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Bagno Silvio Forte dei Marmi: Il panettone, dolce per tutte le stagioni.

Bagno Silvio forte dei marmi

Da una “provocazione” di Davide Paolini una consuetudine che per Ferragosto, è anche una moda

Il Panettone fa pensare al Natale, un connubio ideato da Angelo Motta, circa 100 anni fa, con una precisa strategia di marketing, che in Versilia trova una sua stagione, quella estiva.

Sono passati 13 anni da quando nel 2010 Davide Paolini, allora conosciuto come il gastronauta, organizzò a Milano un “goloso” evento: Panettone tutto l’anno.

Così al Bagno Silvio di Forte dei Marmi è stato presentato il panettone di Fiore, azienda senese con quasi duecento anni di storia, considerato dal Gambero Rosso nel 2022 uno dei migliori tra i classici, sposandolo allo Champagne Perrier Jouet, Belle époque Rosé.

Un’occasione per unire il nord e il centro Italia, il gusto della tradizione e la reinterpretazione contemporanea, oltre che l’evocazione di due stagioni dell’anno ugualmente festose e tipiche del vivere italiano: il Natale e il Ferragosto.

La scelta di Davide Paolini, “Violazione della tradizione? Assolutamente no. Trattasi di fake news perché non c’è alcun legame religioso o storico con il Santo Natale. Si tratta di un’invenzione della tradizione, divenuta poi consuetudine, come tante fattispecie del genere, teorizzate dagli storici Hobsbawn-Ranger.”

Molti anni fa quest’idea, come ricorda Paolini fu commentata come una stravaganza e la profanazione della tradizione. Poi c’è stato il successo del primo articolo, in prima pagina, sul Sole 24 ore, alla fine degli Anni ’90 e del tour di Ferragosto in alcuni stabilimenti balneari di Forte dei Marmi di Milano Marittima, di Alassio, in molti ristoranti e gelaterie sparse per l’Italia vacanziera.

Così sulle ali di questo “spinta” in tanti hanno varato poi eventi, iniziative più o meno originali. “Ca va sans dire”.

L’idea è nata dal piacere di gustare il panettone durante tutto l’anno a colazione, “a pranzo con la mortadella o con la spalla cotta, a notte con un calice di champagne rosé. Piacere e anche un’idea marketing oriented perché prolunga l’attività dei pasticcieri che, in estate hanno un’offerta ridotta di prodotti, proprio per il caldo, che ostacola molte produzioni.”

Panettone a Ferragosto magari sotto l’ombrellone in spiaggia, nel cesto del pique-nique, sulle tavole apparecchiate in terrazza o in giardino.

E per quel giorno c’è chi parla di panettone estivo ripieno con frutta di stagione candita o con numerose altre varianti ma c’è chi preferisce, e non sono pochi, il panettone tradizionale perché il panettone è uno solo.

Quello presentato a Forte dei Marmi è un panettone artigianale e tradizionale firmato dallo chef stellato Igles Corelli e prodotto da Fiore 1827, l’Azienda senese che nel 2027 compirà 200 anni, di Gabriele Filippini.

L’occasione per i pochi ospiti, ha unito anche il tradizionale piatto del Forte, lo spaghetto alle arselle accompagnato da Lady F, un raro vino bianco da uve Orpicchio prodotto a Bolgheri da donne Fittipaldi.

“Dopo anni da spettatore, – conclude Paolini – quest’anno ho voluto riproporre il rito del panettone, in occasione dell’uscita del libro A tavola vista mare proprio in uno degli stabilimenti citati nel libro: il Bagno Silvio, a cui sono molto affezionato.

Qui, con un panettone di 3 chili – le mie preferenze sono per i panettoni extra large – in cui c’è lo zampino dell’amico Igles Corelli, simbolo per me, in questa occasione, di tutti i “panetun” di Ferragosto, per augurare con uno strappo e non con il coltello, perché così vuole il bon ton del prodotto, a tutti gli amanti di questa icona artigianale del made in Italy, un’estate all’insegna del gusto.”

A cura di Giada Luni

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A tavola vista mare, il gusto dei sapori in spiaggia.

A tavola vista mare,

Esce il primo libro dedicato ai migliori ristoranti sulla spiaggia di Forte dei Marmi, ma non solo Forte dei Marmi si è ormai affermata come una delle destinazioni più ambite ed esclusive del turismo internazionale. Pur mantenendo il fascino di un tempo, i beach club di questa perla della Versilia offrono un’ospitalità pied dans l’eau impareggiabile, che passa anche – e talvolta soprattutto – dalla ristorazione, diventata di altissimo livello, comunque sempre legata al territorio e ai suoi prodotti.

È per questo che la casa editrice Gruppo Editoriale ha deciso di pubblicare A tavola vista mare, il primo libro che racconta i migliori ristoranti sul mare di Forte dei Marmi e non solo, edito in doppia lingua (italiano-inglese), scritto da Davide Paolini, da tutti conosciuto come ‘il gastronauta’ e inventore di importanti manifestazioni tra cui Taste di Firenze, e Gianni Mercatali, uomo di comunicazione e marketing che da sempre frequenta la Versilia, anche attraverso il suo concorso “A tavola sulla spiaggia”. Due grandi conoscitori di Forte dei Marmi, che qui ripercorrono la storia e la nascita di questo luogo iconico e della sua tradizione culinaria: dalle focacce sulla spiaggia ai primi ristoranti, per poi accompagnarci nei loro indirizzi del gusto, da non perdere, sulla costa. “Il divertente sui luoghi comuni – dice Davide Paolini – è poterli smentire.

Come chi afferma che i ristoranti degli stabilimenti balneari della Versilia sono in grado solo di offrire spaghetti con arselle e fritto misto. Un vero e curioso ossimoro perché questi piatti marini sono di certo diventati da anni i piatti cult, quasi una bandiera dell’estate, ma i bagni di Forte dei Marmi attualmente hanno raggiunto un livello qualitativo inaspettato”. Cresce la qualità dell’offerta e la competenza di chi offre pasti sulla spiaggia ed è lontano il tempo dei pique-nique magari con piatti inadatti al mare e al caldo.

Una passeggiata golosa fra 36 stabilimenti, a partire da Forte dei Marmi con le caratteristiche cabine in legno che sono diventate il simbolo della cittadina, 200 pagine, rilegate con una preziosa copertina e una grafica molto accattivante: all’interno anche un viaggio nella storia perché ci sono bagni con più di un secolo di vita, come anche beach club di recente restyling, qualcuno nel segno della tradizione qualcuno con un mood più contemporaneo. Fil rouge che li unisce tutti: il piacere a tavola, grazie a ottimi ristoranti – vista mare! – dove assaporare pilastri della gastronomia locale insieme a proposte originali e sorprendenti.

