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Redazione

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Dubai: Jordan Carletti, talentuoso binomio tra management e spettacolo.

Jordan carletti

Jordan Carletti è una figura poliedrica che ha saputo integrare la sua formazione artistica di performer (cantante, attore e ballerino) con il dinamico panorama di Dubai.
​La sua esperienza come performer multidisciplinare si sposa con il concetto di creare eventi dove l’arte visiva incontra la musica e la performance live.

Partecipa attivamente alla creazione di connessioni tra artisti internazionali (in particolare italiani) e il mercato del Medio Oriente.

Collabora a progetti che esplorano nuove forme di espressione, come la comunicazione digitale e la valorizzazione del talento in contesti esclusivi e d’avanguardia.

​A Dubai, Jordan Carletti rappresenta la nuova generazione di professionisti creativi capaci di muoversi tra diverse discipline:

Grazie alla sua formazione porta negli Emirati una preparazione tecnica che spazia dal canto al teatro musicale.

È coinvolto in attività di produzione multimediale, contribuendo a raccontare attraverso video e contenuti digitali l’evoluzione della scena artistica locale.

La sua presenza a Dubai incarna il legame tra la tradizione performativa italiana e la spinta all’innovazione tipica degli Emirati Arabi, rendendolo una figura chiave all’interno del network legati alla creativita e allo spettacolo .

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Musicaspettacolo

Raisa Knüsel: La Voce Sofisticata nel Cuore di Dubai

Raisa Knüsel è una cantante e cantautrice che ha trovato a Dubai il palcoscenico ideale per la sua arte.

Il suo e’ un timbro vocale che fonde la purezza del pop alla profondità del jazz e del soul, Raisa si è affermata come una delle performer più eleganti e versatili della scena degli Emirati Arabi Uniti.

​La musica di Raisa è un riflesso della città in cui vive: moderna, lussuosa e profondamente internazionale.

Nelle sue performance, Raisa è capace di trasportare il pubblico dai classici del Grande Canzoniere Americano alle hit pop contemporanee, reinterpretandole con una sensibilità acustica e una presenza scenica magnetica.

​L’ultimo successo: “It’s Christmas in Dubai”
​Proprio per celebrare il legame unico con la sua terra d’adozione, Raisa ha recentemente lanciato il singolo “It’s Christmas in Dubai”.

Il brano è un omaggio che cattura l’atmosfera scintillante delle festività tra le palme e i grattacieli, dimostrando la sua capacità di creare pezzi originali che diventano subito parte integrante della cultura pop locale.

​Ascolta qui il nuovo singolo: It’s Christmas in Dubai.


​Che si esibisca nei più esclusivi hotel a 5 stelle , in eventi corporate di alto profilo o in set jazz intimi, Raisa porta con sé un’aura di sofisticata semplicità.
La sua è una musica che non si limita ad accompagnare l’evento, ma ne definisce l’atmosfera, rendendo ogni serata un’esperienza sensoriale indimenticabile

Raisa Knüsel: The Sophisticated Voice in the Heart of Dubai
​Raisa Knüsel is a singer and songwriter who has found Dubai the ideal stage for her art.

With a vocal timbre that blends the purity of pop with the depth of jazz and soul, Raisa has established herself as one of the most elegant and versatile performers on the UAE scene.

​Raisa’s music is a reflection of the city she calls home: modern, luxurious, and profoundly international.

In her performances, Raisa transports audiences from classics from the Great American Songbook to contemporary pop hits, reinterpreting them with acoustic sensitivity and a magnetic stage presence.

​Latest Hit: “It’s Christmas in Dubai”
​To celebrate her unique connection to her adopted homeland, Raisa recently released the single “It’s Christmas in Dubai.”

The song is a tribute that captures the glittering atmosphere of the holidays amidst palm trees and skyscrapers, demonstrating his ability to create original songs that quickly become an integral part of local pop culture.

Listen to her new single here: “It’s Christmas in Dubai.”

Whether she’s performing in the most exclusive 5-star hotels, high-profile corporate events, or intimate jazz sets, Raisa exudes an aura of sophisticated simplicity.
Her music doesn’t just accompany the event, it defines its atmosphere, making every evening an unforgettable sensory experience.

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“Adele per Sempre” di Alessia Zupicchiatti: non un libro, ma esperienza da vivere.

Adele per sempre

Milano, 17 gennaio 1882. In una dimora d’élite, a un soffio dal Duomo, irrompe Adele.

Quinta figlia di una stirpe nobile, il suo destino era sigillato, ma lei ha impugnato la penna per riscriverlo con la pura forza della mente, del cuore e dell’anima.

Fin dall’infanzia, Adele è stata sintonizzata su frequenze invisibili: energie sottili, leggi segrete, le vibrazioni stesse dell’universo.

La sua esistenza non è solo straordinaria, è un palcoscenico mondiale per una narrazione senza limiti. Cresce trasformandosi in un’icona fuori dal tempo: bellissima, indomita, audace.

Pittrice di emozioni, scrittrice profetica, bohémienne, aviatrice, stratega, pioniera.

Una donna che sa governare sesso, denaro, passione e destino con una consapevolezza che abbaglia.

​Accanto a lei, Marc.

Non solo un medico brillante, ma il suo compagno d’anima.

Insieme, la loro epopea si snoda tra le eleganze di Milano e le luci di Parigi, il mistero sacro dell’Egitto, la serenità della Svizzera e le colline di Vinchio.

Navigano tra conflitti, segreti, rivelazioni e metamorfosi profonde. Il loro legame? Si eleva in una nuova dimensione di amore e coscienza.

ADELE PER SEMPRE è un vero e proprio romanzo dell’anima: intenso, audacemente moderno e assolutamente senza tempo.

