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Rubrica di Elisa Volta

Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: “Il segreto del successo è prendersi il proprio tempo. Quando una donna infila i tacchi è obbligata a rallentare, a guardarsi intorno”. Christian Louboutin.

ELISA VOLTA

L’eleganza dell’incedere lento è indiscutibile.

E un tacco alto, oltre alla lentezza e alla sensualità del passo incerto, impone un portamento eretto, squisitamente fiero.

La calzatura – croce e delizia femminile – va però sapientemente dosata per evitare scivoloni di stile.

Proprio come un prezioso ingrediente che può perfezionare o decisamente compromettere l’equilibrio di un piatto, così, al primo passo, la scarpa giusta può avvicinarci alla perfezione e quella sbagliata renderci tremendamente goffe.

Se una décolleté “tacco dodici” o un sandalo gioiello tempestato di Swarovski e ornato di marabù possono essere il pezzo forte del look destinato ad una cena galante, un party o una serata tra amiche stile Sex and the City, non lo sono altrettanto per un incontro di lavoro o per una qualsiasi altra occasione mattutina o pomeridiana.

Plateau e zeppe, che ci donano quei centimetri in più senza sacrificare il comfort, sono una tentazione a cui dobbiamo resistere, a meno di non trovarci in un contesto molto informale o vacanziero.

Sono tra le soluzioni meno raffinate e assolutamente non adatte a situazioni formali, professionali o cerimonie.

Un po’ di attenzione meritano anche le “ballerine”, calzature rasoterra deliziosamente femminili, amate dall’attrice Audrey Hepburn e dalla fashionissima Olivia Palermo.

Sono una soluzione comoda e molto bon ton, ahimè non sempre accettata dall’etichetta, che impone alla donna di portare un po’ di tacco nelle situazioni più formali (il famoso mezzo tacco comodo, ma utile a slanciare la figura e rendere più elegante il portamento).

Per quanto riguarda le sneakers, oggi tanto di moda, e ormai sdoganate in qualsiasi contesto, va da sé che dovrebbero essere utilizzate per il tempo libero e non in ambito professionale (se parliamo di uffici).

Qualche riga va decisamente dedicata ai sandali e alle scarpe aperte.

Si tratta di calzature non adatte alle cerimonie, né al luogo di lavoro.

Nel caso di eventi formali, sono assolutamente bandite!

Si è mai vista S. M. Elisabetta II presenziare ad una cerimonia calzando sandali?

O sono mai stati esposti i piedi nudi della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen durante un summit? Pur rivestendo incarichi decisamente meno prestigiosi, ciascuna di noi può dimostrare serietà professionale e rispetto per il luogo di lavoro, anche attraverso le scarpe che decide di calzare.

Per le calzature dei Signori Uomini: ai prossimi articoli!

Elisa Volta

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BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: “L’ascolto è una silenziosa, ma elementare, espressione di buone maniere”.

ELISA VOLTA

“L’ascolto è una silenziosa, ma elementare, espressione di buone maniere”.

(Thaddäus Troll, pseudonimo di Hans Bayer)

Saper ascoltare, in un mondo dove tutti vogliono parlare, nella convinzione di avere qualche cosa da dire, ritengo sia una delle massime espressioni di buone maniere contemporanee.

Il miglior conversatore è chi sa ascoltare, accogliere, interessarsi sinceramente a ciò che l’altro sta offrendo di sé.

Nella frenesia della vita moderna capita spesso di sentire, ma non di ascoltare le persone intorno a noi.

Avviene con gli interlocutori occasionali, al lavoro con i colleghi, e purtroppo in famiglia con il partner e con i figli.

Mi auguro che a tutti, almeno una volta, sia capitato di incontrare qualcuno che mentre parlavamo ci osservava con attenzione, in silenzio e sinceramente interessato a ciò che stavamo dicendo.

Quella persona sicuramente non l’abbiamo scordata.

Mi tornano alla mente i ricordi da studentessa: durante le interrogazioni e poi agli esami universitari, alcuni docenti ascoltavano distrattamente, annoiati, annuivano con la mente occupata dai propri pensieri.

