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Giovanni Paolo II e la Polonia, la spina nel fianco dell’imperialismo russo.

Giovanni Paolo II

Per un mese la Polonia è stata tormentata da pubblicazioni denigratorie e manipolatorie, che asserivano che Karol Wojtyła – Giovanni Paolo II nascondesse la verità sui pedofili nella Chiesa di Cracovia.

Nel sottotesto, dovrebbero anche “confermare” che già come Papa si è fatto portavoce dalla giustizia contro tutti gli autori del male.

Naturalmente, tutto questo è stato costruito sotto lo slogan della difesa delle vittime della pedofilia sacerdotale, anche se in realtà nessuno degli aggressori di Wojtyła non si preoccupa in alcun modo del benessere delle vittime stese.

Agli attacchi a Wojtyła seguirono quelli al suo grande predecessore e mentore, il principe costante della Chiesa polacca, il cardinale Adam Stefan Sapieha. Le stesse persone che non sono riuscite infangare il Papa polacco in più di quarant’anni nei quali ricopri vari ruoli sino al papato, ora stanno cercando di distruggere la sua memoria e minare la sua santità. Le stesse persone che non sono riuscite a trattare fisicamente con il cardinale Sapieha settant’anni fa stanno cercando di gettargli del fango postumo per distruggere il ricordo del suo atteggiamento e dei suoi successi.

L’affidabilità e la dovuta diligenza nella raccolta dei materiali di partenza e la loro preparazione per la pubblicazione sono tra i canoni dell’etica giornalistica. Purtroppo, gli autori di pubblicazioni che attaccavano Giovanni Paolo II e i valori polacchi non hanno soddisfatto minimamente il compito di affidabilità e diligenza, invece di cercare di presentare la verità, hanno servito ai lettori un cocktail di calunnie, eufemismi e falsificazioni, che non aveva niente a che fare con la verità. Vale la pena, quindi, organizzare almeno un po’ le informazioni presentate dai media, e soprattutto mostrarne i contesti reali.

Ma vale anche la pena prestare attenzione al contesto, che salta subito all’occhio dopo aver analizzato la sequenza di eventi descritta. Questa operazione mediatica e propagandistica non è solo un attacco alla Chiesa e al Decalogo. In effetti, abbiamo a che fare con un attacco alla Polonia, provocatorio e coerente sostenitore dei principi che sono alla base della Comunità europea. Si tratta di un’altra forma e fase della guerra ibrida con la Polonia e del sistema di valori che guida e plasma i polacchi. E l’impatto su questi valori polacchi in questo momento non è casuale, perché le elezioni in Polonia sono dietro l’angolo e il limite del ricatto con il rifiuto di stanziare fondi dal KPO si è chiaramente attenuato.

Una sorprendente coincidenza di tesi “indipendenti”.

Quasi contemporaneamente, anche se apparentemente indipendenti l’una dall’altra, sono apparse in circolazione due pubblicazioni, volte a sminuire sia la figura ecclesiastica di san Giovanni Paolo II il Grande, sia a colpire così uno dei capisaldi più importanti dell’identità polacca contemporanea e sovranità. Come se tra l’altro colpissero l’intera Chiesa cattolica, i cui valori sono alla base dell’identità e dell’etica della Comunità europea, dalla quale i funzionari di sinistra cercano di eliminarli da almeno una decina di anni.

Certo, Marcin Gutowski nel reportage “Franciszkańska 3” ha condotto la narrazione in modo leggermente diverso rispetto a Ekke Overbeek nel libro “Maxima culpa. Giovanni Paolo II sapeva”, ma le figure più importanti, le tesi principali delle due pubblicazioni sono praticamente identiche. Il reportage di Marcin Gutowski si concentra maggiormente sugli attacchi allo stesso Karol Wojtyła, mentre la pubblicazione di Ekke Overbeek si inquadra in un contesto molto più ampio (il libro ha poco più di cinquecento pagine), ma i colpi sono diretti proprio allo stesso bersaglio: San Giovanni Paolo II il Grande.

Nel suo reportage, Marcin Gutowski costruisce un’atmosfera suggestiva di malvagità con il gioco di luci sommesse e musica oscura, ed Ekke Overbeek va ancora oltre nel suo attacco, perché colloca il suo tentativo di disgustare Giovanni Paolo II in un contesto più ampio, ad es. sullo sfondo di un presunto caso avvenuto nella città natale di Karol Wojtyła.

È un dato di fatto che lo Sławek di Wadowice descritto da Overbeek esista, ma sostenere la tesi che Wojtyła sia responsabile della sua drammatica esperienza di abuso eccezionale anche nella scala di altre manipolazioni di questo autore. Il caso del citato risale al 1980, quando Karol Wojtyła era già Papa Giovanni Paolo II. Pertanto, non avrebbe potuto coprire questo atto di pedofilia. Anche qui la tesi sulla difesa delle vittime non è giustificata, perché qualche anno fa questo caso è stato chiuso con l’ammissione di colpa e le scuse del sacerdote.

Ma colpire Wadowice, città natale di Karol Wojtyła è proprio una procedura così vile che costituisce l’atmosfera cupa dell’intera storia di Overbeek. La dipinge come la terra oscura dell’infanzia di Karol Wojtyła, dove la pedofilia sacerdotale si annida non tanto dietro l’angolo, ma nel cuore stesso della città. Inoltre, sulla base di casi individuali, Overbeek cerca di creare un quadro olistico. Questo tentativo di decostruire l’immagine sentimentale di “Papieskie Wadowice” è senza dubbio una procedura deliberata di questo autore volta a indebolire l’intera immagine calda e positiva del Papa polacco.

Come se i suddetti due aggressori non bastassero, Artur Sporniak, giornalista di “Tygodnik Powszechny”, si è unito alla campagna anti-Wojtyłów-anti-Sapieha – probabilmente un po’ alla cieca, solo per farsi conoscere. Con il suo impegno, ha fatto sprofondare una rivista apprezzata come un periodico equilibrato e fucina di opinione.

Wojtyła lo sapeva… e ha ribattuto

La tesi principale sia del rapporto di Marcin Gutowski che del libro di Ekke Overbeek è l’insinuazione che Karol Wojtyła fosse a conoscenza del comportamento riprovevole dei sacerdoti descritto in questi materiali e non abbia fatto nulla al riguardo, non abbia impedito che tutto ciò accadesse. Questa tesi è fondamentalmente falsa e malvagia, e le fonti citate nel reportage e nel libro dimostrano esattamente il contrario di quanto vorrebbero gli autori di queste elucubrazioni mediatiche.

Questi autori hanno basato le loro argomentazioni su informazioni utilizzate in modo molto selettivo delle fonti provenienti dalle risorse archivistiche dell’Istituto della Memoria Nazionale, riguardanti i casi dei sacerdoti Józef Loranc (atti osceni nei confronti delle ragazze) ed Eugeniusz Surgent (corruzione di ragazzi), e sulla presunta pedofilia di p. . Bolesław Saduś, che hanno interpretato, o piuttosto sovra interpretato, dai file dell’archivio.

In seguito al “colpo” di questo reportage e pubblicazione del libro, la persona del cardinale Adam Stefan Sapieha è stata attaccata in modo simile, suggerendo in un’ipotesi costruita su false premesse che avesse anche tendenze pedofile. E ammesso che, essendo stato mentore di Karol Wojtyła, quest’ultimo abbia consapevolmente nascosto casi di pedofilia nella Chiesa di Cracovia.

 Nel frattempo, i casi dei sacerdoti Loranc, Surgent e Saduś sono stati descritti per la prima volta in Rzeczpospolita dagli editori Tomasz Krzyżak e Piotr Litka. L’analisi dei file raccolti nelle risorse dell’Institute of National Remembrance ci consente di ammettere che questi autori lo hanno fatto in modo affidabile e hanno condotto il loro lavoro con molta attenzione e precisione. Hanno mostrato in modo conclusivo, sulla base di una raccolta cronologica di informazioni di origine su p. Loranca e p. Surgent che Karol Wojtyła subito dopo aver rivelato il comportamento depravato di questi ecclesiastici, ha preso nei loro confronti misure disciplinari e punitive nella misura che aveva a sua disposizione come Arcivescovo Metropolita di Cracovia.

Il caso di p. Loranca

ìFr. Loranc, fu sacerdote dell’arcidiocesi di Cracovia e quindi subordinato diretto del cardinale Karol Wojtyła, fu trattato dal metropolita con tutta la severità prevista dal Codice di diritto canonico del 1917, allora in vigore, privato dei poteri sacerdotali e inviato per cure psichiatriche. Senza possibilità di procedimento penale, la Curia ha anche provveduto a portare il sacerdote davanti a un tribunale laico.

Quando gli agenti di sicurezza lo hanno scoperto, hanno arrestato p. Loranc in isolamento nel monastero cistercense di Mogiła. Dopo aver scontato una pena detentiva abbreviata per amnistia in occasione del 30° anniversario della Polonia popolare e aver ricevuto cure, p. Loranc ha lavorato come assistente amministrativo in una parrocchia a Zakopane, e successivamente – dopo la riammissione del suo sacerdozio come cappellano dell’ospedale di Chrzanów. Nel periodo successivo alla riammissione non fu riscontrato nessun cattivo comportamento da parte sua.