È il punto di fusione tra Storia, arte, passione inarrestabile, esoterismo e crescita interiore.

Un potente inno all’indipendenza e alla forza femminile che tutto può, e alla maestosità delle nostre scelte.

Una storia intrisa di magia che tocca le corde della reincarnazione.

Non è semplicemente la protagonista.

È una guida luminosa.

Un faro per chi è alla ricerca della propria verità più profonda. Una donna che ha avuto il coraggio di cambiare sé stessa, e in quel gesto, ha cambiato il mondo.

inizia il viaggio:

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DIO ESISTE – LO DICE LA SCIENZA In Principio Era il Logos: Dalla Genesi al Big Bang, alla Vibrazione Cosmica a cura di Simone Ratti.

Simone Ratti

DIO ESISTE – LO DICE LA SCIENZA
In Principio Era il Logos: Dalla Genesi al Big Bang, alla Vibrazione Cosmica.

Nel celebre Vangelo di Giovanni, si legge: “In principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio” (Giovanni 1:1).
Le parole di questo passo, che sono la pietra angolare della teologia cristiana, sono state interpretate in infiniti modi nel corso dei secoli.

Ma che cosa significa davvero “Logos”? E, soprattutto, cosa ci dice questa affermazione sull’origine dell’universo e sul mistero di Dio?
Oggi, attraverso le lenti della filosofia ermeneutica e delle scoperte moderne in fisica e cosmologia, possiamo avventurarci in una riflessione affascinante e, forse, sorprendente.
“Logos” non è semplicemente la “parola” in senso letterale, ma una realtà ben più profonda: è il principio ordinatore e razionale che dà struttura all’universo.
Il termine greco, che Giovanni usa per riferirsi alla manifestazione divina, è stato a lungo studiato dai filosofi ellenistici, dagli storici a Filone di Alessandria, fino ai neoplatonici; “Il Logos “ rappresenta l’intelligenza cosmica che permea ogni cosa, un principio dinamico che non è separato dal divino, ma che ne esprime la volontà e l’intelligenza.
Se proviamo a leggere questo passo in chiave moderna, potremmo dire che il “Logos” è il principio che ordina l’universo, la legge fondamentale che ne regola la struttura e il funzionamento.
Ma quale potrebbe essere la connessione tra questo concetto filosofico e le teorie scientifiche contemporanee?

La fisica, in particolare la fisica quantistica e la cosmologia, ci offre degli strumenti interpretativi incredibili che permettono di avvicinare l’idea del “Logos” alla realtà cosmologica in modi sorprendenti.
La Singolarità Iniziale: La Massa Iperconcentrata e la Potenza Divina
Oggi, gli scienziati ci parlano di un Big Bang: un’incredibile esplosione che, circa 13,8 miliardi di anni fa, ha dato inizio al nostro universo. La teoria del Big Bang, confermata da anni di osservazioni astronomiche, ci dice che l’universo primordiale era un concentrato di energia infinita e densità estrema. Questo stato iniziale non somigliava a nulla di ciò che conosciamo: spazio e tempo non erano ancora definiti, tutto era un “punto di singolarità”, un’entità indifferenziata da cui tutto sarebbe emerso.
Questa fase di massa iperconcentrata, priva di forma ma carica di potenzialità, ricorda molto il concetto di Dio come “potenza assoluta” presente nelle grandi tradizioni filosofiche e religiose. Come diceva Plotino, Dio (o l’Uno) è un principio che esiste prima di ogni distinzione, prima di ogni creazione.
È una forza pura, indivisibile, da cui scaturisce l’intero cosmo. In questo senso, la massa iperconcentrata all’inizio dell’universo è il parallelismo perfetto con l’idea di un principio divino che esiste prima di ogni separazione, prima che la realtà si manifesti nel suo ordine strutturato.

La Vibrazione Cosmica: Il Logos come Movimento Ordinatore
La fisica moderna ci offre una chiave di lettura ancora più affascinante: la vibrazione.
Secondo la teoria delle stringhe e la quantistica dei campi, le particelle che compongono la materia non sono “oggetti” fissi e determinati, ma vibrazioni di campi e stringhe infinitamente piccole. L’intera realtà fisica sembra essere composta da oscillazioni e vibrazioni che determinano la forma delle particelle e delle forze che regolano l’universo. È come se l’universo fosse in un costante stato di “canto”, in cui la vibrazione è la legge sottostante che ordina tutto.
Non è forse questa la stessa idea che troviamo nel concetto di Logos come principio ordinatore? Nel Vangelo, il “Logos” è descritto come qualcosa che è “presso Dio” ma anche “Dio stesso”, un principio che è simultaneamente immanente e trascendente. Analogamente, la vibrazione cosmica è la legge immanente dell’universo che ne regola la struttura, la forma e l’evoluzione.


È un movimento continuo, un flusso energetico che scorre attraverso tutto ciò che esiste.
Così come il “Logos” è il principio razionale che permea l’universo, la vibrazione diventa la legge che dà ordine e coerenza a tutte le cose.
Dio e l’Ordine Cosmico
Ora possiamo tornare alla domanda centrale: esiste Dio? Se consideriamo il concetto di Dio come principio originario, potenza assoluta e ordine immanente, la risposta non può che essere affermativa. La scienza, attraverso la cosmologia e la fisica quantistica, non smentisce il concetto di Dio come principio di ordine, ma piuttosto lo rende ancora più affascinante. L’universo, nelle sue strutture più profonde, sembra seguire leggi che non sono casuali, ma che sono intimamente connesse a un principio intelligente, che possiamo chiamare Dio.
Le vibrazioni che costituiscono la realtà fisica sono le stesse che, nell’antica filosofia greca, venivano intese come espressione del “Logos”, il principio che ordina il cosmo e che dà forma all’infinito caos iniziale.
In definitiva, ciò che la scienza ci dice sull’universo non è in contrasto con la teologia o la filosofia. Anzi, ci offre nuovi strumenti per comprendere il mistero di Dio e del Logos.