Alcuni invece (ahimè, pochi!), avevano un ascolto attento, empatico; ricordo con gratitudine i secondi, perché in quel loro ascolto c’era la fiducia che riponevano in me, nel mio pensiero, era come se mi dicessero: «ti sto ascoltando perché voglio entrare nel tuo mondo, sono interessato alle tue riflessioni, non solamente a verificare e dare un voto alle tue ore di studio». Ecco, è con questo garbo e questa delicatezza che dobbiamo porci nei confronti del nostro interlocutore. 

Ho accennato allo sguardo: nell’ascolto, il contatto visivo è fondamentale.

Sempre più spesso capita di notare persone con il capo abbassato sullo schermo dello smartphone e non con lo sguardo rivolto alla persona che sta parlando con loro.

Non mi riferisco solo ai figli adolescenti, ma purtroppo a persone adulte che spesso ricoprono anche incarichi di prestigio. Questo atteggiamento di totale disinteresse verso l’altro è estremamente sgarbato e aggiungerei, molto fastidioso.

È altrettanto maleducato alzare il tono di voce e sovrastare chi sta parlando, intraprendendo una competizione oratoria. Ascoltando attentamente le parole dell’altro/a, avremo l’opportunità di capire e conoscere maggiormente chi abbiamo di fronte e conversare quindi con lui/lei in maniera più appropriata e pertinente.

A tavola, quando i posti sono assegnati, chi si occupa delle disposizioni (operazione da compiere con la massima attenzione, perché potrebbe pregiudicare la riuscita del convivio) avrà cura di alternare, oltre che uomo e donna, anche parlatori e ascoltatori.

Ma provvederà anche, all’occorrenza, ad arginare il parlatore patologico, affinché la cortese pratica dell’ascolto, non si trasformi in tortura!

Elisa Volta

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BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: i confini della libertà.

ELISA VOLTA

Pare una contraddizione, ma sia nel buongusto che nella buona educazione, questo ossimoro deve essere tenuto in considerazione, perché la libertà di ciascuno termina nel momento in cui non si rispetta quella delle altre persone.

Gli ambiti sono infiniti, ma visto che è iniziata la stagione estiva e le spiagge cominciano ad essere frequentate, partirei da questo luogo.

Fumo, odori di cibo, suonerie del telefono, bambini (o adulti!) che sbraitano e nudità più o meno esibite, rappresentano le linee più complesse da definire.

Se rilassarsi con una sigaretta è un diritto, non lo è invece quello di affumicare il vicino di ombrellone.

La legge italiana permette di fumare in qualsiasi luogo aperto, ma l’educazione ci impone di non arrecare disturbo a chi vive intorno a noi.

Nelle spiagge particolarmente affollate con sdraio ad una minima distanza, è alquanto fastidioso ricevere sul viso il fumo del vicino di ombrellone.

Il fumatore dovrà aver cura di domandare sempre se il fumo dà fastidio, dovrà fare in modo di posizionare la sigaretta dove procura meno disturbo o preferibilmente allontanarsi e fare una passeggiata in riva al mare.

Mai fumare invece in prossimità di un bambino, di un anziano, di una donna incinta e mai liberarsi del mozzicone buttandolo sulla sabbia o in mare, ma riporlo in un sacchetto che verrà poi gettato, o negli appositi portacenere anche portatili.

Se optiamo per un pasto sotto l’ombrellone, non occupiamo lo spazio altrui anche con fastidiosi odori, che nell’orario più caldo della giornata tendono ad essere ancora più sgradevoli.

Anche in questo caso, la discrezione ed il senso della misura dovrebbero farci da guida: evitiamo di apparecchiare il lettino come un tavolo da pranzo ma limitiamoci a consumare della frutta o un panino. È ovvio che gli eventuali rifiuti non andranno abbandonati, ma raccolti in una busta e riposti negli appositi cestini o portati a casa nel caso ci si trovi in uno spazio non attrezzato.

Dopo aver mantenuto entro i nostri confini, fumi e odori, evitiamo di tracimare con il livello sonoro, rendendo partecipe tutta la spiaggia delle nostre conversazioni telefoniche.

Parliamo a voce contenuta o portandoci in riva al mare. Stesso accorgimento per le conversazioni con il partner o i figli.

A proposito di figli, i bambini hanno tutto il diritto di divertirsi in spiaggia, è anche la loro vacanza! Spetta ai genitori imporre le regole ed educare ad una convivenza civile.

Spieghiamo loro che non si corre alzando la sabbia tra i lettini, non si gioca a pallone vicino alle persone, non si strilla e non si abbandonano i giochi per tutta la spiaggia.

