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Boschetto Campacci, il vino ambasciatore del territorio.

Boschetto Campacci

Il vino sta diventando sempre più ambasciatore del territorio, un prodotto d’eccellenza della produzione italiana, settore importante e trainante nell’export come l’edizione Vinitaly 2023 ha messo in luce, superando ad esempio l’abbigliamento e nello stesso tempo sta acquisendo un peso culturale.

L’iniziativa dell’imprenditore beneventano Luigi Frascino ne è una testimonianza. Lo abbiamo incontrato in uno dei suoi ristoranti “Ruggero” a Verona dove, in coincidenza con il Vinitaly, ha presentato ad un gruppo ristretto di giornalisti il suo nuovo vino, “Ruello”, un Chianti classico riserva 2019, frutto della collaborazione con il professor Riccardo Cotarella, enologo di primo piano nel panorama italiano, consulente di molti personaggi noti che hanno investito nel vino da Bruno Vespa, a Massimo D’Alema a Sting.

Nel segno del vino il matrimonio fra economia e finanza e cultura, sviluppo turistico è sempre più solido, basti pensare che oggi il settore dà lavoro a 100mila famiglie.

L’Italia sta recuperando un certo ritardo rispetto alla vicina Francia nella promozione di questo prodotto come ambasciatore del territorio, e nello stesso tempo recuperando la propria tradizione che in particolare in Piemonte e in Toscana ha una nobiltà terriera. Soprattutto nella seconda le grandi famiglie storiche sono ancora presenti nel comparto e i loro insediamenti sono anche centri culturali.

La storia di Luigi Frascino è quella di un imprenditore, presidente e fondatore del Gruppo omonimo che egli preferisce definire un agglomerato di aziende.

La partenza, dopo gli studi di Economia e scienze bancarie a Siena è nel mondo della finanza. Il Gruppo Frascino è una delle più importanti realtà d’Italia nel settore del credit management, con una posizione di primo piano nella gestione e nel recupero di crediti problematici in ambito assicurativo, e occupa vari settori come quello immobiliare, puntando ad un target alto.

Frequentando la Toscana si innamora della sua campagna e comincia a interessarsi nel vino così nel 2016 nasce il progetto, che all’inizio è privato, familiare, con Boschetto Campacci, un borgo nel comune di Castelnuovo Berardenga, nel cuore della denominazione a venti chilometri da Siena. Come in un risiko acquista una serie di terreni e oggi l’azienda si estende per 22 ettari.

L’occasione che lo convince, ci ha raccontato, è stata il ritrovamento di una vecchia perizia di epoca leopoldina risalente al 1878 che ci ha mostrato, che parla dei terreni particolarmente vocati alla coltura dell’olivo – l’azienda produce anche olio – e della vite perché galestrato del tutto inadatto invece ad esempio alla coltivazione dei cereali.

“La scelta, ci ha raccontato, è quella di una produzione di alta qualità che restituisca identità a un luogo abbandonato per molto tempo riportandolo alla sua vocazione originaria. Il vino diventa così l’espressione del genius loci in grado di rivitalizzare un territorio grazie anche alla ristrutturazione di casali e in particolare dei poderi di Santa Caterina, Santa Marina Novella e Santa Chiara.”

Questo desiderio si esprime anche nello stile del vino rispondente alle caratteristiche dei diversi territori. Vini schietti, eleganti, di ricerca per la valorizzazione della versatilità delle capacità di un vitigno come nello spumante metodo classico Franciacorta “Vitoria”, dedicato alla figlia, blanc des blancs, 80% chardonnay e 20% pinot bianco (36 mesi sui lieviti) con un buon bilanciamento tra freschezza e sapidità; la Falanghina, elegante con note fruttate spiccate di pera Williams e il Ruello, Sangiovese 100% con una trama densa e tannica, note scure di frutti rossi e un’apprezzabile speziatura. Vini rispettosi del carattere locale che non mettono in discussione la tradizione.

D’altronde la scuola Cotarella è improntata all’eleganza e alla sobrietà e come ci ha raccontato lo stesso enologo risponde alla crescente ricerca di qualità alta, senza inseguire mode e tendenze.

Non è tanto il gusto personale del consumatore che domina ma sempre di più il desiderio di essere informati ed edotti in materia. Il consumatore sempre più desidera che il vino sia anche un argomento da raccontare.

Parallelamente alla produzione vinicola, per ora con una distribuzione privata, si sta sviluppando un’attività legata agli Wine Resort e al mecenatismo culturale che nella campagna sta trovando un nuovo polo attrattivo.

Tra l’altro Frascino ha aderito all’iniziativa delle 67 colonne dell’Arena di Verona nata di concerto con il Ministero dei Beni Culturali durante il periodo critico della pandemia

A cura di Giada Luni

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Ciblèo, un viaggio nel segno del gusto.

Ciblèo,

Un viaggio orientale nel cuore di Firenze che comincia dal nome, Ciblèo, come Cibrèo con la elle, “Tortelli e ravioli” a fare da sottotitolo, cucina tosco-orientale come afferma qualcuno. È riduttivo, come qualcosa di anfibio.

Al contrario il Ciblèo è un tipico ristorante giapponese che guarda anche alle suggestioni della Cina e della Corea utilizzando prodotti al novanta per cento toscani.

Qualche contaminazione corre nei due sensi come avviene in ogni viaggio.

Qui si viene per compiere un viaggio attraverso il gusto, lasciandoci trasportare, come ci ha raccontato Giulio Picchi, che ha ereditato quest’avventura paterna e la ridisegna ogni giorno. La sera in particolare non si sceglie cosa mangiare: si scopre la sorpresa di un menu gastronomico perché qui non si chiama degustazione. Il viaggio parte da lontano quando nel 1988 Fabio Picchi, ideatore della galassia Cibrèo e padre di Giulio, si innamora perdutamente di un piccolo, straordinario ristorante di Kyoto dove porta la cucina toscana. Frequentando il luogo però in un dialogo sincero le risposte che arrivano dall’Oriente si sedimentano nel gusto del fiorentino che decide di aprire uno spazio dedicato all’Impero del Sol Levante nel quartiere di Sant’Ambrogio. Nessun ammiccamento fashion, niente sushi e sashimi, né una contemporaneità che profuma troppo di internazionalità.