La massa iperconcentrata e le vibrazioni cosmiche sono le modalità con cui il divino si manifesta nel mondo fisico. Se pensiamo al Logos come una forza vibratoria che dà ordine, dire che “Dio è vibrazione” non è un’eresia, ma piuttosto una riflessione che unisce il pensiero antico e quello moderno, la teologia e la scienza.
In principio, era il Logos. E il Logos, forse, è vibrazione, è ordine, è Dio. In un movimento cosmico che attraversa lo spazio e il tempo, in un ininterrotto fluire di energia, potenza e ragione.
In Conclusione
L’armonia tra la fisica quantistica e la filosofia ermeneutica si rivela in un incontro sorprendente, dove il concetto di “Logos” e l’origine cosmologica dell’universo si intrecciano in una danza infinita.
La vibrazione cosmica, principio ordinatore e primo atto creativo, si fa immagine del divino che, pur nel suo mistero, continua a guidare e modellare la realtà.
Se, in principio, era il “Logos”, oggi possiamo dire che, in fondo, è ancora il “Logos” a tenere insieme il cosmo, a guidare ogni piccola vibrazione che compone l’universo.

Simone Ratti

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Arte

L’opera di Massimo Bardi “Burj Khalifa”

MASSIMO BARDI

L’opera di Massimo Bardi “Burj Khalifa” racconta il contrasto tra lusso estremo (l’oro) e la cruda realtà umana (la materia “povera”e il nero), trasformando il monumento architettonico in una metafora sulle dinamiche sociali ed economiche contemporanee.

La sua pittura è caratterizzata da un forte lirismo e da una matericità intensa.

Ha utilizzato tecniche miste e un cromatismo ricco e profondo.

Bardi è riconosciuto per la sua arte materica e istintiva.

Utilizza spesso materiali non convenzionali o “poveri” (come fondi di caffè o mordente per mobili), ma li nobilita incorporando la foglia d’oro per simboleggiare l’essenza dell’anima umana.

Ale Musella

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Hospitality: Alberto Leogrande quando i dettagli fanno la differenza.

Alberto Leogrande

C’è chi scopre la propria vocazione tardi, e chi, come Alberto Leogrande la riconosce nel clamore e nell’energia di una cucina o di una sala da pranzo a soli tredici anni.

​Non era solo un lavoro estivo, non era un modo per arrotondare: era una scintilla.

In quel primo impiego, in un locale nel sud Italia ha trovato il suo palcoscenico.

L’ospitalità non era vista come un elenco di mansioni, ma come una missione: trasformare il semplice atto di servire in un’esperienza memorabile.

​“A quell’eta’ ogni sorriso ricambiato da un cliente era una conferma.

Alberto ha capito subito che l’accoglienza non si impara sui libri, si ha nel sangue, nella capacità di anticipare un bisogno prima ancora che venga espresso.”

​Da quell’inizio precoce, animato da una dedizione quasi ossessiva per i dettagli, Alberto ha intrapreso un percorso di crescita inarrestabile. Francia Svizzera Inghilterra Arabia Saudita e da 6 anni oggi Dubai.

Ha imparato a conoscere ogni sfumatura del settore: dalla gestione complessa delle prenotazioni al tocco personale che rende un ospite non un numero, ma un amico di passaggio.

​Quella precoce gavetta ha instillato in lui una profonda etica del lavoro.

Mentre i coetanei scoprivano i primi hobby, Alberto ( Aka Leo dal suo cognome) scopriva la bellezza di un servizio impeccabile.

Ha scalato i gradini della gerarchia non per ambizione cieca, ma per l’irresistibile desiderio di migliorare il sistema di accoglienza ad ogni livello.

Dalle notti insonni sui turni doppi alla soddisfazione di risolvere un problema complesso per un ospite, ogni sforzo è stato alimentato da una passione pura e incrollabile

.Oggi, che sia a capo di un ristorante acclamato, di una struttura alberghiera di lusso o di un’impresa di consulenza nell’ospitalità, la sua filosofia rimane ancorata a quel primo giorno:

​Ascolto Attivo: Mettere l’ospite al centro, sempre.

​La differenza tra bene e eccezionale risiede nei particolari che gli altri trascurano.

​Ispirare e formare il proprio team a sentire la stessa gioia nel servire.

​Il concept di Hospitality creata da Leo è molto più di un servizio: è un’eredità di dedizione iniziata quando l’età era ancora un numero piccolo, ma la visione era già immensa.

È la dimostrazione che quando la passione incontra il duro lavoro, si può costruire un’accoglienza che diventa a tutti gli effetti un”EXPERIENCE” da vivere …

Esistono poche regole, ma ben chiare per “Leo”: offrire comfort, attenzione e creare connessioni umane memorabili, che vanno oltre il business e si estendono all’interazione personale.

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Arte

Le Opere di Lorenzo Marini a Dubai.

lorenzo marini

Dubai, città che da anni si impone come laboratorio estetico e crocevia internazionale di linguaggi, arriva la Type Art di Lorenzo Marini, figura di confine tra creatività e ricerca visuale, e oggi riconosciuto come uno dei massimi interpreti della sperimentazione tipografica contemporanea.

La Star Home Gallery inaugura TypeArt 2025, un percorso che invita il visitatore a varcare la soglia del consueto rapporto con le lettere, trasformandole da strumenti della comunicazione a presenze autonome, vibranti, quasi corporee.

Marini lavora da tempo sulla liberazione del carattere tipografico, sottraendolo alla funzione grammaticale per restituirgli un’identità visiva piena.