Di questi ristoranti A tavola vista mare svela storia, volti, atmosfera e cucina, in un viaggio con più di 200 immagini realizzate da Andrea Dughetti, che ne restituiscono sapori, profumi e colori, compresa la foto di uno dei piatti cult di ciascuno. Il libro dell’estate di Forte dei Marmi per chi vuole uscire dai luoghi comuni e scoprire tutte le specialità da gustare sul mare, in vendita nelle edicole della Versilia e nelle migliori librerie d’Italia, sul sito www.gruppoeditoriale.com e nei più importanti bookshop online.

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Villa Rosa, con il camaleontico Sangiovese eleganza e freschezza protagoniste.

Villa Rosa

La nuova linea di tendenza nel Chianti – moda o evoluzione lo dirà il tempo – è di proporre il Sangiovese in purezza, nel suo essere camaleontico e nel chiedere molto al terroir come ogni monovitigno. In tal modo si valorizzano e si esaltano, ma anche si sperimentano le caratteristiche dei diversi vitigni e si mette in primo piano la vigna. Già dal 2015 l’Azienda Cecchi della famiglia omonima, opta per una scelta coraggiosa che regali meno opulenza e maggiore freschezza puntando sull’acidità per proporre vini rossi in una stagione nella quale si bevono meno rispetto ad altre tipologie.

L’azienda nasce nel 1893 con il bisnonno Luigi dell’attuale Amministratore delegato Andrea Cecchi a Poggibonsi e nel tempo affronta diversi cambiamenti strutturandosi in varie tenute: da degustatori i Cecchi sono diventati imprenditori del settore, vignerons. Attualmente a Castellina in Chianti, in provincia di Siena, ci sono Villa Rosa e Villa Cerna, cuore dell’azienda; Val delle Rose in Maremma e Tenuta Alzatura a Montefalco in Umbria. Nello specifico oggi l’azienda vanta due tenute – Val delle Rose e Tenuta Alzatura – 100% organic; mentre le Tenute del Chianti Classico, Villa Cerna e Villa Rosa, sono attualmente certificate dal marchio Agriqualità con un processo di conversione al biologico già in atto e la recentissima certificazione Equalitas, che integra la sostenibilità ambientale economica a quella sociale.

Ora la tenuta Villa Rosa è tra quelle più ricche di storia nella zona. La famiglia Cecchi ne acquisisce la proprietà dalla famiglia Lucherini Bandini, che ne è stata custode per circa 70 anni, nel 2015. La tenuta è posizionata tra le Colline di Castellina in Chianti dove si estende per 126 ettari di cui 30 a vigneto e 15 a oliveto, su terreni calcarei a matrice argillosa caratterizzati da profili eterogenei che uniscono la roccia di tipo alberese ai galestri scistosi. In particolare il vigneto Casetto, dove si produce Villa Rosa Chianti Classico DOCG Gran Selezione, è composto da terreni di matrice calcarea scistosa del cretacico, detti galestri, ideali per il Sangiovese. Dal punto di vista paesaggistico, la visita vale un viaggio, trovandosi all’interno di una delle più grandi cipressete europee tra i 255 e i 425 metri, proprio dove si produce da sempre Chianti Classico.

Alla stampa è stata presentata una degustazione verticale dalla vendemmia 2015 e 2016, per aspetti diversi le più interessanti, fino alla 2019 e le ultime tre annate, 2020, 2021 e 2022, spillate direttamente dalla botte o cemento per valutare le diverse possibilità. In particolare l’ultima vendemmia, ancora acerba, è raccontata con un processo parallelo in cemento e in legno proprio per valutare le diverse possibilità; mettendo poi a confronto le prime due vendemmie, 2015 e 2016, con le stesse annate di Villa Cerna, che dà vini più ampi, con speziature importanti.

Emerge una scelta complessiva che premia snellezza, un profilo fine anche in termini estratto secco, mettendo appunto vini improntati alla verticalità; evitando al massimo i rimontaggi se non per bagnare il cappello. L’idea è di rispettare la personalità del Sangiovese, esplorando sentieri nuovi, già di suo generoso e le caratteristiche si ritrovano tutte superando anche la prova di annate difficili dal punto di vista climatico.

a cura di Giada Luni

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Dopo i primi 30 anni, celebrati con un libro, ecco la XXXI edizione di A tavola sulla spiaggia a Forte dei Marmi.

XXXI edizione di A tavola sulla spiaggia

Ormai quasi un rito questa gara all’ultimo mestolo.

Quest’anno proposta anche la farina di grillo.

Domenica 2 luglio la presentazione dei piatti in Capannina ore 18

Domenica 9 luglio la premiazione nella stessa Capannina

Premessa

Per la quarta volta la sfida all’ultimo mestolo sarà in uno dei simboli di Forte dei Marmi, insieme al Fortino e al pontile,

La Capannina di Franceschi, grazie alla tradizionale collaborazione di Carla e Gherardo Guidi. Quella Capannina nata 94 anni fa giusto sulle dune di una spiaggia che ancora non aveva il lungomare.

Il Comitato Organizzatore ha scelto questa location per evitare imprevisti meteorologici come la pioggia, il vento, l’eccessivo caldo ben difficili da prevedere in questo periodo. Saremo così di nuovo in Capannina anche per la gara.

“Il successo di questa sfida è una costante da oltre 30 anni – dichiara Gherardo Guidi -, cioè da quando Gianni Mercatali mi propose di realizzare una manifestazione che era un’autentica novità.

Capii subito l’originalità e la qualità del suo progetto, in un momento in cui il tema della cucina non era così popolare come adesso tra il pubblico e tra i mezzi d’informazione.

La storia ci ha dato ragione e, grazie a un’ottima organizzazione, negli anni è diventata un format consolidandosi e ottenendo il successo che merita.

Anche quest’anno la Capannina è quindi pronta ad accogliere partecipanti e giuria con quell’atmosfera che ben si abbina alla filosofia della manifestazione: stessa spiaggia, stesso mare, A tavola sulla spiaggia”.

Le new entry

È un vero piacere avere quest’anno fra i partner della manifestazione Scuola Tessieri di Ponsacco, un vero atelier delle arti culinarie, con i suoi 800 mq di spazi polivalenti, con laboratorio di cucina e di pasticceria, entrambi con 16 postazioni, oltre un laboratorio di gelateria.

Sarà in giuria il suo coordinatore didattico chef Stefano Cipollini. E poi, Fiore 1827, l’Azienda custode della tradizione dolciaria di Siena che fra poco compirà 200 anni. Sarà in giuria il suo CEO Gabriele Filippini.