La filosofia del Cibrèo resta inalterata: la cucina della tradizione rivisitata anche nell’ambiente. Così quell’ossessione per il sapore di Fabio come la definisce Giulio si sposa con la cura del particolare nell’arredamento.

Un posto piccolo – una trentina di posti tra interno e dehors, circa 40 persone al giorno – come sono i ristoranti tipici in Giappone dove vecchie porte recuperate diventano la boiserie; un bancone con 8 posti per gli spettatori della cucina, molto artigianale, che dialoga con chi degusta. Tutto è essenziale e caldo, lontano da quell’immaginario europeo del ristorante giapponese.

Un’immersione nell’Oriente dove i cibi sono o freddi o caldi ci spiega lo chef.

La scelta è una materia prima esclusiva, con abbondanza di zuppe come nella cucina di casa ricreando la declinazione orientale della cucina toscana.

Per il Cibrèo il cuore della tavola sono infatti alcune ricette popolari legate alla città come il lampredotto e la tradizione contadina delle zuppe in particolare.

All’inizio del secolo scorso quando la città si ingrandisce nella cintura vivono persone umili che non possono mangiare la carne più nobile e scelto il quinto quarto che finisce anche nei piatti giapponesi del Ciblèo.

La proposta è una cucina che scalda il cuore, un’emozione domestica senza fuochi d’artifici, un viaggio lontano senza perdere le radici. Il quadro di Giulio Picchi, artista che recentemente ha ricominciato a disegnare, con il Ponte Vecchio davanti al bancone ce lo ricorda.

Nulla di esotico dunque ma un’immersione autentica in un’altra cultura.

Giada Luni

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Donne Fittipaldi, una storia lunga quasi vent’anni.

Donne Fittipaldi

La storia dell’Azienda donne Fittipaldi ha inizio nel 2004, quando la famiglia Fittipaldi Menarini decide di acquistare terreni a Bolgheri e impiantare vigne e olivi.

La fama dei vini di Bolgheri è ormai consolidata nel mondo, ma non è quello il motivo principale della scelta del territorio. “Bolgheri è soprattutto uno stato d’animo”, si legge nella presentazione del Consorzio di Tutela e Maria Fittipaldi Menarini con le sue quattro figlie Carlotta, Giulia, Serena e Valentina se ne rendono immediatamente conto e restano affascinate dal luogo, dal clima, dall’atmosfera, dalla luce del mare che si riflette sulle vigne, dai panorami struggenti, dai profumi, dai borghi medievali, dalla gentilezza degli abitanti.

Con la scelta di assecondare il genius loci si indirizzano verso una produzione di assoluta levatura con quei vitigni bordolesi che hanno dimostrato di offrire risultati qualitativi altissimi in questo angolo di Toscana: piantano Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot.

Se donna fa rima con sperimentazione

Quest’azienda al femminile gioca sulla fantasia. Così a questi vitigni si aggiunge il Malbec, uno dei vitigni storici di Bordeaux. Ma è in Argentina, nella regione andina di Mendoza, che trova il suo territorio di elezione. In Italia si è radicato in Friuli con buoni risultati, ma la sorpresa più grande sta emergendo a Bolgheri dove, appunto, donne Fittipaldi ha piantato quasi 2 ettari di questo vitigno.

Da queste uve nasce “5” Frizzante Ancestrale Costa Toscana Rosato IGT, un vino fuori dagli schemi, unico nel suo genere e primo esempio sul territorio di una rifermentazione naturale in bottiglia senza sboccatura e il Malaroja prodotto con le stesse uve in purezza nel 2012 e nel 2013.

Ma il Malbec ha dimostrato di essere un eccellente partner del Cabernet Sauvignon, del Cabernet Franc e del Merlot, che contribuiscono ad aumentare l’aspetto fruttato e la freschezza del vino.

Il nuovo vino si tinge di rosso

L’azienda presenta quest’anno il DF rosso 2020, un blend di Malbec al 60% e Cabernet Sauvignon al 40%. Il risultato è un vino dal colore rosso rubino carico e brillante, dagli intensi profumi di piccoli frutti di bosco come ribes lampone e fragola, accompagnati da note floreali e una piacevole speziatura dolce.

Al gusto è piacevolmente fruttato, slanciato da una vigorosa freschezza e morbido grazie ad una trama tannica levigata e dolce. Impressionante la sua lunga persistenza aromatica da vero vino di razza. La filosofia dell’azienda e del territorio è eleganza condita con freschezza ma bevibilità, un prêt-à-porter di qualità.

Senza dimenticare il bianco

Pur “in una grande terra di vini rossi – sostiene Maria Fittipaldi Menarini – non poteva mancare un grande bianco, un bianco unico e inimitabile, per questo abbiamo deciso di impiantare una varietà autoctona toscana come l’Orpicchio.

Ad oggi siamo gli unici a produrla a Bolgheri e crediamo fortemente nelle sue potenzialità. Con l’etichetta Lady F, proponiamo un vino capace di evolversi egregiamente nel tempo con profumi e gusto assolutamente fuori dagli schemi”.

Il vino incontra l’arte

Ognuna delle figlie ha la propria professione, ma tutte sono accomunate da una passione nuova, quella del vino, cresciuta prepotentemente da quando si sono messe in gioco in un settore che è storia, cultura, scienza, arte e filosofia di vita. Proprio il connubio con l’arte consolida la passione di tutte: fin dagli inizi donne Fittipaldi è legata all’artista e amico Giorgio Restelli, in arte Giores, per la realizzazione di quasi tutte le sue etichette. Di Giores è l’idea del nome “donne Fittipaldi”, seguita dal progetto ‘Stolen Legs’ dove l’artista trasforma, con un action painting, a base di smalti e acrilici, un suo scatto fotografico, stampato su tela, costantemente rappresentante la sinuosità femminile.

