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Redazione

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E SE VE LO DICE ROSSELLA, Rubrica a cura della Dott.ssa Rossella Facchinetti: “La Depressione”.

rossella facchinetti

La depressione è una malattia insidiosa che può colpire chiunque, indipendentemente dall’età o dal contesto sociale. Spesso, il suo peso è invisibile agli occhi degli altri, portando a una sottovalutazione della sofferenza di chi ne è affetto.

Gli adolescenti, in particolare, si trovano ad affrontare sfide uniche: la pressione dei pari, le aspettative accademiche e le trasformazioni personali possono amplificare i sintomi della depressione, rendendo difficile per loro trovare il supporto di cui hanno bisogno.

Gli adulti non sono esenti, anzi, molte volte si sentono intrappolati in una spirale di responsabilità e stress, senza tempo per riconoscere o affrontare il loro stato emotivo.

La mancanza di comprensione e sensibilità da parte della società può portare a un isolamento ancora più profondo.

Spesso si sente dire che “è solo una fase” o “dovresti rimanere positivo”, ma questi commenti minimizzano l’esperienza reale di una persona in difficoltà.

È fondamentale che la società impari a riconoscere la gravità della depressione.

Non è una semplice tristezza, ma una condizione complessa che richiede empatia e supporto.

Dobbiamo creare un ambiente in cui chi soffre possa sentirsi al sicuro nel condividere la propria lotta, incoraggiando conversazioni aperte e senza stigma.

Solo così potremo promuovere la consapevolezza e, forse, aiutare qualcuno a vedere una luce alla fine del tunnel. La depressione merita attenzione, comprensione e azione.

Sono Rossella Facchinetti, psicologa clinica, e vi auguro sempre il vento in poppa.
colloqui online per appuntamenti contattatemi alla mail:
rossellafacchinetti28@gmail.com
Profilo instangram:
dottoressarossellafacchinetti

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Musica

Natale a New York con le musiche immortali di Bach.

Dominika Zamara

Qual è il modo migliore per celebrare le festività se non con la musica? L’appuntamento è a New York per un evento eccezionale negli Stati Uniti: l’esecuzione del Weihnachts Oratorium (Oratorio di Natale) di Johann Sebastian Bach.

L’opera è un titolo emblematico che riporta alla magia delle Festività Natalizie: un ciclo di sei cantate sacre distinte (In questa occasione saranno eseguite le Cantate I, II, VI), pensate per essere eseguite in sei giorni di festa, che racconta la storia della nascita di Gesù basandosi sui Vangeli di Luca e Matteo, narrando il passaggio dal 25 dicembre (Natale) al 6 gennaio (Epifania).

L’esecuzione si terrà il 7 dicembre presso la Our Lady of Mount Carmel di Brooklyn, New York. A dirigere l’orchestra New York Chambers Player e il NYCP Chorus sarà il Maestro Giacomo Franci. I solisti che saliranno sul palco sono: Dominika Zamara (Soprano), Jada Crawford (Alto), Joseph Stroppel (Tenore) e Blake Wayment (Basso/Baritono).

Non c’è modo migliore per avvicinarsi alle festività se non celebrando con l’arte, grazie a questo capolavoro del genio indiscusso di Johann Sebastian Bach.

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La Dolce via Festival: Il ponte culturale tra Italia ed Emirati Arabi Uniti protagonista nel 2025

LA DOLCE VIA FESTIVAL

Presso la Mohammed bin Rashid Library di Dubai, “La Dolce via Festival” con una cerimonia di apertura alla presenza del Console Italiano Edoardo Napoli e con le due eccellenze del cinema italiano il regista e produttore Gabriele Mainetti e l’attore Alessandro Preziosi. Un evento innovativo dedicato alla cultura e all’Alta Formazione cinematografica, diretto ed organizzato da Benedetta Paravia, che unisce Italia ed Emirati Arabi Uniti in un percorso comune di creatività, scambio e visione.

Un progetto nato per avvicinare due mondi attraverso il cinema. Nato nel 2023 da un’idea di Benedetta Paravia – insignita dal Governo emiratense dello status di cittadina “Golden” come personalità pioniera di talento – “La Dolce Via Festival” è promosso da A.N.G.E.L.S. aps a sostegno dei giovani creativi e talenti universitari degli Emirati Arabi Uniti. 

Il Festival nasce con un obiettivo ambizioso: avvicinare gli studenti emiratensi alla cultura del cinema italiano, formandoli nel nostro Paese e contribuendo allo sviluppo di un hub cinematografico negli Emirati, capace di attivare collaborazioni, coproduzioni e scambi professionali tra le due nazioni.

Il protagonista dell’edizione 2025 Gabriele Mainetti, che presenta la sua trilogia e tiene due masterclass e un workshop esclusivi per gli studenti locali. A completare il programma, l’attore Alessandro Preziosi, che conduce una masterclass dedicata agli aspiranti attori emiratensi.

Un’iniziativa dal forte valore istituzionale e diplomatico che si avvalora della collaborazione dell’Ambasciata d’Italia in Abu Dhabi, guidata dal carismatico Ambasciatore Lorenzo Fanara. 

Il Festival è patrocinata del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e della Regione Lazio.

Dal lato emiratense, si svolge sotto gli auspici del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell’Ambasciata d’Italia ad Abu Dhabi, con le media partnership di Rairadio3 e Abu Dhabi Media.

