Ah, patria mia! Terra di santi, navigatori e… bonus!
Un tempo sollevavi archi, tendevi ponti, innalzavi cattedrali. Oggi, invece, innalzi carte bollate e decreti d’urgenza. Il Superbonus, quello che doveva essere il motore del rilancio, si è trasformato in un colossale travaso di denaro pubblico nelle mani di pochi. Non un’astrazione burocratica, ma una spesa reale, fattiva, misurabile: oltre 140 miliardi di euro effettivi già a carico della collettività. Denaro vivo, sangue fiscale, sottratto alle tasche di tutti per ingrassare il privilegio di pochi.
Un provvedimento concepito con il linguaggio tortuoso del burocratichese, studiato per essere incomprensibile ai più e chiarissimo ai furbi. Così, tra imprese improvvisate, crediti gonfiati, banche intermediarie e parassiti fiscali, un’intera macchina è stata messa in moto non per costruire, ma per drenare.
La verità è nei numeri. Il Superbonus ha riguardato appena il 3,5% degli edifici residenziali italiani, e, al netto delle truffe accertate — stimate in circa 15 miliardi di euro (riguardanti il complesso dei bonus edilizi, incluso il Superbonus) — la percentuale effettiva di edifici realmente e legittimamente ristrutturati non supera il 3%.
Su una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, i beneficiari effettivi non arrivano a 1.397.500, ovvero appena il 2,36% della popolazione. In pratica, il 97,64% degli italiani paga oggi un debito contratto per quel 2,36% di privilegiati.
Facciamo i conti: 140 miliardi divisi per 1.397.500 beneficiari significano 100.179 euro per ciascuno di loro. E per tutti gli altri, i non beneficiari, che sono 57.802.500 italiani, la quota che ciascuno paga o pagherà — attraverso tasse, inflazione e debito — è di circa 2.422,04 euro a testa. Sì, duemilaquattrocentoventidue virgola zero quattro euro per ogni cittadino, dal neonato al pensionato, dal lavoratore al disoccupato, per finanziare l’arricchimento di una minoranza.
E la magistratura contabile, custode suprema del denaro pubblico, dov’era? Perché non ha gridato allo scandalo, non ha aperto fascicoli, non ha contestato il danno erariale più evidente della storia repubblicana?
Chi ha ideato, approvato e difeso questa misura dovrebbe rispondere non solo davanti al bilancio dello Stato, ma davanti al popolo intero, in nome dei prossimi cinquant’anni di cittadini che dovranno pagare il debito accumulato oggi.
E non dimentichiamo l’altro volto del disastro: il Reddito di Cittadinanza, travestito da equità e divenuto la cattedrale della frode. Migliaia di percettori fasulli, pregiudicati, lavoratori in nero, falsi disoccupati, stranieri non residenti: tutti a incassare senza diritto, mentre le casse pubbliche si svuotavano.
Si è arrivati a scoprire che il 15% dei percettori era irregolare, per un totale di 5.385.000.000 euro sottratti allo Stato tramite truffe e indebite percezioni, eppure nessuno ha mai risposto per questo colossale sperpero davanti al Paese e davanti alla legge. Anche qui, la magistratura contabile tace!!!!!????? Non indaga, non difende, non tutela!!!!?????
L’istituzione che dovrebbe essere la spina dorsale del rigore finanziario nazionale si è trasformata in un osso di seppia, molle, inerme, silenzioso davanti allo spreco. E mentre i veri lavoratori faticano a pagare mutui e bollette, lo Stato ha fatto dei truffatori i nuovi eroi dell’assistenza. E attenzione: ciascuno dei 55.600.000 italiani non percettori di questo sussidio ha già pagato, o pagherà, circa 97 euro a testa solo per finanziare la parte truffata di questa misura.
Intanto l’Europa ci impone la Direttiva Case Green, che renderà invendibili milioni di case italiane non efficientate, e noi abbiamo già bruciato 140 miliardi per un’operazione che non ha preparato il Paese alla transizione. Abbiamo speso per il “verde” di pochi, e ora pagheremo per il “rosso” dei conti di tutti.
Ma c’è un’altra Italia. L’Italia che costruisce, che osa, che crede. L’Italia di Lucio Cecilio Metello, console romano che nel 251 a.C. dopo la vittoria su Asdrubale fece gettare un ponte di botti sullo Stretto di Messina per trasportare a Roma i cento elefanti catturati ai Cartaginesi. Un ponte galleggiante, fragile ma audace, simbolo dell’ingegno e della forza romana.
Quella è l’Italia che dobbiamo ritrovare.
E oggi il Ponte sullo Stretto di Messina è il simbolo di quell’Italia del fare: 3.666 metri di visione, 3.300 di campata unica, torri da 399 metri, impalcato aerodinamico che fende i venti. Un’opera prociclica, un volano economico che genererebbe migliaia di posti di lavoro e rilancerebbe il Mezzogiorno.
Ma i profeti del “No”, Bonelli e Schlein in testa, gridano ancora. Loro, che vedono progresso nei monopattini e peccato nei cantieri, vorrebbero tenerci sui carretti trainati dagli uomini perché anche gli asini “inquinano” e vengono sfruttati.
E allora, basta! L’Italia non può più essere il Paese dei bonus e delle truffe, dei redditi di comodo e delle giustificazioni. Deve tornare a essere il Paese delle opere, dei progetti, del coraggio. Deve smettere di spendere per pochi e tornare a investire per tutti. Deve sostituire l’assistenzialismo con l’azione, la carta col cantiere, la burocrazia con la visione.
Il Ponte sullo Stretto è la prova che le politiche del fare sono l’unica via di salvezza. È l’antitesi dei bonus e delle mance: un progetto proattivo e prociclico, capace di mettere l’Italia in sintonia con la PAX Climaxeconomica raggiunta. Non più l’Italia che elemosina, ma l’Italia che costruisce. Non quella che contabilizza la resa, ma quella che conta le vittorie.
Perché noi siamo …….. — e dobbiamo tornare ad essere — Il Paese dei pontefici massimi, non dei parassiti totali……… E chi non osa costruire, non merita di chiamarsi Italiano.

Simone Ratti