Nelle sue opere, lettere, sillabe e numeri diventano materia da manipolare: si isolano, esplodono, si ricompongono in cromie intense e in architetture dinamiche che ricordano, per ritmo e energia, la pittura gestuale e le poetiche del segno novecentesche.

È un lessico astratto che si costruisce come musica visiva: un battito irregolare che invita l’occhio a una lettura non più semantica, ma sensoriale.

Il contesto di Dubai accentua la portata culturale di questa ricerca.

Nel mondo arabo, la calligrafia è da secoli una forma artistica a sé, dotata di un valore spirituale e identitario che trascende la semplice scrittura. In questo terreno fertile, la Type Art di Marini si innesta come un ponte inatteso tra tradizioni: l’alfabeto occidentale, liberato e ricostruito come gesto pittorico, incontra l’eredità millenaria del segno venerato.

Ne nasce una conversazione che non cerca sintesi, ma differenze generative, capaci di amplificare lo sguardo dello spettatore.

«Dubai è un crocevia di culture e linguaggi, la cornice perfetta per la mia Type Art, che è universale», afferma Marini. «L’obiettivo è far sì che lo spettatore non legga il segno, ma lo guardi come un elemento pittorico, riscoprendone l’essenza scultorea e l’impatto emotivo».

Un invito che riassume l’intenzione profonda dell’artista: restituire alle lettere il potere di essere immagini, presenze, forme spirituali.

La mostra, curata da Alessio Paolo Musella, riunisce una selezione delle serie più recenti di Marini, dove il colore si fa protagonista e il segno oscilla tra ordine e caos, silenzio e saturazione.

È una costellazione di opere che sembra crescere, contrarsi, respirare, come se l’alfabeto stesso si riscoprisse organismo, materia viva, architettura del pensiero.

TypeArt 2025 inaugura venerdì 5 dicembre dalle 19:00 alle 21:30 alla Star Home Gallery, in Park Place, Sheikh Zayed Road, e sarà visitabile fino al 6 gennaio 2026.

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EventiFood & Beveragespettacolo

Dubai: Miriam Cammareri, quando la gestione clientela V.I.P. è nel Dna.

Miriam Cammareri

In un mercato basato sull’esclusività e sul servizio impeccabile come
quello di Dubai, la figura che gestisce le prenotazioni dei locali notturni e dei ristoranti di lusso non è un semplice addetto al booking, ma il primo punto di contatto e un vero e proprio per vivere ‘esperienza esclusiva.
​Questa professione richiede un mix unico di diplomazia, precisione e una profonda comprensione del concetto di ospitalità di alto livello.

​Il ruolo va ben oltre la semplice registrazione di nomi e orari:
​Gestione del Cliente VIP: La priorità assoluta è riconoscere e gestire la clientela VIP, High Net Worth Individuals e gli ospiti fissi.



Questo richiede non solo un sistema di prenotazione impeccabile, ma anche una memoria eccellente per le preferenze (tavolo preferito, allergie, bevande abituali) e una costante comunicazione con il management del locale.

​L’Arte della Lista d’Attesa: Poiché i locali più rinomati sono quasi sempre fully booked, il gestore delle prenotazioni deve saper bilanciare la domanda con la capacità del locale.



Questo implica l’abilità di creare e gestire una lista d’attesa in modo diplomatico, sapendo a chi concedere una possibilità e chi mantenere in attesa, spesso basandosi su criteri di prestigio e potenziale spesa.
​A Dubai, le richieste last-minute, i cambiamenti improvvisi e le richieste fuori standard sono la norma. Il professionista deve essere in grado di risolvere i problemi con calma, mantenendo un’immagine di professionalità e disponibilità, persino quando deve dire di no a una richiesta irragionevole.

​In questa città, il professionista dell accoglienza come Miriam spesso interagisce con una clientela internazionale composta da sceicchi, celebrità, uomini d’affari globali e turisti di lusso. Per questo, sono essenziali:
​Padronanza dell’Inglese, ​conoscenza dell’Etichetta Culturale di varie nazionalità.


​Networking con concierge di hotel di lusso e agenzie di PR per garantire un flusso costante di ospiti di alto profilo.
​In definitiva, chi gestisce le prenotazioni in un locale di lusso a Dubai non vende un tavolo, ma vende l’accesso a uno status e garantisce che l’esperienza del cliente inizi in modo impeccabile, ben prima che l’ospite varchi la soglia.

Professionalità, sorriso e competenza a Dubai vi aspettano.

Miriam Cammareri | Fundamental Hospitality

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Arte

Le opere NeoPop dell’Artista Mariella Rinaldi a Dubai.

mariella rinaldi

Le opere di Mariella Rinaldi a Dubai presso la Star Home Gallery rappresentano un punto d’incontro affascinante tra l’arte italiana e la scena internazionale mediorientale.

​L’arte vibrante e simbolica di Mariella Rinaldi sbarca a Dubai, portando il suo inconfondibile linguaggio Neo Pop Star Gallery, una tra le prime Home Gallery negli Emirati.


Il concetto di “home gallery” è l’idea di organizzare una galleria d’arte all’interno di uno spazio privato, come una casa, uno studio o un garage, creando un ambiente ibrido che fonde abitazione e spazio espositivo.
​In un contesto dinamico e futuristico, le tele di Mariella Rinaldi, cariche di colori vivaci, pois e figure femminili potenti e rivisitate, trovano la loro risonanza perfetta.


È un dialogo tra il classico e il contemporaneo, un omaggio all’energia e alla storia, tradotto in una grammatica visiva audace e immediata.