Una conferma

Una prestigiosa conferma è poi quella del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano. «Siamo felici di essere nuovamente partner di un’iniziativa come “A tavola sulla spiaggia”», ha dichiarato il presidente Nicola Bertinelli. «Noi del Consorzio siamo convinti che i valori della nostra Dop non siano solo la biodiversità, la naturalità, la versatilità di utilizzi: ma anche condivisione, creatività e celebrazione dei momenti passati con la famiglia e gli amici. Perché il Parmigiano Reggiano non è solo un pezzo di formaggio: è parte delle nostre vite. Buon Parmigiano Reggiano e buona “A tavola sulla spiaggia” a tutti!».

A rappresentarlo in giuria Carlotta Barbieri del marketing.

Dinamica della manifestazione

I tavoli della giuria saranno 4, predisposti a perimetro sulla tradizionale pista da ballo, per un totale di 40 metri per 40 giurati con un distanziamento fra loro di un metro.

La manifestazione, presentata da Annamaria Tossani è un “goloso” show che proclamerà il “Piatto Forte” 2023 dedicato a Forte dei Marmi la cui Amministrazione Comunale anche quest’anno ha rinnovato il Patrocinio. Lo “scolapasta d’oro” creato da Petruzzi & Branca di Brescia sarà il simbolo della vittoria in questo originale talent mondano-gastronomico.

Il Primo Premio Assoluto della Giuria Stampa sarà invece dedicato alla Capannina e al Parmigiano Reggiano.

I concorrenti saranno dodici, suddivisi nelle quattro categorie di antipasti, primi, secondi e dolci anche se, sulla spiaggia, tradizionalmente queste categorie spariscono.  In abbinamento altrettanti vini.

Quest’anno hanno già confermato dal Friuli Eugenio Collavini, dalla Toscana Famiglia Cecchi, Val delle Rose, donne Fittipaldi, Castello Banfi, Cantine Lunae, Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute, dall’Umbria Arnaldo Caprai, dal Lazio La Tognazza.

Il servizio di catering sarà curato anche quest’anno da Ghirlanda&Milano che in meno di 3 ore servirà con la sua squadra a 40 giurati 12 proposte gastronomiche cambiando 480 piatti e 12 vini sostituendo 480 calici da degustazione.

Mentre tutta la logistica è a cura dell’Agenzia Once di Federica Rotondo.

Una curiosità di quest’anno

Al Comitato Organizzatore è arrivata una ricetta in cui fra gli ingredienti era indicata la farina di grillo. È la prima volta. D’altra parte nella vita, anche alimentare, c’è sempre una prima volta. Il Comitato si è comunque riservato di iscrivere il piatto.

Una novità di quest’anno

Per la prima volta dopo trent’anni vedremo colui che è stato un concorrente nel 2021 vincendo il primo premio di categoria, quest’anno al di là del tavolo nella giuria tecnica.

E’ il poliedrico Luca Calvani che associa la sua carriera di regista (Il Cacio con le Pere), attore a personaggio televisivo (Cortesie per gli ospiti) a progetti di ospitalità, del food&wine e imprenditoriali. È infatti produttore di gin, miele, profumi e creme. Fra i concorrenti di quest’anno Iris Peynado attrice celeberrima negli anni ’80 con numerosi film fra cui “Non ci resta che piangere” con Troisi e Benigni dove interpreta il personaggio di Astriaha ma anche in TV con “Cristoforo Colombo” di Lattuada, “Elisa di Rivombrosa”, “Un posto al sole” e “Don Matteo”. Nel 1984 fu accanto a Pippo Baudo per il Festival di Sanremo.

Il tema

Gastronomicamente torna il tema del recupero, della cucina del riciclo, della sublime arte di preparare pietanze buone e salutari senza buttar via niente. Tanto che anche quest’anno gli organizzatori hanno invitato tutti i partner a donare propri prodotti al Banco Alimentare della Toscana, struttura che già da anni gli organizzatori della manifestazione sostengono. E quest’anno anche la famiglia Guidi parteciperà a questa gara di solidarietà.

La giuria

In giuria giornalisti, opinion leader, produttori di vino, chef e ristoratori.

Non mancherà l’ormai fedele Gianfranco Vissani oltre agli amici ristoratori stellati della Versilia, ma non solo.

Una carrellata di giurati

Ecco qui alcuni giurati che negli anni hanno partecipato, spesso anche in più edizioni, alla manifestazione: dal 1993 con Carlo Conti come presentatore, a Massimo Giletti e Marco Columbro, nel 2007 Beppe Bigazzi e Sirio Maccioni,  nel 2009 Michel Escoffier pronipote del grande Escoffier e lo stilista Francesco Martini Coveri, nel 2011 Carlo Cracco e Paolo Parisi, nel 2012 Luca Gardini e Vito Mollica, nel 2013 Gino Paoli e Renato Pozzetto, nel 2014 Aimo Moroni e Massimo Moratti,  nel 2015 Valeria Piccini ed Enrico Derflingher, nel 2016 Giancarlo Morelli e Giuseppe Mancino,   nel 2017 Corinne Clery e Davide Oldani,  nel 2018 Tony May, 2019 Mara Maionchi, Renato Raimo, Riccardo MoncoMichele Marcucci, nel 2021 Cristiano Tomei e Igles Corelli, nel 2022 Andrea Mattei e Arturo Artom.

Per conoscere i 30 anni di storia https://www.atavolasullaspiaggia.it

oppure il libro edito da Gruppo Editoriale

Foto di Pietro Grossi/Massimo Sestini

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Emporio Caffè Armani: cibo e moda a Milano, l’eleganza di un incontro.

Emporio Caffè Armani

All’Emporio Caffè Armani, il gusto della tavola si veste dello stile Armani in uno spazio declinato in molte sfumature, dalla moda, alla libreria, all’oggettistica, con un angolo cioccolateria e all’interno delle sale della ristorazione una pasticceria con produzione propria.

Qui tra il quadrilatero della moda e la magnifica via dei Giardini, a due passi da piazza Scala, c’è l’epicentro della milanesità fatta di efficienza, contemporaneità, eleganza, effervescenza professionale e buon vivere. Lo spazio offre una possibilità di una pausa elegante e discreta adatta anche alle famiglie; non solo, ma un luogo che molti possono vivere secondo le proprie possibilità.

All’esterno per chi ama l’en plein air, i rumori della città, sfiorando il passaggio della gente; nella caffetteria che invita al tempo di una pausa; nella lounge all’interno per un momento più comodo e discreto o nella veranda per sbirciare l’esterno; mentre al primo piano una scala dorata porta al ristorante gourmet.

Lo spazio vive tutto il giorno, con dei momenti di punta, e molta flessibilità nell’offerta.

Colpisce lo stile Armani nel gusto e nello spirito. Ambienti improntanti alla semplicità e a una preziosità non sfarzosa, con una nota classica e appena vintage, come i colori platino, i verdi scuri, qualche inserto di rosso e quelle tinte neutre del tovagliato che torna sulla tavola, in controtendenza con i tavoli sempre più nudi anche degli stellati.

