“Da un lato abbiamo Mia Bintou Diop, ventitré anni, nata a Livorno, liceo classico, studi universitari, militanza precoce: Parlamento degli studenti, PD cittadino, poi direzione nazionale, ora vicepresidente della Regione Toscana.
È la più giovane vice nella storia della Regione, celebrata come volto del rinnovamento, della generazione Z, della Toscana inclusiva e progressista.
Dall’altro lato c’è il padre, Mbaye Diop, per anni figura di riferimento della comunità senegalese livornese, già tesserato del medesimo mondo politico.
Un’inchiesta televisiva di “Fuori dal Coro” (Mario Giordano) lo ha mostrato come occupante di un alloggio di edilizia popolare comunale per circa vent’anni, senza pagamento regolare dell’affitto e con un pesante debito accumulato verso il Comune.
Non una svista di qualche mese: una morosità strutturale, tollerata nel tempo. Qui il punto non è moraleggiare sui rapporti familiari, la figlia ha tutto il diritto di rivendicare che le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma osservare il cortocircuito tra narrazione e governo.
Da un lato, il PD che presenta Diop come simbolo avanzato di giustizia sociale, diritti, inclusione. Dall’altro, un sistema di gestione del patrimonio pubblico che consente a un esponente di spicco di vivere per decenni in un alloggio popolare senza che l’ente proprietario applichi con rigore le stesse regole che pretenderebbe da qualunque altro cittadino.
È in questa asimmetria che si manifesta la sottocultura del mantenimento assistenziale: * la legalità diventa flessibile per chi è “dentro” la rete, * inflessibile per chi ne resta fuori. Il cittadino che paga regolarmente il mutuo o l’affitto, che si alza alle cinque e mezza del mattino per andare a lavorare, fatica persino a spiegare ai propri figli perché lo Stato, con lui, non è altrettanto “comprensivo”. Domande legittime, andrebbero poste su: redditi, studi e tenore di vita.
A questo si aggiunge un elemento che non è ancora risposta, ma è domanda politica legittima. Se il padre risulta per anni formalmente inadempiente verso il Comune, se il suo status economico ufficiale appare fragile o nullo, da dove provengono le risorse che hanno consentito:
1 di mantenere una famiglia numerosa (più figli, spese quotidiane);
2 di sostenere studi liceali e universitari,
3 di garantire un tenore di vita visibilmente decoroso – abbigliamento curato, presenza pubblica costante, vita da “figura di riferimento”, e di permettere alla figlia una militanza politica intensa, spesso difficilmente conciliabile con un normale lavoro a tempo pieno? La domanda non è pettegolezzo: è questione di giustizia distributiva.
Mentre un padre e una madre con figli, sommando due stipendi regolari, arrivano a malapena a fine mese – 2.000 euro netti lui, 1.200-1.300 euro lei – faticano a gestire le spese per le scuole superiori dei ragazzi, tagliano su tutto per pagare tasse, bollette, mutuo, libri, trasporti, cosa devono pensare davanti a chi: – occupa un alloggio pubblico senza pagare, – accumula debiti che nessuno esige fino in fondo, e al contempo appare inserito in un circuito di prestigio politico e comunitario?
La frattura non è solo economica: è morale.
È il senso di essere stati presi per sciocchi: “noi rispettiamo le regole, loro no; ma sono loro a essere premiati”. Il problema non è la giovane vicepresidente in sé. COMUNQUE IMPROPONIBLE NEL RULO AFFIDATOLE!!!!
Il problema è il sistema che rende cogente la domanda: “Se io faccio tutto in regola e non vengo mai premiato dalla vita e dalla societa’, anzi……vengo tartassato e vessato ogni anno, in misura maggiore, forse per contare qualcosa, devo anch’io entrare in un circuito di protezione PiDdistica (fedaistica) / sistemica / clientelare ?” È qui che l’etica democratica collassa………..e si instaura L’Età dell’Icona e l’Esilio della Competenza Cioe’: “-La Via del Consenso Senza Consenso-” Viviamo in un’epoca che ha smarrito la gravità del gesto e si nutre dell’effimero, dell’impressione. La politica, un tempo arte difficilissima, mestiere di pazienza, ascesi dell’esperienza, si è ritirata dalle cose per trasformarsi in immagine, in narrazione, in simbolo da consumare più che da comprendere.
