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Food & Beverage

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A ciascuna Maison la sua bollicina, un viaggio nella Champagne.

Champagne

Il nome Champagne evoca le bollicine e con esse il brio, la festa, la seduzione e anche il lusso se non l’eleganza. Intorno a questo prodotto di lusso si è costruita la fortuna di un territorio.

Da Parigi, punto di riferimento per gli arrivi internazionali, si raggiunge Reims, la capitale ufficiosa della regione con 40 minuti di TGV dalla Gare dell’Est e da qui con un’oretta di TER, treno locale Épernay, la capitale della Champagne.

Il territorio offre dolci colline che si innalzano al massimo sul livello del mare fino a 240 metri e tanti borghi piccoli e piccolissimi, casette bianche e grige, qualche bella chiesa in stile romanico e gotico, dallo stile sobrio e qualche costruzione signorile con mattoni e pietra a vista, in uno stile déco o eclettico: sono le Maison di produzione di Champagne, le grandi case e i piccoli produttori indipendenti, che affrontano scelte coraggiose e spesso sorprendono.

Reims val bene un viaggio, elegante, ricca, vivace, con una Cattedrale gotica tra le più belle nello stile, mozzafiato e la sua vetrina sulla gastronomia della zona.

Lo Champagne così come lo si conosce oggi non è iscritto nella storia: un tempo era molto zuccherato e fu il mercato inglese, sorprendentemente, a stimolarne l’evoluzione verso dosaggi molto bassi di zucchero perché la nobiltà desiderava un vino da aperitivo e poi da bere durante il pasto.

Questa evoluzione è tuttora in corso. Fuori dalla Regione in effetti l’abitudine di considerare lo Champagne non solo un prodotto di lusso e dedicato alla gastronomia è relativamente recente ed è un comportamento di consumo che anche in Italia ha subito la stessa sorte. In tempi lontani i proprietari di terre e boschi non vendevano direttamente i loro prodotti e inoltre la protezione geografica e di denominazione è arrivata molto tardi rispetto alla storia del prodotto, rispettivamente tra il 1925 e il 1926 e il 1936. In tempi relativamente recenti il prodotto è sempre più caratterizzato dalla freschezza, dall’attenzione nella lavorazione con un sapiente binomio fra tradizione e innovazione tecnologica, scegliendo spesso nella stessa azienda due binari paralleli per una gamma di prodotti ampia. Altra componente essenziale la sostenibilità ambientale che non può più essere un’opzione.

Il nostro viaggio olfatti e gustativo

Ayala e la visionarietà del Dry Champagne

Dirigendosi verso Epernay ad Ay la Maison d’Ayala, fondata nel 1860 da Edmond Ayala nato in una famiglia spagnola di diplomatici, è stata la prima casa di produzione a rivolgersi al mercato anglosassone, tuttora molto importante per lo Champagne francese, anche grazie ad amicizie nobili. Per la nobiltà inglese la Maison crea nel 1865 il “Dry Champagne” con ben 21 grammi per litro di zucchero che allora fu ritenuto una grande innovazione.

È così che i Reali cominciano a bere Champagne Ayala. Il ruolo di quest’azienda è stato importante anche proprio nella battaglia per la tutela del prodotto, tanto da essere stata una delle prima ad associarsi per l’Union des Maisons de Champagne, sindacato che si è battuto con grande onore. Visionaria nella scelta del packaging in bianco e nero, decisamente insolito per l’epoca e per la Regione, è oggi molto legata a quest’immagine ormai tradizionale con un logo in stile Art Déco con una figura femminile stilizzata il cui corpo prende la forma di una A, che ricorda un po’ certi lavori di Erté. Dopo fasi alterne dal Duemila è stata acquisita dal del Gruppo Bollinger – le relazioni professionali con questo marchio datano già, stando ai ritrovamenti d’archivio degli Anni della Prima Guerra Mondiale – che si era dato come obiettivo, appunto, quello di risvegliare la Bella Addormentata, riportandola alla gloria degli Anni Venti del Novecento con un milione di bottiglie. Nello stile della produzione Ayala conferma la sua vocazione storica con un orientamento netto a favore dello Chardonnay.

Attualmente sono tre le zone di pertinenza del marchio, rispettivamente quella della Côte des Blancs – Chouilly, Oger, Le Mesnil-sur-Oger – che esprimono una forte mineralità con terreni poveri di humus; la Valle della Marne, zona meno alta e più umida adatta al Pinot noir e al Meunier; infine Ay e Dizy dove si trova il Grand cru più alto (anche se l’altitudine della Regione raggiunge al massimo i 240 metri) che è la Montagna di Reims. Si affiancano altre zone minori, le Sézannais intorno alla cittadina di Sézanne; il Vitryat intorno a Vitry-le-François e Côte des Bars.

L’idea dell’azienda è di restare fedele alla qualità, allo stile brut, la preferenza per lo Chardonnay tanto che il suo motto è “Rivelare l’essenziale” grazie ad una vinificazione con la selezione molto scrupolosa dei cru, 20 ettari di proprietà anche se l’approvvigionamento avviene su 100 ettari complessivi. Per quanto concerne la vinificazione grande attenzione è posta alla microfermentazione con mini cuve in inox per rispettare la qualità e un affinamento lungo ben oltre il minimo fissato dal disciplinare. Parallelamente la tradizione è conservata nell’artigianalità almeno per i prodotti millesimati con sughero, rémuage a mano e dégorgement a mano.

La filosofia di Ayala infatti è il rispetto della storia e del savoir faire con l’idea che occorra sapere da dove si viene per sapere dove andare. In tal senso è emblematica una botte storica che non è più utilizzata in legno accanto a una in inox e parimenti l’installazione di due “uova” in acciaio che grazie alla sua forma può portare una qualità aggiunta. In questa fase si è nell’ottica di verificare le ipotesi legate alla convezione e al maggior contatto con i lieviti più fini. Allo stesso tempo resta l’immagine storica in bianco e nero con il logo in stile déco dal sapore d’antan. Abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare i 5 prodotti della gamma a partire da Ayala Brut Majeur, prodotto d’ingresso pensato soprattutto per l’aperitivo, passando per il Brut Nature, dosage zéro con un lato più cremoso del primo; fino al Rosé Majeur, quindi al Blanc des blancs Millesimé 2016 con una grande ampiezza in bocca e una rotondità che ci porta su note di pasticceria senza perdere il rigore dello stile della Casa; e infine La perle, di nome e di fatto, prodotto prezioso con note terziarie e un leggero sentore di caminetto al naso che in bocca rilascia note burrose vicino al formaggio. Infine da non mancare Collection n.7 del 2007, l’occasione per raccontare una bella storia con il numero 7, assemblaggio appunto di 7 vitigni, ideale da abbinare a formaggi importanti e con grande aromaticità. Non ci resta che attendere nel 2024 il progetto di una Collezione, la n. 16, un’edizione limitata con tutte le bottiglie numerate. Importante la trasparenza dell’azienda nell’etichettatura che restituisce una vera carta d’identità del prodotto e che è una buona abitudine che ormai si sta largamente diffondendo nella Regione.

Bollinger, la passione per il Pinot Noir e l’ambiente

Una Maison familiare fondata nel 1829 dal Comte de Villeremont, uno dei grandi nomi della regione, azienda nata originariamente da un matrimonio d’amore e d’affari che naturalizzò francese la tedesca Bollinger, nome che ormai si pronuncia alla francese.