La Dolce Via Festival è un prezioso strumento di diplomazia culturale che arricchisce le iniziative della nostra Ambasciata, offrendo ai giovani talenti emiratensi l’opportunità di conoscere e formarsi nel cinema italiano contemporaneo. Siamo grati alle istituzioni patrocinanti per il loro sostegno: come ricorda spesso il Presidente del Senato Ignazio La Russa, il successo di ogni iniziativa di sistema nasce dalla collaborazione tra pubblico e privato.”— Benedetta Paravia Direttrice del Festival

E’stato firmato a Dubai un accordo tra l’American University in the Emirates, rappresentata dal Presidente e fondatore Professor Muthanna ed A.N.G.E.L.S. APS, nella persona dalla Vicepresidente Benedetta Paravia.

L’accordo mira ad offrire agli studenti emiratensi dei corsi di Media e Design ed anche l’opportunità di proseguire la loro crescita professionale con training avanzati e percorsi di eccellenza in Italia, rafforzando così ulteriormente la collaborazione istituzionale nel campo della cultura e della formazione tra Italia ed Emirati Arabi.

UFFICIO STAMPA

Cristina Attinà cell. 392.6133227

email. cristiattina8@gmail.com

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Sarà esposto in un museo il wc d’oro da 12,1 milioni di dollari di Cattelan

america

Ad acquistarlo all’asta è stato il Ripley’s Believe It or Not!, in Florida, dedicato agli oggetti più strani e originali del mondo

Sì, l’opera di Maurizio Cattelan intitolata “America”, una toilette in oro 18 carati, è stata venduta all’asta per circa 12,1 milioni di dollari (che equivalgono a circa 10 milioni di euro).

​L’asta si è tenuta da Sotheby’s a New York ed è stata un evento molto seguito.

È importante notare che: ​L’opera è stata venduta per una cifra che si avvicina molto al valore intrinseco dell’oro di cui è composta (circa 10 milioni di dollari), a cui si sono aggiunte le commissioni d’asta. ​

Questa è l’unica versione esistente dell’opera dopo che l’esemplare esposto al Blenheim Palace in Inghilterra fu rubato nel 2019 e mai più ritrovato. ​Il titolo dell’opera è “America”, ed è un celebre esempio della critica sociale e della provocazione tipica di Cattelan.

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L’Araldo della Disperazione a cura di Simone Ratti…”ESASPERANTE – ESACERBANTE – ESTENUANTE”.

“Da un lato abbiamo Mia Bintou Diop, ventitré anni, nata a Livorno, liceo classico, studi universitari, militanza precoce: Parlamento degli studenti, PD cittadino, poi direzione nazionale, ora vicepresidente della Regione Toscana.

È la più giovane vice nella storia della Regione, celebrata come volto del rinnovamento, della generazione Z, della Toscana inclusiva e progressista.

Dall’altro lato c’è il padre, Mbaye Diop, per anni figura di riferimento della comunità senegalese livornese, già tesserato del medesimo mondo politico.

Un’inchiesta televisiva di “Fuori dal Coro” (Mario Giordano) lo ha mostrato come occupante di un alloggio di edilizia popolare comunale per circa vent’anni, senza pagamento regolare dell’affitto e con un pesante debito accumulato verso il Comune.

Non una svista di qualche mese: una morosità strutturale, tollerata nel tempo. Qui il punto non è moraleggiare sui rapporti familiari, la figlia ha tutto il diritto di rivendicare che le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma osservare il cortocircuito tra narrazione e governo.

Da un lato, il PD che presenta Diop come simbolo avanzato di giustizia sociale, diritti, inclusione. Dall’altro, un sistema di gestione del patrimonio pubblico che consente a un esponente di spicco di vivere per decenni in un alloggio popolare senza che l’ente proprietario applichi con rigore le stesse regole che pretenderebbe da qualunque altro cittadino.

È in questa asimmetria che si manifesta la sottocultura del mantenimento assistenziale: * la legalità diventa flessibile per chi è “dentro” la rete, * inflessibile per chi ne resta fuori. Il cittadino che paga regolarmente il mutuo o l’affitto, che si alza alle cinque e mezza del mattino per andare a lavorare, fatica persino a spiegare ai propri figli perché lo Stato, con lui, non è altrettanto “comprensivo”. Domande legittime, andrebbero poste su: redditi, studi e tenore di vita.

A questo si aggiunge un elemento che non è ancora risposta, ma è domanda politica legittima. Se il padre risulta per anni formalmente inadempiente verso il Comune, se il suo status economico ufficiale appare fragile o nullo, da dove provengono le risorse che hanno consentito:

1 di mantenere una famiglia numerosa (più figli, spese quotidiane);

2 di sostenere studi liceali e universitari,

3 di garantire un tenore di vita visibilmente decoroso – abbigliamento curato, presenza pubblica costante, vita da “figura di riferimento”, e di permettere alla figlia una militanza politica intensa, spesso difficilmente conciliabile con un normale lavoro a tempo pieno? La domanda non è pettegolezzo: è questione di giustizia distributiva.

Mentre un padre e una madre con figli, sommando due stipendi regolari, arrivano a malapena a fine mese – 2.000 euro netti lui, 1.200-1.300 euro lei – faticano a gestire le spese per le scuole superiori dei ragazzi, tagliano su tutto per pagare tasse, bollette, mutuo, libri, trasporti, cosa devono pensare davanti a chi: – occupa un alloggio pubblico senza pagare, – accumula debiti che nessuno esige fino in fondo, e al contempo appare inserito in un circuito di prestigio politico e comunitario?