Il caso di p. Surgente

Considerando che p. Surgent lavorasse nell’arcidiocesi di Cracovia, era sacerdote dell’arcidiocesi di Lviv con sede a Lubaczów, quindi spettava al superiore competente punirlo. Karol Wojtyła lo rimosse dalla Metropoli di Cracovia (si congedò e gli negò il diritto al ritorno, cioè lo espulse dall’arcidiocesi).

È anche noto che l’allora amministratore di Lubaczów, bp. Jan Nowicki ha attirato l’attenzione sulla scorrettezza delle sue pratiche e gli ha ordinato di interromperle. Fr. Surgent ha anche scontato una pena detentiva, ma dopo aver scontato la condanna non fece rientro nella sua diocesi (è stato dopo la morte del vescovo Nowicki) ma ha iniziato il suo ministero in Pomerania, nella diocesi di Koszalin-Kołobrzeg e successivamente Pelplin. Fr. Surgent il fatto che l’SB lo abbia reclutato come suo collaboratore segreto sotto lo pseudonimo “Giorgio”.

E quando, dopo qualche mese, osò rifiutare questa collaborazione, la polizia segreta decise che per la sua immoralità avrebbe fatto più male alla Chiesa come prigioniero che come perseguito per pedofilia. Tale era la moralità dei presunti difensori odierni delle vittime della pedofilia.

Il caso di p. Saduś

Riguardo a p. Saduś, la presunta forma per nascondere le sue tendenze inappropriate era mandarlo all’estero per lavori scientifici. Gli editori Tomasz Krzyżak e Piotr Litka hanno mostrato nella loro pubblicazione che in questo caso non ci sono informazioni documentate che avesse preferenze pedofile. Ci sono solo accuse di presunta relazione con una donna o di rapporti con giovani uomini, cosa non severamente vietata dalla legge. È interessante notare che questi messaggi non sono stati confermati dalle osservazioni del servizio di sicurezza, il cui p. Saduś è stato un collaboratore segreto per molti anni sotto gli pseudonimi “Brodecki” e “Kanon”. La delegazione con la quale p. Saduś ha lavorato  all’estero è stato considerato un successo dai servizi di sicurezza, considerando la sua intelligenza, presupponendo che sarebbe stato un agente ancora più utile all’estero che in patria. A causa di supposizioni giornalistiche, che Wojtyla “ha permesso a p. Saduś una rapida fuga all’estero”, vale la pena notare che ha impiegato almeno un anno per andare all’estero. Inizialmente doveva essere un viaggio negli Stati Uniti, poi in Germania, alla fine è stato concordato che il luogo di insediamento e lavoro scientifico in una piccola città di Gaubitsch situata a circa 50 km da Vienna.

Pertanto, le informazioni fornite da Gutowski e Overbeek sul presunto scandalo che ha coinvolto p. Saduś dovrebbe essere collocato tra le fiabe olandesi. Sfortunatamente, nessuno dei difensori del diritto alla libertà di scelta delle preferenze sessuali o dei diritti dei gruppi LGBT si è fatto avanti in difesa di p. saduś

Alla ricerca del “male” a tutti i costi

Dietro le tesi non confermate dell’articolo sulla presunta pedofilia di p. Saduś tra gli altri, il giornalista del portale “naTemat”, Jakub Noch, il quale ha riferito che in una lettera ufficiale all’arcivescovo di Vienna, cardinale Franz König, Karol Wojtyła non ha scritto nulla sulle tendenze pedofile di p. Saduś. Quindi, secondo questo giornalista, è rimasto in silenzio. Il problema è che questo tipo di informazioni, anche se fosse probabile, non verrebbero inviate per posta ufficiale. E poiché p. Saduś non era un pedofilo, non c’era motivo di muovergli accuse così false. Così, un altro giornalista per la via più facile formula una tesi tanto drastica quanto falsa e non supportata da alcuna prova. Wojtyła non ha taciuto nulla, perché non si era nulla da tacere.

Tuttavia, questa “pseudo-inchiesta” giornalistica austriaca ha anche il suo secondo fondo, e il suo scopo è quello di suggerire azioni ambigue di Karol Wojtyła in un’area diversa. Ecco p. Saduś sarebbe stato un “banchiere” del cardinale Wojtyła, che conservava i suoi fondi in valuta estera ottenuti da fonti estere. Il problema è che la polizia segreta avrebbe informazioni precise sulle entrate e uscite private del cardinale, e non c’è ragione di credere che ne avesse una conoscenza così precisa.

Coloro che sono interessati a una descrizione dettagliata della sorte dei predetti sacerdoti possono fare riferimento agli affidabili ed esaurienti articoli di Tomasz Krzyżak e Piotr Litka in Rzeczpospolita.

Continuazione della manipolazione della sicurezza

Un grado di manipolazione molto più elevato caratterizzato dal caso della presunta pedofilia dell’arcivescovo Adam Stefan Cardinal Sapieha. Questo aspetto della campagna contro la Chiesa di Cracovia e Karol Wojtyła è stato scatenato dal sito web da “Gazeta Wyborcza”, dando così una chiara prova del coinvolgimento anti-polacco. I giornalisti di questo testata hanno fatto riferimento nel loro materiale a “due inchieste giornalistiche indipendenti” … Ekke Overbeek e Marcin Gutowski, sebbene il libro non fosse ancora stato pubblicato e il reportage non fosse stato trasmesso.

A questa narrazione si è unito con entusiasmo il suddetto giornalista di “Tygodnik Powszechny”, che non ha nemmeno tentato di verificare le “rivelazioni” annunciate.

L’inaffidabilità giornalistica in questo caso si sovrappone ai tentativi fatti dalla polizia segreta più di settant’anni prima di falsificare materiali contro il Principe Costante. Difficile credere che sia solo una coincidenza.

Le informazioni e gli estratti dei materiali dell’UBC nel “caso” di Sapieha, ritagliati fuori contesto, sono stati forniti ai giornalisti dalla professoressa Joanna Tokarska-Bakir dell’Università di Varsavia, che probabilmente li ha anche dati per scontati. E il modo di ottenere e utilizzare queste informazioni da parte dei giornalisti, in assenza di ogni tentativo di verifica, mostra le norme, o meglio contro le norme che guidano gli aggressori di San Giovanni Paolo II.

Degenerati, agenti, agenti segreti e loro discendenti

Gli antieroi più importanti di questa storia sono p. Anatol Boczek, un agente della polizia segreta di lunga data soprannominato “February”, un uomo altamente degenerato, che la polizia segreta trattava con riserva e disprezzo come una fonte inaffidabile, e il suo ufficiale principale, Sez. UB Krzysztof Srokowski. La tragica vittima del caso è la figura di p. Andrzej Mistat, una volta, tra gli altri. vicario a Wadowice papale (1960-1963). Perché la persona di p. Andrzej Mistat è così importante qui? Nell’immediato dopoguerra fu segretario particolare dell’arcivescovo metropolita Sapieha.

Fr. Anatol Boczek, che odiava il cardinale Sapieha, nelle sue denunce inventava informazioni sui presunti eccessi sessuali del gerarca contro seminaristi e giovani sacerdoti. Questa informazione non è stata supportata da altre fonti, sebbene la polizia segreta, preparandosi negli anni ’40 per un processo con l’arcivescovo di Cracovia, abbia diligentemente raccolto tutte le accuse e le accuse, anche le più piccole. Leggendo le relazioni di p. Boczek, si può avere l’impressione che trasmettesse ai funzionari comunisti immagini delle sue fantasie irrealizzate e delle sue inclinazioni perverse. Per Ekke Overbeek, queste denunce di Boczkowski sono bastate per il verdetto dei media su Sapieha e Wojtyła. Marcin Gutowski e Artur Sporniak denunce di p. Hanno anche trattato seriamente Boczek, ma probabilmente a causa della valutazione morale dell’informatore (alcolizzato, degenerato sessuale, agente di sicurezza e uno degli zelanti partecipanti al movimento comunista, il cosiddetto “preti patrioti”) ha preferito riferirsi alla “copia di testimonianza” di p. Andrzej Mistat, riportando circostanze simili, ma trascritte in maniera procedurale.

I giornalisti di “GW” e “TP” presumevano che la testimonianza dovesse essere resa nel cosiddetto il processo alla Curia di Cracovia, svoltosi nel 1953, non badando al fatto che in realtà è datato 10 agosto 1949 e nell’originale doveva provenire dagli atti del processo riguardante la collaborazione di p. Mistat con l’Associazione “Libertà e Indipendenza” nel 1945 e i suoi contatti con il generale Władysław Anders a Roma.

Il problema è che questa testimonianza di p. Di Mistat si conosce solo una copia, e dell’originale non è stata trovata traccia negli atti del processo a p. Mistata, o in qualsiasi altro materiale testato. Naturalmente, esiste la possibilità che un tale originale sia esistito, ma sia stato escluso dalla polizia segreta per altri fascicoli investigativi o operativi. Crudelmente maltrattato e brutalmente spezzato nelle indagini, p. Andrzej Mistat potrebbe persino firmare un documento del genere sotto dettatura della polizia segreta. La probabilità di un tale corso di eventi può essere messa in dubbio solo da chi non è passato attraverso le casematte della polizia segreta.

