultimo sorso. In silenzio. Avrei rubato un ultimo morso. In silenzio».

Seguirà brindisi con prosecco Bottega.

TITOLO: S-Heaven: Sea of Heaven

AUTRICE: Numa Echos

© 2019 – Il Seme Bianco

ISBN 9788833611723

PAGINE: 80

PREZZO: 9,90 euro

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Musica

VIGOS VON LIES, FONDATORE E FRONTMAN DELLA BAND « PSYCHOLIES » RACCONTA NASCITA ED EVOLUZIONI DI UN PROGETTO CHE ABBRACCIA LE SONORITÀ OSCURE.

VIGOS VON LIES

Gli PSYCHOLIES – formati nel 2014 da Vigos Von Lies – sono una band di Bari proveniente da precedenti esperienze musicali, con un numero enorme di live shows sulle spalle. Il loro sound è caratterizzato da una miscela di Industrial Metal, Softcore, Dark e Glam fusi in uno stile unico e inconfondibile.

Intervista a cura di Numa Echos -Rechos Records & Promotion

Com’è nata l’idea di creare un progetto musicale con contaminazioni Industrial, Goth e Glam nel 2014 nonostante il mercato discografico fosse orientato verso altre direzioni e per quale motivo ti sei indirizzato verso sonorità più elettroniche dal 2016 in poi?

E’ nato tutto con molta spontaneitá. Era il sound che proveniva direttamente dalle viscere dei quattro componenti. Nessun pensiero dedicato al mercato discografico. Semplicemente era quello che in quel momento ci veniva meglio e senza filtri e ci piaceva suonare.

In seguito la scelta di utilizzare più elettronica non è stata realmente una cosa nuova per me poichè ho sempre amato le contaminazioni ed era già tutto nella mia testa, perciò anche in questo caso il sound Metal si è fuso con i loops moderni (con l’arrivo di Jesus) come un incastro perfetto, vedi Perfect Puppet.

Il periodo tra il 2019 e il 2020 è stato per te Vigos Von Lies, fondatore, vocalist, chitarrista e compositore all’interno del progetto, particolarmente critico e sofferente; in che modo il dolore e la mancanza possono contribuire all’espressione artistica?

E’ stato un periodo molto duro per tutti e una tragedia per gli artisti bloccati in casa.

Questa sofferenza è stata il motore che ha trasferito le mie emozioni nei brani contenuti in Perfect Puppet. Quindi, per quanto mi riguarda, l’espressione artistica sará sempre guidata da sentimenti dolorosi. Il dolore mi ispira. Senza quel periodo che tutti vogliamo dimenticare non ci sarebbe un disco come Perfect Puppet, ma qualcosa di molto diverso probabilmente e non altrettanto soddisfacente per me.

Quando chiesero ad uno tra i più grandi cantautori italiani, Luigi Tenco, perché scrivesse solamente cose tristi lui rispose – “Perché quando sono felice esco”. Condividi questo pensiero? Pensi che la vita mondana e sociale sia sintomo di benessere interiore o ritieni che il processo introspettivo e l’elaborazione del dolore e conseguentemente la fase creativa possano avvenire indipendentemente dal luogo in cui ci si trova e da chi ti circonda?

La vita mondana non sará mai sintomo di benessere interiore, ma puó servire spesso a mascherare il malessere.

L’ispirazione puó venirmi in qualsiasi luogo e in presenza di altre persone poichè riesco ad assentarmi mentalmente, ma probabilmente porterebbe a comporre un qualcosa di diverso rispetto ai momenti in cui sono solo con me stesso e affronto la mia parte interiore.

Tra le due preferisco elaborare il dolore in solitudine e provare a trascrivere in musica ciò che provo.

Il progetto Psycholies vanta di contributi internazionali come ad esempio quello di Chris Harms dei Lord of the Lost. Com’è nata la collaborazione?

La collaborazione con Chris mi rende molto fiero ed è un bel traguardo per me e per Psycholies.

In veritá ci conoscevamo già da qualche anno ma non avrei mai pensato ad un featuring.