Le sue etichette dei rossi sono 3: donne Fittipaldi Bolgheri Rosso Superiore DOC, donne Fittipaldi Bolgheri Rosso DOC e Malaroja IGT Toscana Malbec. A queste si sono affiancate altre due etichette gioiosamente femminili: il Lady F Orpicchio e il “5” Rosato Frizzante Ancestrale, un pet-nat semplice, ribelle e conviviale, a base di Malbec, che infonde immediata simpatia e voglia di condividere. Le ulteriori 2 etichette sono invece opera di una delle figlie, Giulia. Per il Magnetic, in modo originale, ha riprodotto l’occhio magnetico della madre, così ammaliante che sembra voler carpire le sensazioni dalla mente dell’assaggiatore.

Per questo vino, che è un 100% Cabernet Franc, niente barrique per l’invecchiamento, ma uso di contenitori in “Cocciopesto”, un materiale impiegato dai Romani e dai Fenici, derivante dall’impasto crudo di cocci di laterizi macinati, frammenti lapidei, sabbia, legante cementizio e acqua.

Magnetico è il sapore di questo vino, ricco di frutto nero, erbe e spezie e dal sorso fresco e persistente. L’etichetta del DF rosso 2020 è tanto semplice quanto rappresentativa dello stile donne Fittipaldi.

A Palazzo Portinari fra storia e innovazione

L’incontro con Vito Mollica di Chic nonna

La presentazione alla stampa con DF Rosso, tenuto a battesimo, è stata a Firenze, non a casa, a Palazzo Salviati Portinari, la casa della Beatrice di Dante, da Chic Nonna, creazione dello chef Vito Mollica che ha saputo unire tradizione e semplicità familiare con capacità di reinterpretare il cibo in chiave contemporanea.

L’azienda

Associata al Consorzio per la Tutela dei Vini DOC Bolgheri e DOC Bolgheri Sassicaia, l’azienda nella Tenuta la Pineta, sulla Via Bolgheresesi estende su 46 ettari nel cuore della Denominazione Bolgheri. Di questi, 10 ettari sono piantati a vite con progetti di espansione ulteriore.

Vi sono poi 1.200 olivi con i quali viene prodotto olio extravergine di oliva. Lo staff tecnico è costituito dall’Agronomo Stefano Bartolomei e dall’Enologo Emiliano Falsini; la produzione media si attesta quasi a 70.000 bottiglie, commercializzate in parti uguali sul mercato italiano e sul mercato anglosassone.

A cura di Giada Luni

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Apre a Milano Calipso Fishbar.

Calipso Fishbar

Ha aperto da pochi mesi Calipso Fishbar, il nuovo ristorante di Cristiano Ingegno in società con Marcello Lunelli, vicepresidente di casa Ferrari, Fabrizio Boccolini, Andrea Forese: un luogo unico in una delle piazze più belle di Milano, largo Fra Paolo Bellentani, dove chef esperti preparano prelibatezze da Oscar.

Una vera novitá per la città con un interno ispirato, anche nelle frasi sulle pareti, alla ninfa Calipso che tenne con se per sette anni Ulisse. Un insieme di divertimento e cultura in un luogo per palati fini.

Una pianta che esce dalla parete dietro al bancone del bar.

Un successo incredibile tra musica,

DJ Set e allegria : lo frequentano numerosi vip e soprattutto personaggi di cultura. E in tavola ostriche e caviale , oltre a piatti di terra e di mare : Il tutto però a prezzi modici.

www.capisofisher.it

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Il Caffè del Verone, una terrazza di gusto a Firenze.

Il Caffè del Verone,

Il Caffe del Verone – Gruppo Elior, azienda francese leader nella ristorazione delle mense, è un viaggio fra gusto e cultura, che si arricchisce di nuove proposte.

All’ultimo piano del Museo degli Innocenti, in piazza Santissima Annunziata, ha un panorama immersivo che regala una finestra spalancata sulla Cupola del Duomo.  

A guidare la cucina localmente, c’è l‘Executive Chef Adriana Melani, con diverse importanti esperienze professionali alle spalle, che propone principalmente piatti della tradizione fiorentina e toscana, soprattutto di carne che guarda anche al mare seguendo la stagionalità.  

L’ampio locale arredato in modo contemporaneo ed essenziale, gode di una bella terrazza con copertura, una loggia o veròne che dà il nome al locale, e da qualche mese ha ampliato l’offerta gastronomica, finora limitata a colazione, spuntini e aperitivi, aprendosi anche alla ristorazione. Il nuovo corso è legato alla nuova gestione da parte del Gruppo Elior Ristorazione SpA, multinazionale francese della ristorazione con 10.000 collaboratori e 2.000 ristoranti aziendali in tutta Italia.

Il menu è contenuto e per questo cambierà ogni due mesi, mantenendo però alcuni classici quali i pici al ragù di carni bianche e il Peposo dell’Impruneta, anche in estate, una scommessa, rivolta soprattutto ai visitatori che vengono da lontano. Grande attenzione, in linea con la filosofia aziendale, è riservata alle proposte vegane e vegetariane e a richieste ad hoc legate a norme religiose.

La territorialità è una scelta anche nella carta dei vini con etichette principalmente toscane senza dimenticare alcune referenze provenienti da altre regioni italiane, bollicine franciacorta e champagne.

Il locale è aperto 7 giorni su 7 dalle 10 fino alle 21.30.

G.L.

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Il Cibrèo, l’arte del territorio.