Tuttavia, a giudicare dalla descrizione dei comportamenti sessuali contestati all’Arcivescovo e dalla quasi esatta coincidenza di tale descrizione con le informazioni tratte dai rapporti di p. Boczek di quel periodo, sembra più probabile che le “rivelazioni” di p. Bacon era vestito con una forma da causa legale e firmato con il nome e il cognome di p. Mistat. È interessante notare che p. Boczka nasce nel 1950, ma le “rivelazioni” in esso contenute si materializzano nella presunta testimonianza di p. Mistat già nel 1949. Ciò consente la tesi che la testimonianza non solo sia stata falsificata, ma anche retrodatata.

Ordine: distruggi e profana

Dettagli sulla probabile falsificazione della “copia” di questa inesistente testimonianza di p. Mistat è stato descritto in modo affidabile in Rzeczpospolita da Tomasz Krzyżak e Piotr Litka nell’articolo “Discredit the Cardinal”. Hanno sottolineato che la copia era stata preparata per le esigenze dell’allora Ministero della Pubblica Sicurezza ed era stata inviata al colonnello Julia Brystygierowa, uno dei più importanti governatori sovietici in Polonia, che si occupava della lotta contro la Chiesa cattolica e l’identità nazionale polacca. L’autore della “copia” – e secondo le informazioni ivi contenute, anche l’ufficiale che doveva ricevere tale “testimonianza” – era il Sez. Krzysztof Srokowski dell’Ufficio provinciale di pubblica sicurezza di Cracovia, che è l’ufficiale responsabile di p. Anatol Boczek come agente di sicurezza. Tutti gli altri, datati più tardi e aggiungiamo, originali conservati testimonianze di p. Mistat è stato trascritto da altri due ufficiali WUBP e non ci sono tracce di partecipazione a questa indagine da parte della Sez. Srokowski.

Tre anni dopo, a seguito di un’appropriazione indebita del fondo operativo destinato a pagare gli agenti, Srokowski abbandonò il ministero e decise di nascondersi con p. Anatol Boczek, che all’epoca prestava servizio a Poronin. È stato catturato in un ristorante a Gubałówka, durante una cena da ubriaco con p. Bacon. Si è seduto sul banco degli imputati con l’accusa di appropriazione indebita di cui sopra, nonché falsificazione di documenti. Ulteriori atti illeciti sono stati minacciare i passanti con le armi e smascherare un agente con cui stava bevendo vodka in un luogo pubblico. Rimosso dal partito e dal ministero, fu condannato a cinque anni di carcere, ma in realtà ne scontò solo tre. Guardando l’entità dei crimini di Srokowski, una frase così piccola sembra strana e ci fa guardare la questione con molta più attenzione.

È impossibile credere nella misericordia del ministero. Particolarmente Tomasz Krzyżak e Piotr Litka hanno avanzato la tesi che Srokowski sia stato punito per aver falsificato la “copia della testimonianza” di p. Mistata, cioè un tentativo di sviare i superiori dal ministero. Analizzando la sequenza degli eventi, nonché il contenuto del documento e il contesto delle circostanze della sua redazione, sono convinto che la condanna per questo falso fosse solo una copertura per impedire a Srokowski di rivelare le reali circostanze della bufala.

A mio avviso, il falso è stato realizzato non per trarre in inganno MBP, ma addirittura su ordine del colonnello Brystygierowa, nell’ambito dei preparativi per il processo al card. Sapieha nel 1950. Il processo non ebbe luogo, perché il Constant Prince – nel gergo della polizia segreta “Sapieha polena” – morì a Cracovia il 23 luglio 1951. Per la polizia segreta che stava attuando i piani sovietici, sforzandosi di mostrare l’umiliazione e l’annientamento della Chiesa polacca, è stato senza dubbio un duro colpo.

E i problemi caratteriali di Srokowski avrebbero potuto portare alla divulgazione del piano non realizzato, ma ancora “top secret”, come elemento della lotta contro la Chiesa.

Vale la pena sottolineare qui che la lotta contro la figura del principe costante non si è conclusa con la morte del cardinale Sapieha. Gli ufficiali del 4° Dipartimento del Ministero dell’Interno, fino alla fine del regime comunista, hanno svolto questo compito, dopo che Karol Wojtyła ha rilevato la Metropoli di Cracovia, descritto come “smitizzando la figura del card. A. Sapieha, e quindi l’indebolimento dell’autorità del cardinale K. Wojtyła su scala nazionale”. Questa è una citazione da uno dei rapporti del Dipartimento IV del KWMO di Cracovia. Rinvio gli interessati alla lettura dei file conservati negli archivi dell’Istituto della Memoria Nazionale.

La capacità di leggere con comprensione, ad es. sulla mancanza di buona volontà e il dono della ragione

È un dato di fatto che gli archivi conservati degli organi repressivi comunisti sono una lettura specifica, e la loro lettura richiede una comprensione di base delle circostanze della loro creazione e degli scopi per i quali sono stati creati. Non è vero che sono tutte realtà false e falsificate. Ma proprio per questo il loro utilizzo nel discorso, sia esso scientifico o giornalistico, richiede particolare cura e diligenza. Prendere singole frasi o suggerimenti fuori contesto che si adattano alla narrazione creata, senza analizzare l’intero documento e il contesto della sua creazione e scopo, dimostra che i giornalisti, e nel caso del cardinale Sapieha, noto anche al professore, o non ha utilizzato le loro capacità di comprensione della lettura, o sfortunatamente non sono stati guidati dalla buona volontà.

I documenti prodotti o raccolti dai criminali comunisti che agivano sotto l’autorità della Russia sovietica avevano lo scopo di distruggere l’identità polacca e il sistema di valori, così come le persone che sono rimaste fedeli a questi valori. La Russia comunista era solo una delle fasi dell’imperialismo orientale, la cui attuale incarnazione è l’impero di Putin di oggi, continuando la tradizione dell’odio per la Polonia e la civiltà europea. È risaputo che la Germania, la Francia e molti altri paesi occidentali, così come le strutture burocratiche dell’Unione Europea, sono profondamente sature di agenti russi. Come hanno dimostrato i recenti avvenimenti intorno al Parlamento europeo, il denaro per attività di spionaggio può provenire da diverse direzioni, anche dal Qatar. Tuttavia, l’ideatore dell’operazione è senza dubbio uno e sempre lo stesso: l’idea post-sovietica e antieuropea dell’imperialismo russo e del dominio mondiale. Per i quali la polacca, così come il cattolicesimo, sono sempre stati oggetto del più grande odio.

La pedofilia è un crimine estremamente atroce. Pertanto, gli autori che affrontano un argomento così difficile dovrebbero essere guidati dalla volontà di raggiungere la verità. Intanto sia il rapporto che il libro miravano non a stabilire la verità, ma a sferrare un colpo alla figura di Karol Wojtyła – San Giovanni Paolo II, così come alla Chiesa cattolica, alla Polonia e alla tradizione polacca. Tale impostazione dell’argomento mostra le reali intenzioni degli autori. Il verdetto era stato emesso in precedenza, presso la sede del KGB e nei circoli di formazione dell’opinione pubblica della sinistra illuminata dell’Europa occidentale. Se qualcuno è sorpreso dalla combinazione di questi due elementi,

Sullo sfondo di entrambe le pubblicazioni c’è il tentativo di costruire una Polonia senza rispetto per Giovanni Paolo II e per le proprie radici e valori, sottomessa e soccombente alle manipolazioni di sinistra. Marcin Gutowski è nato ai tempi della Repubblica Popolare di Polonia, ma è cresciuto nella Polonia libera.

Forse non sa che Giovanni Paolo II, da lui attaccato in modo estremamente feroce e ingiusto, ha contribuito in modo significativo a questa libertà della Polonia. O forse ne è consapevole, ma lo rifiuta. Ha il diritto di farlo, ma dovrebbe anche avere un senso di onestà e responsabilità. Tuttavia, la sua massima autorità e allo stesso tempo una “fonte credibile” di conoscenza su Giovanni Paolo II è l’ex superiore dei benedettini e arcivescovo di una delle diocesi degli USA, Rembert Weakland, rimosso dal papa dal suo incarico, che non solo rimase in una “disputa teologica” con Giovanni Paolo II, ma ha anche distrutto personalmente le prove di pedofilia dei preti della sua diocesi, sottraendone 450.000 ai fondi della curia. dollari per pagare il silenzio del suo amante.

Ekke Overbeek, invece, cerca di assumere l’atteggiamento di un educatore e creatore di polacchi consapevole. Questa impressione può essere ricavata da un’intervista condotta con lui nell’autunno 2021. Non capisce affatto le condizioni di vita nella Polonia comunista e probabilmente non vuole capire.