E’ capitato che Chris pubblicò un post su Facebook offrendosi per dei featurings con bands meno note a sua scelta, voglioso di collaborare in altri progetti musicali offrendo visibilità. Quasi come una sfida, ho deciso di inviargli Take Me Back. Qualche tempo dopo mi ha contattato il suo manager dicendomi che Chris era felice di mettere la sua voce sul brano con la mia. Da lì abbiamo pubblicato il brano che conosci.

Dopo la pubblicazione dell’ultimo album Perfect Puppet si è notata un’ evoluzione a livello visual. Avete partecipato attivamente alla scrittura della sceneggiatura dei nuovi videoclips?

Si, ho partecipato personalmente alla scrittura delle sceneggiature dei video e abbiamo fatto un gran lavoro di selezione colori, luci, abiti e registi.

Credo che i nostri video rispecchino perfettamente ciò che siamo musicalmente.

Stiamo assistendo ad una metamorfosi della comunicazione mediatica in ambito musicale; quanto pensi sia promozionalmente importante l’aspetto videoclip nell’epoca contemporanea?

Credo che oggi i videoclips siano parte fondamentale nella carriera di una band. La gente è molto più interessata a guardarti suonare o ballare piuttosto che ascoltarti. Lo vedi anche quando pubblichi un brano o una foto… vince sempre la foto… ahah

Questo non mi piace, ma la parte visual oggi conta! I video fan si che la gente memorizzi il tuo volto e si invaghisca di te… forse dopo imparerà anche il testo della canzone… ahahah!

Quali sono le vostre priorità e gli obiettivi imminenti?

La nostra priorità è suonare, suonare, suonare dal vivo!

Tra qualche giorno uscirà il 5° video estratto da Perfect Puppet, il brano è Jenny (in the hole of sorrow).

Abbiamo appena pubblicato le date del nostro tour europeo e inglese a novembre 2023. Saremo supporto per i Gothminister, grande band Norvgese.

Date in aggiornamento! Entro novembre 2023 pubblicheremo altri tre brani con video e una cover molto speciale con video.

Riferimenti PSYCHOLIES

Sito ufficiale:

www.psycholies.com

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www.instagram.com/psycholies_official

YouTube:

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Riferimenti RECHOS RECORDS & PROMOTION

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ArteEventiSenza categoria

Successo di Pubblico e Critica per l’inaugurazione della Mostra “Smile, un Mondo a Colori” dell’Artista Milena Quercioli.

Milena Quercioli

Lunedì 22 maggio a Milano, presso la Galleria Spazio Solferino, si è svolta l’inaugurazione della personale dell’artista Milena Quercioli “Smile , un Mondo a colori” a cura di Alessio Musella e visitabile fino al 28 maggio.

Ha vinto il sorriso, la folla di persone che è arrivata era decisamente interessata alle opere, e alla loro spiegazione , emozionale e artistica.

L’arte per l’artista milanese è stata terapeutica, ha riversato nel dipingere i suoi sentimenti portando sempre con se i preziosi insegnamenti della mamma, primo fra tutti “credi sempre nei tuoi sogni e cerca sempre il sorriso nel cuore”

L’arte scuote l’anima ci fa riflettere, sognare, reagire ricordare gioire agire …vivere, porta con sè lacrime e sorrisi.

Nel corso di una serata ricca di emozioni, sono intervenuti il critico d’arte Federico Caloi, il consigliere del municipio 7 del comune di Milano Margherita Siracusa, Laura Pagàni Cesa, Andrea Randazzo in arte Ranzy, Audrey Tritto, Stefania Bonaccorsi consigliere del Consiglio comunale di Milano, Ave Comin ex presidente “Casa Alda Merini”.

Presente anche il Giornalista Ivan Damiano Rota in compagnia di Daniela Javarone una tra le più importanti public relations manager, di Milano, organizzatrice di eventi di rilievo nazionale e internazionale e impegnata in importanti progetti benefici.