Per quanto riguarda l’abbigliamento da spiaggia, il tema si fa più delicato. Le sensibilità verso il corpo scoperto sono differenti e le cause sono da ricercare nell’ambito storico, sociale, culturale e religioso.

Il primo bikini del 1946, il primo topless (subito vietato) del 1964 ed infine il burkini degli anni 2000 (nato da un’idea di Aheda Zanetti, designer australiana di origini libanesi), dovrebbero farci capire quanto questo aspetto possa essere un tema delicato.

Nell’inviolabile diritto di esprimerci liberamente, non dimentichiamo che la persona elegante è quella che sa farsi ricordare più che notare (Giorgio Armani docet).

La scelta del tipo e fantasia del costume è lasciata ai gusti di ciascuno, salvo piccoli accorgimenti che per il rispetto di chi ci sta intorno, vanno considerati.

Se il bikini di ridottissime dimensioni su un giovane corpo snello e sodo, può essere meno volgare, indossato da chi non ha più vent’anni da un pezzo, è assolutamente sconsigliato, così anche il topless che andrebbe adottato solo in spiagge poco affollate.

Il costume è utile per abbronzarsi, ma quando ci si reca al bar, al ristorante o alla toilette anche se sulla spiaggia, per le signore è consigliato l’uso di un pareo e per i signori di una maglietta, anche per questioni igieniche.

Ricordiamo inoltre che se l’abbronzatura uniforme è senza dubbio esteticamente piacevole, non altrettanto gradito è vedere persone in posizioni alquanto imbarazzanti, allo scopo di abbronzarsi ovunque!

Per qualche strana ragione pare che in spiaggia ormai tutto sia lecito: se desideriamo rispettare noi stessi e gli altri…così non è.

Elisa Volta

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BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: Le piccole cose hanno la loro importanza.

ELISA VOLTA

Le piccole cose hanno la loro importanza.

È sempre per le piccole cose che ci si perde.

(Fëdor Dostoevskij)

Questa seconda rubrica di maggio – quella in cui riporto un aforisma- vorrei ancora dedicarla agli sposi.

Le parole iniziali mi danno lo spunto per trattare un tema a me particolarmente caro: la cura dei dettagli.

Sono proprio le piccole attenzioni per gli ospiti che rendono una giornata di festa indimenticabile.

La gestione degli orari: le fotografie che fermeranno per sempre questi attimi felici, sono un rito a cui non rinunciare, ma è necessario organizzare questi momenti in modo che gli ospiti non debbano subire attese estenuanti.

Piccoli ospiti: nell’arco della giornata sarebbe un’ottima idea prevedere un intrattenimento per i più piccoli.

Sarà molto apprezzato dai genitori che potranno così godersi le chiacchiere con parenti e amici e renderemo felici i bambini che non si annoieranno.

Sempre a proposito di “piccoli” da accudire: se tra i nostri ospiti ci sono persone che dividono la vita con un cane, consentire loro di portarlo con sé, li renderà sicuramente felici.

Naturalmente questa possibilità andrà preventivamente concordata e organizzata con la struttura che ospita l’evento. Esistono, per i matrimoni Pet friendly, specifici servizi di wedding dog sitter. 

Da shoes addicted infine, trovo davvero delizioso l’accorgimento di fornire alle invitate (nel caso di aperitivo in giardino) dei copri tacco, lasciati discretamente all’ingresso.

Avvolti in sacchettini di seta colorata e adagiati in un elegante contenitore, saranno, oltre che utili, anche esteticamente gradevoli.

Elisa Volta

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BON TON BON TON a cura di ELISA VOLTA: Maggio: mese delle rose…e delle spose

elisa volta

Rinviamo ad altri futuri articoli la lunga e complessa fase di preparazione (presentazioni ed annunci alle rispettive famiglie, suddivisione dei compiti/conti, invio delle partecipazioni, lista nozze, scelta dell’abito, della location, del menù, delle decorazioni, ecc.), perché trovandoci ormai nel mese di maggio, il tempo è scaduto.

Siamo al grande giorno!
Gli invitati stanno arrivando.

Se è stato previsto un piccolo ricevimento per accogliere i parenti e gli amici prima della cerimonia, i convenuti si ritroveranno nelle due rispettive case dei genitori degli sposi.