Nelle sue visioni deliranti, i polacchi sono russofobi, oppressi dal trauma dell’origine plebea e schiava. Ebbene, forse come discendente di nobili mercanti di schiavi, tutto è così associato a lui. Il problema è che non c’è niente di meglio da offrire ai polacchi di quello che i polacchi conoscono da molto tempo, e inoltre in una versione molto migliore e più saggia dei mercanti di schiavi. Tuttavia, chiunque legga l’intervista con comprensione noterà che Ekke Overbeek predica tesi che sono la quintessenza della propaganda del Cremlino nei confronti della Polonia di oggi.

L’annuncio merita argomenti

Prestando attenzione alla falsità delle tesi presentate da Marcin Gutowski e Ekke Overbeek et consortes, cioè tutti i loro continuatori e imitatori, vale la pena prestare attenzione agli argomenti sostanziali che confermano la falsità delle loro tesi.

Durante la discussione, è stato sollevato la questione dei processi di beatificazione e canonizzazione di San Giovanni Paolo II il Grande. Le procedure di questi procedimenti richiedono un esame approfondito di tutti gli aspetti dell’attività pubblica e privata della persona che viene elevata agli altari.

Nei processi vengono esaminati tutti i documenti, e quindi anche gli archivi ecclesiastici che possono far luce o mettere in dubbio una persona classificata come santa o beata. Pertanto, se c’erano documenti che potessero mettere in dubbio l’atteggiamento e la condotta di Karol Wojtyła – Giovanni Paolo II nei confronti del fenomeno e dei casi di pedofilia, sarebbero stati senza dubbio indagati a fondo. La beatificazione e canonizzazione del Papa polacco dimostra che la condotta di Giovanni Paolo II non ha sollevato dubbi, cioè è stata giusta.

Nella dimensione terrena, la conferma dell’atteggiamento di controlo di Karol Wojtyła nei confronti dei casi di pedofilia è il fatto di una reazione immediata sotto forma di interruzione della possibilità di ulteriori attività pedofile e isolamento dei responsabili e invio a trattamento psichiatrico.

A sua volta, conferma dell’atteggiamento appropriato di Giovanni Paolo II verso questi fenomeni è il fatto che, poco dopo essere stato eletto Papa, ha intrapreso azioni che hanno portato all’aggiornamento del Codice di procedura canonica, le cui nuove formule sono in vigore dal 1983 . furono chiarite le disposizioni relative al reato di pedofilia e furono chiariti i criteri per punirli, che nel codice del 1917 fu espresso più in generale.

Infine, l’argomentazione più seria, segnalata solo da pochi commentatori in materia, è l’evidenza derivante dai materiali della polizia segreta, selettivamente utilizzati da Gutowski e Overbeek. I servizi di sicurezza che raccolgono, elaborano e producono questi materiali non hanno mosso accuse simili contro Karol Wojtyla. Perché? Dopotutto, l’impero sovietico e i comunisti indigeni lo odiavano zoologicamente.

Come si può vedere, però, erano pienamente consapevoli che i materiali raccolti testimoniavano la corretta condotta del metropolita di Cracovia. Non erano più i tempi in cui il vescovo Czesław Kaczmarek veniva messo alla sbarra con accuse fittizie, e il primate, il cardinale Stefan Wyszyński, a causa della mancanza di possibilità di essere perseguito, è stato isolato amministrativamente nei centri di detenzione. Un tentativo di seguire la strada del colonnello Brystygierowa che prepara falsi contro il card. Sapieha è stato molto più difficile nel caso di Wojtyła. La fabbricazione di compromessi, cioè materiali che compromettevano Karol Wojtyła, rischiava di indebolirli troppo rapidamente, cioè di compromettere i servizi di sicurezza. E semplicemente non c’erano prove reali contro Karol Wojtyla.

Difendersi o non difendersi? Un falso dilemma

I polacchi, scioccati dalle “rivelazioni” annunciate su ordini anti-polacchi e anti-europei, si sono trovati di fronte a un dilemma: difendere Giovanni Paolo II o credere alle tesi distruttive dei giornalisti anti-polacchi?

Il dilemma si è rivelato evidente. Non solo le manipolazioni di Marcin Gutowski ed Ekke Overbeek, e degli autori che seguono le loro orme, visibili ad occhio nudo, ma anche la corretta verifica delle fonti a cui si riferiscono, indicano chiaramente che sebbene il colpo sia stato brutale, la precisione delle mancate accuse.

Preservare i principi elementari del laboratorio giornalistico con una conoscenza rudimentale della storia dei polacchi e della Chiesa ai tempi della Repubblica popolare di Polonia permetterebbe agli autori di mantenere almeno una parvenza di obiettività. A meno che non gli importasse?

La probabile ipotesi dei responsabili di questa operazione speciale era che i destinatari non avrebbero letto o ascoltato con comprensione, ma avrebbero ceduto a suggerimenti di manipolazione. L’invadenza e l’orrore delle tesi portate avanti dai giornalisti è inversamente proporzionale alla loro veridicità.

Se si guarda da lontano l’intero problema e l’insieme dei casi presentati da Gutowski e Overbeek, si può vedere che si tratta di casi isolati, costretti insieme in un unico posto per aumentare l’impressione del male.

Questo accumulo di male, di informazioni su degenerazione e depravazione, nonché false “testimonianze”, sia nel reportage che nel libro, costruisce la sensazione come se il destinatario fosse entrato in contatto con una fossa settica. Questa procedura degli autori è pienamente consapevole e l’obiettivo è ovvio: spruzzare San Giovanni Paolo II con questa fossa settica.

L’analisi di tutte le pubblicazioni che prendono direttamente o indirettamente di mira San Giovanni Paolo II mostra chiaramente che si tratta di un’azione coordinata molto più in là che nella redazione di TVN o nel computer dello pseudo ricercatore olandese con tendenze pro-Putin. La rapidità con cui altri giornalisti sfavorevoli alla Polonia e ai polacchi e alcuni politici del cosiddetto di totale opposizione indica che stavano solo aspettando il comando e lo scatenamento.

Alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane, i parlamentari che invece di difendere all’unanimità il buon nome di san Giovanni Paolo II, cioè la dignità, la sovranità e la ragion di Stato polacca, si sono comportati malissimo, strappando le schede elettorali ai lettori .

Si sono sparati di nuovo ai piedi quando, invece di fare riferimento alla questione, hanno accusato i loro concorrenti di utilizzare la persona di Giovanni Paolo II in ambito elettorale.

Ma forse grazie alla divulgazione delle intenzioni di queste pubblicazioni e degli atteggiamenti presentati, almeno alcune persone pensanti lettori, ascoltatori, elettori, inizieranno a trarre conclusioni dal comportamento e dagli impegni dei leader dei media o dei leader politici.

Perché schierarsi dalla parte di Giovanni Paolo II è una scelta inequivocabile di bene e di verità, mentre il relativizzare basato su tesi sovietiche e combinazioni poliziesche favorisce chiaramente il male. elettori: inizieranno a trarre conclusioni dal comportamento e dal coinvolgimento dei leader dei media o dei leader politici.

San Giovanni Paolo II il Grande si difende dagli attacchi dei denigratori con le sue vere e indiscutibili conquiste.

Ciò non significa, tuttavia, che la società polacca non debba reagire direttamente a questi insulti. Dovrebbe esserlo, perché difendendo il buon nome di San Giovanni Paolo II, in realtà difendiamo l’identità e la sovranità polacca. Sia nella dimensione nazionale, sia in quella comunitaria ed europea.

Difendiamo l’autentica civiltà occidentale contro l’assalto della mentalità “multi-polit-culti” piena di odio che serve a depravare l’Europa e ad aprire la strada a un’invasione dall’est. Difendiamo dunque la Polonia dall’invasione del Mir ruteno, invasione non solo militare, ma anche economica, informativa e propagandistica e qualsiasi altra.

Autore: Michał Siwiec-Cielebon

Giornalista, storico, attivista dell’opposizione anticomunista, insignito del premio IPN “Testimone della storia”, nipote del vice comandante del 12° reggimento di fanteria del Land di Wadowice Maggiore Michał Siwiec, assistente del Sejm del Repubblica di Polonia dell’8° mandato, dr hab. prof. UP Cracovia Józef Brynkus, curatore del Museo della Tradizione dell’Indipendenza della Terra di Wadowice

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eccellenze italianeFood & Beverage

Filippo, ritorno in Versilia con rilancio.

Filippo di Bartola

Filippo, un nome di alta sartoria nella ristorazione, oltre la ristorazione, con ambienti che vogliono vivere, non solo a tavola. Dal 2008 rappresenta un nome capace di evocare un preciso approccio alla ristorazione in Versilia e ora è reduce da un’esperienza a New York e da una nuova sfida, un ristorante sul mare, Filippo al mare, aperto il primo aprile scorso, al Bagno Roma di Fiumetto. Torna sul mare da dove tutto è cominciato.

Questa stagione si annuncia carica di novità come anche di conferme nella scelta dello stile. A quindici anni di distanza dall’apertura del primo ristorante in centro storico a Pietrasanta, Filippo è oggi una realtà sempre più conosciuta al di fuori della Toscana, diventato in qualche modo un marchio anche oltre i confini nazionali.