E ancora Franco Donato presidente della FIPI, Bo Guerreschi presidente dell’associazione Bon’t Worry partner dell’evento, Anna Gnocchi gallerista, Gianni Valveri proprietario della “Briciola”, Stefano Masullo Magnifico rettore Isfoa ,Elena Kebrite e Lorenzo Marangon, Annamaria Romeo candidata alle regionali

Top Account Manager Poste Italiane presidente Airse.

La sua Milano, la città dell’artista le ha reso omaggio… non è facile trovare cos’ tante persone che con il sorriso si fermano a dialogare , interessate, e lasciano una mostra con il sorriso.

Special Guest della serata Jo Squillo, Fondatrice dell’associazione Wall of Dolls e grazie alla cui presenza è stato possibile puntare il focus sulla violenza contro le donne, argomento purtroppo sempre all’ordine del giorno.

La serata è stata supportata anche da 9-5-8 Santero nella parte del beverage.

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animaliRubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA, Animali: in vacanza con loro.

ELISA VOLTA

Le vacanze sono alle porte.

I più previdenti avranno già provveduto alle prenotazioni e all’organizzazione minuziosa del trasferimento e del soggiorno, gli amanti del last minute saranno invece impavidamente in attesa della meta più insolita o dell’occasione più economica.

Qualunque sia il nostro approccio alle vacanze, come comportarci se la nostra famiglia è composta anche da membri con coda, ali e squame?

Se possibile (nel caso dei cani ad esempio, o di gatti abituati a viaggiare), portiamoli con noi.

Sarà una gioia, per loro e per noi.

Il questo caso, prepariamo una borsa che contenga tutto il nécessaire per il trasferimento: guinzaglio, borraccia, coperta, cintura di sicurezza, rete divisoria del baule, giochi, cibo per la giornata di viaggio, premietti.

Prepariamo poi una valigia con il necessario per il soggiorno: cuccia, se non presente nel luogo di destinazione, o se pensiamo possa far sentire più tranquillo il nostro animale, nel caso di gatti, anche lettiera e scorta di sabbia che usiamo abitualmente.

Portiamo la quantità di cibo adeguata al tempo di permanenza se ci sono esigenze particolari di alimentazione, oppure informiamoci presso la struttura che ci ospita, sulla possibilità di avere il cibo cucinato fresco di cui il nostro amico necessita a causa di una dieta particolare.

Le strutture a vocazione pet friendly offrono spesso questo tipo di servizio.

Poniamo attenzione alla località e al tipo di struttura: entrambe dovranno essere adatte ad ospitarli. Per le passeggiate informiamoci sui giardini aperti agli animali, perché non in tutti gli spazi verdi è possibile farli passeggiare e condurli per le loro esigenze fisiche.

Anche in vacanza cerchiamo di rispettare il più possibile le loro abitudini, ma rispettiamo anche le regole del luogo (regolamenti comunali) e ça va sans dire…rispettiamo le altre persone!

Non imponiamo la presenza dei nostri “adorati” se sappiamo non essere gradita: dobbiamo sempre ricordare che non tutti amano (o possono) stare vicino agli animali e anche chi li ama magari non gradisce sentirli continuamente abbaiare o averli nelle vicinanze mentre consuma i pasti o si trova in spiaggia.

A noi spetta il compito di capire quando è il caso di allontanarci, come spetta a noi educare i nostri compagni a vivere in società.

Adottiamo le dovute precauzioni nel caso di animali potenzialmente aggressivi, soprattutto in presenza di bambini. Se conduciamo al guinzaglio un animale che potrebbe avere reazioni violente in certe situazioni, cerchiamo strade meno affollate, questo renderà più sereno lui e anche i genitori che hanno per mano o sul passeggino i piccoli che si trovano spesso con il visino all’altezza dei cani.

Rassereneremo anche i conduttori di cani di piccola taglia, i quali potrebbero avere la peggio in caso di baruffa. 

Se i nostri amici sono insofferenti alle regole o poco socievoli, il momento della vacanza imporrà una riflessione sulle possibili soluzioni: restare a casa con loro, individuare chi si potrà occupare di loro presso la nostra casa, o rivolgersi ad una buona pensione per animali.