Il Cibrèo

A Firenze è un’istituzione e un nome storico, che rimanda a Fabio Picchi, chef istrionico che nel 1979 quando imperava la voglia di esotico e la cucina di casa e della nonna era considerata povera e poco interessante, lanciò il ritorno alle origini. L’imperativo era prossimità, prodotti locali, stagionali, sani, legati alla memoria della tradizione, accompagnati dal racconto. La convivialità è da sempre infatti una parola chiave nel mondo del Cibrèo il cui nome si richiama a un piatto toscano dove ci sono delle cose buone, declinato in varie formule. La linea è quella di una cucina toscana gourmet, il cui gusto è già nel racconto. Il menu infatti è “Il primo giornale Mangia&Leggi con qualcosa da ordinare e qualcosa da imparare”, un formato appunto di rivista che il cliente può portare via come un oggetto da collezione, dove le ricette sono raccontate.

La scelta originaria è stata di concentrarsi nel quartiere di Sant’Ambrogio, vicino al mercato a due passi da Santa Croce dove lo stesso giorno del 1979 aprì il Cibrèo Ristorante, intimo, curato e familiare e il Cibrèo Trattoria, ribattezzata “Cibrèino” o “Cibrèo dei poveri”, che offre i sapori autentici e i profumi genuini della cucina fiorentina e toscana dell’attiguo ristorante, ma a prezzi contenuti. Un atto coraggioso senza temere la sfida tra i due ambienti perché l’idea di Fabio Picchi era di offrire cucina di qualità per tutte le tasche perché mangiare è anche un atto sociale ed è un modo di educare al bello e buono.

Nel 1989 arriva il Cibrèo Caffè che accoglie gli ospiti in un ambiente informale e vivace tutta la giornata.

Poi nel 2003 è la volta del Teatro del Sale, un circolo culturale con accesso riservato ai soli soci, dov’è possibile assistere a performance dal vivo di artisti italiani e internazionali, gustando i piatti familiari della tradizione toscana serviti su un ampio buffet, nato da un’idea di Maria Cassi, direttore artistico, essa stessa protagonista sulla scena e Fabio Picchi, una coppia anche nella vita.

Nel 2017 arriva il Ciblèo, una proposta culinaria raffinata e unica nel suo genere ottenuta mescolando assieme la cucina toscana, giapponese, coreana e cinese, in ricette uniche che danno vita ad un’esperienza di gusto memorabile.

Non è un’esperienza fusion ma la ricerca di un matrimonio singolare tra gli ingredienti del territorio e l’anima orientale, frutto di un lungo soggiorno in Giappone di Giulio Picchi, figlio di Fabio, erede che oggi dirige l’attività, dopo la scomparsa del padre, con una mano felice e creativa, venendo dal mondo dell’arte. Nel suo modo d’intendere l’espressione artistica non ci sono confini.

Artista, autodidatta ha cominciato a disegnare fin da bambino e nel tempo ha unito quest’attività a quella della ristorazione: così i suoi piatti e l’ambiente stesso del Cibrèo diventano una grande tavolozza dove giocare. Il tema del colore che attiva anche la sinestesi del gusto, sposa al contempo l’idea del gioco e la fantasia propria dei bambini.

Nel 2019 il Cibrèo conquista anche il centro della città, a due passi da Palazzo Strozzi, nella sede dell’hotel Helvetia & Bristol, eleganza e fascino d’antan, un ‘salotto’ frizzante che mantiene la filosofia della casa diversificando ancora una volta l’anima. Il Tinello, aperto nel 2019, capolavoro di alto artigianato fiorentino firmato da Riccardo Barthel con una deliziosa piastrellatura verde bottiglia, un grande tavolo davanti alla cucina a vista, con affaccio diretto sul Winter Garden, ospita appuntamenti enogastronomici privati nei diversi momenti della giornata. Il Winter Garden è un rifugio esotico ed accogliente nel centro storico della città, con il soffitto originale in stile liberty, i paraventi in specchi e la carta da parati che riproduce gli elementi tipici della fauna toscana, questo era un tempo luogo d’incontro dei futuristi.

Nel 2021 ha aperto il Cibrèo caffè HB, il nuovo “salotto” Cibrèo, un punto di riferimento per chi in un luogo unico trova uno spazio d’accoglienza per ogni momento della giornata, e vi si respira l’air du temps tipica del bistrot, un tocco francese, raffinato e vivace, alle pareti i manifesti realizzati da Giulio Picchi per il teatro del Sale che sono ormai iconici. Prolungamento del Caffè, la Sala Strozzi, aperta nel 2022, con l’affaccio sul dehors, per chi vuole un’atmosfera unica. Il Cibrèo Ristorante HB, il nuovo Cibrèo Ristorante & Cocktail Bar e il relativo Privé, completano l’offerta. Qui si respira un’atmosfera cosmopolita per un pranzo, un aperitivo d’autore o una cena.

Lo stile è quello tipico del Cibrèo con alcuni elementi reinterpretati. Immancabili le poltroncine rosse in velluto, vero elemento iconico del marchio; luci soffuse e diffuse; il bancone del cocktail è stato realizzato in marmo giallo di Siena, un marmo raro e pregiato come tutti gli elementi di quest’area compresi i cassetti. Anche il legno è uno degli elementi del luogo e lo si ritrova negli otto grandi lampadari realizzati a mano dagli artigiani libanesi di Tripoli. L’ultima parola è sempre alla cucina genuina, in pieno stile Cibrèo, che segue il ritmo della stagionalità e una continua ricerca fin dall’aperitivo, con “Il Toscano”, che abbiamo degustato, realizzato con Vermut Toscano, Bitter Toscano, Gin Toscano e soprattutto Agresto, condimento a base di aceto, aglio e cipolla. Il menu cambia in tutti i ristoranti della maison stagionalmente quindi impossibile annoiarsi. La Toscanità è il fil rouge da “L’insalata rossa fiorentina”, rivisitazione di quella russa con barbabietole, carote, fagiolini, capperi, cipolline sott’aceto di vino bianco e maionese artigianale. Si può continuare con la “Carabaccia moderna”, morbida vellutata alla cipolla bianca, guarnita con i petali della cipolla stessa; quindi il “Mare in tavola” con una selezione del pesce dell’arcipelago toscano interpretato dagli chef servito rigorosamente con verdure locali; per chi non fosse sazio, “Le patate fritte fritte”, in doppia cottura e per finire il “Bombardino del Cibrèo”, il famoso zabaione con il nostro gelato alla nocciola del Piemonte.