Lì dove un tempo si chiedeva all’eletto di saper reggere il peso dell’autorità, oggi gli si chiede piuttosto di incarnare un’emozione collettiva, un frammento di racconto, un segno del tempo.

Non più l’uomo che sale verso l’istituzione, ma l’istituzione che scende verso l’immagine. Per concretezza, la lettura delle personalita’ “Figure” e degli operati fattuali, chiariscono il concetto meglio di mille melliflue argomentazioni astratte, nei fatti osserviamoli questi eponimi moderni:
La Figura SCHLEIN, leader generata dal voto d’opinione, incarna la politica post-organizzativa: la leadership che non emerge dal corpo dei militanti ma dalla pancia digitale del Paese.
Non è scelta per ciò che ha costruito, ma per ciò che rappresenta a chi, fuori, desidera imprimere un volto alla propria corruzione politica. L’algoritmo non forma leader, ma amplifica simboli. La Figura SCHLEIN è la creatura perfetta di questo meccanismo: non scala il partito; lo sorpassa.

La Figura SALIS è la precorrotrice naturale del fenomeno: l’attivismo che diventa icona, l’esperienza personale che, amplificata dal circuito mediatico, si eleva a mito identitario. Non è più l’istituzione a forgiare la figura; è la vicenda a forgiare l’istituzione.
È il trionfo della merce politica a basso costo di produzione ma ad altissima redditività emotiva. Il suo mandato è nato nella tempesta mediatica, non nel paziente tirocinio civico. Una volta, il Parlamento era la casa della deliberazione; ora è spesso la scenografia del racconto.
La Figura DIOP, giovane e iconica, è l’ultimo simbolo di questa mutazione. Non emerge, come vi ho in ampiamente documentato, dalla lunga trafila della competenza amministrativa, ma dalla capacità di funzionare come allegoria: apertura, rinnovamento, multiculturalità. Il suo potere non nasce dalla terra che dovrebbe rappresentare, ma dalla percezione che suscita. In termini marxiani, ha un valore di scambio simbolico altissimo e un valore d’uso ancora acerbo.
Non è colpa sua, è il destino che le assegna la nuova liturgia dell’apparire. Su scala internazionale, la Figura MAMDANI, sindaco di NY grande metropoli globale, mostra quanto la narrativa sostituisca ormai la governance.
Le città-mondo diventano laboratori iconografici: ciò che conta non è più la competenza amministrativa, ma l’utilità simbolica della figura per raccontare la città al mondo La metropoli vuole un’icona, non un amministratore: il presente vuole essere visto, non governato. Al fondo di questo panorama, il politico tradizionale, peschiamolo dallo stesso paradigmatico campo sinistro d’azione.
La Figura BONACCINI, custode di una politica che si era affermata nella lenta maturazione, nella gavetta, nel bilancio, nella conoscenza reale dei territori. Tale figura, e’ ormai divenuta arcaica nella scena contemporanea. Un tempo era “normalità”; oggi sembra un fossile prezioso.
La sua marginalizzazione non è un dettaglio: è il segnale della crisi più profonda, la crisi della competenza democratica.
A tutto questo si aggiunge il grande paradosso del nostro tempo: l’ordalia delle opinioni. Il principio “uno vale uno”, nobile nella sua origine, è stato deprivato della sua responsabilità originaria: ora vale come equivalenza indifferente. Se ogni voce è identica, nessuna spicca.
Se ogni contenuto è voce, nessuna parola pesa. È così che si consuma il dramma contemporaneo: “Uno vale uno; ma tutti insieme non valgono nessuno”. L’autorevolezza evapora. L’esperienza si relativizza. La competenza si scioglie nella massa delle percezioni. E mentre le opinioni si gonfiano come maree improvvise, il dèmos kràtos, il potere del popolo, non il popolo in sé, si ritrae.