Dopo Pitti Uomo, esperienza faticosa e sfidante, Filippo è sbarcato a New York forte appunto del successo ottenuto gestendo la cucina della 103ima edizione Di Pitti Immagine Uomo a Firenze, a fine febbraio.

Chiamato nella Grande Mela da Salvatori, azienda leader nel mondo del design del marmo, che il 23 febbraio 2023 ha inaugurato uno showroom a Soho, ha colto un’opportunità straordinaria per poter raccontare e intrecciare due storie che hanno in comune, oltre al territorio di provenienza, una dimensione produttiva intima e artigianale.

Sono la cecina, i tordelli, i tagliarini co’ fagioli e le immancabili polpettine a fare da sfondo a un evento da tempo atteso nel design district di Soho. Salvatori lavora la pietra naturale con un’assoluta pulizia ed eleganza, per dar vita ad ambienti e oggetti di design senza tempo, minimalisti e iconici. Filippo rappresenta l’artigianato in cucina – l’eccellenza delle storiche ricette versiliesi che, senza timore reverenziale, si presentano a Manhattan, nella capitale del mondo contemporaneo. Il risultato è stato un crocevia di emozioni nella città dove tutto è possibile.

La filosofia di Filippo è una forte identità territoriale con abbinamenti estrosi, raffinatezza contemporanea e un tocco di vintage anche negli arredi.

Il Battesimo è stato a Pietrasanta in un’ex galleria d’arte già ex autorimessa, quel gusto vintage che guarda al design e all’arte con una parete a disposizione di artisti che cambia con le stagioni come il menu.

Oggi il locale si è arricchito dello chef Andrea Papa, bella esperienza alle spalle, innamorato del pesce che senza snaturare la carta dei Classici di Filippo, di terra, guarda sempre più al mare. La sua è una cucina semplice, con cotture prevalentemente in padella o al forno, quasi nessuna cottura lunga a parte le 36 ore per la pancia del maiale.

La cucina è tutta espressa, dinamica con tante verdure crude nel piatto che non mentono sulla stagionalità delle proposte. Due pareti all’anno arredate da artisti che ispirano i menu e che creano calore, ambiente perché mangiare è un’esperienza multisensoriale. Bello il bancone del bar che anche all’esterno serve dalle 18 cocktail e finger food fino all’ora di cena quando il locale assume un’aria più elegante.

Aperto praticamente tutto l’anno, d’estate solo a cena, consente di mangiare seguendo i Classici, à la carte o con menu degustazione con una doppia proposta. Il personale è squisito, premuroso ma non troppo formale. Impeccabile ma con un tocco di confidenzialità.

A Filippo, molto preparato e umile, piacciono le sfide e nell’estate della pandemia aveva già raddoppiato con il locale di Forte dei Marmi (via Sant’Elmo 6; chiusura il martedì aperto tutto il giorno in estate), dove regna lo chef Andrea Gemignani che nello stile ammicca al gusto cinematografico Anni ’60, una trattoria di lusso, con ampi spazi anche all’esterno che si presta a qualche tavolata e la possibilità della pizza nel forno a legna.

Qui la mattina è un punto di ritrovo, tutto l’anno, per fare colazione e leggere i giornali o sfogliare un buon libro. L’edicola storica del quartiere chiudeva e Filippo ne ha rilevato l’attività. Il ristorante diventa così anche uno spazio multifunzionale da vivere, dove di tanto in tanto andare per vedere opere d’arte.

Da Filippo si va per mangiare bene, in modo semplice con qualche fantasia, bere con buona scelta, proposte rassicuranti con una selezione interessante di bollicine, e soprattutto ritrovarsi in un ambiente cordiale e stimolante. Ogni luogo le sue peculiarità, dalla cucina di mare semplice sul mare; a panini gourmet e piatti di pesce tipici della cucina viareggina a Forte; ricette più sperimentali nella piccola Atene.

Fil rouge della ristorazione da Filippo i suoi classici, le polpette con il sugo, i tordelli al sugo di carne tipici della zona e il roastbeef con patate, buonissimo.

A cura di Giada Luni

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Attualità

L’ARTIGIANATO ARTISTICO AFRICANO La voce di Chouaibou Njoya.

Chouaibou Njoya

Abbiamo incontrato Chouaibou Njoya commerciante camerunense in Italia di artigianato artistico africano sorseggiando un bicchiere di Mimbo, vino di palma tipico del suo paese…

Quando hai capito che la passione dell’arte sarebbe divenuta una professione?

“Sono nato e cresciuto a Douala, in Camerun, e l’arte africana, ha sempre fatto parte della mia vita sin dalla prima infanzia. L’artigianato africano, in particolare, scorre nelle mie vene ed è stato quindi naturale per me, raggiunta la maturità, occuparmi professionalmente della compravendita di manufatti d’arte e artigianato africano”.

Credi sia corretto studiare l’arte cosiddetta “africana” prima di commercializzarla erroneamente come fosse un fenomeno unico?

“No, o almeno non credo sia così importante quanto, invece, la capacità di “sentire dentro” la cultura africana.

L’Africa è un coacervo di tradizioni, riti, credenze popolari e religiose, storie e miti locali.

La conoscenza di questo immenso patrimonio culturale sicuramente può essere “letta”, ma fornirà sempre un contributo superficiale rispetto al coinvolgimento e all’esperienza di chi è nato, vive e muore in quelle terre e che lascia in eredità alle generazioni che seguono i simboli della tradizione di appartenenza.”

L’arte, rispetto alla tua tradizione, ha un rapporto stretto con la musica?

“Certamente. L’Arte ha che fare con il ritmo, il colore, l’armonia … termini che caratterizzano la musica nel suo divenire nello spazio sonoro e nel tempo.

L’arte figurativa e l’arte performativa, come la musica, sono accomunate dal fatto di trasportare una qualità intrinseca dell’autore difficilmente apprezzabile obiettivamente: la sua sensibilità, la sua innata attitudine a percepire le sfumature più nascoste della vita.”

Come scegli cosa proporre come mercante d’arte del continente africano?

“’Ispirazione’ è un concetto difficile da definire.

Riguarda sia l’artista quando crea sia il mercante quando vende o compra.

È quella sorta di impulso irrazionale interiore che ti porta a compiere una scelta, appunto, ‘ispirata’ , convincente e coinvolgente, che conduce al risultato voluto: l’opera acclamata per l’artista, la vendita importante per il mercante.

Posso dire quindi che cerco sempre di scegliere con…ispirazione.”

Che differenza c’è nella percezione dell’arte ‘africana’ tra Italia e estero?

” L’Italia è l’arte per eccellenza e la sensibilità degli italiani verso le le opere d’arte è incomparabile per tutta una serie di motivazioni storiche più che note.

Tuttavia, la condizione di vicinanza dell’Italia al continente africano e le conseguenze a volte “scomode” del continuo flusso migratorio dalle coste nordafricane, potrebbero contribuire a rendere il collezionismo di arte africana una sorta di “parente povero” di quello transalpino.

In realtà le cose stanno andando molto meglio negli ultimi tempi: la presenza in Italia di numerose collezioni private anche di altissima qualità dimostrano invece che l’interesse per questo tipo di arte si mantiene alto. Servirebbe, appunto, più comunicazione”

Quanto conta la comunicazione per la tua attività ?

“È un certamente una componente essenziale.

I fattori che frenano il mercato dell’arte e dell’artigianato africano si riferiscono anche alla scarsa disponibilità di media comunicativi efficaci che consentano di ricostruire la vita dell’oggetto artistico ai fini valutativi: è importante conoscere la provenienza, i collezionisti che hanno eventualmente posseduto quell’opera, le esposizioni, la presenza di cataloghi in cui è stata eventualmente pubblicata, tutti elementi informativi di fondamentale importanza che senza un adeguato sistema di comunicazione non possono circolare adeguatamente.”

Se incontrassi te stesso a 18 anni quale consiglio ti daresti?

“In realtà di fare ciò sto facendo attualmente come mercante d’arte africana, anche se a volte è difficile posizionare adeguatamente manufatti sul mercato, sebbene l’arte africana, non soltanto tradizionale ma anche contemporanea, abbia raggiunto negli ultimi tempi interesse e quotazioni considerevoli.”

Cos’è per te l’arte in generale ?

“È un linguaggio del tempo. Riflette i suoi avvenimenti sociali e li traduce in fatti liberamente emozionali.

Ciò che non può essere spiegato a parole può essere spiegato con l’arte. L’arte africana, tuttavia, è anche una delle modalità attraverso cui si esprime l’identità di un popolo.

L’arte in definitiva è libertà ed identità e speriamo non perderle mai.”

Grazie per il tempo a noi dedicato.

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ArteEventiMusicaspettacolo

Milano Design Week: Bobino Milano dal 17 al 23 aprile 2023 presenta NOT FOR SALE – DIE WUNDERKAMMER.

NOT FOR SALE – DIE WUNDERKAMMER

Direzione artistica : Marzia Ratti

Special guest 19/04/23 : Michele Tombolini

Curatela : Alessio Musella

Da Einstein alla recente fisica dei Quanti, il tempo non esiste e ciò accade nel nostro inconscio, che non misura spazi, ma SENSAZIONI.