G.L.

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Cioccolato che passione Noalya, un sogno diventato impresa.

Noalya

A Ponsacco, un paesino in provincia di Pisa, a due passi da Pontedera, nella zona industriale, tra le fabbriche abbiamo scoperto una piccola realtà di gusto, una produzione di cioccolato nata da un sogno.

Per un giorno l’impresa ha aperto le porte e dietro le quinte è iniziato un viaggio insieme al fondatore Alessio Tessieri.

Una storia di vita, del savoir faire italiano che racconta uno stile e come il cibo degli dei per alcune civiltà abbia ancora molti segreti.

Come nasce un sogno? Qualche parola sulla Tessieri storica e sull’avventura di Alessio Tessieri

“Non pretendo di dare una risposta che valga per tutti.

Posso parlare del mio sogno e di come è nato. Risale a quando, da bambino, scorrazzavo con la biciclettina tra gli scaffali del magazzino dell’azienda di famiglia distributrice di ingredienti per pasticceria.

Mi inebriavo di profumi di vaniglia e cioccolato e da lì ho sognato di diventare, come in una favola, il “principe del cioccolato”. Ecco, principe certo non sono, ma quel sogno si è avverato.

Certo è costato fatica e impegno, in quanto trasformare l’azienda di famiglia nata 60 anni fa non è stato facile, data anche l’instabilità del mercato.

Ma ora, dalla distribuzione di soli ingredienti per pasticceria, Casa Tessieri, è un’azienda importante, direi leader in Toscana e affermata in Italia, con un ricco catalogo di eccellenze per la fornitura di ristoranti, alberghi, bar, panifici, pasticcerie, gelaterie.

Ormai più di vent’anni fa, inoltre, ho potuto seguire la mia passione per il cioccolato e in Venezuela è esploso l’amore per il cacao criollo.

Tanto che ho acquistato lì, a 4 ore di distanza da Caracas, terre che erano usate per pascolo trasformandole nella mia piantagione di cacao che oggi sono il cuore pulsante della gamma Noalya, cioccolato coltivato.”

Perché la scelta di fare impresa?

“È stata una scelta obbligata. Mi sono avvicinato al cacao come un contadino, seguendo le piante dalla terra alla pianta, dalla lavorazione delle fave di cacao come fermentazione ed essiccazione, dalla trasformazione con la tostatura all’affinamento con il concaggio, alla creazione della tavoletta.

Si tratta di processi per me essenziali per ottenere la qualità e l’unico modo per avere il totale controllo della filiera è stato appunto quello di costituire un’azienda che mi consentisse di farlo. Con queste prerogative, dopo alcune altre iniziative, è nata Noalya, cioccolato coltivato.”

Qual è lo stile Noalya e le caratteristiche del suo cioccolato?

“Il controllo della filiera, anche per i semi di cacao acquistati da coltivatori di cui mi fido e che hanno accettato di utilizzare i metodi di lavorazione da me richiesti, è la garanzia per affermare la qualità del cioccolato Noalya che si contraddistingue per l’assenza di amarezza, tannini e acidità, esaltando invece eleganza, morbidezza e una dolcezza naturale in una gamma in cui ogni cioccolato esprime le note aromatiche e il gusto tipici della provenienza dei semi. Non per presunzione, ma mi sento di dire che per i miei cioccolati, così come può accertarlo il consumatore, valgono le stesse differenze che si apprezzano per il vino a secondo dei vitigni e il terroir.”

Ci racconta qualche tappa di un’antologia del gusto in un viaggio internazionale?

“Il viaggio intorno al mondo coinvolge la fascia equatoriale tra i due tropici. In ogni paese selezioniamo particolari piantagioni gestite da coltivatori che dedicano particolare attenzione a tutte le fasi post raccolta, normalmente decise in collaborazione con noi o con i nostri agronomi.

Questo significa porre una grande attenzione al processo di fermentazione, alla selezione delle varietà di cacao, alla scelta dell’essiccazione rigorosamente al sole, e molto altro ancora.

Ad esempio in Madagascar è stata fondamentale la scelta dei legni per la costruzione delle casse di fermentazione che aiuta l’esaltazione nel cacao delle tipiche note aromatiche: frutti rossi maturi come prugna e mora, frutti freschi come lampone e mirtillo con intriganti note speziate.

Per non parlare del cacao ricercato in tutto il Venezuela per creare il vivaio della mia piantagione, puro criollo, dalle inconfondibili note di frutta secca, come mandorle e nocciole tostate, in cui la ricca fertilità della terra rilascia alla pianta ottime proprietà nutritive, che noi arricchiamo con il compost naturale che produciamo nella stessa piantagione.

E poi Trinidad, con un terroir ricchissimo di sali minerali, in cui la selezione di piante di cacao trinitario ci permette di realizzare un cioccolato particolare, dai meravigliosi sentori di frutta secca tostata, biscotto, e castagne, con un finale fresco e sapido.

Praticamente in ogni paese cerchiamo di selezionare i migliori semi, nella costante ricerca di cacao sempre più aromatici e ricchi dei sapori di quelle terre.” 

Perché una scuola di pasticceria, cioccolateria e cucina?

“Almeno due i motivi alla base di quest’impresa. Il primo è che avverto l’impegno di dover diffondere la cultura della gastronomia per la formazione di chef e professionisti della pasticceria e della gelateria, nonché ovviamente della cioccolateria che, ho premesso, è la mia principale passione.

E credo così di dare una mano a un settore che chiede sempre più professionalità e preparazione.