A guidare questo dialogo è il curatore ed esperto d’arte Alessio Musella.
La sua curatela e gestione dell’artista non si limita all’allestimento, ma si fa ponte comunicativo, garantendo che il messaggio dell’artista – che si tratti di denuncia sociale o di celebrazione della luce – sia percepito e valorizzato nel fervente mercato dell’arte di Dubai.
​Questa presenza presso Star ( Home) Gallery è un’esperienza che celebra l’unione tra l’investimento emotivo dell’artista e la strategia di diffusione del curatore, illuminando la scena di Dubai con una ventata di Pop Art tutta italiana

La relazione tra Mariella Rinaldi e Alessio Musella è una collaborazione professionale e critica solida e ben definita
​Mariella Rinaldi è la pittrice che crea le opere, nota per il suo stile Neo Pop che rivisita i classici e affronta temi contemporanei con un uso vibrante del colore.
​Alessio Musella Svolge il ruolo di voce narrativa pianifica le strategie insieme all’artista cura e promuove il lavoro di Rinaldi, scrivendo articoli di critica e curando la sua presenza espositiva su palcoscenici internazionali.

​La loro unione professionale ha come risultato la presentazione delle opere di Mariella Rinaldi in contesti prestigiosi.

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L’Araldo della Disperazione a cura di Simone Ratti…ITALIA LA SCIANTOSA SULLO STIVALE TACCO 12 Perché il “Made in Italy totale” è l’unica vera rinascita possibile della Fenice Italiana.

made in italy

Se si dovesse ridisegnare l’Italia non come territorio ma come figura, sarebbe una donna bellissima…..

Una sciantosa.

Lo stivale diventerebbe un tacco 12 sottile, che entra in scena con leggerezza e spavalderia; la penisola un corpo flessuoso, costruito da secoli di incroci di popoli, dialetti, arti e mestieri.

È una figura che non chiede permesso: si presenta. È la stessa Italia che ha insegnato al mondo come ci si veste, come si apparecchia una tavola, come si progetta una sedia, come si costruisce un palazzo e perfino come si pronuncia una vocale.

La sciantosa nasce da una parola francese, chanteuse, cantante.

Ma in Italia cambia pelle: diventa molto più di una professionista del palcoscenico.

È teatro, ironia, seduzione, intelligenza scenica.

Passa per la tradizione napoletana dei café-chantant, per i varietà di fine Ottocento, per il cinema in bianco e nero, fino a diventare una sorta di archetipo nazionale:

“Colei che entra in sala e tutti, volenti o nolenti, devono guardarla”.

Per decenni il Made in Italy ha avuto questo stesso portamento: non era un marchio commerciale, ma un modo di camminare nel mondo.

Un’economia morale incarnata: il vestito usciva dalla bottega o dalla piccola fabbrica, ma portava con sé la voce del territorio, le mani che lo avevano cucito, il dialetto di chi lo aveva progettato, il tempo speso per farlo durare.

Oggi, mentre emergono le inchieste sulle filiere del lusso e dell’agroalimentare, ci accorgiamo che quella sciantosa è stata truccata in fretta, illuminata da luci fredde: il tacco 12 resta in scena, ma sotto il pavimento ci sono turni da dodici ore, salari da fame, subappalti opachi.

E sul vestito campeggia ancora una volta l’etichetta Made in Italy.

È da qui che occorre ripartire, perchè Il mito del Made in Italy, purtroppo si è trasformato: da economia morale a etichetta elastica.

Per buona parte del Novecento, il Made in Italy è stato una biografia collettiva più che una categoria doganale.

Nel dopoguerra, la ricostruzione e poi il boom economico hanno costruito distretti industriali in cui:

  • la filiera era corta: dalla materia prima al prodotto finito si percorrevano pochi chilometri;
  • il capitale era spesso familiare o comunitario;
  • l’artigianato dialogava con l’industria;
  • il lavoro, era percepito come fonte di dignità ed ascensore sociale.

Il valore aggiunto italiano non consisteva solo nel “dove” si produceva, ma nel “come” e nel “da chi”: artigiani, tecnici, operai, imprenditori radicati nel territorio.

Studi recenti hanno mostrato come il successo dell’industria alimentare e della moda italiane nascesse proprio da questa combinazione di competenze diffuse, estetica e struttura distrettuale.

Con la globalizzazione, però, la definizione giuridica e commerciale di Made in Italy si è progressivamente allargata: la normativa sull’origine permette di attribuire la “italianità” a un prodotto in base all’ultima trasformazione sostanziale, anche se la maggior parte delle fasi precedenti avviene altrove.

Questo ha aperto uno spazio ambiguo: basta un passaggio finale sul territorio nazionale perché l’Italia diventi brand, anche quando non è più realmente filiera.

Da un lato, la tesi del “Made in Italy come stile” – progettato in Italia, prodotto nel mondo – ha cercato di nobilitare questo processo.

Dall’altro, la pratica ha spesso superato la narrazione: delocalizzazioni, subappalti a catena, sfruttamento del costo del lavoro nelle periferie del pianeta e, sempre più spesso, anche in quelle italiane.

Il risultato è un divorzio tra racconto e raccontato: l’etichetta resta, la realtà di lavorazione si sbriciola.

E qui oggi i nodi tornano al pettine, a seguito delle inchieste sul lusso, ed il reale, il dietro le quinte delle passerelle dorate, ma sarebbe piu’ appropriato dire il sotto le quinte dei seminterrati.

Negli ultimi anni, la Procura di Milano e altre autorità italiane hanno illuminato ciò che molti percepivano solo come sospetto: la maggior parte dell’eccellenza del lusso made in Italy si regge su filiere in cui il lavoro è tutto fuorché eccellente.