La frattura non è solo economica: è morale.

È il senso di essere stati presi per sciocchi: “noi rispettiamo le regole, loro no; ma sono loro a essere premiati”. Il problema non è la giovane vicepresidente in sé. COMUNQUE IMPROPONIBLE NEL RULO AFFIDATOLE!!!!

Il problema è il sistema che rende cogente la domanda: “Se io faccio tutto in regola e non vengo mai premiato dalla vita e dalla societa’, anzi……vengo tartassato e vessato ogni anno, in misura maggiore, forse per contare qualcosa, devo anch’io entrare in un circuito di protezione PiDdistica (fedaistica) / sistemica / clientelare ?” È qui che l’etica democratica collassa………..e si instaura L’Età dell’Icona e l’Esilio della Competenza Cioe’: “-La Via del Consenso Senza Consenso-” Viviamo in un’epoca che ha smarrito la gravità del gesto e si nutre dell’effimero, dell’impressione. La politica, un tempo arte difficilissima, mestiere di pazienza, ascesi dell’esperienza, si è ritirata dalle cose per trasformarsi in immagine, in narrazione, in simbolo da consumare più che da comprendere.

Lì dove un tempo si chiedeva all’eletto di saper reggere il peso dell’autorità, oggi gli si chiede piuttosto di incarnare un’emozione collettiva, un frammento di racconto, un segno del tempo.

Non più l’uomo che sale verso l’istituzione, ma l’istituzione che scende verso l’immagine. Per concretezza, la lettura delle personalita’ “Figure” e degli operati fattuali, chiariscono il concetto meglio di mille melliflue argomentazioni astratte, nei fatti osserviamoli questi eponimi moderni:

La Figura SCHLEIN, leader generata dal voto d’opinione, incarna la politica post-organizzativa: la leadership che non emerge dal corpo dei militanti ma dalla pancia digitale del Paese.

Non è scelta per ciò che ha costruito, ma per ciò che rappresenta a chi, fuori, desidera imprimere un volto alla propria corruzione politica. L’algoritmo non forma leader, ma amplifica simboli. La Figura SCHLEIN è la creatura perfetta di questo meccanismo: non scala il partito; lo sorpassa.

La Figura SALIS è la precorrotrice naturale del fenomeno: l’attivismo che diventa icona, l’esperienza personale che, amplificata dal circuito mediatico, si eleva a mito identitario. Non è più l’istituzione a forgiare la figura; è la vicenda a forgiare l’istituzione.

È il trionfo della merce politica a basso costo di produzione ma ad altissima redditività emotiva. Il suo mandato è nato nella tempesta mediatica, non nel paziente tirocinio civico. Una volta, il Parlamento era la casa della deliberazione; ora è spesso la scenografia del racconto.

La Figura DIOP, giovane e iconica, è l’ultimo simbolo di questa mutazione. Non emerge, come vi ho in ampiamente documentato, dalla lunga trafila della competenza amministrativa, ma dalla capacità di funzionare come allegoria: apertura, rinnovamento, multiculturalità. Il suo potere non nasce dalla terra che dovrebbe rappresentare, ma dalla percezione che suscita. In termini marxiani, ha un valore di scambio simbolico altissimo e un valore d’uso ancora acerbo.

Non è colpa sua, è il destino che le assegna la nuova liturgia dell’apparire. Su scala internazionale, la Figura MAMDANI, sindaco di NY grande metropoli globale, mostra quanto la narrativa sostituisca ormai la governance.

Le città-mondo diventano laboratori iconografici: ciò che conta non è più la competenza amministrativa, ma l’utilità simbolica della figura per raccontare la città al mondo La metropoli vuole un’icona, non un amministratore: il presente vuole essere visto, non governato. Al fondo di questo panorama, il politico tradizionale, peschiamolo dallo stesso paradigmatico campo sinistro d’azione.

La Figura BONACCINI, custode di una politica che si era affermata nella lenta maturazione, nella gavetta, nel bilancio, nella conoscenza reale dei territori. Tale figura, e’ ormai divenuta arcaica nella scena contemporanea. Un tempo era “normalità”; oggi sembra un fossile prezioso.

La sua marginalizzazione non è un dettaglio: è il segnale della crisi più profonda, la crisi della competenza democratica.

A tutto questo si aggiunge il grande paradosso del nostro tempo: l’ordalia delle opinioni. Il principio “uno vale uno”, nobile nella sua origine, è stato deprivato della sua responsabilità originaria: ora vale come equivalenza indifferente. Se ogni voce è identica, nessuna spicca.

Se ogni contenuto è voce, nessuna parola pesa. È così che si consuma il dramma contemporaneo: “Uno vale uno; ma tutti insieme non valgono nessuno”. L’autorevolezza evapora. L’esperienza si relativizza. La competenza si scioglie nella massa delle percezioni. E mentre le opinioni si gonfiano come maree improvvise, il dèmos kràtos, il potere del popolo, non il popolo in sé, si ritrae.

Non scompare il popolo: scompare la sua capacità di esercitare potere. La cittadinanza diventa impressione, non deliberazione; gesto digitale, non atto politico. Il rito antico dell’urna, lento, solenne, responsabilizzante, è sostituito dal gesto del pollice che scorre, dal click impulsivo.