Tutto comincia dalla Côte aux enfants la zona migliore per il Pinot Noir, cosiddetta perché molto scoscesa e si diceva che solo i bambini sarebbero stati tanto agili e capaci di poterci arrivare e lavorare ma è una leggenda metropolitana. Nel 1941 Jacques Bollinger muore senza eredi ma sua moglie Élisabeth Bollinger prende le redini con grande capacità, una delle prime donne in Champagne a fare la promozione di un vino fuori della Francia. Tuttora l’azienda Bollinger è detenuta al 100% dalla famiglia anche se nel 2007 è stato nominato un Direttore generale che non fa parte della famiglia. Cinque i pilastri su cui si regge la filosofia dell’azienda, rispettivamente il vigneto – con i 180 ettari nella Valle della Marne con i Grands-Crus e i Premiers-Crus al 60% Pinot Noir, per il 25% Chardonnay e per il restante 15% il Meunier -; la centralità del Pinot Nero presente in tutte le cuvées, anche in parte minima; la specialità dei vini di riserva in formato Magnum; le botti in legno di castagno francese con un fatto unico nella zona, una propria azienda produttrice; e il tempo, quale valore per impreziosire il vino, con un invecchiamento più lungo del minimo richiesto dal disciplinare che va per Bollinger da un mino di 3 anni per i non millesimati a un minimo di 7 per i millesimati.

Quanto ai vigneti è importante la presenza di tre Clos due dei quali ad Ay, piantati sul modello della vecchia vigna francese senza innesto nel piede: il piede franco era in uso prima dell’epidemia delle Fillossera e questa permette di ritrovare la storia dei sapori e dei profumi della viticoltura condotta qui alla maniera antica. Non è un caso nel 2012 è stata qualificata come Impresa del Patrimonio Vivente.

L’idea è di abbracciare la viticoltura sostenibile con la promozione della biodiversità. Nel 2012 ha ottenuto la Certificazione Ambientale, nel 2013 quella di Viticoltore “Sostenibile” in Champagne e nel 2016 Bollinger ha rinunciato ad ogni sorta di pesticidi. Inoltre l’azienda fa parte di un Comitato che ha l’obiettivo di ridurre il peso della bottiglia di Champagne e ha acquistato una macchina per ‘abbeverare’ le botti che funziona con il vapore riducendo notevolmente lo spreco dell’acqua.

Tra i progetti della Maison anche un recupero architettonico sostenibile per garantire nel giro di qualche anno un albergo e ristorante che torneremo a visitare. L’attenzione alla tecnologia e al futuro si sposa con il desiderio di conservare il patrimonio della tradizione anche in termini di mestieri. Qui la vinificazione per i Grands-Crus e Premiers-Crus è in legno, con sughero, Rémuage e Dégorgement a mano rigorosamente. Il legno non è utilizzato per dare un sentore specifico, boisé appunto, al vino quanto per favorire una micro-ossigenazione.

Le botti provengono dall’azienda di cui è proprietaria in Borgogna e sono utilizzate sia per la fermentazione alcolica sia per la malolattica allo scopo di ottenere un ventaglio aromatico molto articolato; mentre il castagno è di un bosco sempre di proprietà di Bollinger che è conosciuta come la più piccola delle grandi Maisons della Champagne con i vigneti più estesi. Le cantine offrono un viaggio nel tempo legato anche ad un artigianato artistico come cerchi di legno più leggero che fasciano le botti perché rivelatori dell’eventuale presenza di insetti.

Nelle cantine si coglie l’anima di un’azienda che ha ben 3 Rémueurssu appena 10 rimasti nella Regione dove vi sono 250 grandi aziende e si tratta di professionalità che uniscono la tecnica al savoir faire, a quella cultura empirica del sentire, dopo due anni di formazione e per capire il livello di professionalità basti pensare che un bravo rémueur arriva a ‘girare’ e 50mila bottiglie al giorno.

Bollinger dal 1884 con la Regina Vittoria è fornitore ufficiale della Real Casa inglese e lo è ancora oggi – a dire il vero in attesa della scelta e conferma di re Carlo – un orgoglio per la Casa e anche una memoria della storia. Non è un caso che il prodotto d’ingresso della Maison “Special Cuvée” firma del 1829, abbia un nome inglese, suggerito dall’agente inglese di Georges Bollinger nel 1911 proprio come attenzione al mercato che ha stimolato la creazione dello Champagne quale oggi lo beviamo.

Infine per raccontare un po’ l’anima della casa da citare l’“R.D. 2008”, Recemment Dégorgé (“Sboccato recentemente”), le cui iniziali sono le stesse in inglese, creato da Madame Elisabeth Bollinger nel 1967 per il piacere di degustare Champagne con lungo invecchiamento sui lieviti che possono vivere a lungo. Questo prodotto ha una grande sapidità e una cremosità evidente, oltre rotondità ed ampiezza con tutte le caratteristiche di un vino che ha alle spalle 15 anni di invecchiamento, senza nessuna pesantezza, tanto che mantiene un ‘attacco’ in ingresso molto fresco.

Apollonis di Michel Loriot, l’incontro musicale del Meunier

Nel paese di Festigny, sulla Côte des Blancs il marchio Apollonis firmato da Michel Loriot realizza una gamma per una produzione tra le 50 e le 60mila bottiglie dove protagonisti sono il Meunier e la musica, fin dal nome, tanto che il messaggio della Casa è “Delle vibrazioni che si degustano”. Apollonis, Apollonia è la musa della musica e dell’arte e dunque dell’arte dello Champagne e di una passione di famiglia, oltre che essere una figura femminile che racconta le donne Loriot molto presenti in ogni generazione nella vigna e nell’azienda tanto che esiste la Vigne de la grande-mère così chiamata perché era un vigneto che la nonna appunto voleva seguire da sola. I coniugi Michel, sindaco di Festigny, e Martine con la figlia Marie, enologa, portano avanti l’azienda di Vignéron, nata nel 1675, oggi alla dodicesima generazione.

Gli antenati di Michel erano musicisti e la passione per la musica anche quando la scelta è stata rivolta all’arte delle bollicine è rimasta così dodici anni fa è stata introdotta la musica classica dopo un viaggio in Svizzera dove era stata notata la sua presenza tra botti e bottiglie. Una serie di ricerche hanno portato Michel a conoscere la génodique, scienza che studia gli effetti di certe melodie sugli organismi viventi, iniziata dal francese Joël Sternheimer negli Anni ’80 mostrando come la musica possa avere un’influenza sugli esseri viventi benefica o dannosa a seconda delle onde che emette. Così è stata realizzata una play list che comprende tra gli altri Beethoven, Brahms, Elgar, Mozart e Vivaldi e che è stata verificata per l’efficacia.

Nella stanza della memoria dove si può leggere la storia della famiglia la grande pressa del 1903, la prima a Festigny che sostituì l’abitudine contadina di mettere i grappoli nei panieri di vimini dove spesso l’uva di rovinava. È però solo dal 1930 che Germain Loriot, nonno di Michel, comincia la produzione delle prime bottiglie mentre prima in Champagne si vendeva ai Négociant mosto, vino o direttamente l’uva. Sono gli anni in cui si comincia la formazione per gli adulti in materia di viticoltura.

La Maison ha optato per una scelta coraggiosa, privilegiare le Meunier che solo recentemente è stato valorizzato dal mercato perché vitigno più resistente di altri, che attualmente rappresenta il 75% della produzione; mentre il restante 20% è Chardonnay e un 5% Pinot Noir. Non solo ma la filosofia è l’indipendenza totale seguendo il prodotto dall’inizio alla fine compresa la produzione della Liqueur d’Expédition che nel caso di Apollonis è vino fermo con aggiunta di zucchero fuso e mescolato anche se il disciplinare della Champagne autorizza all’inserimento dell’MCR Mosto Concentrato Rettificato. La scelta dell’azienda mira ad accentuare i profumi della produzione esaltandone l’identità e valorizzando il vitigno con rigore e semplicità. La linea va nel senso della freschezza e dell’esaltazione delle caratteristiche del terroir con una forte sapidità e mineralità e nella mitigazione fra tradizione e innovazione. Prodotti con un bel rapporto prezzo-qualità che offre un bel ventaglio in grado di soddisfare anche palati più semplici come la Cuvée Patrimony, ideale per l’aperitivo; per avere una maggiore rotondità in bocca con Authentic Meunier, cuvée storica che risale all’idea del 1930; o Palmyre, la bisnonna dell’attuale Vignéron, con più carattere e una bella persistenza; quindi ancora un vino dal nome femminile,

Thédorine rosé con l’aggiunta di un 10% di vino fermo, monovitigno e ancora salendo in complessità Inspiration de Saison, Source du Flagot (in onore del fiume che attraversa la valle) dalla nota speziata e una mineralità importante con sentore di pietra focaia; quindi Monodie, il cui nome racconta un vitigno solo, una sola vigna, una sola annata ed è ancora un omaggio alla musica. Scelta particolare: una vigna che nel 2013 annata di base aveva 71 anni quindi minor resa e maggior concentrazione, radici più profonde in grado di attingere la parte più minerale del terroir. Per completare la degustazione ETF14, EcceTerraFestigny, omaggio al territorio con le Cru del villaggio e una grande evoluzione terziaria; quindi Marie Léopold, Sec con 20 grammi litro di residuo zuccherino che nel nome unisce generazioni diverse, Marie, la figlia degli attuali proprietari e il bisnonno.