Tod’s: la prima indagine penale che tocca il marchio
Nel 2025, i magistrati milanesi aprono un’indagine su Tod’s e tre suoi manager per sfruttamento del lavoro (caporalato) nei confronti di lavoratori cinesi impiegati in opifici subfornitori tra Lombardia e Marche.
(Reuters, Financial Times)

Le accuse parlano di: orari eccessivi, paghe bassissime, dormitori nei capannoni, sicurezza carente, audit interni che segnalavano criticità, ma non modificavano realmente la filiera.

Per la prima volta, non è solo il laboratorio “ultimo della catena” a finire sotto i riflettori, ma il brand stesso, per non aver impedito, pur potendo, quello sfruttamento.

I pm chiedono perfino un divieto di pubblicità di sei mesi per il marchio.
(Reuters)

Dior: 53 euro contro 2.600
Nell’inchiesta che coinvolge Manufactures Dior srl, costola produttiva italiana della maison francese del gruppo LVMH, emerge un dato destinato a fare il giro del mondo: una borsa venduta in boutique a 2.600 euro era pagata alla fabbrica 53 euro.
(Corriere Milano)

In mezzo c’è una catena di subappalti: laboratori cinesi in Lombardia, con lavoratori irregolari, paghe di pochi euro l’ora, turni estenuanti e alloggi di fortuna dentro gli stessi capannoni.
Nel 2024 il Tribunale di Milano dispone l’amministrazione giudiziaria, misura poi revocata in anticipo nel 2025 dopo modifiche nella gestione della filiera. (Pambianconews)

Loro Piana: giacche da 100 euro vendute a 3.000
Sempre il Tribunale di Milano, nel 2025, applica l’amministrazione giudiziaria per un anno a Loro Piana S.p.A., storico marchio del cashmere, oggi parte del gruppo LVMH.
(Corriere Milano)

Nelle carte si legge di: “manodopera irregolare e clandestina”, turni oltre le 70–80 ore settimanali, condizioni abitative nei laboratori, giacche prodotte a circa 100 euro e rivendute a 3.000.
(Il Fatto Quotidiano)

È già il quinto caso in un anno a coinvolgere marchi del lusso in relazione a caporalato nella filiera.

Giorgio Armani Operations a cui è stato imposto il commissariamento della filiera.
Nel 2024 tocca a Giorgio Armani Operations, ramo industriale del gruppo Armani, finire in amministrazione giudiziaria per gravi irregolarità nei subappalti a laboratori cinesi nell’hinterland milanese.
(Business Defence)

Le immagini di inchiesta mostrano: lavoratori cinesi e pakistani impiegati fino a 10–12 ore al giorno, anche 7 giorni su 7, dormitori improvvisati tra macchinari e bancali, salari nell’ordine dei 2–3 euro l’ora.
(HuffPost Italia)

Valentino, Alviero Martini e gli altri tasselli
A questi casi si affiancano, tra gli altri:

Valentino Bags Lab, in amministrazione giudiziaria per filiere basate su laboratori in cui imprenditori cinesi sfruttavano connazionali in condizioni degradanti;
(Il Fatto Quotidiano)

Alviero Martini, coinvolta in precedenti provvedimenti giudiziari per mancato impedimento di sfruttamento nelle subforniture.

La trama è sempre la stessa:

Brand globale → società italiana intermedia → subappalto a chi materialmente produce → sub-subappalto a piccoli opifici, spesso gestiti da imprenditori cinesi, dove il costo del lavoro viene spinto al limite dell’umano.

I lavoratori, italiani o stranieri, diventano appendici silenziose del marchio, indispensabili per tenere bassi i costi ma invisibili nella narrazione del lusso.

Poi la realtà che congela il sangue, il ribaltamento dei numeri: salari fermi e compressi, fatturati del lusso alle stelle.

Per capire quanto questo sistema sia lontano dalla stagione d’oro del Made in Italy, basta guardare ad alcuni numeri.

Salari italiani: un trentennio di stagnazione
Secondo elaborazioni basate sui dati OCSE, i salari reali italiani tra il 1990 e il 2020 non sono aumentati, ma sono arretrati rispetto alla media dei Paesi avanzati: se nel 1990 erano circa 5 punti sopra la media OCSE, nel 2020 risultano circa 14 punti sotto.
(DSpace Repository)

Altre analisi recenti mostrano come l’Italia sia uno dei pochi Paesi europei in cui la dinamica salariale reale degli ultimi trent’anni sia stata stagnante o negativa.
(A&B Associati Srl)

In sintesi: un lavoratore italiano medio oggi ha un potere d’acquisto non molto diverso, e in alcuni casi inferiore, rispetto a trent’anni fa.

Il lusso rappresenta un caso iconografico di inflazione selettiva.

Nello stesso arco temporale, il prezzo dei prodotti di lusso ha avuto una traiettoria opposta.
Il caso più emblematico è extra-italiano ma illuminante:
la Chanel Classic Flap, introdotta nel 1983, costava al dettaglio, nell’ordine dei 1.000 dollari negli anni Ottanta; nel 2025, la stessa borsa viene proposta a circa 11.300 dollari.
(Sothebys.com)

Parliamo di un aumento di oltre dieci volte in valore nominale, ben al di sopra dell’inflazione cumulata degli stessi decenni.
La dinamica è simile per molti marchi del lusso: rincari annuali, posizionamento sempre più elitario, storytelling di esclusività.
(Lineapelle Magazine, Dearluxe)
In Italia, i casi Dior, Loro Piana e Armani mostrano la forbice tra costo industriale e prezzo retail:
borsa Dior: 53 euro al laboratorio, 2.600 euro in boutique;
(Corriere Milano)
giacche Loro Piana: circa 100 euro alla produzione, 3.000 euro allo scaffale;
(Il Fatto Quotidiano)
borse Armani: alcuni modelli venduti ai laboratori a meno di 100 euro, rivenduti al brand intorno ai 250 e proposti ai clienti finali a circa 1.800 euro.
(Business Defence)

Nel frattempo, i lavoratori della filiera, spesso migranti irregolari, ma anche italiani sfruttati, prendono 2–3 euro l’ora, con orari che ricordano un altro secolo.
(Giurisprudenza Penale, Business Defence)

È questo scarto che incrina il racconto di un lusso “etico” e di un Made in Italy ancora legato alla comunità.