Le società umane hanno sempre distinto la parola dalla decisione; oggi questa distinzione svanisce. Il click pretende di essere voto, la reazione pretende di essere partecipazione, la visibilità pretende di essere potere. Lasciamo vuoti…………..

E i vuoti vengono occupati non per complotto, ma per semplice legge naturale, dove il dèmos kràtos abdica, avanzano attori più continui, più organizzati, più stabili, poli di influenza apolidi sovranazionali, che hanno il tempo, i mezzi e la capacità di stare dove noi non siamo più presenti.

Nel frattempo le giovani generazioni crescono dentro un orizzonte disossato: l’avatar è più stabile del corpo, la rete più solida della comunità, la narrazione più viva dell’esperienza. Il passato non è negato: è semplicemente non trasmesso. Non c’è un editto che recide il filo generazionale; c’è una lenta evaporazione della memoria.

E dove l’identità non si consegna, si costruisce altrove: negli schermi, nei feed, nelle micro-appartenenze senza radici. Ricostruire il retaggio significa ricostruire la grammatica della continuità. Rendere nuovamente comprensibile ciò che abbiamo ricevuto. Rendere di nuovo desiderabile ciò che siamo stati.

Non un rifugio nostalgico, ma un ritorno alle sorgenti dove il senso si rigenera. Sul piano teorico, per capire quanto fragile sia la nostra epoca, vale la pena evocare il modello estremo emergente che le scienze politiche individuano come limite concettuale: “la fusione tra la teocrazia islamista totalizzante e il comunismo reale di stampo sovietico”. Un’unica autorità, dipendente dall’Ultracapitale apolide, che governi insieme: l’economia, la morale, la fede e la cultura. Un unico potere che imponga, allo stesso tempo, ciò che si deve produrre e ciò che si deve credere.

È il punto massimo della coercizione: il monopolio sul corpo e sull’anima.

Per ora e’ un monito, ma manifesto, e’ la soglia teorica oltre la quale il pluralismo, la Repubblica e la Democrazia muoiono. Serve a ricordarci che la libertà non è mai garantita per inerzia: è un esercizio continuo del dèmos kràtos, non una sua sospensione. Le figure DIOP, SALIS, SCHLEIN, MANDANI e BONACCINI non sono dunque sintomi marginali: sono gli specchi in cui si riflette il nostro tempo.

Senza rendercene conto, come rane bollite a fuoco lento, ci hanno traghettato ed ormai viviamo nell’epoca del consenso senza consenso, della rappresentanza senza radici, della politica senza strutturazione, della partecipazione senza responsabilità. Sono i segnali che indicano, tutti insieme, la stessa direzione: il popolo parla molto, ma esercita poco, Il potere del popolo evapora nella percezione disincarnata dalla realta’

E allora il compito che ci resta è chiaro: ” ridare spessore al gesto, densità alla parola, continuità al retaggio, gravità al voto”. Tornare a una politica che sia architettura del bene comune e non scenografia del percepito. Rendere di nuovo possibile la sobrietà, la competenza, il silenzio che precede ogni decisione importante; quale esercitare il proprio diritto di voto, segreto, nell’intimita’ della cabina elettorale e depositare la scheda nell’URNA CIVICA.

“Perché il potere del popolo non vive attraverso gli occhi dell’ Avatar, ma nel respiro profondo del suo riconoscersi,

NELLA QUOTIDIANITA’ DI GESTI FECONDI E CONSUETI”

Simone Ratti L’Araldo della Disperazione Umanista professante

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L’Araldo della Disperazione a cura di Simone Ratti:“SCHIAFFO MORALE”,IL.VELO OBBLIGATORIO SULLE.DONNE NON E’ RELIGIONE: ” E’ PATRIARCATO FOSSILIZZATO!!!!”

Simone Ratti

Da secoli ci raccontano che il velo sia “sacro”, “modesto”, “rispettoso”.

No. Il velo nasce da una sola idea: la donna come proprietà dell’uomo.

E chi usa la religione per giustificarlo, spesso non ha mai letto davvero i testi che cita. Guardiamoli in faccia:

* Genesi 6:1-4 – Le donne erano “desiderabili” e gli esseri divini “le presero”.

Il messaggio non è “copriti”: è la donna come preda del desiderio maschile.

* Talmud (Berakhot 24a & Ketubot 72a-b) – I capelli della donna sono “nudità” (ervah) e va coperta per non “turbare”.

Traduzione: l’uomo non si controlla → la donna paga.

* Paolo di Tarso (1 Cor 11) – Copritevi “a motivo degli angeli”.

Se un uomo (o un angelo) non sa gestire il proprio impulso, la soluzione sarebbe nascondere la donna?

Assurdo oggi, patriarcale allora.

* Tertulliano – De Virginibus Velandis

Velo a tutte, pure alle vergini. Perché? “Decoro”, “angeli”, “morale”.

Cioè: controllo del corpo femminile elevato a norma religiosa.

* Qumran – Nei Rotoli del Mar Morto, soprattutto nella Regola dell’Assemblea (1QSa), troviamo norme rigidissime su purezza, ruoli e partecipazione ai riti. Nelle adunanze sacre è prevista la separazione e l’ordine tra uomini, donne e bambini (1QSa 1,4-11), e le donne compaiono quasi solo in contesti di matrimonio e purezza familiare, senza ruoli religiosi attivi.

Proprio perché Qumran era il gruppo più rigorista del giudaismo antico, il dato è importante: non esiste alcuna prescrizione che imponga il velo come obbligo religioso universale.