Bonnaire&Clouet, “Love Story”

Champagne Bonnaire e Paul Clouet, due marchi, una sola casa, due facce della stessa medaglia, nata da due storie indipendenti, oggi alla quarta generazione grazie a due dei quattro fratelli, Jean-Emmanuel e Jean-Étienne Bonnaire che hanno preso in mano l’attività di famiglia, rispettivamente con il marchio Champagne Bonnaire, il lato paterno della famiglia dal 1932a Cramant, paese della Côte des Blancs, territorio vocato per lo Chardonnay e Paul Clouet, il lato materno della famiglia, a Bouzy dove il territorio è dedicato al Pinot Noir. All’inizio erano due aziende indipendenti ma il matrimonio dei genitori le riunisce e da quel momento una storia d’amore diventa il fil rouge della produzione, stessa filosofia, stesso stile, per una produzione complessiva oggi di circa 220 bottiglie.

Il logo stesso, disegnato una decina d’anni fa, racconta l’idea con un Giano Bifronte la cui barba è rappresentata da grappoli d’uva, un volto scuro a rappresentare il Pinot Noi e uno chiaro per lo Chardonnay.

Le stesse etichette sono un modo per comunicare la filosofia della nuova generazione, realizzate da un artista bretone, Jules Maillard, con disegni che rendono l’abito dello Champagne leggero e moderno. L’Orso rappresenta ad esempio il villaggio di Cramant e il Gallo, simbolo francese tradizionale, Cramant; e ancora il vino Le Bateau, la barca, ha nell’etichetta l’immagine perché prodotto in una conca che ricorda un’imbarcazione. Infine, il cuore con i grappoli d’uva, “Love Story” è il nome del vino simbolo dell’unione dei due marchi realizzato al 50% con Pinot Noir e Chardonnay. Interessante alla degustazione il parallelo che si può fare tra i due marchi dove la differenza è una nuance, l’interpretazione che il diverso vitigno offre dello stesso tipo di prodotto

La scelta è di avere una gamma coerente con le cuves in inox per mettere l’accento sulla freschezza e la mineralità in particolare a Cramant e nelle botti di castagno per conferire note speziate, maggior vinosità e complessità nascondendo appena la freschezza. Lo stile è il monovitigno che identifica i due marchi, vigna singola e attenzione alle nuance, con una produzione biologica tutta Extra brut con un residuo zuccherino inferiore ai 4 grammi/litro.

L’obiettivo è quello di associare lo Champagne alla gastronomia in un’ottica nuova della proposta a tutto pasto creando abbinamenti di diversi prodotti per diversi piatti, una linea moderna, che si allontana dall’idea originaria del prodotto di lusso quale vino delle feste o per il momento del brindisi. Inoltre l’azienda sta sviluppando qualche assemblaggio di Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier e una linea di vini fermi con i vitigni in purezza nella convinzione che sia la tendenza della Regione per gli anni a venire e per avere un’offerta completa. In realtà accanto alla denominazione di origine Champagne esiste storicamente anche le Coteaux Champenois non come seconda scelta, tanto che nella maggior parte sono millesimati. Solo che se si vuole produrre dev’essere una quota dell’intera produzione e non un’aggiunta supplementare e che oggi sono interessati da una curiosità non registrata in passato.

A cura di Giada Luni

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Bistrò al Superstore Conad di Roma, una pausa gourmet.

Superstore Conad di Roma

Dal 7 dicembre Roma si arricchisce di un nuovo, punto di ristorazione gourmet, Bistrò, di uno dei dodici Superstore Conad di Maurizio Marasca presso il Centro Commerciale Parco Pontino. Un ’iniziativa alla quale hanno collaborato gli chef de cuisine Roberto Bertipaglia, imprenditore romano del settore gastronomico con una lunga esperienza anche all’estero e Stefano Galbiati.

Il Centro è sulla Pontina, dopo Parco 51 andando da Roma a Pomezia. Sempre aperto fino alle 20.30 di sera, come il Centro commerciale, propone un’offerta per quella fascia di clientela che non si limita a fare la spesa ma può permettersi una pausa veloce ma di qualità.

G.L.

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L’Antica Farmacia di Palaia, la contemporaneità dei sapori antichi.

L’Antica Farmacia di Palaia

Nel cuore del Borgo pisano di Palaia, dove una passeggiata nella storia ci porta dagli Etruschi alle rotte medioevali dei costruttori di cattedrali, l’antica farmacia del paese, in pieno centro è diventata un’osteria di grande qualità che ha scelto di concentrarsi sui sapori di terra, riscoprire antiche ricette, non le solite, reinventando il gusto della presentazione senza stravolgere la tradizione.

È nel 2012 che nasce il Ristorante Antica Farmacia, proprio sulla via principale che attraversa il paese, un locale piccolo, storico, che tanto tempo prima aveva ospitato una caratteristica e suggestiva farmacia di paese.

Oggi è un piccolo salotto gastronomico, molto curato con passione dal titolare e chef, Juri Zanobini, che qualche anno fa acquista anche l’immobile e corona il suo sogno coltivato fin da bambino. In questo ambiente, rustico-elegante che si snoda in due sale, un grande caminetto, caratterizza l’antica costruzione, che d’inverno, nelle fredde serate palaiesi, accompagna la cena con il piacevole scoppiettare della legna e il tepore del fuoco. La ristrutturazione ha mantenuto il gusto storico del luogo, curando la tavola in modo semplice e raffinato con un bel tovagliato, bicchieri di qualità, poggia posate design, tutto sui toni neutri riposanti.

Solo 20 coperti per curare il cliente con un’attenzione su misura che vede un gruppo affiatato come un’orchestra confrontarsi senza dimenticare di suonare il proprio assolo: accanto allo chef il suo secondo, compagno di scuola, Adriano Civitillo e in sala a dirigere il locale Giulia Parente, sua compagna anche nella vita e Sommelier AIS.

Non i soliti noti della tradizione locale con un’attenzione alla qualità dei sapori, ai prodotti a chilometro zero, alla tecnica delle preparazioni e un impiattamento ben costruito senza troppa estrosità con una carta di vini che si sta strutturando tra proposte locali, anche molto vicine, e qualche ricerca sfiziosa. Come ha raccontato Juri, “Ci siamo attaccati alla tradizione, evitando il provincialismo pensando che tutte le strade portano a casa”.

La nostra passeggiata di gusto inizia con un’entrée di tre assaggi: sfera di parmigiano in gel di cipolla, miniburger con lampredotto, panna acida e wasabi e una spuma di cotechino soffiata con acciughe e sedano; per proseguire con una tartare molto delicata servita con un’insalata di patate, una giardiniera e cialda di mais; per continuare con un midollo accompagnato da una croccantezza saporita che lo veste e dialoga con la sua morbidezza, mostarda di zucca, senape, finocchi e cipolle in giardiniera. Tra i primi abbiamo scelto degli gnocchi di farina di castagne con crema di zucca gialla, limone e porri, dove gli ingredienti a tendenza dolce di stagione sposano la freschezza dell’agrume in un ottimo bilanciamento. Si prosegue con un Rollé di galletto e fois gras, crema di patate, spinacini freschi e crema pasticcera salata, il tutto completato da una crocchetta che gioca sulla consistenza diversa.

Per finire il Ricordo di una crostata di mele con crema chantilly, crumble croccante, granella di nocciola, gel di mela, mela e cannella e cioccolato bianco.