Poi il cibo, il buon cibo, è determinante per una migliore qualità della vita, e mi sono sentito coinvolto nel dare il mio contributo, che è anche occasione di crescita personale grazie all’incontro con i docenti della Scuola e con i tanti qualificati chef e pastry-chef che vi svolgono corsi e masterclass per professionisti. L’altro motivo è che sia Noalya sia Casa Tessieri sono in un rapporto di continuo scambio, per la selezione, la trasformazione di ingredienti e texture e le preparazioni, con le professionalità e la creatività della scuola.”

Quali iniziative state mettendo appunto per la promozione di Noalya?

“Con le attività di formazione, oltre alla partecipazione ad eventi fieristici di qualità, abbiamo creato un team di 14 professionisti pluripremiati per studiare e creare ricette e abbinamenti con il cioccolato.

È appunto il Team Noalya che si riunisce periodicamente per la ricerca presso la Scuola. Abbiamo anche organizzato alcuni contest, come la gara per il miglior panettone al cioccolato Noalya, oppure, in collaborazione con la Fic, l’elezione del miglior allievo degli istituti alberghieri della Toscana, Ospitiamo la fase di preparazione per i mondiali della Nazionale Italiana Cuochi e il concorso Lady Chef. Infine, un’iniziativa a cui tengo molto è l’evento che precede l’esame finale dei corsi professionali.

Si tratta di una cena le cui preparazioni e la scelta del menu è totalmente decisa, con la supervisione dei docenti chef residenti, dagli allievi.”

Quanto è importante oggi la comunicazione nel settore del cioccolato?

“La comunicazione, nonché la pubblicità, sono importanti per il cioccolato come per tutti gli altri settori, e non solo in chiave merceologica.

Anche per Noalya è un settore d’impresa in cui siamo impegnati avvalendoci di agenzie e consulenti esterni. In un mercato dove Internet, attraverso social e motori di ricerca, domina è sempre più difficile far risaltare il nostro messaggio. Ma confesso che la migliore comunicazione per il nostro cioccolato rimane l’assaggio.”

Un ambito legato al piacere, alla dimensione giocosa della vita, alle festività e certamente all’infanzia che forse non si conosce abbastanza a cominciare dalla produzione per finire con la degustazione e il recupero della storia del cioccolato, una spezia singolare, potrebbe aprire al comparto prospettive come quelle aperte al settore vinicolo, sotto il profilo culturale e di consumo.

Giada Luni

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Podere della Bruciata, la sartoria della tradizione.

Podere della Bruciata

Artigiani del vino, così si definisce l’azienda Podere della Bruciata a Sant’Albino nella zona di Montepulciano, una storia lunga tre generazioni raccontata da Andrea Rossi che oggi ne ha preso le redini; azienda che abbiamo visitato in occasione delle Anteprime Toscana, in particolare Anteprima del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Con tenacia la produzione ha scommesso sui vini naturali, sul sapore del territorio nel bicchiere e sul racconto della storia, senza rincorrere le mode, coltivando però il gusto della sfida come dimostra il loro spumante metodo classico di Sangiovese e Trebbiano, nato anche per lo sguardo lungo gettato Oltralpe. Artigianalità, pazienza e il desiderio sartoriale, nel prodotto e nel servizio, con bottiglie vestite in modo unico, tirature limitate, etichette artistiche.

Ci accoglie all’entrata il profilo di due Bulldog, marchio del Podere, e qui comincia una storia fatta di emozioni. La scelta è legata al fatto che Andrea da piccolo aveva due cani che lo difesero quando fu attaccato da alcuni cinghiali che purtroppo infestano la zona e la femmina Bulldog morì per averlo salvato.

L’omaggio resta nel gioiello di famiglia che ha un albergo con un ristorante del quale si occupa la madre, coltivando i sapori della cucina tradizionale toscana e soprattutto il racconto dei piatti e della loro storia, parte integrante del gusto a tavola.

Il nome invece “la Bruciata”, nasce da quello di una conca dove si cuocevano i mattoni, presente nella prima delle vigne del Podere, quella alla quale i Rossi sono più affezionati, oggi il cru della produzione. È qui dove c’è la vigna più alta di Montepulciano che il nonno inizia la sua avventura, comprando un terreno che allora era più che una sfida. Negli Anni Sessanta del Novecento la viticoltura si era spostata verso la piana dove produrre vino era più semplice e i vini erano fruttati, morbidi, più semplici da promuovere. Il tempo, anche a causa dei cambiamenti climatici, ha dato ragione a chi ha scelto un’agricoltura artigianale, complessa e che oggi dà i suoi frutti. Le vigne infatti qui non hanno quasi più bisogno di essere concimate e hanno una resa di 60 quintali per ettaro. Il terreno è quello tipico di Montepulciano argilloso-sabbioso con la particolarità della presenza del ferro, quarzo e sedimenti marittimi che nel bicchiere si fanno sentire con una spiccata sapidità e una presenza di una nota quasi sanguigna. La vigna è formata da quelle che in gergo sono dette ‘viti formiche’ che restano piccole ma sono operose, con una rendita costante, e forti, soprattutto resistenti alle malattie.

Oggi Podere della Bruciata è un’azienda biodinamica anche se l’idea iniziale non era così definita. Il desiderio, ci ha raccontato Andrea Rossi, era di restituire il terroir in bocca. Ci sono voluti dieci anni di lavoro perché l’uva di prima scelta in cantina non perdesse parte della propria ricchezza.

L’intuizione è stata andare controcorrente e non aggiungere troppo, come lieviti alla fermentazione o tannini per accelerare, stabilizzare e rendere sempre uguali i prodotti. L’ipotesi avanzata da Andrea è che i disciplinari toscani del Chianti Classico, Brunello e Montepulciano offrendo un gusto molto riconoscibile sono per questo famosi e apprezzati; non solo, ma nascono in un momento in cui la chimica è praticamente assente dai processi di vinificazione quindi tengono conto della natura per raggiungere l’obiettivo qualità.