Se il velo fosse stato un comandamento divino eterno, questa comunità – che regolava persino i dettagli minimi della vita – lo avrebbe scritto nero su bianco.

Non l’ha fatto.

Questo silenzio normativo è già una risposta: il velo non era considerato un dovere religioso assoluto.

* Corano 24:31 – “Che le credenti… si coprano il seno con i loro veli (khimār).”

Nato in un contesto tribale dove il velo era segno di status e possesso, non obbligo universale. Un richiamo al pudore trasformato poi in regola sul corpo femminile.

* Corano 33:59 – “Copritevi… così sarete riconosciute e non molestate.”

Il messaggio sotteso è sempre lo stesso: l’uomo non si controlla → si copre la donna.

Non protezione, ma colpevolizzazione preventiva.

* Hadith (Bukhari/Muslim) – La donna è definita ʿawra (da nascondere) e uscire “attira Shayṭān”.

La donna resa fonte di tentazione per natura: soluzione? Coprirla, non educare l’uomo.

* Hadith (Abu Dawud 4104) – Dalla pubertà deve mostrarsi solo con volto e mani.

La fertilità femminile diventa motivo di copertura e controllo.

* Hadith (Muslim 977) – Senza khimār, la preghiera della donna non è accettata.

Il velo passa da usanza sociale a condizione per essere degna davanti a Dio.

Il nodo è questo: il Corano non impone un “hijab obbligatorio” come oggi; sono state le letture successive maschili a irrigidirlo.

Norme di un’epoca sono diventate strumento patriarcale di controllo, identico a quanto accaduto nelle tradizioni ebraiche e cristiane:

E allora basta con la favola che “Dio vuole il velo”.

Il velo lo volevano e lo vogliono gli uomini, per controllare le donne.

“MA ANCHE LE SUORE PORTANO IL VELO!!!”

Sì, ma quella è una scelta di professione e ha una funzione, non serve a “non far eccitare qualcuno”.

La “divisa femminile” non è un mestiere: è stata un collare sociale.

Il messaggio era chiaro:

“Sei donna, sei mia, stai al tuo posto.”

LA VERITÀ È QUESTA

Se nel 2025 un uomo ha ancora bisogno che una donna si copra per non desiderarla, non è un credente:

è un immaturo che scarica il suo autocontrollo sulle donne.

La civiltà non si misura da quanto una donna si copre,

ma da quanto un uomo sa rispettarla senza possederla né giudicarla.

✂️ TAGLIAMO LA MASCHERA

Il velo può essere una scelta libera e consapevole.

Ma obbligarlo è una violenza culturale rivestita da religione.

Una donna velata per scelta è libertà.

Una donna velata per dovere è oppressione.

E se la tua fede ha bisogno di opprimere qualcuno per funzionare, il problema non è la donna: è la tua fede e’ la tua mancanza di autocontrollo, e’ la tua rivendicazione di proprieta’ e dominio!!!!!

Fratelli e sorelle, Tutti!!!!

Uniti nella responsabilità civica, mi rivolgo a voi col cuore e con la ragione.

In ginocchio, nella mia coscienza, vi trasmetto il mio mantra, un incentivo quotidiano alla custodia ed alla salvaguardia del nostro retaggio:

“Se vi e’ Un Altissimo……..

Egli mi guidi nella difesa della verità, nella cura della mia patria, nella tutela delle nostre scuole, delle nostre famiglie e dei nostri campanili.

Faccia che la mia parola sia limpida;

che la mia azione sia giusta;

che la mia forza serva a preservare la libertà per tutti.

E così sia”.

Voglio citare un monito che considero esemplare.

Il politologo Gilles Kepel mette in guardia sul rischio che si creino convergenze tattiche tra correnti jihadiste e alcune forme di radicalismo di sx anti-occidentale, burattini delle elite mondialiste.

Un’alleanza che può minare il senso comune dell’Occidente e mettere sotto pressione le nostre istituzioni e la nostra cultura.

Questo non è un’invettiva contro chi professa la propria fede in pace, è un avvertimento contro le alleanze ideologiche che erodono la democrazia e la convivenza.

Io non mi limito a restare spettatore. Custodisco la civiltà che mi ha formato: la nostra storia, la nostra lingua, i nostri costumi, la nostra tradizione, che ha plasmato il senso di dignità dell’Europa. Difendere questo patrimonio non è chiudersi: è chiedere chiarezza nelle regole, fermezza nell’applicazione della legge, intelligenza nelle politiche d’integrazione e coraggio nella battaglia culturale.

Dico chiaramente: il nemico che denuncio è l’islamismo politico radicale, il fondamentalismo che vuole strappare diritti e libertà a nome di un progetto teocratico; è l’ideologia che sfrutta la violenza e l’opportunismo politico per creare clientele, radicalizzare le piazze e seminare divisioni.

Contro questo, noi dobbiamo essere inflessibili. Contro chi, invece, professa la propria fede in modo pacifico e rispetta le leggi, noi abbiamo il dovere della giustizia: rispetto e pari dignità.

Non confondiamo le acque: criticare un’ideologia è dovere civico; attaccare persone per la loro fede è vergogna.

Chi predica odio e totalitarismo deve essere isolato politicamente, perseguito se viola la legge, e contrastato culturalmente con strumenti di informazione e di educazione.

Chi vive qui e rispetta le nostre regole è parte della nostra comunità.