Chi è Juri Zanobini

Un giovane, innamorato del suo lavoro, conclusi gli studi all’Istituto Alberghiero Matteotti di Pisa, prende sempre più sul serio la sua passione e dopo una serie di esperienze lavorative in ristoranti e hotel della Toscana, decide di fare il grande salto, diventando titolare di un ristorante e sceglie il fascinoso borgo medievale di Palaia come sede del suo locale, acquistando quella che era stata realmente l’Antica Farmacia del borgo. Territorio, freschezza degli ingredienti, la tradizione a fare da base e tanta fantasia, tecnica e continui confronti, per reinterpretare i piatti che dalla cucina arrivano sulla tavola. Dopo alcuni anni di esperienze e impegni nell’accogliere e servire un cliente, arrivano i risultati sperati e più che meritati, come responsabile di sala e della gestione dei vini, dell’Antica Farmacia. Grazie anche a brevi stage fatti presso importanti strutture, anche stellate, dalle quali ha cercato di assimilare i segreti e le virtù dell’accoglienza.

Con l’A.I.S., sta completando il percorso che le porterà il titolo di Sommelier Professionista e tanto per non rimanere indietro, sta iniziando a muovere i primi passi per approfondire la conoscenza con le produzioni più pregiate di oli extravergini d’Italia. Frequenta con successo l’IPSAR Matteotti Pisa, e subito dopo, si sposta in terra natia, la Campania, iniziando a lavorare in rinomati locali. Si specializza nella cucina di mare, ma non disdegna imparare i segreti della pasticceria, approfondendo anche questa bellissima arte, poi, ancora, altri ingaggi in Toscana, in altri ristoranti e alberghi.

Con l’Antica Farmacia, tralascia il pesce e inizia un bellissimo lavoro rivolto alle carni e alle verdure, continuando però a realizzare piccoli gioielli dolci, sua seconda passione.

L’ottima sinergia con l’amico e anche compagno di scuola Juri, lo rende un elemento indispensabile per portare avanti un lavoro impegnativo e articolato, come quello messo in atto all’Antica Farmacia. Il territorio delle colline pisane nel quale si trova immerso il borgo di Palaia, si presenta come una vera e propria miniera a cielo aperto in quanto ad approvvigionamento di prodotti cosiddetti a Km “0”, termine spesso usato con troppa facilità, ma che in questo caso si adatta perfettamente all’Antica Far -macia, che quotidianamente, viene rifornita con i migliori prodotti, coltivati o allevati dalle tante aziende agricole disseminate nei comuni adiacenti Palaia. Verdure, animali da cortile, carne bovina selezionata e certificata, salumi, formaggi, e altre delizie di rinomati artigiani del gusto.

I piatti si ispirano alla tradizione ma sono frutto di piacevoli rivisitazioni, prestando sempre gran -di attenzioni al mantenimento organolettico di ciascun prodotto, che deve arrivare nel piatto, integro di tutte le sue migliori caratteristiche alimentari. Senza dimenticare il pane, i grissini e la pasta, che vengono realizzati personalmente dagli chef, utilizzando le migliori farine e il lievito madre.

Naturalezza, grande amore per la materia prima e tecnica. Tutti i prodotti presenti, devono raccontare il territorio, rappresentando appieno la nostra filosofia di cucina.

A cura di Giada Luni

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Osteria Vecchia Noce, l’eredità della tradizione.

Osteria Vecchia Noce

Se si esce dalla città di Pisa, in un frantoio del 1600 all’interno del piccolo borgo medievale, a Nocenei pressi di Uliveto Terme, questo locale offre un’atmosfera elegante, ambita per eventi.

La proposta è una cucina toscana tipica che riscopre anche vecchie ricette sia di mare sia di terra perché Pisa è vicina al mare quanto alla campagna con attenzione alla stagionalità.

Così, a seconda del momento dell’anno si può assaggiare la lepre, il cinghiale e la selvaggina in genere; i funghi porcini della Garfagnana e il tartufo bianco di San Miniato con uno sguardo rivolto a monte soprattutto in autunno mentre avvicinandosi al Natale torna la voglia di mare; se in primavera si riscopre l’orto con le sue primizie, d’estate, nel bel giardino, si sente il profumo del mare. Il locale è ampio sotto le volte a mattone e il pavimento in cotto realizzato all’antica a lisca di pesce come nelle case storiche toscane, molto curate, sessanta coperti con tavoli ben distanziati.

Un tovagliato elegante e semplice con toni neutri tra il beige e il grigio che sulle pareti dà un tocco contemporaneo alleggerendo l’atmosfera; come quel color giallo del portoncino d’entrata.

La storia parte dal 1987 quando, ci ha raccontato l’attuale proprietario e direttore, Alessandro Catarsi, i suoi genitori stavano cercando casa e si sono imbattuti in un luogo che li ha incantati, l’ex Fattoria Noce, nobile famiglia di Pisa con un frantoio del 1600; la proprietà era stata smembrata per un caso di omicidio-suicidio nel1953 avvenuto nella famiglia che deteneva la struttura il cui motto era “Vivere alla giornata”.

Una parte del complesso risale addirittura al 110 ed era il Lazzaretto del Monte Serra, a testimoniare la stratificazione della storia.

Da questo incontro è nata l’idea di aprire un ristorante là dove c’era la villa padronale con una serie di case dei mezzadri e una falegnameria là dove ora c’è il ristorante che il padre di Alessandro ristruttura perché le ristrutturazioni storiche erano il suo lavoro che a quel punto unì alla passione della ristorazione.

Erano gli anni del rilancio della vicina Versilia e dei grandi ristoranti dove Alessandro, seconda generazione, è cresciuto, per prendere poi le redini dell’attività nel 1992.

La cucina attinge alla tradizione italiana rivisitata dove possibile, reinterpretandola o destrutturandola, sempre con l’idea chiara che il cliente deve mangiare e con gusto perché non si perda l’idea iniziale dell’osteria.

Tra i piatti simbolo del locale le Briciole di pane tostato con parmigiano, uovo di quaglia al tegamino, tartufo bianco di San Miniato e Lardo di Colonnata, piatto inventato venticinque anni fa dalla madre.

Ci sono anche la parmigiana di melanzana tra gli antipasti; gli spaghetti con le arselle, i tagliolini al tartufo, fra i primi e il baccalà in un piatto complesso dove viene servito in diverse texture. Il punto di forza è la materia prima: solo carne biologica, pesce rigorosamente del Mar Tirreno della zona, ad esempio dell’isola di Capraia, pasta e dolci fatti in casa.

La cantina, merita, con una selezione di 600 etichette e un’ampia scelta di distillati.

Il progetto per il futuro è di realizzare una Maison d’hôtes con poche camere e una proposta raffinata per consentire all’ospite di vivere un’esperienza immersiva nel luogo.

A cura di Giada Luni

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A Colle Val d’Elsa un percorso di gusto

Colle Val d’Elsa

Colle Val d’Elsa, nota come la città del cristallo, è un borgo toscano a breve distanza dalla più nota San Gimignano. Il suo offuscamento è anche dovuto al fatto che la prima ha avuto tradizionalmente una vocazione industriale, soffocata da altre bellezze circostanti, che la crisi economica ha fatto vacillare.

Il rilancio turistico, anche se ci sono motivi per una passeggiata, non è aiutato dalla gestione e dalla comunicazione del patrimonio locale.

È con questa consapevolezza che ter amici, tre soci, Roberto Svaluto, Tommy Laurino e Gabriele Zeppi hanno dato vita a un gruppo dal nome ambizioso, Élite Group, per promuovere un nuovo concetto di ospitalità.

La filosofia è quella di partire dalle radici, dal territorio, dalla ristrutturazione degli ambienti per tutelare, rivalutare il patrimonio esistente e, soprattutto, renderlo vissuto, secondo le esigenze della contemporaneità.