Chi decide di arricchire la propria esistenza condividendo la vita con uno o più animali, sa che qualche rinuncia talvolta è necessaria, ma ciò che riceverà in cambio sarà infinitamente più prezioso.

Elisa Volta

3 i libri scritti dall’autrice che trattano i temi del Bon Ton

“Gocce di Bon Ton” l’eleganza in 120 Aforismi 

Pillole di bon ton. Essere alla moda applicando il galateo

“BON TON A 4 ZAMPE, MANUALE DI PET ETIQUETTE”

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ArteAttualitàModa

Artemisa Gentileschi: LA STORIA DELL’ARTE LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

Artemisia Gentileschi era primogenita nonché figlia femmina di Orazio Gentileschi, famoso pittore del 1600, che ne notò subito il grandissimo talento e cercò di incoraggiarla fin da piccola insegnandole tutti i trucchi del mestiere.

I due ebbero un rapporto padre e figlia molto conflittuale vista anche l’intraprendenza e l’orgoglio della ragazza,anche sul piano artistico, tant’è che, a volte, diventò difficile stabilire a chi appartenesse un dipinto, poiché in certi momenti la loro maniera di creare era del tutto simile.

L’episodio più noto della vita di Artemisia Gentileschi fu quello della violenza subita all’età di 17 anni per mano di Agostino Tassi (1580-1644), pittore di buon livello, amico del padre della ragazza e suo collaboratore.

Agostino Tassi era un pittore indiscusso ma dalla condotta poco esemplare e con precedenti penali.

L’artista si era invaghito di Artemisia e, secondo quanto raccontò la stessa ragazza, il 9 maggio 1611 violentò la figlia dell’amico.

Lo stupro all’epoca era un reato, ma allo stesso tempo era considerato infamante per la donna che lo subiva. Il disonore poteva essere in parte riparato con un matrimonio.

Inizialmente Tassi promise ad Artemisia di sposarla ed ella credendo alle sue promesse iniziò una relazione di pochi mesi, fino a quando si scoprì che l’uomo era già sposato.

Tassi fu dunque denunciato da Orazio Gentileschi ed il processo durò da marzo a novembre 1612. Artemisia dovette subire atroci torture perché, purtroppo, la Giustizia riteneva che durante la tortura gli interrogati dovessero per forza dire la verità.

Tassi fu condannato e costretto all’esilio da Roma, ma, grazie all’appoggio di personaggi potenti, riuscì a rientrare.

In seguito Artemisia si sposò, costretta dal padre, con Pierantonio Stiattesi, un giovane pittore fiorentino di scarso livello con il quale si trasferì a Firenze.

Nel 1615 eseguì due dipinti per l’amico Michelangelo Buonarroti. Nel 1616 venne ammessa all’Accademia del disegno di Firenze, dove rimase iscritta fino al 1620, anno in cui lasciò Firenze e tornò a Roma dove dovette convivere con i pettegolezzi ma ormai era un’artista affermata.

Il marito, pittore appena mediocre, non tollerò più il suo successo e se ne andò.

Nel 1627 andò a vivere a Venezia e nel 1630 si trasferì a Napoli dove diventò una delle personalità artistiche più importanti della città eseguendo varie opere per la Cattedrale di Pozzuoli.

Nel 1636 si trasferisce a Londra per raggiungere il padre Orazio, per aiutarlo a terminare alcune opere per Re Carlo I e per restargli vicino fino al 1639 anno della sua morte. Tornò a Napoli e vi restò fino alla fine dei suoi giorni (tra il 1652 ed il 1656).

Subito dopo aver subito la violenza, Artemisia, si esprime in maniera brutale ma la sua espressione artistica di rabbia si stempera con il “periodo fiorentino” e diventa più elegante per arrivare a Venezia ed avvicinarsi all’influenza dei grandi Maestri come il Tintoretto e il Veronesi.

Analizziamo inanzi tutto l’autoritratto del 1615-17 nelle due versioni dai colori freddi e caldi per determinare la Tipologia Cromatica di Artemisia.