Perciò oggi lancio un programma d’azione, chiaro e concreto:

Difesa delle istituzioni: rinforzare i meccanismi di sicurezza contro il terrorismo, ma anche difendere: la Costituzione ed il nostro ordinamento giuridico (blindandone la struttura rendendola inattaccabile in senzo antiteocratico), l’indipendenza della magistratura e della stampa da ogni forma di sottomissione all’indottrinamento religioso-fondamentalista, perché solo una società libera è forte.

Educazione e cultura: ripristinare nei programmi scolastici la storia d’Europa, la dottrina dei nostri diritti, la conoscenza della tradizione cristiana/giudaica/greco-romana, come fondamento di valori civili.

Regole d’integrazione: chi chiede di vivere qui deve imparare la lingua, lavorare, rispettare le leggi e riconoscere il valore delle nostre libertà, non negoziabili.

Contro-narrazione: combattere le fake news e le manipolazioni ideologiche con dati, formazione e con agitazione culturale non violenta ma incalzante.

Dialogo, ma non complicità: tenere uno spazio di confronto con le comunità moderate, isolando chi fomenta odio e radicalizzazione.

Il mio è un appello alla responsabilità: non voglio che il nostro Paese diventi un teatro di scontri culturali senza regole.

Voglio un’Italia che conserva la sua anima e che la difende con intelligenza.

Voglio cittadini capaci di pensare, informarsi, agire politicamente e votare con consapevolezza.

Ripeto davanti a voi, e mi ripeto ogni mattina, questo impegno personale:

«Io sono custode della mia terra.

Difendo la cultura occidentale, con la Fede laica e con la parola.

Mi oppongo all’islamismo politico radicale e ad ogni Ismo ed ideologia che vuole cancellare la libertà.

Riconosco e difendo i diritti dei cittadini pacifici, qualunque sia la loro fede.

Agirò sempre nel rispetto della legge, della verità e della dignità umana.»

Questo è il mio giuramento. Questo è il mio programma. Questo è il nostro mandato.

Non chiediamo prevaricazioni. Chiediamo chiarezza. Non cerchiamo nemici tra i fedeli in pace.

Cerchiamo di isolare chi trasforma la fede in strumento di potere totalitario.

E soprattutto: formiamo, informiamo, combattiamo culturalmente, perché la libertà si difende con la testa, con il cuore e con le istituzioni.

Viva l’Italia.

Viva La Lombardia

Ci protegga la Croce di S. Giorgio

Ci guidi con mano ferma l’archistratega S. Michele

Simone Ratti

l’Araldo della Disperazione, Umanista Praticante.

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L’Araldo della Disperazione a cura di Simone Ratti: “La Magistratura contabile che benedisse i fortunati e i furbi, ma condanno’ il futuro.

Ah, patria mia! Terra di santi, navigatori e… bonus!

Un tempo sollevavi archi, tendevi ponti, innalzavi cattedrali. Oggi, invece, innalzi carte bollate e decreti d’urgenza. Il Superbonus, quello che doveva essere il motore del rilancio, si è trasformato in un colossale travaso di denaro pubblico nelle mani di pochi. Non un’astrazione burocratica, ma una spesa reale, fattiva, misurabile: oltre 140 miliardi di euro effettivi già a carico della collettività. Denaro vivo, sangue fiscale, sottratto alle tasche di tutti per ingrassare il privilegio di pochi.

Un provvedimento concepito con il linguaggio tortuoso del burocratichese, studiato per essere incomprensibile ai più e chiarissimo ai furbi. Così, tra imprese improvvisate, crediti gonfiati, banche intermediarie e parassiti fiscali, un’intera macchina è stata messa in moto non per costruire, ma per drenare.

La verità è nei numeri. Il Superbonus ha riguardato appena il 3,5% degli edifici residenziali italiani, e, al netto delle truffe accertate — stimate in circa 15 miliardi di euro (riguardanti il complesso dei bonus edilizi, incluso il Superbonus) — la percentuale effettiva di edifici realmente e legittimamente ristrutturati non supera il 3%.

Su una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, i beneficiari effettivi non arrivano a 1.397.500, ovvero appena il 2,36% della popolazione. In pratica, il 97,64% degli italiani paga oggi un debito contratto per quel 2,36% di privilegiati.

Facciamo i conti: 140 miliardi divisi per 1.397.500 beneficiari significano 100.179 euro per ciascuno di loro. E per tutti gli altri, i non beneficiari, che sono 57.802.500 italiani, la quota che ciascuno paga o pagherà — attraverso tasse, inflazione e debito — è di circa 2.422,04 euro a testa. Sì, duemilaquattrocentoventidue virgola zero quattro euro per ogni cittadino, dal neonato al pensionato, dal lavoratore al disoccupato, per finanziare l’arricchimento di una minoranza.

E la magistratura contabile, custode suprema del denaro pubblico, dov’era? Perché non ha gridato allo scandalo, non ha aperto fascicoli, non ha contestato il danno erariale più evidente della storia repubblicana?

Chi ha ideato, approvato e difeso questa misura dovrebbe rispondere non solo davanti al bilancio dello Stato, ma davanti al popolo intero, in nome dei prossimi cinquant’anni di cittadini che dovranno pagare il debito accumulato oggi.