L’idea è quella di creare ambienti evocativi, con lo scopo di incrementare la percezione attraverso suggestioni e stimoli che proiettano l’osservatore verso i “non luoghi della mente”, quegli spazi che non sono stati censiti dal nostro esperienziale. Significativa è la celebrazione delle Sensory Room della fine degli anni’70: ambienti che consentono l’esplorazione emotiva e la ricerca di un collegamento tra diverse esperienze e piani sensoriali. Una alterazione di polarità, un cambio di stato: la nostra vita regolata dagli opposti.

È una eco che rimbalza tra le superfici, avvolgendo gli spazi e le dimensioni percepite dall’osservatore.

È l’enfasi liberatoria di un uomo non più prigioniero di paure indotte, che si apre con fiducia al suo prossimo, mostrando anche le ferite dell’anima.

Finalmente l’uomo impara che un dolore condiviso viene dimezzato.

Una stanza o un portale sensoriale divengono così un Non luogo della mente, progettati e costruiti per offrire esperienze multisensoriali e iper sensoriali attraverso diversificate trame di utilizzo quali proiezioni, suoni, vibrazioni.

Un portale dunque, una Wunderkammer dove immagini, suoni e colori si rincorrono all’interno dello spazio, ondeggiando tra fili di coscienza e trame del nostro inconscio. Il conscio il subconscio e l’inconscio infatti, sono le tre forme nelle quali la coscienza umana si manifesta e si esprime rispettivamente nello stato di veglia, dormiente e sognante.

Qui troviamo tracce di educazione indotta: la Tana del Bianconiglio, dove le speranze e le paure sembrano materializzarsi; il passato, il presente e il futuro si mischiano, si allineano, fino a percepire che il tempo è solo un concetto.

Marzia Ratti nasce nel 1978 in provincia di Bergamo. La sua formazione inizia all’istituto d’Arte A. Fantoni di Bergamo dove si diploma nel 1996. Successivamente si iscrive al corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Venezia e, nel 2002, prosegue gli studi all’Accademia di Brera a Milano.

Marzia Ratti percorre un viaggio nel subconscio che si nutre di luce.

Da dentro a fuori, alla scoperta di una dimensione post umana. Il focus della sua arte è legato all’immenso potere che il subcosciente esercita sull’uomo, controverso ed inquieto alla continua e infinita ricerca di sé stesso proiettato nella corsa verso il domani che chiama progresso ed errori… o forse orrori…

Limitarsi a mostrare qualcosa e stimolare la coscienza… non è mai reato… Marzia non giudica, ma spinge ad una riflessione, lascia libero il fruitore di comprendere dentro di sé cosa pensa, ognuno di noi ha un suo vissuto, una sua storia un suo credo…

Michele Tombolini, artista internazionale.

Negli ultimi anni ha ricevuto una considerevole attenzione da parte dei media, e della critica di settore, con azioni performative che hanno suscitato un grande riscontro, per i contenuti trattati, fortemente dedicati alla salvaguardia dell’ambiante e dei diritti umani.

L’artista, in occasione dell’evento, presenterà una performance inedita, che sarà inaugurata all’interno del programma Not for Sale, contenitore di riflessi artistici e intrecci di tematiche, sviluppata attraverso una composizione di immagini che saranno proiettate sul grande schermo e accompagnate dal giovanissimo figlio che, dalla console del Dj, suonerà per il pubblico dei brani, composti ad hoc.

La performance, di grande impatto visivo ed emotivo, avrà la durata di circa 40 minuti.

Alessio Musella, editore, curatore e developer artistico.

La caratteristica principale del suo percorso è stata la sua sconfinata passione per l’arte e il Design, con importanti impegni lavorativi che lo hanno spinto a viaggiare e girare il mondo.

Un’esperienza che ha segnato il suo carattere, facendo di lui un instancabile esploratore di nuove realtà. Ottiene così un suo equilibrio, fatto di tanti punti d’arrivo inseguiti dall’esigenza di tuffarsi continuamente in nuove esperienze.

La sua natura eclettica insieme alla padronanza verso tutti gli aspetti della comunicazione, gli permette di approfondire progetti artistici di vario genere, che siano eventi espositivi o progetti editoriali, lui riesce con grande abilità a trovare la giusta mediazione tra il lessico specifico della storia artistica rappresentata e l’immediatezza senza orpelli che occorre per arrivare ad ogni tipo di lettore.

Alessio adotta una scrittura semplice, autentica e fluida, ama usare un linguaggio accessibile a tutti, pur restando colto, ferrato e preparato.

Da grande conoscitore della comunicazione sul web, inclusi i social, conosce molto bene il valore e la potenza della diffusione di un messaggio.

Applica, con grande successo, questo format comunicativo a sostegno della sua più grande passione che è l’arte in ogni sua forma.

Bobino Milano Piazzale Stazione Genova, 4 – 20144 Milano MI 17-23 aprile 2023 14,30 – 02,00 info: +39 3469776534

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ArteculturaMusica

“Il Tango è Arte” rubrica a cura di Marinella Pucci (Ma.Pu.).

Marinella Pucci

Quando l’Amministratrice del gruppoi ” Ese Parlassimo di Tango?” su FB  ha proposto di scrivere su questo tema, Marinella Pucci, coreografa, ballerina, poetessa e Pittrice ( Ma.Pu.) ha accettato con entusiasmo perché l’ occasione per parlare di tango partendo dalle sue opere ispirate a questo stile di “Vita” l’ha trovata estremamente stimolante.

Non si tratta della rubrica dell’esperto,ma vuole essere un racconto onirico che ci porta a vivere il sogno dell’incontro con personaggi d’altri tempi.

Una rubrica che racconterà i pensieri di chi da sempre ama la danza e si è innamorata del Tango… tutto partirà da un disegno, da segni grafici venuti dal cuore, niente di preparato, puro istinto..movenze catturate su un semplice foglio ascoltando parole, musica e respirando l’universo di emozioni che vive nella parola “Tango”..

Sara’ una rubrica scritta a 4 mani istinto e ragione, Marinella Pucci e Alessio Musella, curatore d’arte che ama scoprire da dove nascono le passioni…..

Parole, pensieri ed emozioni…

Perché il Tango è una bellissima scusa per abbracciare qualcuno e dialogare con la sua anima.

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Ecco il primo di una serie di disegni fatti lo scorso Marzo a Buenos Aires in uno di quei pomeriggi caldi trascorsi nella bellissima casa che ci ha ospitati, io e gli altri 4 appassionati di tango, ognuno occupato/a in qualche mansione in attesa che arrivasse il momento di andare in milonga

È in uno di quei pomeriggi che sono arrivati i personaggi che presentero’ di volta in volta in questa nuova rubrica di Tango e’ arte.

…Il mio primo personaggio è arrivato in sogno ancor prima della partenza…

Diario:

Eccomi a realizzare un sogno, il mio piu’ grande sogno:

Un viaggio, il viaggio.. a Buenos Aires.

Non sto nella pelle, da quando la mia amica mi ha prospettato di andare in Argentina non penso ad altro.

Allontano le aspettative per farmi sorprendere ed assaporare l’ esperienza con gli occhi della prima volta, come un bimbo che assaggia il gelato per la prima volta.

Con grande entusiasmo vivo le mie giornate facendo il conto alla rovescia in attesa della partenza.

Al calare della notte difficilmente prendo sonno; sogno ad occhi aperti.

Sto per addormentarmi quando arriva lui Il dreaming D1.

Chi sara’ mai questa coppia?

Ce’ lui il gauchos della Pampas.

Avanza verso di me con il suo danzare impetuoso.

Si propone In una danza di fuoco che nasce dalle radici e dalle tradizioni della Pampa argentina.

Un dinamico mix di passione, forza, precisione, galanteria, dinamismo sono le poche parole per descrivere lo spettacolo che fonde musica popolare, ritmica, calpestio, preciso gioco di gambe, tamburi, canti, sensualità e la maestria delle vorticose boleadoras, strumento utilizzato dal gauchos nella Pampa.

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IL TANGO è coppia.

Unisce sul palco lo stile selvaggio degli indios, il folclore dei gauchos, l’eleganza sinuosa e la passione intrigante del tango argentino che da Buenos Aires ha conquistato il mondo.

Il vecchio e il nuovo mondo, il tango storico ballato nei cortili fino al sofisticato stile contemporaneo, si incontrano tra ritmi tipici, volteggi virtuosistici delle bolas nelle mani dei gauchos e gli abbracci danzanti di uomini e donne allacciati nel tango.

Il gaucho è per antonomasia la figura emblematica della cultura argentina .

Il mito del contadino della pampa nato in un contesto sociale di affermazione dell’identità nazionale.

Un eroe civilizzato, coraggioso e ribelle, non disposto a fare compromessi con il potere…

E’ proprio lui il protagonista del primo incontro Argentino di Marinella Pucci ..nel suo viaggio di passione in compagnia del Tango ..

La luce di un nuovo giorno che sta per iniziare mi riporta nella realtà, saluto il primo personaggio Dreaming D1 e mi appresto ad iniziare la mia giornata continuando a sognare ad occhi aperti.