Nella versione dai colori caldi, il suo viso appare più luminoso, con un sottotono dorato insieme ad una leggera ramatura di capelli e sopracciglia; il blush sullo zigomo la fa apparire più sana; le sue forme generose risultano armoniche; l’ampia scollatura del vestito dal colore freddo allontana dal viso l’illusione ottica dissonante; il turbante ecru’ dalle decorazioni arancioni e dorate, in abbinamento ai suoi orecchini, le incorniciano il volto aiutando a definire nitidamente i contorni.

Nel ritratto dai colori freddi, l’incarnato è diafano; il blush rosato sullo zigomo mette in risalto le borse sotto gli occhi; la bocca è poco valorizzata apparendo meno carnosa; i capelli e le sopracciglia più scure; II contorni del viso sono poco definiti e le sue forme appaiono più prosperose; la prima cosa che salta all’occhio è il colore freddo dell’abito che distoglie l’attenzione dallo sguardo e dai lineamenti di Artemisia; il turbante e gli orecchini dalle tonalità chiare, calde e dorate diventano poco influenti nell’armonizzare le cromie.

Artemisia era senza dubbio una Donna AUTUNNO come traspare nell’autoritratto come martire del 1615 e nell’autoritratto in veste di pittura del 1638.

Quest’ultimo è uno dei miei preferiti perché Artemisia si ritrae in tre quarti, anziché frontalmente o di profilo e soprattutto in posa.

Lei decide di rompere la tradizione dipingendosi con i suoi strumenti di lavoro tra le mani mentre esegue un dipinto.

Per rappresentarsi in questa posa avrà dovuto ricorrere ad un gioco di specchi ed il risultato è molto realistico con l’artista con le maniche rimboccate fino al gomito; una catena d’oro con un ciondolo a forma di maschera; un abito verde e marrone; le sue labbra ed il blush aranciati; il tutto sottolinea la sua Tipologia Cromatica rendendola semplicemente meravigliosa!!!

RAFFAELA GALLINA
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Arte

“Battaglia di Montecassino” opera di Halina Skroban (2021), Testo di Enzo D’Elea.

Halina Skroban

1. Il 18 maggio del corrente anno, 2023, ricorrerà il 79° anniversario della vittoria alleata nella battaglia di Montecassino (gennaio-maggio 1944), miliare episodio nella marcia di liberazione della Penisola tuttavia non esente da varie critiche e contestazioni di natura strategico-militare e storica, riguardanti errori di valutazione da parte del Comando supremo alleato (si sarebbe potuto facilmente aggirare quel caposaldo della linea Gustav ; sottovalutazione da parte degli anglo-americani, e in particolare da parte di questi ultimi, in termini di uomini, mezzi e risorse da impegnare sul campo ;  errori di intelligence nel ritenere che i tedeschi fossero attestati all’interno dell’Abbazia con la conseguente decisione di bombardarla con più di mille tonnellate di bombe che hanno ridotto ad un cumulo di macerie un sì insigne monumento storico ; ecc.…). Tuttavia, sul piano storico-militare si va affermando oggi la tesi che invero la battaglia ebbe un grande impatto sulla sorte della guerra in quanto trattenne e impegnò considerevoli truppe tedesche d’élite da altri teatri di guerra, segnatamente quello nord-occidentale, favorendo il successo dello sbarco in Normandia e facendo pesare sullo Stato Maggiore nemico, anche in termini psicologici, la pressione di una morsa a tenaglia da nord e da sud.

A parte tutte le considerazioni del caso che si potrebbero sviluppare se fosse qui il caso, e indubbiamente non lo è, resta pur sempre il fatto che quella fu una grande, epica battaglia che impegnò allo stremo le forze, il coraggio, l’abnegazione e l’eroismo di decine e decine di migliaia di uomini che, da una parte e dall’altra, compirono il loro dovere fino a immolarsi con un immane tributo di sangue di cui restano a testimonianza i cinque cimiteri militari (uno per ogni nazione che prese parte a quello scontro durissimo e nel solo cimitero tedesco si contano oltre ventimila croci), i quali, di per sé, dovrebbero rappresentare un monito perché la guerra possa divenire per gli uomini solo un lontano e sbiadito di ricordo.