Nel caso di seconde nozze o di conviventi, il ritrovo sarà quello delle residenze dei futuri sposi o della casa comune. L’alternativa potrebbe però anche essere il ritrovo direttamente sul luogo della celebrazione.
Alle giovani spose, che uscendo dalla casa dei genitori prenderanno posto sull’auto accompagnate da papà, mi preme dare un consiglio. Nella frenesia di controllare gli ultimi dettagli, nell’assicurarsi che tutti gli invitati siano in auto e abbiano ricevuto le indicazioni corrette (e non parlo dei fiocchi da legare agli specchietti.

Questi mai!) per recarsi nel luogo prestabilito, ricordate di non dimenticare la mamma!
Impossibile?

Purtroppo no. In uno slancio di sincerità verso di voi, cari lettori, confesserò che anni fa, la mamma “dimenticata”, di cui sopra, fu la mia!
Ecco perché è importante stabilire in anticipo come saranno composte le auto che formeranno il corteo nuziale.
Una volta raggiunta la chiesa o il municipio, gli invitati dello sposo (che sarà il primo a raggiungere la sede), prenderanno posto dietro di lui, cioè a destra, mentre quelli della sposa, che arriverà successivamente, a sinistra.
La giovane sposa verrà condotta verso il futuro marito dal padre, che le offrirà il braccio sinistro.
Sia nel caso di cerimonia religiosa che civile, il momento è solenne e richiede il dovuto rispetto.

Se è stato ingaggiato un fotografo professionista, gli invitati dovrebbero astenersi dall’aggirarsi per la chiesa o la sala del municipio come paparazzi a caccia della migliore inquadratura per video o foto.
Naturalmente il silenzio è d’obbligo.
Al termine della cerimonia, dopo le firme e le fotografie di rito, gli sposi si accingeranno ad uscire dalla chiesa o municipio.
Questa volta la neo sposa sarà al braccio destro del marito. I militari che si sposano in divisa, offriranno invece alla neo moglie, il braccio sinistro, per poter compiere il saluto militare ai colleghi schierati sul sagrato.

Gli sposi, nell’uscire, apriranno il corteo seguiti dagli eventuali paggetti e damigelle, dal padre di lei con la madre di lui, padre di lui con la madre di lei, testimoni, sorelle, fratelli, nonni, zii, primi cugini, secondi cugini e amici.
Il corteo delle automobili si avvierà a questo punto, verso il luogo del ricevimento e del pranzo o cena, in modo ordinato e senza strombazzamenti.

Raggiunta la destinazione, gli ospiti verranno solitamente accolti con un aperitivo “in piedi”, la formula può essere molto gradita dai giovani, meno dai nonni e dai prozii afflitti da artrite, che saranno felici di trovare alcuni tavolini con sedia sparpagliati qua e là.
Dopo l’aperitivo e talvolta l’antipasto a buffet, gli ospiti prenderanno posto ai tavoli loro assegnati.
La disposizione a tavola sarà stata accuratamente studiata dagli sposi, insieme all’eventuale organizzatrice/organizzatore dell’evento, tenendo conto del grado di parentela (più i parenti sono prossimi, più saranno vicini agli sposi), di amicizia e di importanza.

La composizione dei tavoli tenderà a riunire membri delle due famiglie, allo scopo di farli conoscere, ma terrà anche conto
delle caratteristiche di ciascuno, per formare gruppi di persone legate da comuni interessi, per i quali sarà possibile intrattenere piacevoli conversazioni.

Nei posti a sedere sarà sempre prevista l’alternanza uomo – donna.

Con la diffusione delle famiglie allargate, con genitori degli sposi al secondo o talvolta terzo matrimonio, si tende oramai ad evitare il classico tavolo degli sposi con i membri delle rispettive famiglie, optando per una più semplice soluzione: tavolo degli sposi da due.

È oramai una consuetudine protrarre la festa a lungo, arrivando talvolta a fare anche la cena, pur essendosi sposati al mattino, o fare mattina, nel caso di cerimonia pomeridiana.
Se sono gli sposi a desiderarlo, va bene, in caso contrario, gli invitati, consci dell’impegno, anche emotivo che la coppia ha sostenuto nell’arco della giornata, dovrebbero lasciare i novelli sposi prima del loro svenimento per stanchezza e prima che l’euforia e l’alto tasso alcolemico abbiano raggiunto il punto di non ritorno.