I numeri sono interessanti perché si tratta di una realtà, con una collaborazione con il Gruppo Rossinelli per la parte alberghiera, che comprende 3 hotel a Colle Val d’Elsa e una serie di ristoranti con una media di 350-400 ospiti al giorno. Possiamo così immaginare una passeggiata nella città alta, il centro storico, che si snoda tra monumenti e ristori, a memoria dell’antica ospitalità medioevale offerta ai pellegrini che qui passavano lungo la Via Francigena.

Il nostro itinerario parte da Porta Nova, in realtà Porta Volterrana, entrando attraverso i bastioni della città dove si trova Portanova Hosteria Enoteca, un ambiente legato nei colori della terra e nei materiali, corten, cotto, pietra a vista, alla tipicità dell’architettura storica toscana e ricavato all’interno delle stesse mura.

Nella sala principale sono ancora visibili le tracce dell’antica via Francigena.

Su una parete il liutaio Damiano Verdiano, artigiano artista, espressione di un mestiere sempre più raro, racconta la storia del violoncello con un’installazione ad hoc, che mostra la nascita dello strumento dall’albero, allo stato di avanzamento fino al prodotto finito.

Tra l’altro la musica è un filo conduttore della ristorazione del Gruppo, scelta con sapienza, a seconda del momento della giornata – pranzo o cena – e deI locale.

Il Portanova si sviluppa all’interno delle mura della città del 1200 distrutte nel 1479 dai Senesi per rivalsa contro Colle Val d’Elsa che parteggiava per i Fiorentini.

Grazie alla ricostruzione successiva, sono ancora visibili i camminamenti, ristrutturati, con una terrazza panoramica da dove ci si affaccia sul Giardino biodinamico realizzato nell’ambito di un progetto che intende partire dalla tipicità del territorio per tutta la parte vegetale.

Nella vecchia cisterna è sistemato un privé nel quale si può ammirare un lampadario che attraversa due piani, e che mostra l’artigianato artistico del luogo, prezioso e leggero grazie alla sua trasparenza non appesantisce gli ambienti in pietra sotterranei.

La cucina di Lorenzo Somigli – poco più che trentenne, un’esperienza maturata in ristoranti stellati e uno stage da Iginio Massari – si rifà alle ricette di una volta con una nota di innovazione e offre sia pesce sia carne.

Nel cuore delle mura dunque la tradizione sposa la creatività con una cantina ben fornita: il focus è sulla Toscana con sottozone che puntano sul territorio di Bolgheri e una bella selezione di bollicine.

La seconda tappa della nostra passeggiata cittadina ci porta all’Hotel San Lorenzo, ex Ospedale della città oggi hotel e 2 ristoranti, quello ricavato nell’ex chiesa dell’Ospedale, la cui grammatica architettonica è ben visibile con tanto di altare, Sopra le mura e quello esterno San Lorenzo Skyline.

Si raggiunge così piazza Canonica dove la chiesa omonima del Mille e le prime case testimoniano l’insediamento urbano originario.

Qui si trova anche la statua del celebre scultore e architetto Arnolfo di Cambio a fare da testimonianza all’identità territoriale. Il complesso Milleluci Dietro le quinte, diretto in cucina da Francesco Gaudino, è un unico concept in due locali, più glamour il primo, e più storico con una terrazza sulle mura, il secondo, dove purtroppo è stato chiuso l’accesso – per disposizione comunale – ai cunicoli che attraverso una grotta collegavano la città e servivano anche da vie di fuga.

Poco distante il Pomod’oro, pizzeria ristorante gourmet, le cui redini sono in mano a Antonio De Luca, in una struttura del Mille della quale non si conosce l’origine, trasformata poi nel secolo scorso in un Atelier del cristallo, quindi in un locale.

La particolarità è la possibilità di scegliere l’impasto con farine tutte biologiche di grani antichi macinate a pietra che possono essere di farina di grano tradizionale, al carbone vegetale, di farro o ai cereali e poi il condimento con un’infinità di combinazioni tra le quali la pizza con foglia oro tra le Speciali.

Ultima tappa in città il Barbagianni Fine Dining, il cui nome ci riporta alla letteratura di Collodi e al Paese dei Barbagianni in Pinocchio, piccolo ambiente, raccolto e raffinato, contemporaneo nello stile minimale, tutto azzurro polvere dove il muro bianco di mattoni a vista e il corten citano la storia di una delle vie più antiche della città.

Un albero illuminato richiama il barbagianni, che lo si ritroverà anche per un finale di dolcezza dove la chioma dell’albero è zucchero filato ricordando anche il piumaggio dell’uccello. Insomma un luogo dove si va per divertirsi e sperimentare, andando oltre i confini e giocando con i sapori del mondo. Valerio Maceroni, chef abruzzese, è davvero bravo e sa unire una grande materia prima a sapiente cura e preparazione e restituendo piatti fantasiosi, complessi ma con una bella riconoscibilità degli ingredienti; non ultimo un’attenzione alla leggerezza.

Sono tre i menu degustazioni che raccontano le tappe di un percorso, Radici, Connubio e Visione, come dire, passato, presente e futuro.

Da citare la cura e la fantasia nella panificazione con una selezione accompagnata da un olio di Pitigliano e dal ‘falso burro’, del lardo con le erbe lavorato come un burro appunto.

Le citazioni potrebbero essere molte ma l’insolita tartare di agnello come amuse bouche e l’animella lavorata con la mandorla colpisce per una semplicità insolita.

Così il diaframma di manzo tra gli antipasti, il gioco del riso servito al cucchiaio in tavola (con una crema di cavolfiore) su un letto di erbe, spezie e fiori che rendono ogni boccone leggermente diverso dall’altro; e ancora il piccione in quattro texture diverse, fino alla piccola pasticceria con un cioccolatino che evoca la Sacher, senza essere una semplice miniatura quanto una suggestione.

La carta dei vini fa una scelta radicale per la selezione nazionale, regalando l’esclusività alla Toscana e ancora una volta prediligendo il territorio di Bolgheri mentre le bollicine, passione della casa, spaziano nel mondo con scelte curiose come un metodo ancestrale della Catalogna; e i vini internazionali che dalla Francia attraversano l’Oceano per poi tornare in Europa.

Uscendo fuori città vale la pena una tappa al Relais della Rovere e al ristorante Il Cardinale, una sala poco sotto il livello del giardino con arredi che ricordano i colori e i simboli ecclesiastici di quella che fu una residenza di Papa Giulio II.

La struttura in pietra con un bel parco gode di una vista sul centro storico e conserva il fascino, anche un po’ austero, del Rinascimento, nel tipico stile sobrio toscano dove l’eleganza non corre la tentazione del lusso.

Il ristorante sotto la direzione dello chef Massimo Giorno, offre una cucina rivolta soprattutto agli ospiti dell’hotel dal gusto internazionale con un’impronta creativa e accompagna la stagione dell’albergo da aprile a fine ottobre.

Tornando in città l’itinerario comprende varie chiese come il Duomo e l’attigua Torre di Arnolfo di Cambio, il Museo Archeologico, il Museo Diocesano, il Museo del Cristallo e l’UMOCA, realtà di arte contemporanea legata all’Associazione Continua.

A cura di Giada Luni

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eccellenze italianeFood & Beverage

Mimi alla Ferrovia, festeggia i suoi 80 anni. Raccontato dalle più prestigiose guide enogastronomiche italiane ed estere e dal The New York Times.

Mimi alla Ferrovia

Al taglio del nastro dell’exhibition “80 e li mostra. La storia, 1943/2023”, con cui si apre l’anno celebrativo, che sarà caratterizzato da otto eventi culturali e enogastronomici, uno per ogni decade

Icona della cultura gastronomica napoletana nel mondo, punto di riferimento delle star nazionali e internazionali che arrivano in città, realtà pluripremiata – persino con il Leone d’oro nell’ambito del Gran Premio Internazionale di Venezia – e iscritta nel registro speciale dei marchi storici di interesse nazionale (dov’è presente come prima e unica attività nel settore della ristorazione), Mimì alla Ferrovia, raccontato dalle più prestigiose guide enogastronomiche italiane ed estere epersino dal The New York Times, festeggia i suoi 80 anni. Una celebrazione importante, sostenuta dalle istituzioni con il patrocinio della Regione Campania e del Comune di Napoli e con la presenza dell’assessore regionale al Turismo Felice Casucci e del Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi al taglio del nastro dell’exhibition “80 e li mostra. La storia, 1943/2023”, con cui si apre l’anno celebrativo, che sarà caratterizzato da otto eventi culturali e enogastronomici, uno per ogni decade.