Sotto la sovrintendenza del generale britannico Harold Alexander (1891-1969) combatté anche un contingente polacco del 2° Corpo d’armata, agli ordini del generale polacco WLADISLAW ANDERS (1892-1970), che ebbe un ruolo decisivo nella conquista del monastero in rovina che, dopo il bombardamento alleato, i tedeschi avevano trasformato in un agguerritissimo fortilizio. Il 18 maggio 1944 furono proprio i soldati polacchi a entrare per primi tra quelle rovine, piegando l’ultima, strenua resistenza nemica e a issare la bandiera bianca e vermiglia tra quelle rovine fumanti, scrivendo con ciò una pagina immortale di eroismo e di gloria.

Alla fine della grande battaglia tra gli Alleati si contarono ben 55.000 caduti. Forse ciò che più commuove oggi il visitatore di quei luoghi è l’iscrizione quadrilingue sull’obelisco eretto su un fianco della collina, a quota 593, che recita: “Per la vostra e la nostra libertà noi soldati polacchi demmo l’anima a Dio, i corpi alla terra d’Italia, alla Polonia i nostri cuori”. All’entrata del cimitero militare polacco si legge un’altra scritta, in lingua polacca, anch’essa molto toccante nella sua scarna semplicità: “O passante, annuncia alla Polonia che siamo caduti obbediente al suo servizio”. Il cimitero custodisce le tombe di 1051 soldati polacchi.

             2.  L’opera di HALINA SKROBAN, artista di orini polacche trasferitasi in Italia all’inizio degli anni Novanta, costituisce un degno, elevato omaggio in termini pittorici a un sì grande épos di eroismo e umanità. Il quadro (La battaglia di Montecassino, realizzato nel 2021) didimensioni e valore museale (120×100, olio su tela), riesce a fondere in una felice visione sincronica natura, cultura e storia : tutto si accentra attorno alla fatale collina che fu scenario della battaglia fino al momento finale rappresentato dalla bandiera bianca e rossa nastriforme piantata sulle macerie fumanti della Sacra Abbazia benedettina, bandiera che si srotola sino all’estremo margine sinistro della tela (rispetto al rimirante) con un movimento sinuoso impresso da quello che, con vaga reminiscenza benjaminiana, potremmo intendere come “il vento della Storia”.  

Piantata sulle macerie abbaziali, con un preciso punto di origine dunque, l’onda di essa sembra come propagarsi ad infinitum, dispiegandosi oltre il luogo e il tempo, verso una virtuale Eternità inattingibile per i sensi naturali e per la comprensione umana comune, come se l’arte, l’autentica Arte, potesse riguardare e contemplare le cose e gli eventi sub specie aeternitatis. Superando la linea d’orizzonte degli eventi, quell’onda sembra giungere fino a noi e ai nostri giorni e oltrepassarli, verso, l’eterno.

A destra in alto si staglia monumentale il ritratto del generale comandante, con le sue medaglie, i nastrini e le decorazioni. Il volto, intelligente e fiero, esprime con il suo sguardo fermezza, determinazione e coraggio uniti ad un’affabile umanità ed esso sembra volgersi in direzione della sua giovane e bionda compagna di vita, la moglie Irena, il cui bellissimo ritratto è realizzato sul lato opposto. I due sembrano essere insieme separati e collegati dalla stessa altura dell’Abbazia, come essa rappresentasse un passaggio obbligato del destino.

Per inciso va pur sottolineato che nonostante HALINA prediliga ed elegga una trasfigurazione fantastica e poetica, talora persino onirizzante, delle vicende storiche e reali cui si accosta, si può rilevare altresì, come in questo caso esemplare, il lavoro di consultazione, effettuata a monte, di materiali, documenti e fonti iconografiche di archivio (foto, filmati, ritratti…). 