Nei giorni seguenti sarebbe imbarazzante rivedersi sui video con cravatte legate sulla fronte impegnati in performance di dubbio gusto con sfondo di caviglie gonfie di zie e nonne, in bella mostra sulle sedie.
Anche i bambini in piena fase Rem sotto i tavoli non sono opportuni.

Per loro, il consiglio è di prevedere un’animazione, nell’arco della giornata, con personale qualificato che si prenda cura di loro e poi ad un orario consono, portarli a casa.
Il ricordo di chi si avvia verso casa, non deve essere quello di aver appena abbandonato, sfiniti, un
campo di battaglia, ma quello di aver avuto l’onore di condividere la gioia preziosa di un nuovo inizio e di averlo fatto con consapevolezza, rispetto ed eleganza.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON a Cura DI ELISA VOLTA : “Non c’è nulla di più profondo di ciò che appare in superficie”

ELISA VOLTA

Mi permetto di prendere in prestito l’aforisma del filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel per trasferirlo al concetto di buone maniere.

Le buone maniere non sono una “posa”, ma una strada per affrontare la vita e richiedono consapevolezza, sensibilità e allenamento.

Ogni abito che indossiamo dice ciò che intendiamo comunicare o nascondere, la scelta di una parola svela il nostro pensiero e ogni gesto racconta la nostra storia e le nostre abitudini (soprattutto a tavola).

Il garbo e l’educazione non vanno praticati solo in pubblico.

Le stesse attenzioni ed il medesimo rispetto devono essere riservati anche a noi stessi e ai nostri famigliari e la discrezione deve essere il telaio su cui ordire i rapporti con il mondo esterno.

Non sono l’esibizione di conoscenze accademiche o i riconoscimenti pubblici ad identificarci come persone di buone maniere, ma è ciò che scaturisce dalla parte più profonda di noi.

Elisa Volta

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“BON TON BON TON” A CURA DI ELISA VOLTA: Il corretto utilizzo del tovagliolo.

elisa volta

È stato nominato nel precedente articolo della rubrica, ma vale la pena esaminare la sua nascita e il suo corretto utilizzo.

Fino alla fine del Medioevo, che si trattasse di reali e nobili o di semplici contadini, i commensali erano soliti pulirsi bocca e mani con la tovaglia.

Questa rozza consuetudine fu superata solo un decennio prima del 1500.

Il merito fu di Leonardo da Vinci: sì, proprio “quel” Leonardo. L’illustre genio fiorentino, oltre al fondamentale contributo artistico e scientifico, alla corte di Ludovico Sforza (il Moro) introdusse innovazioni anche nell’arte della tavola.

Acuto osservatore ed esteta, amante della pulizia e dell’ordine, infastidito dai gesti barbari e dall’incuranza diffusa nei banchetti dei quali era testimone, ebbe l’intuizione di creare una tovaglia in miniatura, da fornire ad ogni singolo ospite.

Come appena detto, questo piccolo scampolo di stoffa nasce con lo scopo di pulire la bocca, non come protezione per gli abiti.

Non si lega quindi intorno al collo, né si tiene appoggiato al petto con la mano sinistra mentre si mangia con la destra.

A tavola, lo troveremo correttamente posizionato alla sinistra dei piatti, dove potrà essere preso dalle estremità con due dita e fatto scivolare in grembo.

Non dovrà essere “steso” come un lenzuolo, ma aperto leggermente e ripiegato in due, in modo da formare un rettangolo da posizionare sulle gambe.

Verrà utilizzato prima di bere e dopo aver bevuto e riposto immediatamente sulle gambe.

Si utilizzerà la parte interna che verrà subito ripiegata per evitare di sporcarsi gli abiti e per non lasciare a vista le eventuali macchie di cibo.

Un consiglio che mi permetto di fornire alle signore che indossano il rossetto, è quello di tamponare le labbra preventivamente con un fazzolettino di carta: questo permetterà di non lasciare fastidiose macchie sul tovagliolo e aloni sui bicchieri.

Se ci si alza da tavola durante il pasto?

Su questo argomento i pareri sono discordanti.

Alcuni manuali di buone maniere sostengono che il tovagliolo vada lasciato sul tavolo alla sinistra del piatto, dove è stato trovato all’inizio del pasto.