Ma.pu & A.M.

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Attualità

Laurea Honoris Causa a Daniela Javarone.

Daniela Javarone

Ieri Daniel Iavarone, Presidente dell’ Associazione Amici della Lirica da sempre distintasi nel sociale e nella beneficenza, é stata onorata della laurea Honoris Causa La premiazione si è svolta presso lo studio legale del principe del Foro Avv. Giancarlo Cipolla anche lui insignito della laurea Honoris Causa, a Milano in corso Monforte 16,location super prestigiosa collocata in uno dei più bei palazzi storici di Milano. Le lauree sono state consegnate dal rettore dell’Università OMLID con sede Città del Messico e New York Dr.Fued Jalil Jassan coadiuvato dal Dr.Hanry Soria. Venerdí Daniela Iavarone sarà la madrina di un’ altro importante evento. Palazzo Reale di Milano ospita il grande evento internazionale per il conferimento del “DOTTORATO HONORIS CAUSA” a personalità e persone che si sono distinte per il loro lavoro. Il Consiglio dell’Istituto Iberoamericano per la Difesa dei Diritti Umani e delle Scienze Giuridiche (IIDHCJ),

Eccellentissimo Dottor Rettore Victor Hugo Gutierrez Yanez in collaborazione con il Comune di Milano, L’Associazione Casa della ModaMulticulturale Milanese, Presidente Marianna Veintimilla, L’AssociazioneImpegno Sociale Multietnico, Presidente Franco Tucci, organizza la Cerimonia di Conferimento del “DOTTORATO HONORIS CAUSA”, che si svolgerà venerdì 14 aprile 2023, ore 13.00 presso Palazzo Reale di Milano, in Piazza Duomo n°14, terzo piano/Sala Conferenze a Milano.

Il titolo verrà conferito da parte dell’Istituto Iberoamericano dei Diritti Umani e delle Scienze Giuridiche(IIDHCJ), in virtù del diligente lavoro svolto da anni al Servizio della Cooperazione Internazionale, promozione della salute, dell’altruismo, dei Diritti Umani, della Pace e del rafforzamento di una vita dignitosa nelle comunità emarginati, generando giustizia ed equità sociale nelle etnie più vulnerabili, alle seguenti personalità: al Diplomatico italiano Stefano Salmaso responsabile Ufficio Commerciale dell’Ambasciata d’Italia in Albania, alla Dottoressa Beatrice Uguccioni, Consigliera Comunale di Milano, al Tenente Colonnello dei Carabinieri Giacomo Hazley Querini, alla Dottoressa Loredana Romeo, Ispettore Superiore della Polizia di Stato, alla Commissaria Silvia Terrana, a capo del Nucleo tutela donne e minori, a Gianfranco Tucci, già Vice Presidente del Consiglio di Zona 9 e attualmente Presidente della Cooperativa Editrice “Aurora”.

Prenderanno parte alla Cerimonia:

– Testimonial dell’evento “Dottorato Honoris Causa” Daniela Girardi Javaroni, Presidente di “Amici della Lirica”, Madrina di “Stella Maris” dell’Associazione “City Angels” – Solidarietà è Sicurezza

– Relatrice della cerimonia l’Avvocato per le pari opportunità e titolare dello Studio Boffoli a Milano (Equity Partner di Grimaldi Studio Legale) Maddalena Boffoli.

Tra gli ospiti d’onore che parteciperanno alla cerimonia saranno presenti:

le LL. EE. i Consoli dell’Ecuador, Messico, Colombia, Perù, Argentina, Repubblica Domenicana e Bolivia.

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Frida Kahlo: LA STORIA DELL’ARTE LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

Raffaela Gallina, nota Look maker, professionista da quasi 35 anni ed imprenditrice da 25 nel suo Salone di Bellezza “A Modo Mio” sito nella ridente Palmanova , cittadina storica friulana.

Lei, di professione, carpisce ed enfatizza ogni forma di bellezza ed in quest’occasione ha voluto fare un esperimento nuovo e costruttivo, mettendo in gioco le sue due passioni, il suo lavoro di consulente di immagine e l’arte della pittura,

In questo appuntamento con l’arte e la bellezza per l’immagine semplice ed armonica, vi voglio parlare di Frida Kahlo, famosa pittrice messicana nata il 6 luglio del 1907 e morta 47 anni dopo nel suo paese nativo, in periferia di Città del Messico, Coyaocan. Oltre ad essere stata concepita dal padre fotografo tedesco di genitori emigrati e da una madre benestante messicana, le piaceva dire di essere nata nel 1910 perché si sentiva profondamente figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno.

Studiò inizialmente in una scuola tedesca e nel 1922, volendo diventare medico, frequentò l’Escuela National preparatoria, dove si innamorò di Alejandro Gomez Arias studente, giornalista ed ispiratore dei Cachuchas, un movimento socialista.

Oltre ad essere affetta da spina bifida scambiata per poliomielite, nel 1925, a 18 anni, rimase vittima di un terribile incidente che la costrinse allettata per lungo tempo. I genitori le comperarono un letto a baldacchino con uno specchio e dei colori che le permisero di esprimersi, nella sua passione per la pittura, autoritrattandosi.

Il primo autoritratto lo donò al suo ragazzo.

Piano piano ritornò a camminare con atroci dolori che sopportò per tutta la vita. Divenne un’artista di professione ed un’attivista del Partito Comunista Messicano grazie anche all’illustre pittore dell’epoca Diego Rivera che sposò nel 1929. Si unì a lui sapendo di andare incontro a continui tradimenti e, conseguentemente alle sofferenze sentimentali, ebbe a sua volta numerosi rapporti extraconiugali comprese esperienze omosessuali.

Nel 1939 divorziò a causa del tradimento di Rivera con Cristina, la sorella di Frida. Nel 1940, nonostante tutto si risposa con Diego perché legata da un profondo amore e, nonostante tutto, continuò ad avere amanti di ambo i sessi e con personaggi illustri dell’arte e della politica.

La pittrice si iscrisse al Partito Comunista Messicano durante il periodo post-rivoluzionario anche per la presenza e la militanza di numerose donne dinamiche la cui indipendenza e autodeterminazione incoraggiarono Frida a unirsi a loro dando un influente contributo all’emancipazione femminile.

Morì per embolia polmonare nel 1953 e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul sede del Museo Frida Kahlo.

Sono sempre rimasta affascinata dalla sua immagine di icona femminista e da i suoi particolari tratti somatici.

Mi sarebbe piaciuto farle un Test Cromatico per cercare di valorizzarla al massimo ed esaltarne la bellezza.

L’uso dei colori nei suoi dipinti e l’uso del colore nel suo modo di abbigliarsi, truccarsi ed accessoriarsi è quanto di più autentico per descrivere il suo essere contraddittorio ed il suo Stile “Do it yourself”. Ho osservato con attenzione le sue creazioni e le sue fotografie.

Ad esempio nel dipinto del 1939 “Le due Frida”, abbiamo da una parte una donna vestita di bianco simbolo della purezza e della castità; dall’altra una donna con gli abiti del suo tempo e i colori caldi tipici del Messico.

Entrambe le due Frida sono vere, entrambe hanno un cuore che pulsa, anche se quello della donna in bianco è aperto.

Il quadro rappresenta la fine della relazione tormentata con Rivera.

La donna in bianco con il cuore spezzato vuole recidere definitivamente questo legame tagliando il filo che collega i due organi con le forbici che tiene in mano.

La donna al suo fianco rappresenta ancora la passione e l’amore che prova verso il marito simboleggiato dall’anello.

Paradossalmente la Frida vestita di bianco ha un incarnato più chiaro, luminoso e sfilato ed i difetti del viso vengono leniti dai colori freddi.

Nella Frida dai colori caldi , il suo sopracciglio ed i suoi famosi baffetti sono messi in evidenza dall’artista stessa.

Frida era una Donna della Tipologia Cromatica “Inverno”, a lei donavano di più i colori scuri e freddi: circondata da questi, infatti, il suo incarnato acquisiva uniformità, i suoi contorni più definiti e puliti, il suo viso più sfilato, il suo occhio più profondo scuro e luminoso, le sue imperfezioni lenite.

Invece il rossetto ed il fard aranciati mettevano in evidenza la stanchezza, l’occhio appariva più piccolo e meno luminoso, gli accessori come il cordoncino arancione e la collana corallo le creavano un effetto allargante a livello della mascella ed il mento meno sfilato.

Meglio per lei il rosso ciliegia, il fucsia, il blu, il viola, il bianco ottico con accessori argento.

Avrei voluto Frida come cliente per acconciarle in mille modi i capelli corposi castano scuro, con svariati intrecci usando molteplici tipi di tessuti, posticci e fiori, per poi sperimentare sfumature nel make-up e nell’accostamento dei colori dell’abbigliamento con scialli, stole e foulard per valorizzare il suo mezzo busto.

Avrei voluto vivere in quell’epoca per conoscerla…. peccato!

Raffaela Gallina

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40 anni del Premio Fontane di Roma.