Tornando all’opera, e in particolare al paesaggio, il cielo alle spalle del Generale, appare incendiato e fiammeggiante mentre sull’altro lato, quello opposto, si riconoscono le sagome delle fortezze volanti, i bombardieri pesanti alleati in formazione d’attacco sulla Sacra Abbazia. La costruzione dell’opera si sviluppa, da un punto di vista compositivo, in senso conico-piramidale, quasi a voler alludere ad un simulacro vulcanico: un’eruzione distruttiva che accomuna e quasi assimila la tragedia umana, fin troppo umana, della guerra alle forze telluriche, incontrollabili e sovrumane della natura. Stridente è il contrasto tra questa dimensione tragica e devastante e il preponderante predominio del verde collinare che rimanda a una dimensione pacificata e quasi idilliaca che sembra alludere a una palingenesi escatologica dopo la conflagratio-ekpyrosis, l’apocalisse prodotta dall’insania e della follia indotta dalle forze demòniche (se non persino demoniache) della guerra.

3. Come già si è detto dianzi, sul lato opposto rispetto al ritratto a mezzo busto del Generale, che torreggia sulla destra della tela rispetto al riguardante, HALINA ha realizzato uno splendido ritratto in tre quarti della moglie di Wladyslaw, IRENA ANDERS (1920-2010). Ella stringe un mazzo di papaveri rossi, rappresentazione che ha al tempo stesso una dimensione che si dispiega sul piano storico ed un’altra che travalica verso un piano profondamente simbolico. Va ricordato che il colle dell’Abbazia con la primavera si ricoprì di un rosso manto di papaveri, e quel rosso divenne il simbolo del sangue versato dai soldati polacchi in nome di quell’ardua impresa. IRENA recitava e cantava nel Teatro militare al séguito delle truppe e divenne famosa, e a tutt’oggi lo è, la canzone che fu composta ad hoc e che ella cantò in quell’occasione: Czerwone maki na Monte Cassino (“Papaveri rossi su Montecassino”). Il bouquet di Irena rimanda ai papaveri rappresentati in basso a sinistra e contribuendo, ancora una volta, a determinare un’immagine ambivalente di idilliaca e quasi paradisiaca ambientazione ma che, al tempo stesso rimanda all’inferno della durissima battaglia svoltasi.  In basso si affaccendano soldati polacchi, anch’essi in divisa verde tattico, impegnati in attività varie, fra cui si distinguono, in basso a sinistra, gli addetti al soccorso medico-sanitario (oltre ai caduti si contarono ben 2931 feriti) e, sulla destra, in primo piano remoto, un trombettiere. Ma ciò che più attirerà l’attenzione del riguardante sarà molto probabilmente il plantigrado che si osserva su una rupe a mezza altezza nella zona sinistra della rappresentazione.  

A prima vista potrebbe essere interpretato come uno di quegli elementi di natura onirico-fantastica che si riscontrano, quasi sempre, nelle opere di HALINA, e che testimoniano della formazione “chagalliana” dell’Artista. In realtà, anche se ella riesce comunque a imprimere nella rappresentazione un che di favoloso e fiabesco, si tratta di un riferimento storico a un orso in carne e ossa, divenuto tuttavia in qualche modo leggendario: l’orso bruno-soldato Wojtek (“il guerriero sorridente”; 1942-1963), arruolato nella 22ma Compagnia addetta al munizionamento e alla logistica per l’artiglieria.

Ricordiamo, infine, che il Monte della Sacra Abbazia, per loro esplicita volontà, è divenuta l’ultima dimora terrena dei due coniugi Anders.

4.   Piace menzionare il fatto che HALINA ha avuto l’occasione e il grande onore di presentare quest’opera in esposizione al Santuario della Madonna del Divino Amore per la festa della Polonia Romana (6 maggio del corrente anno). In tale circostanza La battaglia di Montecassino è stata presentata all’Ambasciatrice della Polonia in Italia, Anna Maria Anders, figlia del Generale Wladyslaw e dell’amata Irena.

Roma, maggio 2023                                                      Enzo D’Elea

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