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Redazione

Artebeauty

LA STORIA DELL’ARTE LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

Raffaela Gallina, nota Look maker, professionista da quasi 35 anni ed imprenditrice da 25 nel suo Salone di Bellezza “A Modo Mio” sito nella ridente Palmanova , cittadina storica friulana.

Lei, di professione, carpisce ed enfatizza ogni forma di bellezza ed in quest’occasione ha voluto fare un esperimento nuovo e costruttivo, mettendo in gioco le sue due passioni, il suo lavoro di consulente di immagine e l’arte della pittura,

Mi avventuro nuovamente nel nostro esperimento attraverso la leggenda, il metodo oggettivo della Consulenza d’Immagine; pillole storiche riguardanti il periodo analizzato, la mia professionalità e la passione per l’arte.

Prenderò in esame due dipinti di Raffaello Sanzio, grande pittore ed architetto italiano fra i più celebri del Rinascimento, nato ad Urbino nel 1483.

In particolare ammireremo Margherita Luti.

Sembra che lei, fosse figlia di un fornaio di Trastevere, per questo chiamata “Fornarina”, secondo ciò che ci è stato tramandato, amata e venerata da Raffaello Sanzio fino alla sua morte e, scelta come modella in tanti suoi dipinti.

Osserviamo quindi Margherita, nel dipinto “La Fornarina” ritratta intorno al 1520.

La donna, vista a 3/4, è rappresentata a seno nudo con il ventre coperto da un velo e da una sensazione di pudore, ma in realtà quel “vedo non vedo” attira proprio l’attenzione, su quello che sembra voler nascondere.

In testa porta un turbante di seta dorata a righe verdi e azzurre, fermato da una spilla con una perla pendente.

La nudità del mezzo busto le crea un diverso colorito al viso che il pittore, anche se all’epoca l’Armocromia non si conosceva come scienza, riesce a carpire e a trasmettere.

Il turbante che indossa è posizionato troppo indietro per creare un effetto ottico al viso, quindi i capelli risultano il parametro più vicino che ne determina la chiarezza e la temperatura, insieme all’occhio e al sopracciglio.

La sua Tipologia Cromatica potrebbe essere “Autunno” visto il sottotono dorato che l’artista sottolinea.

Capelli, sopracciglia e occhi di un castano scuro dorato, le guance con sfumature aranciate e le labbra di un corallo tenue, trasmettono luce all’incarnato.

Lei, risalta in tutta la sua luminosità, nonostante sia circondata dallo sfondo scuro dei cespugli, ma notiamo un colorito più caldo e dorato dell’avambraccio a contatto con il mantello rosso aranciato appoggiato sulle gambe piuttosto che l’incarnato più spento delle spalle che è circondato dal verde scuro freddo della vegetazione.

Oltre al turbante con la spilla, il bracciale con bordatura dorata che porta al braccio superiore è l’unico accessorio di ornamento della donna e delinea quasi un simbolo di appartenenza a Raffaello.

Il viso ed il collo appaiono più magri rispetto all’altro dipinto analizzato ritratto circa 4 anni prima, nel 1516.

“La Velata” sembrerebbe sempre Margherita, sia per la stessa posa a 3/4, sia per l’attenzione alla luminosità del tessuto dell’abito e la perfezione nei riflessi trasmessi dalla seta, che allo stesso gioiello che compare tra i capelli.

L’abbigliamento della modella diventa determinante per la trasformazione della chiarezza delle sue cromie, in particolare grazie al velo giallo dai riflessi dorati che schiarisce il colore dei capelli, del sopracciglio e dell’iride; il girocollo in ambra, assolutamente valorizzante, crea un effetto ottico accorciante del viso ovalizzandolo.

L’abito color avorio, impreziosito da drappeggi dorati contribuisce ad addolcire i suoi lineamenti rendendola meravigliosamente raffinata nella sua semplicità.

In questo ritratto la Tipologia Cromatica di Margherita è “Primavera”.

Il capello raccolto con il turbante nel primo quadro ed il velo nel secondo sono un dettaglio emblematico.

Le adolescenti, le giovani donne non fidanzate e le prostitute erano praticamente le uniche a potersi permettere il lusso dei capelli portati sciolti sulle spalle, le donne sposate invece dovevano avere il capo coperto.

Margherita per l’esattezza, rappresenterebbe una donna appena maritata perché non sembrerebbe avere rinunciato ai suoi lunghi capelli che venivano tagliati all’epoca, solo qualche anno dopo il matrimonio, per mantenere viva la passione del marito per un po’.

Una domanda mi sorge spontanea:”Margherita era una donna sposata o Raffaello voleva sentirla e raffigurarla come la sua donna, la sua sposa”?

Affascinante l’arte tra leggenda e verità…

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eccellenze italianeFood & Beverage

Cioccolato che passione Noalya, un sogno diventato impresa.

Noalya

A Ponsacco, un paesino in provincia di Pisa, a due passi da Pontedera, nella zona industriale, tra le fabbriche abbiamo scoperto una piccola realtà di gusto, una produzione di cioccolato nata da un sogno.