La nascita e la crescita di Mimì alla Ferrovia, un sogno a cui ha lavorato con grande passione Emilio Giugliano, insieme a sua moglie Ida, sono state raccontate dai protagonisti di questa storia di successo, i cugini Michele senior e Michele junior Giugliano (seconda generazione di Mimì), lo chef Salvatore Giugliano e la responsabilemarketing e comunicazione Ida Giugliano (figli dei due Michele e terza generazione di Mimì). Con loro, il giornalista Luciano Pignataro.

L’inaugurazione di Mimì alla Ferrovia è datata autunno 1943. E in quel momento Emilio non è più solo nella realizzazione del suo sogno. C’è Ida, il grande amore della sua vita. Nell’ottobre 1943 sistemano l’insegna “Ristorante Mimì alla Ferrovia” e fanno lavorare nel ristorante il nipote Michele, un ragazzino di 11 anni, che inizia lavando i piatti in piedi su una cassetta della frutta per arrivare al lavabo e provvedendo ogni giorno all’accensione del forno a carbone. Negli anni Sessanta, a Michele ormai adulto, si affianca il figlio di Emilio, Michele, quindicenne che viene impiegato tra sala e cucina. I due Michele diventano i protagonisti della seconda generazione nella storia di Mimì. Accanto a loro c’è Ida, che senza il suo Emilio, è presente al ristorante dalla mattina presto a ora di pranzo.

Dietro e dentro il successo di Mimì alla Ferrovia ci sono anche Gerardina e Flora, rispettivamente mogli di Michele senior e Michele junior, che hanno sempre sostenuto i loro mariti, riconoscendone il grande sacrificio.

C’è ogni singola persona dello staff di sala e cucina, che diventa famiglia e figura indispensabile (oggi come nel corso degli 80 anni di storia).

C’è Emilio, figlio di Michele junior, che si occupa dell’amministrazione; c’è Ida, che sin da bambina vive questa grande magia, stringendo un legame molto forte con la nonna di cui le viene dato il nome; e c’è Salvatore, il primo chef della famiglia Giugliano, che è dietro l’ideazione, la progettazione, l’elaborazione e la realizzazione dei piatti, andando personalmente ai mercati del Borgo Sant’Antonio Abate e Porta Nolana per la scelta delle materie prime. Ad affiancare Salvatore in cucina c’è la cugina Daniela Emilio. Completa la squadra, la pastry chef Carolina De Caprariis.

“80 E LI MOSTRA. LA STORIA, 1943/2023” E GLI EVENTI CELEBRATIVI

A cura di Ida e Salvatore Giugliano, la permanente “80 e li mostra. La storia, 1943/2023” propone, negli spazi di Mimì alla Ferrovia, 80 Fotografie, riconoscimenti e preziosi cimeli. Viene ripercorsa, con un racconto per immagini, la vita della famiglia Giugliano, la sua storia coronata di sogni e di successi, i personaggi illustri che hanno varcato la soglia del celebre ristorante Mimì. Tempio consacrato della cucina partenopea, luogo iconico che, attraverso il riconoscimento del marchio storico, si proietta verso un futuro infinito per il tramite di Ida e Sasà, che oggi rappresentano la terza generazione. Sapientemente guidati dai rispettivi genitori,

Michele senior e Michele junior, cugini omonimi, che di quel visionario e intraprendente Emilio hanno saputo custodire, preservare e tramandare quella felice intuizione, che dal 1943 oggi, tutti, conoscono con il nome di Mimì alla Ferrovia. Alla realizzazione della mostra hanno lavoratoil team di Emmemedia Agency; l’architetto Pietro Belli, che ha curato il layout; il team di Pio della Volpe(allestimento); il fotografo Roberto della Noce(ottimizzazione materiale fotografico di archivio)-

Con la mostra si apre l’anno celebrativo, nel corso del quale saranno proposti otto eventi, uno per ogni decade. Saranno presentati il docufilm con la colonna sonora di Davide “Tropico” Petrella; il catalogo “80 e li mostra. La storia, 1943/2023”, pubblicato da Iemme Edizioni; ilmerchandising celebrativo “Mimì 80”; il lancio del vino “Mimì 80”; la doggy bag “Mimì 80”, una box per la sostenibilità e l’antispreco e anche per godere della cucina di Mimì a casa. Ci sarà il Premio Mimì assegnato agli allievi della scuola di cucina dell’associazione “Monelli tra i fornelli Onlus”, nata da un’idea del cuoco Luca Pipolo e del pasticciere Ciro Ferrantino, che lavora con i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Nisida. Per la chiusura dell’anno, in programma, una grande festa “Amici di Mimì” con chef stellati ai fornelli.

PERSONE E PERSONAGGI CELEBRI

La storia di Mimì alla Ferrovia è stata costruita nel rispetto della volontà di Emilio di

“offrire a chiunque entri i sapori migliori che si possano mettere in un piatto e  l’accoglienza più calda che si possa lasciare nell’animo”, come si legge in una lettera lasciata ai posteri. A questa volontà si uniscono le doti di grande intrattenitore con un un talento naturale nell’accoglienzagli ospiti di Michele senior. La vera forza di Mimì sono ilegami di amicizia che la famiglia Giugliano riesce a instaurare; sono i ragazzi che tornano raccontando di esserci stati per la prima volta con il nonno o con il papàda bambini; sono le persone che vivono all’estero e ogni volta che tornano a Napoli pranzano e cenano da Mimì, perchè respirano l’aria familiare di casa.

Questo grande amore, questa grande passione, il grande senso di famiglia e di accoglienza, la cura per il cibo e il buon vino (Lettere e Gragnano, portati da Emilio, sin dal primo momento, dalle sue terre) rendono Mimì alla Ferrovia un luogo unico, che viene scoperto e amato da grandi personaggi del mondo dello sport, dello spettacolo, del giornalismo, della politica. Impossibile nominarli tutti, ma volendo fare una carrellata sugli 80 anni di Mimì alla Ferrovia, ecco tra i clienti abituali Diego Armando Maradona, il primo presidente della repubblica italiana Enrico De Nicola, Gianni Agnelli, Totò (che quasi dopo ogni spettacolo cena da Mimì), Eduardo e Peppino De Filippo e poi, in ordine sparso, Federico Fellini, Luciano De Crescenzo, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Thomas Harris, Luca Cordero di Montezemolo, Lapo e John Elkann, Edwige Fenech,Enzo Biagi, Michael Schumacher, Jean Todt,Giancarlo Fisichella, Christian De Sica, Giancarlo Giannini, Lucio Dalla, Peppino Di Capri, Gianni Morandi, Pooh, Paolo Villaggio, Sabrina Ferilli,Mamhood, Laura Pausini, Yul Brynner, Bud Spencer,Giulio Andreotti, Carlo Azeglio Ciampi, SilvioBerlusconi, Bono Vox, Robert De Niro, Sting, Tony Servillo, Cesare Cremonini, Malika Ayane, Sergio Castellitto, Bon Jovi, Coez, Cancultta, Kate Perry, Ken Follett.

I PIATTI ICONICI

Il peperone ‘mbuttunato di Mimì alla Ferrovia è leggenda. A sua maestà il peperone ‘mbuttunato, si uniscono altri piatti molto amati dagli ospiti: taco bao con genovese e mayo alle alici di cetara; alici ripiene, provola, zucchine alla scapece e mayo al wasabi; ziti, lardo mantecato, pomodori gialli, datterini confit e pecorino; polpo verace scottato, scarola e salsa kimchi; pastiera napoletana.

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Food & Beverage

“L’esordio vincente 2024” di Doctor Wine a Chianti Classico Riserva Ruello 2019.