E non dimentichiamo l’altro volto del disastro: il Reddito di Cittadinanza, travestito da equità e divenuto la cattedrale della frode. Migliaia di percettori fasulli, pregiudicati, lavoratori in nero, falsi disoccupati, stranieri non residenti: tutti a incassare senza diritto, mentre le casse pubbliche si svuotavano.

Si è arrivati a scoprire che il 15% dei percettori era irregolare, per un totale di 5.385.000.000 euro sottratti allo Stato tramite truffe e indebite percezioni, eppure nessuno ha mai risposto per questo colossale sperpero davanti al Paese e davanti alla legge. Anche qui, la magistratura contabile tace!!!!!????? Non indaga, non difende, non tutela!!!!?????

L’istituzione che dovrebbe essere la spina dorsale del rigore finanziario nazionale si è trasformata in un osso di seppia, molle, inerme, silenzioso davanti allo spreco. E mentre i veri lavoratori faticano a pagare mutui e bollette, lo Stato ha fatto dei truffatori i nuovi eroi dell’assistenza. E attenzione: ciascuno dei 55.600.000 italiani non percettori di questo sussidio ha già pagato, o pagherà, circa 97 euro a testa solo per finanziare la parte truffata di questa misura.

Intanto l’Europa ci impone la Direttiva Case Green, che renderà invendibili milioni di case italiane non efficientate, e noi abbiamo già bruciato 140 miliardi per un’operazione che non ha preparato il Paese alla transizione. Abbiamo speso per il “verde” di pochi, e ora pagheremo per il “rosso” dei conti di tutti.

Ma c’è un’altra Italia. L’Italia che costruisce, che osa, che crede. L’Italia di Lucio Cecilio Metello, console romano che nel 251 a.C. dopo la vittoria su Asdrubale fece gettare un ponte di botti sullo Stretto di Messina per trasportare a Roma i cento elefanti catturati ai Cartaginesi. Un ponte galleggiante, fragile ma audace, simbolo dell’ingegno e della forza romana.


Quella è l’Italia che dobbiamo ritrovare.

E oggi il Ponte sullo Stretto di Messina è il simbolo di quell’Italia del fare: 3.666 metri di visione, 3.300 di campata unica, torri da 399 metri, impalcato aerodinamico che fende i venti. Un’opera prociclica, un volano economico che genererebbe migliaia di posti di lavoro e rilancerebbe il Mezzogiorno.

Ma i profeti del “No”, Bonelli e Schlein in testa, gridano ancora. Loro, che vedono progresso nei monopattini e peccato nei cantieri, vorrebbero tenerci sui carretti trainati dagli uomini perché anche gli asini “inquinano” e vengono sfruttati.

E allora, basta! L’Italia non può più essere il Paese dei bonus e delle truffe, dei redditi di comodo e delle giustificazioni. Deve tornare a essere il Paese delle opere, dei progetti, del coraggio. Deve smettere di spendere per pochi e tornare a investire per tutti. Deve sostituire l’assistenzialismo con l’azione, la carta col cantiere, la burocrazia con la visione.

Il Ponte sullo Stretto è la prova che le politiche del fare sono l’unica via di salvezza. È l’antitesi dei bonus e delle mance: un progetto proattivo e prociclico, capace di mettere l’Italia in sintonia con la PAX Climaxeconomica raggiunta. Non più l’Italia che elemosina, ma l’Italia che costruisce. Non quella che contabilizza la resa, ma quella che conta le vittorie.

Perché noi siamo …….. — e dobbiamo tornare ad essere — Il Paese dei pontefici massimi, non dei parassiti totali……… E chi non osa costruire, non merita di chiamarsi Italiano.

Simone Ratti

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La rivoluzione europea è cominciata,L’Unione trema. Bruxelles fa finta di nulla.L’Europa brucia, ma nessuno vuole vedere il fuoco.

Pressmania.

L’Europa trema dalle fondamenta. Non è una figura retorica, ma un fatto concreto.
Nelle stanze ovattate di Bruxelles fingono che tutto sia sotto controllo.
Eppure, il fuoco è già acceso.

Dopo la decisione del presidente polacco — un netto, coraggioso “no” all’Unione — il continente ha cominciato a muoversi.
Meloni, Orbán,

Le Pen e altri leader europei pronunciano ciò che le élite temono da anni:
la rivoluzione europea è iniziata. E nessuno la fermerà.

l “no” che ha acceso la miccia

La mossa di Varsavia è stata la scintilla.
Un gesto di sfida che ha fatto tremare l’intero edificio comunitario.

Sempre più leader europei mettono in discussione la rotta di Bruxelles:
Meloni e Orbán, Fico e Babiš, Le Pen, Wilders, Kickl, Weidel.
Diversi per stile e linguaggio, uniti da una stessa idea:

Bruxelles non ascolta. Bruxelles impone.

Quello che doveva essere un progetto di libertà è diventato una macchina di controllo.
Un mostro burocratico che detta ordini invece di ascoltare le nazioni.

Sovranità contro centralismo

Meloni e Orbán denunciano il peso delle regole migratorie e climatiche che soffocano l’economia del Sud e dell’Est.
Fico e Babiš chiedono più autonomia nelle decisioni sulla guerra in Ucraina.
Kickl e Weidel vedono nella centralizzazione europea una minaccia alla libertà.
Le Pen e Wilders parlano apertamente di “dittatura ideologica” di Bruxelles.

Il loro messaggio è diretto:

L’Europa ha bisogno di riforme, non di imposizioni.
Di cooperazione, non di controllo.
Di Stati sovrani, non di un super-Stato senz’anima.