La seconda ferita sanguinante e’ rappresentata dall’agroalimentare e l’italian sounding.
Se il lusso veste il mondo, il cibo italiano lo nutre, almeno nell’immaginario.

Pasta, olio, formaggi, vini: l’Italia ha costruito la propria identità anche attraverso una gastronomia che è paesaggio, storia e tecnica.

Ma anche qui, da anni, l’identità è sotto pressione.

Italian sounding e valore sottratto.
La pratica dell’Italian sounding, prodotti che “suonano italiani”, ma non lo sono, genera un danno economico stimato tra gli 80 e i 120 miliardi di euro l’anno secondo diverse analisi, comprese quelle delle organizzazioni agricole italiane.
(Il Guardian)

Sono prodotti che:

  • usano nomi come Parmesan, Prosecco-like, Mozarella,
  • riproducono tricolori, colline toscane, nonne immaginarie,
  • ma sono interamente realizzati in altri Paesi, senza alcun legame con territori o filiere italiane.

Non è un fenomeno solo extra-europeo: persino nel supermercato del Parlamento europeo sono finiti sugli scaffali sughi “all’italiana” con etichette e simboli che evocano l’Italia pur non essendo prodotti nel nostro Paese.
(Il Guardian)

Il problema risiede nella globalizzazione apolide, con l’acquisizione dei marchi e la filiera che si sposta e delocalizza.
Parallelamente, negli ultimi decenni molte grandi aziende alimentari italiane sono passate sotto il controllo di gruppi esteri:

-Galbani è entrata nel gruppo francese Lactalis nel 2006; (Il Sole 24 Ore)

  • nel 2011, Lactalis acquisisce anche Parmalat, leader nel latte e nei derivati industriali; (la Repubblica)

Già allora alcuni osservatori parlavano del rischio di “morte del latte industriale italiano”, temendo che la concentrazione di potere d’acquisto sui conferenti avrebbe schiacciato i margini dei produttori nazionali.

Mentre l’assetto proprietario si internazionalizza, le filiere di approvvigionamento diventano miste:
oli extravergini con diciture generiche come “Unione Europea” o “miscela di oli comunitari e non comunitari”, venduti con brand percepiti come italiani; (Il Fatto Alimentare)
controlli ufficiali che registrano irregolarità importanti: nel 2024 circa il 23% dei campioni di olio controllati in Italia presenta non conformità (origini non corrette, miscelazioni con oli più economici, etichette ingannevoli). (Olive Oil Times)

Anche qui, come nella moda, il marchio “italiano” rischia di diventare una vernice spray sopra catene di valore delocalizzate, dove la materia prima viene da altrove, la trasformazione è industriale e il territorio resta soprattutto immagine.

Cambiamo il paradigma: dal “Made in Italy” al “Made in Italy totale”
In questo quadro, la nozione di Made in Italy totale non è un vezzo nostalgico, ma un tentativo di ricomporre l’unità tra parola e realtà, tra etichetta e vita.

Significa:

Produzione interamente in Italia
Tutte le fasi essenziali, progettazione, sviluppo, trasformazione, confezionamento, avvengono sul territorio nazionale. Nessun trucco di finissaggio finale per “acquisire cittadinanza”.

Fatto da italiani e nuovi italiani integrati
Il lavoro è svolto da persone: regolari, contrattualizzate, inserite nella comunità.

“Nuovi italiani” non è un eufemismo, ma un dato di fatto: da secoli questo Paese integra chi lo sceglie, a condizione che il patto sia reciproco.

L’importante non è il luogo di nascita, ma la partecipazione reale alla vita sociale, il rispetto delle regole, la condivisione di un’idea di bellezza e giustizia.

  • Nessuno sfruttamento, né qui né altrove.
    Un prodotto non può dirsi etico se sposta semplicemente lo sfruttamento fuori confine.

Il “Made in Italy totale” implica filiera pulita ovunque, la scelta consapevole di non fondare il proprio valore su condizioni disumane.

  • Filiera corta e tracciabile.
    Distretti, cooperative, piccole e medie imprese legate ai luoghi. QR code che raccontano davvero il viaggio di un capo o di un alimento, non come accessorio di marketing ma come patto di trasparenza.
  • Valore che resta nei territori.
    Salari, tasse, investimenti che non evaporano nei bilanci di holding apolidi, ma rafforzano scuole, e in coralità con le istituzioni inaugurano nuove scuole del fare, infrastrutture, servizi locali.

Non si tratta di bandire il mondo, ma di scegliere in che modo l’Italia vuole stare nel mondo.

Dobbiamo dimenticare i marchi, i nostri grandi artisti, sono defunti, ed il loro nome viene infangato da tutto questo mercimonio morale.

“Il mantra è : dimenticare i marchi ed innalzare l’arte di farli nascere”.

L’idea che i marchi siano intoccabili è relativamente recente. Per buona parte della storia industriale italiana, i nomi sulle etichette erano l’approdo in uscita di un processo creativo, non il suo presupposto.

I grandi brand della moda e dell’agroalimentare sono nati da: famiglie, cooperative, distretti, reti di botteghe.

Molti di questi marchi oggi appartengono a gruppi internazionali, che legittimamente ne gestiscono le strategie. Ma dal punto di vista culturale, il punto non è salvare i nomi: è non perdere la capacità di crearne di nuovi.