Un segnale interessante da chi fa moda per dire che si può essere contemporanei quanto originali, oltre che offrire al cliente una coccola in più. L’apparecchiatura è di classe, senza ostentazioni e fantasie particolari a parte qualche monogramma che ricorda l’appartenenza.

Personale impeccabile grazie anche alla formazione che riceve e che restituisce in un’attenzione disponibile anche con l’avventore occasionale, con chi si ferma solo per un piatto come ovviamente per gli habitué della zona che sono tanti. Il pubblico è il più vario, ora che Milano è diventata una meta turistica anche d’estate e a seconda dei giorni e delle stagioni, si possono trovare mondi diversi a tavola.

La scuola è quella del rigore creativo e dell’attenzione al territorio, dell’idea dell’azienda come una fabbrica umanistica che durante il confinamento ha rinnovato i contratti temporanei e ha pagato regolarmente i dipendenti del ristorante, un riguardo che il personale non dimentica e trasferisce nell’umore al cliente, creando un’atmosfera raffinata e distesa, senza ingessature, senza esibizionismo.

L’idea della cucina è semplice con ingredienti di qualità, buona esecuzione, attenzione all’impiattamento senza troppe arditezze.

Si può guardare al mare o alla terra, con grande spazio lasciato alle verdure e molti classici Armani sono spesso rivisitati con variazioni.

Non solo sapori ma anche profumi nella degustazione di una coktail list molto ampia, con alcuni grandi classici e diverse signature della casa, tutte preparate all’interno che fanno viaggiare attraverso il mondo e soprattutto nelle grandi capitali della moda.

A cura di Giada Luni

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Il negozio di prossimità torna alla ribalta

Cibrèo Ristorante

Un’importante ricerca condotta da American Express e SDA Bocconi sull’eccellenza degli esercizi di prossimità sulle relazioni di quartiere e con il pubblico mette a fuoco il ritorno in auge di questo tipo di esercizi. Al centro del successo la relazione umana e di vicinanza, il piccolo esercizio che torna protagonista dopo anni di corsa alla grande distribuzione come evidenzia il premio consegnato a Milano a 6 eccellenze. La ricerca “L’eccellenza nello shopping di prossimità” sviluppata dal “Channel & Retail Lab” di SDA Bocconi School of Management per American Express. American Express, in collaborazione con SDA Bocconi, ha condotto un’analisi approfondita sui fattori che concorrono al successo dei piccoli negozi di quartiere – dalla strategia, al retail mix, alla relazione con i clienti. La ricerca si è concentrata sui piccoli negozi in cinque città italiane – Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli – e Il progetto fa seguito alle precedenti iniziative sviluppate da American Express a sostegno di Shop Small, l’iniziativa nata con l’obiettivo di supportare il commercio di prossimità in Italia.

Tra le città italiane coinvolte nella ricerca, la preferenza per i negozi di prossimità è più marcata a Napoli e a Venezia, dove rispettivamente il 54% e il 43% del campione intervistato acquista abitualmente presso piccoli negozi.

Tra le diverse generazioni, la fascia più giovane ha riscoperto il fascino della bottega di quartiere: il 45% del campione tra i 18 e i 25 anni vi si reca settimanalmente, come gli over 60 (47%).

Tra le persone giovani, oltre 1 su 3 acquista abitualmente anche da piccoli negozi e produttori online, rivelando come l’integrazione tra i due canali sia sempre più necessaria da parte dei merchant per fidelizzare questo segmento di popolazione.

Secondo la ricerca oltre alla dimensione della vicinanza, gli italiani associano allo shopping di prossimità soprattutto i concetti di tradizione, qualità e italianità, dimostrando il ruolo strategico dei piccoli negozi nella promozione delle eccellenze, della cultura e delle tradizioni delle comunità locali; inoltre, il 40% degli italiani acquista almeno una volta alla settimana nei piccoli negozi, a dimostrazione della resilienza delle botteghe di quartiere.

In base all’area geografica, emergono alcune differenze interessanti. A Milano la possibilità di pagare attraverso tutti i metodi di pagamento tradizionali (contante, carte di credito e carta di debito/bancomat) è la caratteristica più importante attribuita ai negozi top of mind dal 66% degli intervistati, a dimostrazione di come il consumatore premi la possibilità di scegliere il metodo di pagamento preferito. A Venezia, Firenze e Napoli prevale invece la storicità (rispettivamente 73%, 84% e 79%). Mentre a Roma è la qualità ad essere messa al primo posto, a pari merito con la storicità (71%).

La ricerca ha individuato gli elementi che contribuiscono all’evoluzione e al successo dello shopping di prossimità, prima attraverso il punto di vista dei consumatori, con un’indagine quantitativa su un campione rappresentativo della popolazione italiana, e poi attraverso la prospettiva dei negozianti con interviste qualitative. Stando alla ricerca, i piccoli negozi in Italia hanno saputo adattarsi alle sfide degli ultimi tre anni, dalla pandemia all’inflazione, aumentando il ricorso ai canali online, ponendo maggiore attenzione alla loro proposta di valore, ricercando l’equilibrio tra sapere della tradizione e unicità dell’innovazione, puntando su sostenibilità, qualità, servizio e integrazione dell’offerta. Il modello vincente oggi è un mix bilanciato tra digitale e fisico, dove l’esperienza nel punto vendita costituisce il veicolo principale di soddisfazione del cliente, ma allo stesso tempo l’integrazione tra i due canali è sempre più necessaria.

I negozi di quartiere premiati, pur diversi tra loro per storia, modelli di business e caratteristiche, rappresentano tutti un modello vincente a cui altri piccoli esercenti possono ispirarsi per sviluppare e migliorare il proprio business, come ha commentato Tabitha Lens, VP, Head of Marketing, Products & Partnerships di American Express. “Siamo felici di poter condividere – ha continuato – le loro best practice come ispirazione guida per altri piccoli commercianti in futuro. È molto importante per noi riconoscere il valore che stanno apportando alle comunità locali, caratterizzandone l’identità e il dinamismo economico”.

Nella ricerca è stato utilizzato il modello della retail innovation per comprendere i fattori critici di successo degli small retailer: si conferma un mondo fatto di dettagli, in cui le persone fanno la differenza e contribuiscono a generare un’esperienza ricca e umana che però deve trovare riscontro anche in tutte le altre dimensioni. “Dall’esposizione agli strumenti digitali, passando per l’assortimento, ogni singolo elemento contribuisce ad affermare il posizionamento di eccellenze di quartiere”, ha aggiunto Sandro Castaldo, Professore ordinario presso il Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi.