Doctor Wine a Chianti Classico Riserva Ruello 2019

Il Chianti Classico Riserva Ruello 2019 di Boschetto Campacci vince il premio “L’esordio vincente 2024” di
Doctor Wine. Il riconoscimento è stato consegnato al patron Luigi Frascino dal giornalista enogastronomico di fama internazionale Daniele Cernilli durante la presentazione della guida essenziale ai vini d’Italia 2024 il 5 ottobre 2023.


Il Chianti Classico Riserva Ruello, etichetta di Boschetto Campacci, azienda agricola di Castelnuovo Berardenga di proprietà dell’imprenditore veronese Luigi Frascino, conquista il premio dedicato a un vino uscito sul mercato per la prima volta con un risultato straordinario e ha voluto riconoscere la qualità del prodotto, nato dalla combinazione delle doti imprenditoriali di Luigi Frascino e della competenza ormai nota a livello globale dell’enologo Riccardo Cotarella, affiancatosi a Frascino nel 2016.
“Boschetto Campacci nasce da un sogno e oggi questo importante premio mi permette di dire che sono riuscito a esaudirlo e farlo con il cuore” commenta Luigi Frascino, fondatore del Gruppo Frascino. “Sono molto orgoglioso di questo riconoscimento, soprattutto al debutto di questo vino che rappresenta per me
l’unione di passione e tenacia, competenza e lavoro di squadra. Il premio rappresenta per noi una sfida a
mantenere e migliorare i nostri prodotti nei prossimi anni per offrire sempre più un vino di qualità, valido
rappresentante nel mondo dei profumi e dei sapori della terra toscana”.


Il Gruppo Frascino è una realtà che offre servizi finanziari in molteplici settori di business raggiungendo
Asset Under Management a 3.7 miliardi.

Del gruppo fanno parte Credit Network & Finance – uno dei principali Special Servicer indipendenti sul mercato italiano, specializzata nel recupero e nella gestione del credito e nell’acquisto di NPL in ambito bancario; Italo Sicav che ad oggi gestisce 4 fondi di investimento e 3.7 miliardi di GBV, la società di real estate FF Building, Ejanina (realtà specializzata nel Back Office), la società tra Avvocati Arcus, la società agricola Boschetto Campacci e Campobase s.r.l., veicolo di investimento construction e real estate partecipato da primaria SGR immobiliare.

A cura di Giada Luni

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Food & Beverage

Nobu a Milano sposa la sostenibilità nell’eleganza. Con l’Orto di Mimì arriva il chilometro zero.

nobu e l'orto di mimi

Da Nobu Milano il menu abbina ai classici Nobu Style le creazioni dell’Executive Chef Antonio D’Angelo che ha di recente curato un menu omakase che ripercorre proprio i suoi piatti signature, unendo tradizione e innovazione senza sbilanciamenti, aprendosi alle influenze dei sapori del mondo.

È il caso del Sashimi di branzino marinato in alga kombu con prosciutto serrano e pomodoro camoneo i Ravioli di wagyu con cipolle caramellate, salsa di pera nashi e burro tartufato.

A questo percorso si affiancano quello stagionale e quello vegetariano.

Rimanendo in tema di stagionalità, interessante l’iniziativa l’Orto di Mimì, l’azienda agricola fondata proprio dallo Chef Antonio e che partendo dall’ambizioso progetto di coltivare il wasabi necessario a soddisfare la richiesta del ristorante è diventato il vero fornitore di tutte le verdure di Nobu Milano, e non solo. Un vero orto a km zero che fornisce il ristorante con un controllo quindi massimo sulla qualità.

Nobu Milano e L’Orto di Mimì Dopo anni di importazioni da Londra di wasabi e altre verdure giapponesi, hanno deciso di investire per creare un orto qui in Italia che rifornisse Nobu Milano.

Uno dei principali motivi di questa decisione è stato sicuramente il fatto che così le verdure non dovessero soffrire del trasporto e, inoltre, anche per evitare i costi di quest’ultimo, sempre elevati e più lunghi con l’arrivo della pandemia.

L’obiettivo è di arrivare all’80% di prodotti provenienti dall’Orto di Mimì utilizzati da Nobu.

L’orto si trova in provincia di Brescia a Castelmella con quattro ettari di terreno di cui un ettaro di uliveti, un ettaro dedicato agli animali – di cui si useranno solo le uova – e i restanti due ettari destinati per metà a serre e l’altra metà a campo aperto.

Il punto focale sarà il Wasabi inizialmente, per la cui coltivazione è stato installato un sistema innovativo, che utilizza il sistema di acquaponica – una specie di piscina di 40 cm dove viene innestata innesti la pianta in acqua e viene regolata la temperatura.

Con questo sistema coltiviamo anche lo spinacino e la foglia di shiso, ma soprattutto wasabi.

Ci vogliono minimo due anni per avere ottenere la radice senza elementi chimici. In compenso, viene utilizzato tutto della foglia, dallo stello alla radice, che ogni sei mesi viene raccolta e sostituita.

Non siamo ancora certificati, ma siamo biologici, in quanto non utilizziamo nessun tipo di agente chimico. Il tema di sostenibilità è ritenuto fondamentale, con un circolo chiuso della cosa più essenziale per agricoltura: acqua. L’acqua corrente – continua, immessa in un laghetto, viene depurata ed utilizzata per l’irrigazione e la quantità che “avanza” viene immessa nel pozzo. Inoltre, gli animali (galline e capre) si nutriranno solo di avanzi delle verdure.

L’orto contempla una gamma di cinquanta tipi di verdura che includono daikon, zucca di Hokkaido, mandorla morbida, foglia di shiso, edamame, negi, yuzu, mitzuna e spinaci giapponesi. In laboratorio si ricavano altri prodotti, trasformando queste materie prime come, per esempio, moshi e miso di zucca.

Non mancano anche le verdure locali come pomodori, olive, peperoni, melanzane italiane (e giapponesi) e anche la produzione d’olio. Inoltre, con oltre 2000 piante è stato realizzato un frutteto sperimentale per la coltivazione di varietà antiche, da utilizzare per la realizzazione di prodotti unici in stile e tecnica Giapponese – otto varietà di kaki per hoshigaki e miso, mandorle da latte, prugna viola per humeboshi e prugna rosa per aceto e mirin.

Per quanto riguarda Emporio Armani Caffè e Ristorante, infine la cucina dello Chef Ferdinando Palomba accompagna le stagioni con creazioni dedicate e quindi con l’arrivo dell’Autunno porterà a breve delle novità in carta e sarà un’occasione per tornarci.

Giada Luni

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Food & Beverage

Hausbrandt, il caffè che compie 130 anni.

Hausbrandt

La casa di produzione Hausbrandt festeggia i 130 anni e rinnova il suo legame con la città di Trieste, conosciuta non solo come città del vento, ma anche come città del caffè e dei caffè.

Il capoluogo friulano fa intatti da contraltare all’operosità della regione con la sua passione per il mare e il suo indugiare nei caffè, simbolo culturale di un mondo in parte perduto.

A Trieste è stata aperta nel 1748 la prima caffetteria e da lì molte altre tanto da poterne disegnare un itinerario come racconta il catalogo H&TS, Hausbrandt e Trieste – Cultura e commerci mitteleuropei 1892-2023, pubblicazione edita da antiga edizioni in occasione di una mostra al Salone degli Incanti sulle Rive Triestine in programma fino al 22 ottobre 2023 per celebrare un compleanno importante.

L’esposizione racconta il rapporto intimo, con un apparato fotografico di grande respiro tra il famoso marchio del e la sua città natale, luogo dell’anima e la cultura mitteleuropea. Trieste è una città di confine insieme nordica e mediterranea e quest’amalgama trova proprio nei caffè la sua espressione.

L’esposizione non è che la testa d’ariete di un progetto che coinvolge la città anche nella prospettiva della realizzazione di una sorta di cittadella targata Fondazione Hausbrandt, non solo legata al caffè.