Per un giorno l’impresa ha aperto le porte e dietro le quinte è iniziato un viaggio insieme al fondatore Alessio Tessieri.

Una storia di vita, del savoir faire italiano che racconta uno stile e come il cibo degli dei per alcune civiltà abbia ancora molti segreti.

Come nasce un sogno? Qualche parola sulla Tessieri storica e sull’avventura di Alessio Tessieri

“Non pretendo di dare una risposta che valga per tutti.

Posso parlare del mio sogno e di come è nato. Risale a quando, da bambino, scorrazzavo con la biciclettina tra gli scaffali del magazzino dell’azienda di famiglia distributrice di ingredienti per pasticceria.

Mi inebriavo di profumi di vaniglia e cioccolato e da lì ho sognato di diventare, come in una favola, il “principe del cioccolato”. Ecco, principe certo non sono, ma quel sogno si è avverato.

Certo è costato fatica e impegno, in quanto trasformare l’azienda di famiglia nata 60 anni fa non è stato facile, data anche l’instabilità del mercato.

Ma ora, dalla distribuzione di soli ingredienti per pasticceria, Casa Tessieri, è un’azienda importante, direi leader in Toscana e affermata in Italia, con un ricco catalogo di eccellenze per la fornitura di ristoranti, alberghi, bar, panifici, pasticcerie, gelaterie.

Ormai più di vent’anni fa, inoltre, ho potuto seguire la mia passione per il cioccolato e in Venezuela è esploso l’amore per il cacao criollo.

Tanto che ho acquistato lì, a 4 ore di distanza da Caracas, terre che erano usate per pascolo trasformandole nella mia piantagione di cacao che oggi sono il cuore pulsante della gamma Noalya, cioccolato coltivato.”

Perché la scelta di fare impresa?

“È stata una scelta obbligata. Mi sono avvicinato al cacao come un contadino, seguendo le piante dalla terra alla pianta, dalla lavorazione delle fave di cacao come fermentazione ed essiccazione, dalla trasformazione con la tostatura all’affinamento con il concaggio, alla creazione della tavoletta.

Si tratta di processi per me essenziali per ottenere la qualità e l’unico modo per avere il totale controllo della filiera è stato appunto quello di costituire un’azienda che mi consentisse di farlo. Con queste prerogative, dopo alcune altre iniziative, è nata Noalya, cioccolato coltivato.”

Qual è lo stile Noalya e le caratteristiche del suo cioccolato?

“Il controllo della filiera, anche per i semi di cacao acquistati da coltivatori di cui mi fido e che hanno accettato di utilizzare i metodi di lavorazione da me richiesti, è la garanzia per affermare la qualità del cioccolato Noalya che si contraddistingue per l’assenza di amarezza, tannini e acidità, esaltando invece eleganza, morbidezza e una dolcezza naturale in una gamma in cui ogni cioccolato esprime le note aromatiche e il gusto tipici della provenienza dei semi. Non per presunzione, ma mi sento di dire che per i miei cioccolati, così come può accertarlo il consumatore, valgono le stesse differenze che si apprezzano per il vino a secondo dei vitigni e il terroir.”

Ci racconta qualche tappa di un’antologia del gusto in un viaggio internazionale?

“Il viaggio intorno al mondo coinvolge la fascia equatoriale tra i due tropici. In ogni paese selezioniamo particolari piantagioni gestite da coltivatori che dedicano particolare attenzione a tutte le fasi post raccolta, normalmente decise in collaborazione con noi o con i nostri agronomi.

Questo significa porre una grande attenzione al processo di fermentazione, alla selezione delle varietà di cacao, alla scelta dell’essiccazione rigorosamente al sole, e molto altro ancora.

Ad esempio in Madagascar è stata fondamentale la scelta dei legni per la costruzione delle casse di fermentazione che aiuta l’esaltazione nel cacao delle tipiche note aromatiche: frutti rossi maturi come prugna e mora, frutti freschi come lampone e mirtillo con intriganti note speziate.

Per non parlare del cacao ricercato in tutto il Venezuela per creare il vivaio della mia piantagione, puro criollo, dalle inconfondibili note di frutta secca, come mandorle e nocciole tostate, in cui la ricca fertilità della terra rilascia alla pianta ottime proprietà nutritive, che noi arricchiamo con il compost naturale che produciamo nella stessa piantagione.

E poi Trinidad, con un terroir ricchissimo di sali minerali, in cui la selezione di piante di cacao trinitario ci permette di realizzare un cioccolato particolare, dai meravigliosi sentori di frutta secca tostata, biscotto, e castagne, con un finale fresco e sapido.

Praticamente in ogni paese cerchiamo di selezionare i migliori semi, nella costante ricerca di cacao sempre più aromatici e ricchi dei sapori di quelle terre.” 

Perché una scuola di pasticceria, cioccolateria e cucina?