Un esempio è quanto intuito dal Barone Ricasoli che notò come il legno, quindi la fermentazione nelle botti, consenta la cessione al vino di anti-ossidanti rendendolo longevo. La scelta aziendale è stata quella di seguire la tradizione, recuperare vitigni autoctoni antichi che vanno saputi raccontare anche con ricette particolari come il cosiddetto “taglio del Barone Ricasoli” e vestire le bottiglie in modo unico.

Per questo l’azienda si è rivolta per le etichette a due artisti, Gioderìo, nome d’arte, dietro il quale si cela una persona che preferisce non apparire e l’artista Piero Fabbroni, acquarellista, i cui tratti raccontano le caratteristiche salienti dei diversi prodotti.

La produzione ha un bianco fermo, con il vitigno locale Orpicchio al 95% e una minima percentuale di Trebbiano per dare la struttura, il “Bruggina”, che nel linguaggio locale indica il freddo umido tipico della Val di Chiana che penetra nelle ossa, principale nemico del viticoltore; e una produzione di spumante metodo classico, “Bonaccia”, solo 1200 bottiglie di Sangiovese e Trebbiano, una vera sfida che, ci ha raccontato Andrea, è nata da una sua passione e dal confronto con parenti francesi che realizzano Metodo classico in Borgogna.

C’è poi la grande famiglia dei rossi, da una IGT realizzata con il vitigno autoctono Pugnitello che chiede una grande cura perché le uve sono spargole con un grappolo della grandezza di un pugno che vanno raccolte in tempi diversi scegliendo un mix tra grappoli ‘in alto’ e ‘in basso’ sui filari, per ottenere una partitura armonica; a un Chianti Colli Senesi; a un Rosso di Montepulciano; e un Nobile di Montepulciano, anche nella versione Riserva. Anche in questo caso per quest’ultima tipologia non si tratta tanto di selezionare le annate migliori quanto di scommettere, spesso addirittura su quelle più difficili, per ottenere delle selezioni particolari.

È questa la filosofia della casa, la pazienza del lavoro del tempo, essenziale per i vini naturali che agisce come l’omeopatia e un taglio sartoriale con un taglio delle botti fino a 40 quintali; mentre salendo di caratura si accede ad una scala industriale. La lavorazione del Sangiovese qui è come l’educazione di un figlio, un ragazzo giovane è forte ma spesso non educato; maturando occorre non tanto che diventi uomo quanto gentiluomo grazie all’affinamento in bottiglia. Il lavoro umano è in tal senso quello di una macchina non standardizzata ma accorta così per il Metodo classico la scelta è tutto a mano, Rémuage e Dégorgement con una ricetta particolare: un vino bianco Trebbiano dell’annata precedente sul quale viene innestato il Mosto Fiore di Sangiovese che dà glicerina e profumo: la sedimentazione è di 12-18 mesi ma c’è l’idea di una prova fino a 24.

Tra le etichette anche un Supertuscans con solo 600 bottiglie, vinificando Petit Verdot, che nasce da una collaborazione con produttori della Georgia, In questo momento in una botte armena con legno proveniente da un altopiano a 4mila metri d’altezza che conferisce sentori molto particolari al vino.

Completa la gamma un Vermouth realizzato secondo un’antica ricetta toscana della fine del 1600 del Valdarno, come dimostra la stessa etichetta “Nepo”, personaggio locale, alchimista che ha lavorato alla Corte dei Medici e che si dice abbia ispirato la figura di Mago Merlino.

Interessante anche la cantina dove nulla è a caso e dove per l’arredo sono riutilizzati gli strumenti di lavorazione dai cerchioni delle botti ai carrelli per l’uva che diventano le basi dei tavoli e per le pupître dedicate alle bottiglie durante la fase del rémuage una base di sassi locali sopra una vasca che assorbe l’umidità mantenendola costante.

Il percorso è da una prima sala dove l’uva è ‘stressata’ con pareti a vetro in modo da avere un ambiente naturale approfittando al massimo dello scambio termico ad una sala di ‘riposo’. Una cantina definita agli inizi non senza malizia un garage del vino, oggi una vera sartoria dalla quale spesso il prodotto è recapitato direttamente ai clienti.

A cura di Giada Luni

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Fuori di testa per il cioccolato.

Noalya

Noalya, cioccolato coltivato è tornato a Taste, manifestazione fiorentina cheha richiamato molto interesse non solo in fatto di numeri.

Tra gli eventi Fuori Salone divertente e raffinato quello  organizzato al Cibrèo, Ristorante & Cocktail Bar dell’Hotel Helvetia & Bristol, che si affaccia su piazza Strozzi, un matrimonio d’amore, di ricerca e di eleganza.

Si sono incontrate così due eccellenze toscane, il cioccolato targato Noalya e la ristorazione del Cibrèo.

Da una parte Alessio Tessieri, top player internazionale nel cioccolato presenta la sua creatura Noalya, cioccolato coltivato: un percorso dal seme di cacao raro fino alla tavoletta.

È un cioccolato da degustazione, per appassionati e professionisti, prodotto a Ponsacco in provincia di Pisa.

La linea si esprime in una gamma straordinariamente variegata di sapori e colori, con 33 tipologie di cioccolato, tra cui 11 Grand Cuvée Character e 22 Esprit Grand Cru monorigine.

L’idea nasce dall’innamoramento di Alessio Tessieri, patron dell’azienda, delle varietà criollo e porcelana del Venezuela.

Così nel 1997 inizia l’avventura oltre Oceano, l’acquisto di un terreno, la ristrutturazione e dal 2001 i primi frutti.

Un viaggio pieno di insidie in un paese difficile che solo amore, professionalità e tenacia hanno permesso di raggiungere la destinazione.