Non scompare il popolo: scompare la sua capacità di esercitare potere. La cittadinanza diventa impressione, non deliberazione; gesto digitale, non atto politico. Il rito antico dell’urna, lento, solenne, responsabilizzante, è sostituito dal gesto del pollice che scorre, dal click impulsivo.
Le società umane hanno sempre distinto la parola dalla decisione; oggi questa distinzione svanisce. Il click pretende di essere voto, la reazione pretende di essere partecipazione, la visibilità pretende di essere potere. Lasciamo vuoti…………..
E i vuoti vengono occupati non per complotto, ma per semplice legge naturale, dove il dèmos kràtos abdica, avanzano attori più continui, più organizzati, più stabili, poli di influenza apolidi sovranazionali, che hanno il tempo, i mezzi e la capacità di stare dove noi non siamo più presenti.
Nel frattempo le giovani generazioni crescono dentro un orizzonte disossato: l’avatar è più stabile del corpo, la rete più solida della comunità, la narrazione più viva dell’esperienza. Il passato non è negato: è semplicemente non trasmesso. Non c’è un editto che recide il filo generazionale; c’è una lenta evaporazione della memoria.
E dove l’identità non si consegna, si costruisce altrove: negli schermi, nei feed, nelle micro-appartenenze senza radici. Ricostruire il retaggio significa ricostruire la grammatica della continuità. Rendere nuovamente comprensibile ciò che abbiamo ricevuto. Rendere di nuovo desiderabile ciò che siamo stati.
Non un rifugio nostalgico, ma un ritorno alle sorgenti dove il senso si rigenera. Sul piano teorico, per capire quanto fragile sia la nostra epoca, vale la pena evocare il modello estremo emergente che le scienze politiche individuano come limite concettuale: “la fusione tra la teocrazia islamista totalizzante e il comunismo reale di stampo sovietico”. Un’unica autorità, dipendente dall’Ultracapitale apolide, che governi insieme: l’economia, la morale, la fede e la cultura. Un unico potere che imponga, allo stesso tempo, ciò che si deve produrre e ciò che si deve credere.
È il punto massimo della coercizione: il monopolio sul corpo e sull’anima.
Per ora e’ un monito, ma manifesto, e’ la soglia teorica oltre la quale il pluralismo, la Repubblica e la Democrazia muoiono. Serve a ricordarci che la libertà non è mai garantita per inerzia: è un esercizio continuo del dèmos kràtos, non una sua sospensione. Le figure DIOP, SALIS, SCHLEIN, MANDANI e BONACCINI non sono dunque sintomi marginali: sono gli specchi in cui si riflette il nostro tempo.
Senza rendercene conto, come rane bollite a fuoco lento, ci hanno traghettato ed ormai viviamo nell’epoca del consenso senza consenso, della rappresentanza senza radici, della politica senza strutturazione, della partecipazione senza responsabilità. Sono i segnali che indicano, tutti insieme, la stessa direzione: il popolo parla molto, ma esercita poco, Il potere del popolo evapora nella percezione disincarnata dalla realta’
E allora il compito che ci resta è chiaro: ” ridare spessore al gesto, densità alla parola, continuità al retaggio, gravità al voto”. Tornare a una politica che sia architettura del bene comune e non scenografia del percepito. Rendere di nuovo possibile la sobrietà, la competenza, il silenzio che precede ogni decisione importante; quale esercitare il proprio diritto di voto, segreto, nell’intimita’ della cabina elettorale e depositare la scheda nell’URNA CIVICA.
“Perché il potere del popolo non vive attraverso gli occhi dell’ Avatar, ma nel respiro profondo del suo riconoscersi,
NELLA QUOTIDIANITA’ DI GESTI FECONDI E CONSUETI”

Simone Ratti L’Araldo della Disperazione Umanista professante