A Firenze è stato premiato Cibrèo Ristorante, storica attività di ristorazione fiorentina, valorizzando un impegno quotidiano che dal 1979 porta avanti con orgoglio un’idea di cucina e relazione che è frutto di legami col territorio, passione e impegno costanti. Il Premio giunge a pochi giorni di distanza dall’inizio di SALE – Sant’Ambrogio in Festival, dedicato al quartiere e alle persone che lo popolano e lo animano. L’offerta di ristorazione si articola in un menù pensato per adattarsi alle esigenze dei clienti, seguendo al contempo la stagionalità dei prodotti, parte di un’esperienza complessiva che punta a rimanere impressa. I grandi sapori e piatti storici della cucina sono infatti degustati in un ambiente elegante e intimo, quasi un salotto privato, con un servizio attento e cordiale, che si contraddistingue per l’attenzione dedicata ai clienti. La comunicazione con i potenziali clienti si articola anche sul web, grazie a un sito ricco di informazioni attraverso cui è anche possibile fare prenotazioni.

Le altre assegnazioni sono andate a Tità Bijoux a Milano, due sorelle affascinate dal colore creano orecchini e gioielli in pizzo, rinnovando una tradizione antica, quella del ricamo; NT Murano Glass a Venezia, attività particolarmente lodevole in questo momento in cui il costo dell’energia è alto, con prodotti creati unicamente sull’isola veneziana tutti secondo l’antica tradizione e con il coinvolgimento di oltre 15 artisti; Elvis Lives a Roma, negozio di Trastevere con attività di creazione di abbigliamento e gadget dal mood originale e creativo – le magliette sono il prodotto di punta – premiato per la varietà dei prodotti e per la sua offerta unica ai clienti romani e stranieri, grazie anche alla personalizzazione di oggetti comuni sui quali viene stampata un’idea grafica; Mario Talarico since 1860 a Napoli, punto di riferimento per gli ombrelli artigianali da cinque generazioni. Inoltre, la pasticceria Knam di Milano è stata riconosciuta come “Best Loved Shop”. Aperta nel 1992 da Ernst Knam, classe 1963, tedesco di nascita e milanese d’adozione che, dopo numerosi anni passati nelle cucine dei più grandi ristoranti stellati e di prestigio del mondo, arriva in Italia ed entra nella cucina di Gualtiero Marchesi come Maestro Pasticcere, ultimo passo di formazione prima di intraprendere l’attività imprenditoriale. L’attività della pasticceria Knam è caratterizzata da una materia prima d’eccezione in particolare per il cioccolato e abbinamenti fuori dal comune.

La ricerca nell’insieme ha consentito di identificare una lista estesa di 208 small retailer capaci di affermarsi come eccellenze nei mercati di riferimento in termini di strategia, retailing mix o relazione col cliente: criteri che sono stati alla base della desk analysis e dell’intera ricerca. È stata poi condotta una ricerca qualitativa che ha coinvolto 15 eccellenze di prossimità sul territorio, identificate grazie alla precedente analisi, per comprendere i trend di questo comparto. È stata condotta anche una web survey quantitativa su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione (composto complessivamente da 1.002 persone) di ciascuna delle 5 città italiane scelte, che ha consentito di identificare i rappresentanti del commercio di prossimità maggiormente associati dagli italiani al concetto di quartiere (in maniera spontanea e sollecitata, valutando anche la lista costruita attraverso la desk analysis) e il relativo livello di soddisfazione. In seguito alla web survey è stato definito un primo ranking di small retailer che nella percezione della popolazione italiana valorizzano il commercio di prossimità con efficacia. In parallelo, il gruppo di ricerca dei docenti SDA Bocconi ha valutato le singole eccellenze emerse dalla desk analysis (integrate con quelle emergenti dalla web survey), anche attraverso attività di mystery shopping, su strategia – posizionamento, modello di offerta, immagine o sostenibilità – retailing mix – assortimento, merchandising, ambientazione, comunicazione instore, team o servizi – e relazione col cliente quali shopping esperienziale, orientamento al cliente, digital, tecnologie o e-tailing. La combinazione paritetica delle valutazioni della popolazione italiana e di quelle del team di ricerca ha consentito di identificare le migliori realtà del commercio locale per ciascuna delle 5 città coinvolte.

Giada Luni

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MUSEO DEL FUNGO PORCINO DI BORGOTARO.

MUSEO DEL FUNGO PORCINO DI BORGOTARO

L’incantevole Borgo Val di Taro si adagia in un’ampia e deliziosa conca alla sinistra del corso del fiume Taro, punto nevralgico delle due direttrici che portano a Chiavari dal Passo del Bocco e a Sestri Levante dal Passo di Cento Croci.

Presso il Museo delle Mura a Borgo Val di Taro (PR), in via Cesare Battisti n. 63, troviamo un percorso espositivo che presenta il territorio, il bosco, il porcino e le sue varietà, i vari habitat in cui cresce, gli strumenti per la raccolta, le credenze popolari legate ai funghi, le tecniche di conservazione e lavorazione. Inoltre, la storia e le imprese dedite alla trasformazione, il fungo nella cultura: dalle arti figurative alla letteratura alle favole, e si conclude con una panoramica sulla gastronomia.

L’interesse per questo alimento è a oggi sempre molto vivo, sia per la sua importanza gastronomica sia per il pregio dei suoi profumi e sapori.

Link agli eventi del museo del fungo porcino di Borgotaro:

www.museidelcibo.it/events/categoria/museo-del-fungo-porcino-di-borgotaro.

Per i cultori della buona tavola, il fungo porcino è un alimento versatile e si presta a essere assaporato in molte preparazioni e nei piatti più raffinati offerti dai ristoranti del luogo.

A settembre la 48esima edizione della Fiera del Fungo di Borgotaro

Per chi volesse visitare il Museo del Fungo Porcino, consigliamo i week-end del 16-17 settembre e del 23-24 settembre 2023, dove si potrà  assistere alla 48esima fiera del fungo porcino Igp, rinomato in tutto il mondo.

La Fiera del fungo di Borgotaro IGP si tiene nel centro storico di Borgo Val di Taro. Quest’anno l’area cucina si troverà in Piazza XI febbraio, porta d’ingresso della fiera, dove per i due weekend i fornelli saranno accesi per ospitare showcooking e degustazioni gratuite; ad affiancare lo straordinario fungo porcino Igp della Valtaro ci sarà anche il Mercato di Campagna Amica con i produttori agricoli di Coldiretti, uno spazio attrattivo, dove degustare e acquistare prodotti a km zero. Presenti anche altri prodotti d’eccellenza del territorio, dal Parmigiano Reggiano di Vacca Bruna ai prodotti da forno a base di farro bio, dalle confetture ai frutti di bosco al miele e prodotti dell’alveare, dalle verdure bio ai formaggi di capra freschi e stagionati.

Borgotaro, considerata la capitale dell’Alta Valtaro, si trova nel cuore dell’Appennino Tosco Emiliano in una posizione strategica tale da essere facilmente raggiungibile da ogni parte, al confine con Liguria e Toscana.