Personalmente ritengo che abbandonare accanto ad altri commensali, che stanno ancora consumando il pasto, un tovagliolo usato, non sia gradevole né igienico.

Tendo quindi a propendere per la tesi di altri manuali che indicano come luogo più consono il bracciolo della sedia o la seduta.

Al termine del pasto si lascerà invece sul tavolo, a sinistra del piatto, senza piegarlo, ma richiudendolo in modo da non mostrare la parte interna utilizzata.  

Nei ristoranti di prestigio, il tovagliolo utilizzato per l’intero pasto verrà sostituito al momento del dessert con uno di dimensioni minori, che verrà posizionato dal cameriere, direttamente in grembo ai commensali.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

“BON TON BON TON” A CURA DI ELISA VOLTA “Da Monsignor Della Casa al selfie”.

ELISA VOLTA


[…] NON ISTÀ BENE A FREGARSI I DENTI CON LA TOVAGLIUOLA, E MENO CHE MENO COL DITO, CHE SONO ATTI DIFFORMI.

Né risciacquarsi la bocca e sputare il vino, sta bene in palese.

Né in levandosi da tavola portar lo stecco in bocca, a guisa d’uccello che faccia suo nido, o sopra l’orecchio, come barbiere, è gentil costume […]

Si tratta di un estratto dal libro “Galateo” di Giovanni Della Casa pubblicato, postumo, nel 1558.

Mi auguro che ai giorni nostri nessuno più si risciacqui la bocca con il vino per poi sputarlo, ma vi assicuro di aver avuto la spiacevole occasione di vedere una “Signora” a tavola, intenta a strofinare accuratamente il tovagliolo sopra gli incisivi prima di un selfie!

Sono una fervida sostenitrice dell’igiene orale, ma raccomando di svolgere tali operazioni con l’ausilio di spazzolino e dentifricio nella riservatezza della sala da bagno.

Veniamo agli stuzzicadenti: non vanno mai portati a tavola, ma soprattutto in questo contesto non devono essere usati.

Se non possiamo proprio fare a meno di incuneare l’incriminato legnetto fra i denti, chiediamolo al cameriere o ai padroni di casa con discrezione e spostiamoci nella toilette per condurre le operazioni.

Gli stuzzicadenti che accompagnano olive o tartine servono per prendere tali alimenti e portarli alla bocca.

Da lì poi, lo stecco si allontanerà immediatamente.

Non resteremo con il legnetto accomodato sulle nostre labbra «a guisa d’uccello che faccia suo nido».

Elisa Volta

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AttualitàRubrica di Elisa Volta

“BON TON BON TON” A CURA DI ELISA VOLTA : Incontrarsi con le parole piuttosto che scontrarsi con le armi.

elisa volta

“Bon ton Bon ton”, un titolo che trasmette leggerezza e joie de vivre (direbbero i francesi) e infatti queste parole potrebbero essere canticchiate sulle note della celebre canzone Bonjour Bonjour di Yu Yu.

Ritengo che la leggerezza e l’ironia siano le strade meno accidentate su cui far transitare i concetti più delicati.

Questo nostro appuntamento, non può estraniarsi dalla realtà, perché le buone maniere riguardano ogni aspetto della vita. Non mi è possibile dimenticare ciò che sta accadendo a pochi chilometri da noi e a cui assistiamo impotenti.

Ero certa (come tutti, credo) che non avrei mai più visto una guerra, non in Europa, non così.

Perché se la vita umana ha ancora un valore, dalla guerra si esce sempre sconfitti, anche se vincitori.

Sentiamo ripetere termini come: soluzione diplomatica”, “dialogo”, “mediatore”, “negoziazione”.

Unici appigli a cui ancorare le nostre speranze nell’auspicio di una risoluzione.

Incontrarsi con le parole piuttosto che scontrarsi con le armi.

Ma se è nel dialogo che riponiamo tutta la nostra fiducia, quanto, anche sul piano personale, per evitare gli scontri e le tensioni, è importante imparare a comunicare?

È sufficiente guardare un qualsiasi dibattito televisivo per rendersi conto di come la prevaricazione, la manipolazione, il tentativo di persuasione, le urla e lo sproloquio e non il confronto, siano i mezzi utilizzati per dialogare.

Forse dovremmo proprio ripartire tutti da qui: imparare a comunicare tra di noi, applicando il bon ton della parola.