E anche se a Bruxelles queste parole fanno tremare i palazzi del potere, una verità è chiara:
la rivoluzione europea è già cominciata.

Le crepe di Berlino

L’eco del cambiamento si sente anche in Germania.
Il quotidiano Die Welt, il 23 ottobre, cita l’ex presidente ucraino Viktor Juščenko:

“Sta arrivando la fine della dittatura di Putin.”

(titolo originale: “Ukrainischer Ex-Präsident Juschtschenko erwartet Zerfall Russlands unter Putin” — L’ex presidente dell’Ucraina prevede la disgregazione della Russia sotto Putin.)

È un auspicio o l’inizio della fine di un’epoca?
Forse entrambe le cose.

Guardo la Germania e vedo Hitler”

Il giorno dopo, il 24 ottobre, un’altra frase scuote i media tedeschi.
Sul portale NTV.de Politik, la candidata della sinistra irlandese, Catherin Connolly, dichiara:

“Guardo la Germania di oggi e vedo Hitler.”

(titolo originale: “Wahl in Irland: Die nächste irische Präsidentin blickt nach Deutschland und sieht Hitler.”)

Le sue parole sono state bollate come offensive.
Eppure, rivelano una crepa sempre più evidente: anche in Occidente si sgretola la facciata della correttezza politica.
Ciò che fino a ieri si sussurrava, oggi si dice a voce alta.

Un risveglio inevitabile

Non si tratta più di casi isolati.
Sono crepe profonde in un muro che per anni sembrava indistruttibile.

Politici, giornalisti, cittadini: tutti iniziano a capire che “più Bruxelles” non significa “più Europa”.
Anzi — la centralizzazione soffoca lo spirito comunitario e spegne la libertà dei popoli.

Le istituzioni europee assomigliano sempre di più a un impero che pretende di imporre un solo pensiero, un solo modello, un solo destino.

Ma lo spirito della libertà non muore mai.
Anche se dorme, prima o poi si risveglia.

E il risveglio dell’Europa è già cominciato.
Sarà rumoroso. Sarà profondo.
E, forse, per molti — sarà una buona notizia.

In collaborazione con Pressmania.

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Dominika Zamara incanta Roma: Un Trionfo di Musica e Arte tra Barocco e Contemporaneo

Domiika Zamara

Si è conclusa con successo la due giorni di eventi musicali che ha visto protagonista il celebre soprano Dominika Zamara nella città di Roma. Le due date sono state una vera e propria celebrazione dell’arte, in un contesto che ha saputo accogliere l’alto messaggio intrinseco della musica colta.

La Città Eterna, ancora cadenzata dall’Anno Giubilare, è stata il palcoscenico ideale per veicolare un messaggio di pace e sacralità, temi che solo l’arte sa convogliare con tale intensità. La programmazione, che ha spaziato con maestria dal Barocco al Contemporaneo, ha esaltato la versatilità e il talento del soprano e dei musicisti che l’hanno accompagnata.

Il primo evento si è tenuto venerdì 24 ottobre nella splendida cornice di Palazzo Valentini. Dominika Zamara si è esibita accompagnata dal Quartetto Mozaika, presentando una selezione di arie d’opera immortali di compositori classici quali Mozart, Mascagni, Puccini e Bizet.

Momento culminante della serata è stata l’esecuzione di “Alleluia for Peace”, un inno alla pace presentato in prima mondiale alla Carnegie Hall di New York lo scorso 30 giugno. Il brano, composto dal Maestro newyorkese James Adler, è stato diretto per l’occasione dallo stesso autore. L’intera manifestazione è stata presentata da Mirella Bagdzińska.

Il secondo e conclusivo appuntamento si è svolto sabato 25 ottobre presso la Basilica di San Saba. In questa occasione, il soprano è stato accompagnato dall’organista Fra Bernard Sawicki e dal Coro “Gaudium Poloniae diretto da Suor Martyna. Il programma è stato interamente dedicato a brani sacri, includendo opere di Vivaldi, Gounod, Mozart. List e Gomez.

Particolare risalto è stato dato a due composizioni del Maestro Tiziano Bedetti (che ha anche presentato il concerto) in omaggio alla Polonia: “Ave Maria per Santa Edvige di Polonia”; “Hymnus Pro Millennio Coronae Polonicae”, che celebra il millenario della costituzione dello Stato Polacco (in memoria di Bolesław Chrobry, Re Boleslao I di Polonia).

I concerti hanno confermato Dominika Zamara come una delle voci più significative del panorama lirico internazionale, in grado di unire l’eccellenza esecutiva a messaggi di profonda rilevanza culturale e spirituale.

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Arte

“Primigenia” scultura di Gianfranco Meggiato.

Gianfranco Meggiato


la sfera centrale nelle sculture di Gianfranco Meggiato rappresenta sempre l’anima, il pensiero..
la sfera riflette il mondo che la circonda, e l’osservatore che guarda entra ,anche lui nell’opera…
le parti scure che circondano la sfera rappresentano le difficoltà della vita che , se trasformate in esperienza, permettono all’animo umano di tornare a splendere.
“primigenia” significa relativo alle origini, alla prima nascita o ai tempi più antichi e remoti. Ha un significato simile a “primordiale” o “primitivo”, indicando qualcosa che appartiene all’inizio, alla fondazione, come le forze che hanno dato origine al mondo o all’umanità.

Gianfranco Meggiato

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