Per informazioni: www.sagradelfungodiborgotaro.it.

Nei boschi situati lungo la dorsale appenninica e ricadenti nei Comuni di Borgo Val di Taro, Albareto e Pontremoli, la raccolta dei funghi è una consuetudine che si tramanda da molti secoli. Sono proprio queste zone infatti che, a partire dal 1934, sono indicate nelle raccolte di usi e consuetudini vigenti in provincia di Parma, come aree ove si produce il Fungo di Borgotaro. Per “Fungo di Borgotaro”, nella tradizione e nel commercio locale, si intendono le quattro specie di porcino: Boletus edulis, Boletus aereus, Boletus aestivalis e Boletus pinophilus. È considerato un prodotto superiore per qualità organolettiche, olfattive e aromatiche, rispetto agli altri porcini che, pur delle stesse specie, provengono da altre zone sia italiane sia estere.

Il Fungo di Borgotaro, è assai diverso dalle altre produzioni tipiche perché rientra tra gli ortofrutticoli, ma non è “coltivato” nel senso classico del termine. La sua fama non è solo a livello culinario, ma è anche legata alla passione di migliaia di cercatori provenienti da ogni parte d’Italia che frequentano i boschi del comprensorio nei mesi di settembre e ottobre.

Regolamento per la raccolta e altre informazioni sul sito: www.fungodiborgotaro.com

Fungo IGP

Nel 1928 fu pubblicato a Borgo Val di Taro il regolamento per il mercato dei funghi, probabilmente il primo in Italia. Nel 1964 il Consorzio delle Comunalie Parmensi istituiva una riserva per la raccolta sostenibile dei funghi. Il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta giunse nel 1996.

L’origine del nome

La parola “fungo” proviene dal latino fungus (in uso a partire dall’inizio del XIV sec.) e si può accostare al greco spóngos o sphóngos (spugna). Dal greco mykés deriva il termine miceti e micologia e il nome della città di Micene, fondata, secondo il mito, da Perseo proprio là dove, stanco e assetato per il viaggio, fu dissetato dall’acqua racchiusa dal cappello di un fungo.

Le caratteristiche

Parlando di caratteristiche, il primo distinguo da fare è che il Regno dei Funghi si differenzia dal Regno Animale e Vegetale. Il fungo è un organismo dalle svariate dimensioni: grande, piccolo e anche microscopico. Il corpo principale, chiamato tallo, è formato da filamenti, le ife, fittamente intrecciate, che costituiscono l’organismo vegetativo, vale a dire il micelio, parte che rimane nel terreno.

Il corpo fruttifero, invece, il carpoforo, è la parte che fuoriesce dal terreno e dissemina le spore. Queste, germinando nel terreno, producono altri miceli, rinnovando così il ciclo biologico. Le spore altro non sono che i “semi” dei funghi.

Il gambo può essere circondato da un anello nella parte superiore o può essere avvolto, in basso, da una specie di sacca, la volva. Il carpoforo può assumere svariate forme, ma per la maggior parte presenta la caratteristica forma provvista di cappello, gambo e radice. Il cappello ha diverse forme (convesso, conico, campanulato) e nella parte inferiore presenta piccole lamine o tessuto spugnoso. Qui si trova la parte fertile del fungo, l’imenio, dove maturano le spore.

Il fungo si differenzia dagli organismi vegetali per la mancanza di clorofilla, pigmento che permette la fotosintesi, ovvero, la trasformazione di sostanze inorganiche quali acqua e anidride carbonica in sostanze organiche complesse come cellulose, zuccheri.

Il fungo, quindi, per vivere, ha necessità di nutrirsi utilizzando sostanza prodotte da altri organismi mediante tre differenti possibilità: il parassitismo, il saprofitismo e la simbiosi.

I Valori Nutrizionali

I funghi sono ricchi di sostanze azotate; il loro valore proteico è del 3% circa, quindi, inferiore alla carne, cereali e legumi. Le sostanze proteiche contengono aminoacidi essenziali, con variazioni anche significative tra specie e specie. I grassi sono circa lo 0,4%, i carboidrati il 6% mentre le sostanze minerali, interessanti da un punto di vista nutrizionale, rappresentano l’1% del peso del prodotto fresco. Il ferro, anche se non ben assorbibile, è significativamente presente, così come potassio, rame, fosforo, zinco (specialmente nei funghi secchi). Contengono vitamina C e vitamine del gruppo B (acido niacinico e pantotenico).

Il fungo è composto per il 90% di acqua (10-12% quando essiccato). Il valore energetico di questo prodotto alimentare è di poche calorie (mediamente con meno di 25-35 calorie in 100 gr.), ma può essere un ottimo integratore di vitamine e sali minerali. I funghi contengono pochi glucidi (con pochissimi zuccheri), pochi grassi (0.2-0.4 gr. mediamente in 100 gr.) e non hanno colesterolo.

Questo rende il fungo, per quanto ricco di molti elementi, un alimento poco considerato nelle diete per il basso apporto nutrizionale. Il pregio maggiore dei funghi è il valore gastronomico, consistente nell’inconfondibile profumo, capace di nobiliare qualsiasi tipo di preparazione culinaria.

Alcuni funghi sono più ricchi di vitamine solubili in acqua rispetto a molte verdure, contengono poco sale e il contenuto di fibra dietetica è circa 1-3 gr. per 100 gr. Quindi, sicuramente un alimento consigliato per diabetici e cardiopatici.

La Storia

Fin dalla preistoria, come testimoniato dai reperti conservati al Museo Archeologico di Parma, i funghi entrano nell’alimentazione del popolo delle Terramare.

Essi erano conosciuti per le loro caratteristiche organolettiche già nell’antica Roma, dove se ne faceva largo consumo, in particolare nei banchetti imperiali dei “Cesari”. Ne è prova il nome di Amanita Caesarea, attribuito all’ovulo buono, considerato fin da allora fra i più prelibati.

Lo stesso Porcino di Borgotaro vanta una fama gloriosa in cucina, apprezzato dai duchi Farnese – nel 1606 il nobile borgotarese Flaminio Platoni invia “trifole secche” a Ranuccio I (utilizzato magistralmente dal cuoco Carlo Nascia (XVII-XVIII sec.) nel trattato “Li quattro banchetti alla Corte di Parma”. Tra le primissime fonti che fanno riferimento alla raccolta di questo fungo, vi è un testo del XVII secolo “L’Istoria di Borgo Val di Taro”, opera del canonico pontificio Alberto Clemente Cassio (1669-1760).

I Boleti sono oggetto di commercio con l’estero, pratica che è ancora ben presente sul finire dell’Ottocento, ad opera dei numerosi montanari costretti a emigrare verso l’America o l’Inghilterra. I Porcini sono una risorsa per l’economia: le donne li raccolgono e li vendono freschi o secchi ai paesi vicini.