Tessieri ha creato una filiera di produzione cortissima e unica, grazie alla lunga ricerca nelle migliori piantagioni del mondo e alla sua esperienza nell’universo del cacao che, tra le altre cose lo ha portato a coltivare all’interno della piantagione di proprietà, alcune tra le più rare varietà esistenti, con una straordinaria attività di ricerca che sono passione e cultura insieme.

Le piantagioni da cui Noalya si approvvigiona vanno dalla Colombia al Guatemala, al Trinidad, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Jamaica, Cuba, Honduras, Grenada, Brasile, Perù, Costa Rica, Papua Nuova Guinea, Madagascar, Tanzania, Vietnam, Java e, Venezuela dove – appunto – si trova la tenuta di proprietà.

Partendo dalle fave raccolte dalle piante, i prodotti nascono grazie all’applicazione rigorosa delle tecniche naturali di trasformazione del cacao: dall’estrazione alla tostatura, quest’ultima realizzata con macchinari all’avanguardia e in grado di rispettare le differenti proprietà organolettiche e antiossidanti del cacao stesso.

Appena conclusi i processi e le lavorazioni sui luoghi di raccolta, il cacao, in sacchi di juta, inizia il viaggio dai quattro continenti allo stabilimento nel cuore della Toscana, con procedure di conservazione durante il trasferimento garantite e costantemente monitorate dall’Azienda per salvaguardare l’eccellenza del frutto.

Qui tra l’altro c’è una scuola professionale molto attiva che unisce la cultura del cioccolato alla tecnica di lavorazione.

Proprio in occasione di una degustazione alla quale è invitato Giulio Picchi, che a Firenze si occupa già dello storico Cibrèo e del Teatro del Sale, nasce la voglia di un matrimonio artistico. Noalya aveva presentato con i propri chef alcuni piatti con la presenza di cacao e cioccolato stimolando la creatività di chi ha saputo costruire un ménu raffinato, ardito, avvolgente senza artifizi ed effetti speciali. Il richiamo di Giulio all’arte è immediato, nascendo come illustratore, e interpretando la cucina e la tavola come manifestazioni artistiche.

Senza forzature, con l’umiltà di chi rilegge gli antichi e la tradizione, reinterpretandola. Il cacao è una spezia e la cucina romana ne raccomanda l’uso per la preparazione della coda alla vaccinara in assenza del chiodo di garofano.

Nascono così i Ravioli del Plin, Cioccolato, Nocciola, Fondo bruno e parmigiano firmati dagli chef Oscar Severini e Gabriele Avanzi, che hanno delineato un percorso gastronomico capace di raccontare piatti e pietanze della memoria, traghettandoli nel futuro.

L’idea è quella della riconoscibilità materica nei piatti, così come si legge anche nei cocktail di Alessandro Cambi, Barman Manager di Helvetia & Bristol che mira alla semplicità.

Lavora’ l’alcol in modo da non renderlo invasivo o associabile immediatamente, ma ‘diluirlo’ per avvicinarlo anche a palati che non prediligono quel tipo di alcol.

La voglia di Alessandro, incantatore, è offrire qualcosa che si possa raccontare per la tracciabilità degli ingredienti, per la toscanità degli stessi e poterlo rendere replicabile, mettendo la voglia anche al cliente di sperimentarsi.

Nasce così il cocktail dedicato a Noalya con vodka zelandese in infusione di fave di cacao che nel giro di cinque giorni aveva già raggiunto l’armonia desiderata e una tonica al rabarbaro e lampone.

Il risultato è una bevanda molto profumata, dove si riconoscono tutti i sentori che dialogano senza diventare qualcosa d’altro ma ognuno come in un’orchestra esce fuori in momenti successivi. La sinfonia ha lunghezza di gusto e dolcezza senza essere dolce.

Giada Luni

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Food & Beverage

Bouquet! Un vermouth delle colline fiorentine.

la Fattoria Lavacchio Bio-Winery

In occasione della manifestazione fiorentina Taste, la Fattoria Lavacchio Bio-Winery ha lanciato il suo primo prodotto della lista fuori vini, a parte le grappe, un Vermouth agricolo, biologico a base Chardonnay, prodotto artigianalmente con le botaniche ed erbe spontanee del terreno aziendale, raccolte a mano. Bouquet!

È un lavoro a sei mani, tutto al femminile come racconta bene l’etichetta disegnata da Massimo Innocenti: Faye Lottero, vignaiola e mente del progetto, da dieci anni aveva questo sogno, finché l’ultima vinificazione del bianco della casa, Pashar, non la convince perché non è riconoscibile: è l’occasione giusta per sperimentare.

Mara Fiesolani, botanica, ricercatrice, ha selezionato le erbe spontanee della tenuta mentre Priscilla Occhipinti, della Distilleria Nannoni si è occupata del processo di distillazione per il quale la Fattoria Lavacchio non è attrezzata. Il risultato è un colore più scuro dei Vermouth tradizionali ed è una scommessa per una leggerezza che lo rende popolare e consente anche a chi non conosce o non ama il Vermouth di avvicinarsi; versatile può essere consumato non solo come aperitivo ma durante il pasto ad esempio con formaggi impegnativi, quasi alla stregua di un vino liquoroso.

Nondimeno è un Vermouth a tutti gli effetti con 10 erbe e la prevalenza di Arthemisia, che dev’essere impiegata in una proporzione di almeno il 40%, e la gradazione alcolica di 21 gradi. Idea è però di rompere lo schema tradizionale e di aprirsi al mondo ‘alcolico’ al di là del vino venendo incontro alla nuova domanda che chiede esperienze gustative originali, insolite, che sposino anche il gusto ludico nel bere ma il rigore della toscanità nella produzione e nel metodo biologico.

Una tendenza che ha dato un grande impulso al bere miscelato portando ad esempio la Regione ad una produzione variegata di gin fino forse a saturare il mercato.

Certamente bisognerà stare attenti a non rincorrere le mode e a rendersi riconoscibili, come in questo caso, nella propria filosofia.

Giada Luni

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