Se un marchio storico non è più legato a: una filiera realmente italiana, un lavoro rispettato, una comunità,
la sua eventuale crisi non sarà la fine dell’Italia, ma la fine di una narrazione. Le competenze, invece, restano: e possono dare origine ad altri nomi, altre storie, altri progetti.

La sciantosa, l’Italia , non è il vestito che porta, è la capacità di indossarne uno nuovo senza perdere la propria postura.

Da qui la rinascita dei distretti del bello e del buono come infrastruttura viatica del “Bonum Commune”.
Immaginare un’Italia che torni a essere grande potenza industriale non significa evocare catene di montaggio infinite, ma ripensare i distretti come luoghi di: formazione, produzione, innovazione,integrazione.

Nei decenni passati, distretti come quelli del tessile a Prato, delle calzature nelle Marche, dell’occhialeria nel Bellunese, del mobile in Brianza, dell’agroalimentare in Emilia, hanno dimostrato che la competitività italiana nasce dal legame stretto tra territorio e impresa.

Oggi questi distretti possono diventare: campus diffusi per giovani italiani e nuovi giovani italiani, luoghi in cui si apprende un mestiere, laboratori per startup manifatturiere, poli dove la tecnologia si affianca all’artigianato.

L’idea di distribuire “spazi sconfinati di produzione” alle nuove generazioni non è solo immagine: è un programma culturale.

Significa dire a un ragazzo:

«Il tuo futuro non è per forza un open space digitale o l’emigrazione.
Può essere una bottega, un laboratorio, un’azienda dove si crea valore reale, QUI, A CASA TUA!!!!!!.»

NOI, siamo “l’Italia Fenice”: una storia di cadute e rinascite, Il tacco 12 è difficile da portare……….
Dalla leggenda di Alba Longa alla fondazione di Roma, dall’impero alla sua dissoluzione, dai Comuni medievali al Rinascimento, dalle invasioni straniere al Risorgimento, dalle macerie del 1945 al boom economico: la storia italiana è un palinsesto di rovine e ricostruzioni.

Ogni volta che l’Italia è sembrata finita, qualcosa l’ha rimessa in piedi: non una retorica nazionale astratta, ma la combinazione di bisogni concreti e capacità creativa.

Dopo la guerra, gli italiani hanno ricostruito città e fabbriche, ma anche teatri, sartorie, botteghe, tipografie, atelier. Hanno inventato design industriale e neorealismo, moda prêt-à-porter e tv commerciale, automobili iconiche e cucine componibili.

L’immagine della Fenice, l’uccello che risorge dalle proprie ceneri, si adatta all’Italia più di molte metafore classiche. Non per eroismo, ma per una sorta di ostinazione quotidiana: ogni crisi economica, politica o sociale ha prodotto ondate di emigrazione, povertà, disillusione; ma anche nuove generazioni di artigiani, imprenditori, artisti, tecnici.

Oggi il terreno delle ceneri è, tra le altre cose: l’uso improprio del Made in Italy,

  • la disconnessione tra marchi e territori,
  • la precarizzazione del lavoro,
  • lo svuotamento dei distretti.

Le condizioni per una nuova rinascita sono già presenti:

  • competenze accumulate,
  • desiderio di senso nelle giovani generazioni,
  • crisi del modello di consumo di massa,
  • attenzione crescente per la qualità, la durata, l’origine dei prodotti,

-“GLI ITALIANI”.

La domanda non è se la Fenice italiana si rialzerà, ma con quale forma?

L’ Epilogo, la sciantosa scende dal piedistallo e torna in laboratorio
La scena finale potrebbe essere questa.

La sciantosa-Italia, quella sullo stivale tacco 12, si guarda allo specchio. Si accorge che il vestito che indossa porta ancora la scritta Made in Italy, ma è stato tagliato lontano, cucito altrove, rifinito in fretta. È bellissimo, ma non le assomiglia più.

Allora fa un gesto radicale, ma tutt’altro che teatrale: se lo toglie.

Non è uno scandalo, è un ritorno alle origini.

Torna nelle botteghe, nei laboratori, nei campi; siede accanto alle nuove generazioni, italiane e nuove italiane; insegna e impara; riprende in mano ago, telaio, tornio, torchio, impastatrice, matita.

Non le interessa più difendere il vecchio guardaroba:
sa che può crearne uno nuovo.

Il nuovo Made in Italy, quello totale, intrecciato all’economia morale dei territori, non sarà un’invenzione di marketing, ma un modo di vivere e produrre.

Il lusso, se vorrà esistere ancora, dovrà tornare a poggiare su lavoro rispettato, filiere corte, comunità vive.

Il cibo italiano dovrà raccontare non solo un gusto, ma un paesaggio e le mani che lo coltivano.

Chi lavora nelle filiere e/o nella quotidianità del popolo, potrà e dovrà appagarsi, potendosi regalare anch’egli, quanto di bello ha prodotto, per merito, per giusta retribuzione e valorizzazione della sua eccellenza e fatica.

La sciantosa rientrerà in scena più tardi, con un abito diverso:

meno logo, più sostanza.

Meno false scintille di passerella, più luci di bottega sartoriale.

E quando camminerà ancora sul tacco 12 dello stivale, chi la guarderà:

– da New York, da Shanghai o da Buenos Aires –

NON VEDRA’ SOLO IL MITO DI UN PAESE,

MA LA VERITA’ DI UN POPOLO CHE HA DECISO DI RIPRENDERE LE REDINI DEL PROPRIO DESTINO E DI TORNARE NUOVAMENTE AD ESSERE SE STESSO!!!!!!!

Simone Ratti L’Araldo della Disperazione Umanista professante



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