Dominika Zamara,

Come da prassi, anche quest’anno si è svolta la cerimonia di consegna del prestigioso Premio Fontane Roma, che quest’anno spegne le sue quaranta candeline. In una location di tutto prestigio, quale: l’Aula dei Gruppi Parlamentari a Roma, che per un giorno spogliata dalle sue solite mansioni ha accolto i nominati di questa nuova edizione.

Sotto il nome di Dante Alighieri, si perché ogni anno la premiazione e in omaggio a un grande personaggio del passato, quest’anno nel segno del Sommo Poeta.

Dopo il rito di apertura, con l’Inno d’Italia si è aperta la giornata, introdotta e presentata dal Dottor Benito Corradini presidente dell’Accadia La Sponda e giornalista dell’omonima Accademia e ideatore del Premio.

Come ogni anno il riconoscimento è dedicato a personalità che si sono distinte per il proprio impegno nell’ambito delle Istituzioni, dell’Arte, Cultura, Solidarietà, Lavoro, Sport.

E a proposito di arte non poteva mancare Dominika Zamara, che nel 2021 ricevette il pregioso riconoscimento, nella stessa edizione, per la precisione la 38°(omaggio a Giuseppe Verdi) vide premiato anche il Prof. Vittorio Sgarbi.

La Zamara che ha allietato i presenti con le sue doti canore.

Già la terza edizione a cui l’artista partecipa “mi sento legata a alla città di Roma, sono spesso qui per esibizioni e altro” dice la Zamara, “e sono lieta di essere stata invitata per la terza volta”.

Altro artista è il pittore Pawel Rosinski, che ha esposto uno dei suoi lavori e ha donato una sua stampa all’Accademia La Sponda.

La realizzazione trofeo e stata del Maestro Domenico Annicchiarico, consiste in una statuetta in gesso che raffigura la mano del Sommo che tiene un libro, con incisa la pianta del Bel Paese, altro Trofeo di Ferdinando Codognotto, rappresentante un sole in legno.

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eccellenze italianeModa

Marta Jane Alesiani e il suo mondo incantato: la Collezione MagicLand.

Marta Jane Alesiani

Un mondo onirico , una collezione che ha preso vita nel cuore dei Monti Sibillini dove la realtà sembra unirsi al sogno , dove il silenzio si trasforma in voci sussurrate, dove i colori si rincorrono , si miscelano, si definiscono per poi dissolversi e ritrovarsi sui tessuti scelti per catturare frammenti di anima…
Ogni elemento nasce dai sogni di Marta Jane, sogni che diventano calici preziosi colmi di conoscenza di sé, che da sempre danno voce alla nostra parte più profonda e nascosta, la parte di noi stessi di cui siamo meno consapevoli.

Nasce così la nuova collezione MagicLand di Marta Jane Alesiani ….

Fauna sacra, antiche vegetazioni e ricami preziosi si intrecciano narrando la gioia di vivere, la natura che dona e che chiede di essere indossata , rispettata, percepita ed amata….

Il tempo sembra essersi fermato, la natura continua ancora oggi a mantenere un infinito numero di segreti e solo attraverso il mito l’uomo ha potuto intuire il mondo e i suoi eventi…

In ogni capo di questa collezione è insito un profondo senso di gratitudine verso la bellezza di un mondo, quello sognato e auspicato da Marta Jane, che desidera vivere senza contaminazioni.

La magia della vita risiede in ogni essere vivente sia esso animale o vegetale, che diventano compagni di un percorso che ci porta in diretta connessione con la Madre terra.

Le stoffe narrano di un sottobosco accogliente e silenzioso in totale armonia con la chioma degli alberi che protegge e nasconde…
Gli aranci simboleggiano il calore, la gioia, la fantasia l’armonia interiore mentre i turchesi portano con loro saggezza e buona sorte…

Le cortecce degli alberi, che come noi accumulano nella loro esistenza emozioni, esperienze e conoscenze, si intrecciano con i piumaggi di aquile reali che con il loro librarsi verso l’alto nel cielo si trasformano in simbolo del movimento ascensionale, dalla terra al cielo, dal mondo materiale al mondo spirituale, dalla morte alla vita e i gufi, emblema di saggezza, mistero, transizione, intelligenza, misticismo e, ancora una volta ,protezione.

In questa collezione possiamo trovare kimoni di seta double face simbolo di una cultura, di uno stile, della sensualità e della grazia femminile reinterpretato da Marta Jane in modo unisex, alternando due diverse stampe, una più forte e l’altra più sognante

Lini cangianti che cambiano colore alla luce diretta solare e velluti che ricordano la “maestosità” del fuoco primordiale di Prometeo rubato agli Dei per donarlo al genere umano.

Le grandi felci tridimensionali dense di valori simbolici e avvolte in leggende millenarie legate a premonizioni e magie volte all’ auto-guarigione, che danzano con le foglie di menta che ricresce e fiorisce anche nelle condizioni più avverse simbolo di forza, intrecciandosi con il calore di piante tropicali, diventano tutt’uno con l’abito per condurre chi lo indossa in un mondo antico fatto di misteri.

Da sempre Marta Jane nasconde, cuciti tra le pieghe dei suoi abiti ottimismo e forza, sogno e realtà, ma questa volta ha deciso di ricamare le frasi direttamente sugli abiti:
” IN ME MAGO AGERE”
questa è la frase che rappresenta la collezione ” lascio agire il mago che c’è in me “.

Una rinascita, la consapevolezza di chi ritrova sè stesso, raccontata in una collezione senza età sospesa nel tempo, pronta a prenderti per mano verso un viaggio surreale fuori dalla realtà.

I 4 elementi si sfiorano, si toccano e si incontrano danzando… i movimenti sostituiscono le parole, le anime si comprendono senza bisogno di verbo… Lane calde, bottoni composti da semi di grano , foulard leggeri come il vento, abiti nati per sentire l’energia rinchiusa nei boschi e tornare a dialogare con il nostro vero io….

L’’essere umano si è evoluto nella Natura.

Per migliaia di anni ha vissuto totalmente immerso in essa sviluppando un rapporto di simbiosi, imparando a temerla e ad amarla
MagicLand la terra magica, il luogo dove tutto può accadere , dove indossare un abito racconta la tua storia attraverso le tue radici, svelando i tuoi segreti.
Non abbiate timore di andare oltre la siepe, la dove tutto può essere, tutto può esistere…

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MARTA JANE ALESIANI RIPRODUCE I LOOK DEL FILM “ L’OMBRA DEL GIORNO”…

MARTA JANE ALESIANI

Da sempre il Cinema è stato strettamente connesso con la moda.
L’abbigliamento non a caso riveste un ruolo fondamentale in un film avendo il compito di aiutare ad esprimere e narrare l‘essenza’ del personaggio.
Se lo stile di certi attori e attrici è entrato a far parte della memoria collettiva, molto spesso è merito di sconosciuti gli artefici, oggi qualcosa è cambiato, la moda molto spesso viene in aiuto dello star system.. e pensare che solo dal 1948 venne istituito il Premio Oscar per i costumi.

Per MARTA JANE ALESIANI l’occasione di cimentarsi in un settore tanto complesso è sempre stata accolta con il sorriso ed entusiasmo
Per questa serata particolare ha ricreato fedelmente gli abiti di scena presenti nel film“ L’Ombra del Giorno “ per la regia di Giuseppe Piccioni, girato ad Ascoli , nello storico Caffè Meletti ed interpretato sul grande schermo da Riccardo Scamarcio e Benedetta Porcaroli è stata occasione di mettersi in gioco, seguendo il suo naturale iter di quando crea le sue collezioni: studio, attenzione al dettaglio e sensibilità creativa.


La stilista ha svolto una ricerca meticolosa ed accurata, ha utilizzato i tessuti originali presenti in Italia alla fine degli anni 30.

Marta Jane è riuscita ad unire i pezzi iconici del film ; dal cappello verde ( che ha interamente realizzato a mano ) al vestito rosso della protagonista ) ai tessuti , comprensivi di accessori originali, frutto di ricerche storiche e stilistiche del fashion italiano relativo alla datazione della pellicola “ L’ombra del giorno”.
Un attenzione rivolta, non solo ai capi visibili, ma anche nella sottoveste e nel pizzo originale, nella spilla dell’abito , nelle calzature vintage e nel cappello maschile gentilmente concesso da Sorbatti

I costumi di scena e i loro dettagli raccontano il talento, la creatività e la sapienza artigianale della stilista Marchigiana.

Marta attraverso le sue realizzazioni racconta il rapporto tra abito, attore e personaggio, un viaggio emozionale che permette a chi osserva di intuire i segreti dell’alta sartoria cinematografica italiana, attraversando epoche e stili, che ricreano la magia del cinema”.

Il palcoscenico ideale per raccontare la poliedricità creativa della Stilista è stato lo spettacolo presentato da Filippo Ferretti e Manola Capriotti, che si è tenuto al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con il Patrocinio e contributo del Ministero della Cultura, la Regione Marche, il Comune di Ascoli Piceno, B.I.M. Tronto, la Camera di C o m m e r c i o d e l l e M a r c h e , A m a t M a r c h e , Confartigianato MC-AP-FM.

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