Sempre nello stesso secolo Lorenzo Molossi (1795-1880), economista e geografo parmigiano, parla di funghi nel suo Vocabolario topografico.

Del 1893, invece, è il libro di Tommaso Grilli Manipolo di cognizioni con cenni storici di Albareto di Borgotaro, nel quale si parla in maniera diffusa di raccolta e produzione di funghi: «quando comparisce questo vegetale carnoso, quasi tutte le famiglie vi attendono per raccoglierne quanto più possono con tutta la cura; e tagliato in fette sottili lo fanno seccare al sole, oppure al calore della fiamma del fuoco nelle cucine, e dopo lo vendono per lo più ai mercanti di Tarsogno che lo trasportano a Genova».

Alla fine dell’Ottocento a Borgo Val di Taro, prima il dr. Colombo Calzolari e poi Lazzaro Bruschi, iniziarono l’attività di lavorazione – secco, sott’olio e fresco – e commercializzazione dei Porcini.

Iolanda Pomposelli

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Food & Beverage

Ancòra Uno, profumo di Giappone e non solo : all’Elba il sushi incontra i cocktail in una rivisitazione italiana.

Ancòra Uno

Ancòra uno, un nome un programma, l’ancora nello stemma che cita il mare a due passi, a Porto Azzurro, e l’accento che crea un doppio senso, un invito a provare un drink o una preparazione.

Vieri Fiorilli ha l’idea nel 2019 ed è vincente: l’unico ristorante realmente etnico dell’isola, un fusion giapponese. Il locale è semplice, fresco ma ricco di particolari anche nell’allestimento con una piccola lampada e un vaso turchese, con qualche tulipano fresco al centro del tavolo.

A due passi dalla piazzetta centrale di Porto Azzurro che si affaccia sul mare ha un ampio dehors.

A parte il martedì è sempre aperto e nella bella stagione sette giorni su sette, dalle 17 del pomeriggio alle due di notte.

Si comincia con un aperitivo per assaggiare l’idea di questo posto, sposare la cucina giapponese, quella essenzialmente fatta di crudi, ai cocktail incontrando il profumo e il sapore dell’Elba, nelle erbe, nei prodotti e in qualche ardita interpretazione.

Con Bruno Rego, chef brasiliano, che ha partecipato al Japan Sushi World, l’idea centrale è la sperimentazione di preparazione da unire a cocktail, anche analcolici, adatti ai bambini.

Si mangia alla carta, senza formule precostituite con la massima libertà, puntando sulla qualità del prodotto fresco del mare da ostriche a gamberi rossi a ricci e Caviale Calvisius di varie tipologie.

Qui il gunkan incontra il riccio di mare, i nigiri di salmone il tartufo, il tonno sposa il fois gras con erba cipollina e i roll il gambero rosso di Mazzara del Vallo.

Tra i vari cocktail che abbiamo provato e che possono incontrare queste due ultime preparazioni ricche nel gusto, complesse negli aromi e con lunga persistenza, vale la pena lo Zakurosan, letteralmente il signor melograno che, quando è stagione, viene spremuto come frutto fresco. ( creazioni di Davide Mancuso )

La base è Elba Gin con sciroppo di rosmarino, infusione a freddo preparata nel locale, appena sfiammato che dà un profumo leggermente affumicato senza invadere il gusto; albumina, succo di limone fresco e melograno appunto. Interessante anche la degustazione da mangiare e da bere servita in un unico bicchiere con ghiaccio, un’ostrica e la sua acqua con Gin che diventa un minicocktail, un boccone e una sorsata di mare.

Tra i dolci il cheese cake si declina con lo yuzo, agrume giapponese ad esempio. Per chi volesse Ancòra uno organizza eventi privati, asporto e soprattutto per chi è in barca, il locale è attrezzato per le consegne anche in mare.

Si ringrazia per le foto Francesco Lascialfari

A cura di Giada Luni

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Food & Beverage

Tiratissima, a Firenze la pizza incontra il cocktail.

Firenze la pizza incontra il cocktail

A Firenze è nato uno spazio di ristorazione, un modo nuovo di avvicinarsi alla pizza.

Non è tanto l’idea di una pizzeria raffinata, con cucina, con una selezione ampia di mixology quanto un’idea diversa. Il locale di Simone Arnetoli e della moglie Laura Tosetti, Designer che ha curato l’arredo, parte del Gruppo Toscanino, Galateo Ricevimenti e Regina Bistecca, è nato con l’idea di tornare alla condivisione dopo il buio della pandemia.

L’attenzione è quindi al servizio personalizzato e condiviso in un ambiente raffinato, con un tocco vintage e varie salette una diversa dall’altra.

La stessa architettura e stile si allontanano molto dall’idea tradizionale della pizzeria perché tutto è intimo, raccolto e su misura.

All’esterno una veranda con una parte a divani per l’aperitivo che accoglie in tutte le stagioni, perché d’inverno è riscaldata e d’estate i vetri si aprono.

All’interno un grande bancone per i cocktail dichiara le intenzioni, quelle di un matrimonio singolare tra la pizza, che ha un impasto idratato fino al 75%, oltre 24 ore di lievitazione, tirato a mano, e cotto su pietra, e signature particolari e personalizzate che guardano con attenzione alla produzione toscana, dalle botaniche ai vini fortificati locali.

Ogni saletta un nome e un segno di riconoscibilità, come quella con le farfalle o la sala degli scacchi che può diventare un privé.

Le stesse luci sono mobili e si spostano per illuminare il tavolo a seconda della composizione: il tavolo può essere da due fino a 10 commensali.

Quando esce la maxi pizza da 10 persone lunga 3 metri, ‘tiratissima’ appunto, viene suonato un gong e in contemporanea parte a tutto volume nel locale, la canzone di Mina Ma che bontà….

L’idea è quella della condivisione, dell’assaggio, dello scambio ma anche della possibilità di essere serviti quando si è un gruppo tutti nello stesso momento.

Con la stessa idea qui la pizza è preceduta dall’AntipastISSIMO, minimo per due persone dove focaccine si sposano con salumi, formaggi e salse, tutti prodotti risultato di ricerca accurata.

Tra le pizze rosse vincono le classiche Margherita e Napoli seguite a ruota dalla gustosa Amatriciana; mentre fra le bianche sono sul podio quella con mortadella, burrata, pistacchi, o cotto, melanzane e tartufo.

E ancora Savini, grana e basilico, gorgonzola/composta di fichi, mandorle e capocollo Falorni o ricette ardite di acciughe al tartufo Savini, con limone candito e burrata.

Non manca l’alternativa della FocacISSIME e un menu per chi non desidera la pizza, ad esempio con salmone e uova strapazzate.