La mostra è visitabile nella sede dell’ex Pescheria Centrale costruita nel 1913 affacciata sul porto dalle cui vetrate entra la vita esterna per allestire l’esposizione che diventa una sorta di viaggio nel tempo e nello spazio a cura dell’architetto Luciano Setten. L’evento, promosso dalla Fondazione Hausbrandt, con la co-organizzazione del Comune di Trieste, il Patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia e della città di Treviso, intendericostruire il lungo, straordinario percorso del famoso marchio del caffè presente in 90 Paesi del mondo.

La mostra traccia un percorso storico mostrando l’intuizione dell’azienda sul valore della pubblicità ante litteram nell’evoluzione dell’azienda e segue nei decenni l’evoluzione del gusto e dello stile del comunicare. Così grandi personalità, come quella del pittore e cartellonista Leopoldo Metlicovitz, dei pubblicitari Luciano Biban e Robilant e dello studio Demner Merlicek & Bergmann, diventano tra i protagonisti del racconto.

Il viaggio in mostra comincia con 10 bozzetti e la barchessa di Metlicovitz del quale è esposto anche un manifesto sul cui retro la sua firma e alcune indicazioni e dagli anni della Bella Époque si arriva fino ai giorni nostri.

Accanto alla cartellonistica anche i sacchi del caffè, le macchine e i macinini con un’attenzione alla tecnologia che ha da sempre caratterizzato questo marchio e che, ancora una volta, sposa lo stile della città che trova nell’innovazione uno dei suoi motori principali.

Seguendo il corso degli anni troviamo che giànegli anni della Bell’EpoqueHausbrandt aveva utilizzato réclame innovative e soluzioni grafiche precorritrici, come il disegno del turco che sorseggia caffè e alza tre dita a sottolineare tre parole,”Specialità Caffè Hausbrandt”, per l’epoca una trovata decisamente moderna.

Da non dimenticare la famosa campagna del 1910 con i cosiddetti “Vecchietti”, debitori del realismo romantico ispirato dallo statunitense Norman Rockewll e ancor oggi uno dei segni grafici più riconoscibili dell’azienda che tutti abbiamo in mente.

Negli anni immediatamente seguenti chela prima industria italiana di torrefazione inizia a collaborare con alcuni dei più importanti artisti impegnati anche nella grafica pubblicitaria, tra cui il triestino Leopoldo Metlicovitz considerato tra i padri del moderno cartellonismo italiano.

In mostra alcune delle sue prime pubblicità Hausbrandte soprattutto i bozzetti originali per la realizzazione di un fondale e di un’insegna di Casa Hausbrandt a Trieste, con anche la ricostruzione scenografica di questa lunga quinta, sulla base delle indicazioni lasciate dello stesso artista a corredo dei bozzetti, la barchessa appunto.

Non si può trascurare la Moka Hausbrandt e le sue diverse trasformazioni, il logo ancora oggi simbolo forte dell’azienda. È Luciano Biban, veneziano di nascita e friulano d’adozione, nato nel 1935 e scomparso a soli 33 anni, a dare vita nel 1967, partecipando ad un bando di concorso, alla “coccuma umanizzata”che resterà nella storia della comunicazione italiana e diverrà identificativa del piacere del caffè di qualità Hausbrandt.

Nel 1980 sarà poi Robilant Associati a far evolvere l’iconico logo, ancorando la Moka a un rettangolo che la definisce meglio, rendendo più grafico e meno pittorico il segno, inserendo i colori – il rosso e il giallo – che hanno contraddistinto il marchio Hausbrandt nel mondo.

Quindi, quindi vent’anni dopo, nel 2019 è stata l’Agenzia Demner, Merlicek & Bergmann di Vienna, fondata nel 1969, a impegnarsi nel restyling del logo e del sistema comunicativo dei prodotti.

La Moka diventa allora nera e stilizzata ma gli elementi di base rimangono il lettering di taglio obliquo e la moka, con l’essenzialità di uno stile puro e minimale. Infine Martino Zanetti ha festeggiato i 130 anni dell’Hausbrandt intervenendo personalmente sul logo colorato e ammiccante delle origini, nella rivisitazione di Roibilant.

La preziosa pubblicazione, accattivante anche in termini grafici, un percorso turistico nella città attraverso i caffè.

A cura di Giada Luni

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Peck, l’aperitivo meneghino in Versilia.

Peck Forte dei Marmi

A Forte dei Marmi il nuovo aperitivo è targato Peck, un simbolo della gastronomia milanese, che si sta facendo conoscere e apprezzare sulle ‘sabbie nobili’ del litorale toscano, con alcuni piatti signature del marchio e una ricerca del territorio.

Questo sembra il binomio vincente per un luogo dove il richiamo è legato soprattutto al vino, segnatamente quello dei cugini francesi, e ad alcuni prodotti di nicchia esclusivi, quali caviale e bottarga come anche alcuni salumi spagnoli di livello molto alto, come ci ha raccontato la nuova Direttrice Silvia Altini, originaria di San Miniato, in provincia di Pisa, studi tra Firenze e Parigi, interprete parlamentare appassionata alla ristorazione e un’esperienza alle spalle molto variegata tra l’Italia, la Francia e la Spagna.

Tra le particolarità l’apertura del cosiddetto Bistrot dei Poliziotti a Parigi, menzionato anche nei libri di Georges Simenon, nel primo arrondissement, accanto al Ministero degli Interni e a due passi dall’Eliseo.

Tornata così ‘a casa’, vuole unire il tocco internazionale al sapore del territorio, specializzandosi da una parte nella ricerca di prodotti non facilmente reperibili, a partire dai formaggi d’Oltralpe, e dalla reinterpretazione di piatti della tradizione che nessun fa più a casa sebbene abbia il piacere di ritrovare, soprattutto in vacanza.

È il caso della zuppa frantoiana, tipica dell’interno, delle polpette al sugo o del sugo di pesce, la Trabaccolara.

Nel dehors del negozio, arredato alla fortemarmina, stile essenziale, un prolungamento della spiaggia con sedute in legno e tessuti a righe bianche e gialle, i colori di Peck, tavoli bassi e un’atmosfera rilassata e informale, l’appuntamento è dalle 18 alle 21.

L’idea è di creare un punto di incontro, di scambio di idee e di discussione sul mondo del cibo, una sorta di salotto di degustazione. Il pubblico è vario tra italiani e stranieri e anche giovani sopra i 25 anni ma qualche giovanissimo comincia ad avvicinarsi a un buon bicchiere.

Gli stranieri acquistano soprattutto il vino e i prodotti di lusso, mentre i villeggianti approfittano anche della tavola calda con gli immancabili piatti che hanno reso Peck noto come il roastbeef, l’insalata russa, il vitello tonnato e nuove ricette adatte all’ambiente marino.

Tipicamente l’aperitivo offre tre bollicine in degustazione, un prosecco, uno spumante e uno champagne; due bianchi, uno nazionale e uno francese e un pinot nero, rosso che si beve bene anche con temperature più elevate (con un prezzo dai 10 ai 25 euro.

Accompagna il bicchiere il tagliere di salumi e/o formaggi con scelte originali (15 euro) e in alternativa il panino Cristallo, una sfoglia sottile e croccante, soluzione gourmet sur le pouce, con Camembert e verdure grigliate, o vitello tonnato ad esempio. Fiore all’occhiello dell’offerta Extebarri Chorizo fatto con presa e Secreto Joselito, interpretazione di una delle creazioni tipiche del chorizo Joselito basata sulla ricetta che si preparava nelle cascine della valle di Atxondo.

Preparato da Extebarri- un Asador, ovvero un grigliatore considerato il primo al mondo, ritenuto dalla classifica 50 best il quarto ristorante al mondo – con Presa e Secreto Joselito ed una novità, il primento chorizero varietà Gernika in sostituzione della paprika.

Una preparazione complessa per un insaccato di maiale che richiede alcune settimane di stagionatura. Per chi vuole una bottiglia la scelta è ampia e curiosa e i prezzi sono quelli dello scaffale.

Il prossimo inverno l’esercizio commerciale resterà aperto con due giorni di chiusura settimanale – il lunedì e il martedì – e aprirà solo su richiesta per aperitivi e incontri.

A cura di Giada Luni

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