Il dialogo dovrebbe essere uno scambio, dove ciascuno esprime le proprie idee dando il personale contributo e ricevendo in cambio un arricchimento, una visione più ampia.

Nei dibattiti, ma anche nelle nostre relazioni, ci siamo purtroppo abituati a vedere come vincente, non necessariamente chi sviluppa la tesi più ragionevole, ma chi riesce ad avere la meglio sugli altri, e lo fa, come in un duello, preoccupandosi solo di colpire e di parare i colpi.

Un mediocre e goffo tentativo di applicazione dei celebri 38 stratagemmi di Schopenhauer nel “L’arte di ottenere ragione”.

Forse, per comprendere, dobbiamo tornare agli anni ’80 e ai galatei che diventano manuali “per farcela”, per mettersi in mostra, guide per l’autoaffermazione che insegnano le tecniche di comunicazione per essere vincente o dove le formule di persuasione vengono applicate per vendere i prodotti.

Ma se aspiriamo ad un mondo meno aggressivo e prepotente, forse, ciascuno di noi dovrebbe iniziare proprio da qui. Nei dialoghi dovremmo imparare ad “ascoltare” più che a “parlare”, ad interessarci davvero al nostro interlocutore e alle sue parole.

Se in una disputa vogliamo esprimere una posizione o sostenere una tesi, facciamolo con modi garbati, senza offendere il nostro interlocutore e senza tentare di sovrastarne la voce, alzando il tono della nostra. Lasciamo terminare e poi replicheremo.

Tentiamo di cambiare la convinzione che siano solo l’aggressività, la prevaricazione e la maleducazione le uniche vie per ottenere ragione o per apparire vincenti.

Personalmente sono molto infastidita da questo approccio comunicativo e quando nei dibattiti  televisivi iniziano ad alzare i toni e a urlare, cambio canale.

Imparare a comunicare con gentilezza non farà purtroppo cessare le guerre, ma iniziare a percepire il dialogo come scambio e non come lotta e esibizione di superiorità, migliorerà sicuramente i nostri rapporti sociali.

È sempre dalle piccole cose che hanno inizio i grandi cambiamenti.

Elisa Volta

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AttualitàRubrica di Elisa Volta

“BON TON BON TON” A CURA DI ELISA VOLTA: se si vedono non sono buone maniere…

ELISA VOLTA

“L’uomo elegante è quello di cui non noti mai il vestito”

(William Somerset Maugham)

Come per l’eleganza, anche per le buone maniere vale lo stesso principio: se si notano, non sono buone maniere.

Non una posa per occasioni speciali, ma una rilassata consuetudine, uno stile di vita.

Ecco come vanno intese le buone maniere.

Se pensiamo di padroneggiare il tema sfoggiando diligentemente regole e regolette tirate fuori dal cappello come conigli… possiamo aspirare ad essere forse dei bravi cabarettisti, ma non delle persone educate.

Ci vuole consapevolezza, pratica e attenzione.

Ecco perché se vogliamo che il mondo recuperi valori quali: rispetto, tolleranza, altruismo, è fondamentale che determinati comportamenti vengano seguiti anche a casa, dove i bambini e i ragazzi ci osservano. Insegniamo loro il rispetto con l’esempio e non lasciamoci mai vincere dal “tanto non mi vede nessuno”!

Ma come agire praticamente?

Iniziando dalle piccole cose: anche tra le pareti domestiche, non lasciamoci andare all’uso di un linguaggio superficiale, o peggio, involgarito da parolacce e imprecazioni.

Nelle discussioni lasciamo spazio a tutti i pareri.

A tavola cerchiamo di mantenere delle regole di orari e di mansioni da svolgere tra i vari componenti della famiglia.

Evitiamo abbigliamento e atteggiamenti troppo trasandati; sulla sedia, ad esempio si sta seduti e non accovacciati e l’avambraccio sinistro non serve per “puntellare” la testa!

Cerchiamo di essere irremovibili: smartphone e tecnologia varia, non fanno parte della mise en place.

Evitiamo di “scaricare” alla rinfusa, sulla tavola, confezioni e oggetti vari. 

Anche l’occhio vuole la sua parte e avere una tavola apparecchiata in modo gradevole e ordinato, aiuta a mantenere quella sensazione di armonia che predispone positivamente e allenta le tensioni accumulate durante la giornata.

Provare per credere!

Elisa Volta

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