Per quanto riguarda i cocktail vanno per la maggiore l’Americano Sballato, il Perla Nera con rum bianco e scuro, lime, carbone, mela e zenzero; il Negroni Aromatico; la Regina con gin al basilico, ingredienti del bloody mary e top di velluto al fior di latte; e anche il Caterinissima con il gin toscano realizzato con le note di testa e di cuore del profumo di Caterina de’ Medici e pagliuzze d’oro zecchino.

Senza dubbio la birra vince fra tutte le richieste, seguita da champagne e lambrusco anche in versione magnum.

Quest’ultimo è il tentativo di riportare sulla ‘retta via’ chi è abituato all’abbinamento della pizza con la Coca Cola.

Avvolti in un’atmosfera design calda e ariosa sui toni del grigio con inserti colore, si può andare da Tiratissima per un aperitivo o per il BrunchISSIMO la domenica (tranne nella stagione estiva).

Il locale si affida ad una squadra di soci e collaboratori quali Gianni Giorgi, professore alla scuola alberghiera per molti anni e capo chef nelle cucine di ristoranti da oltre 30 anni; Calogero Incorvaia, organizzatore attento ed esperto informatico, nel mondo del catering e della ristorazione da una vita; Daniele Bucciarelli, attento a logistica e rapporti con fornitori e dipendenti, con pluridecennale esperienza nel settore degli eventi di lusso; Francesco Guetta giovane e preparato bartender con già diverse quotate esperienze al suo attivo; il direttore Pierluigi Paravati con molti anni di servizio ed esperienza, anche fuori Firenze.

Da Tiratissima non si va solo per mangiare e degustare ma anche per ascoltare perché il racconto dei piatti e soprattutto dei cocktail che diventano un abito su misura secondo i gusti del cliente, fanno parte integrante della serata. Insomma un incontro per i cinque sensi che appaga la mente quanto il gusto per chi è curioso di imparare.

A cura di Giada Luni

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eccellenze italianeFood & Beverage

Filippo, ritorno in Versilia con rilancio.

Filippo di Bartola

Filippo, un nome di alta sartoria nella ristorazione, oltre la ristorazione, con ambienti che vogliono vivere, non solo a tavola. Dal 2008 rappresenta un nome capace di evocare un preciso approccio alla ristorazione in Versilia e ora è reduce da un’esperienza a New York e da una nuova sfida, un ristorante sul mare, Filippo al mare, aperto il primo aprile scorso, al Bagno Roma di Fiumetto. Torna sul mare da dove tutto è cominciato.

Questa stagione si annuncia carica di novità come anche di conferme nella scelta dello stile. A quindici anni di distanza dall’apertura del primo ristorante in centro storico a Pietrasanta, Filippo è oggi una realtà sempre più conosciuta al di fuori della Toscana, diventato in qualche modo un marchio anche oltre i confini nazionali.

Dopo Pitti Uomo, esperienza faticosa e sfidante, Filippo è sbarcato a New York forte appunto del successo ottenuto gestendo la cucina della 103ima edizione Di Pitti Immagine Uomo a Firenze, a fine febbraio.

Chiamato nella Grande Mela da Salvatori, azienda leader nel mondo del design del marmo, che il 23 febbraio 2023 ha inaugurato uno showroom a Soho, ha colto un’opportunità straordinaria per poter raccontare e intrecciare due storie che hanno in comune, oltre al territorio di provenienza, una dimensione produttiva intima e artigianale.

Sono la cecina, i tordelli, i tagliarini co’ fagioli e le immancabili polpettine a fare da sfondo a un evento da tempo atteso nel design district di Soho. Salvatori lavora la pietra naturale con un’assoluta pulizia ed eleganza, per dar vita ad ambienti e oggetti di design senza tempo, minimalisti e iconici. Filippo rappresenta l’artigianato in cucina – l’eccellenza delle storiche ricette versiliesi che, senza timore reverenziale, si presentano a Manhattan, nella capitale del mondo contemporaneo. Il risultato è stato un crocevia di emozioni nella città dove tutto è possibile.

La filosofia di Filippo è una forte identità territoriale con abbinamenti estrosi, raffinatezza contemporanea e un tocco di vintage anche negli arredi.

Il Battesimo è stato a Pietrasanta in un’ex galleria d’arte già ex autorimessa, quel gusto vintage che guarda al design e all’arte con una parete a disposizione di artisti che cambia con le stagioni come il menu.

Oggi il locale si è arricchito dello chef Andrea Papa, bella esperienza alle spalle, innamorato del pesce che senza snaturare la carta dei Classici di Filippo, di terra, guarda sempre più al mare. La sua è una cucina semplice, con cotture prevalentemente in padella o al forno, quasi nessuna cottura lunga a parte le 36 ore per la pancia del maiale.

La cucina è tutta espressa, dinamica con tante verdure crude nel piatto che non mentono sulla stagionalità delle proposte. Due pareti all’anno arredate da artisti che ispirano i menu e che creano calore, ambiente perché mangiare è un’esperienza multisensoriale. Bello il bancone del bar che anche all’esterno serve dalle 18 cocktail e finger food fino all’ora di cena quando il locale assume un’aria più elegante.

Aperto praticamente tutto l’anno, d’estate solo a cena, consente di mangiare seguendo i Classici, à la carte o con menu degustazione con una doppia proposta. Il personale è squisito, premuroso ma non troppo formale. Impeccabile ma con un tocco di confidenzialità.

A Filippo, molto preparato e umile, piacciono le sfide e nell’estate della pandemia aveva già raddoppiato con il locale di Forte dei Marmi (via Sant’Elmo 6; chiusura il martedì aperto tutto il giorno in estate), dove regna lo chef Andrea Gemignani che nello stile ammicca al gusto cinematografico Anni ’60, una trattoria di lusso, con ampi spazi anche all’esterno che si presta a qualche tavolata e la possibilità della pizza nel forno a legna.

Qui la mattina è un punto di ritrovo, tutto l’anno, per fare colazione e leggere i giornali o sfogliare un buon libro. L’edicola storica del quartiere chiudeva e Filippo ne ha rilevato l’attività. Il ristorante diventa così anche uno spazio multifunzionale da vivere, dove di tanto in tanto andare per vedere opere d’arte.

Da Filippo si va per mangiare bene, in modo semplice con qualche fantasia, bere con buona scelta, proposte rassicuranti con una selezione interessante di bollicine, e soprattutto ritrovarsi in un ambiente cordiale e stimolante. Ogni luogo le sue peculiarità, dalla cucina di mare semplice sul mare; a panini gourmet e piatti di pesce tipici della cucina viareggina a Forte; ricette più sperimentali nella piccola Atene.

Fil rouge della ristorazione da Filippo i suoi classici, le polpette con il sugo, i tordelli al sugo di carne tipici della zona e il roastbeef con patate, buonissimo.

A cura di Giada Luni

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