“Almeno due i motivi alla base di quest’impresa. Il primo è che avverto l’impegno di dover diffondere la cultura della gastronomia per la formazione di chef e professionisti della pasticceria e della gelateria, nonché ovviamente della cioccolateria che, ho premesso, è la mia principale passione.

E credo così di dare una mano a un settore che chiede sempre più professionalità e preparazione.

Poi il cibo, il buon cibo, è determinante per una migliore qualità della vita, e mi sono sentito coinvolto nel dare il mio contributo, che è anche occasione di crescita personale grazie all’incontro con i docenti della Scuola e con i tanti qualificati chef e pastry-chef che vi svolgono corsi e masterclass per professionisti. L’altro motivo è che sia Noalya sia Casa Tessieri sono in un rapporto di continuo scambio, per la selezione, la trasformazione di ingredienti e texture e le preparazioni, con le professionalità e la creatività della scuola.”

Quali iniziative state mettendo appunto per la promozione di Noalya?

“Con le attività di formazione, oltre alla partecipazione ad eventi fieristici di qualità, abbiamo creato un team di 14 professionisti pluripremiati per studiare e creare ricette e abbinamenti con il cioccolato.

È appunto il Team Noalya che si riunisce periodicamente per la ricerca presso la Scuola. Abbiamo anche organizzato alcuni contest, come la gara per il miglior panettone al cioccolato Noalya, oppure, in collaborazione con la Fic, l’elezione del miglior allievo degli istituti alberghieri della Toscana, Ospitiamo la fase di preparazione per i mondiali della Nazionale Italiana Cuochi e il concorso Lady Chef. Infine, un’iniziativa a cui tengo molto è l’evento che precede l’esame finale dei corsi professionali.

Si tratta di una cena le cui preparazioni e la scelta del menu è totalmente decisa, con la supervisione dei docenti chef residenti, dagli allievi.”

Quanto è importante oggi la comunicazione nel settore del cioccolato?

“La comunicazione, nonché la pubblicità, sono importanti per il cioccolato come per tutti gli altri settori, e non solo in chiave merceologica.

Anche per Noalya è un settore d’impresa in cui siamo impegnati avvalendoci di agenzie e consulenti esterni. In un mercato dove Internet, attraverso social e motori di ricerca, domina è sempre più difficile far risaltare il nostro messaggio. Ma confesso che la migliore comunicazione per il nostro cioccolato rimane l’assaggio.”

Un ambito legato al piacere, alla dimensione giocosa della vita, alle festività e certamente all’infanzia che forse non si conosce abbastanza a cominciare dalla produzione per finire con la degustazione e il recupero della storia del cioccolato, una spezia singolare, potrebbe aprire al comparto prospettive come quelle aperte al settore vinicolo, sotto il profilo culturale e di consumo.

Giada Luni

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eccellenze italianeModa

Indossare FLORA… della collezione MAGICLAND di Marta Jane Alesiani.

Marta Jane Alesiani

Marta trova se stessa e l’ispirazione immersa nella natura, è li che traduce l’armonia, la pace, la bellezza in un pensiero da indossare…

“Il profumo inebriante effuso da un prato variopinto apre il cuore dell’uomo alla bellezza e concilia la sua anima al divino.

Il brusio della spiga di grano nel meriggio d’estate, i suoi aurei granelli che, insieme al grappolo verdastro della vite, costituiscono la base della vita

Flora, la giovane regina della Primavera nelle antiche iconografie indossava un lungo drappeggio fiorito che si fondeva con la natura portando con se tutto il suo mondo..

Da questi pensieri nasce l’abito FLORA per traghettare chi lo indossa in un universo incantato, ed ecco che non a caso entra a far parte della collezione  MAGICLAND.

Un portale che traghetta verso un Nuovo Mondo, fatto di valore, condivisione e purezza.

La linfa vitale del mondo botanico si manifesta sull’abito con verdi foglie luminose , tratte da un quadro realizzato dalla stilista stessa , che ha voluto raccontare il legame tra la Donna e la natura, natura nella quale si ritrova , si sente protetta, si nasconde e si confonde, osserva senza essere osservata  si sente coccolata …

La stoffa scelta per confezionare l’abito è leggerissima, il suo compito è trasmettere la sensazione a chi lo indossa di percepire direttamente sulla propria pelle la clorofilla.

Lo chiffon sottile ed impalpabile accarezza il corpo come un mantello di erba intrisa di rugiada.

Grandi felci sembra  danzino inseguite da foglie di menta e piante tropicali immerse nel nero della notte… ognuna di esse nasconde un significato simbolico, imperituro e misterioso.

Le FELCI  comparse più di 350 milioni di anni fa sono dense di valori simbolici e leggende legate a premonizioni, magie e protezioni volte all’ auto-guarigione.

La MENTA ricresce e fiorisce anche nelle condizioni più avverse diventando , così, il simbolo della forza ed il calore del sentimento.

L’abito è sigillato alle spalle da un elegante mantello, una vera e propria cascata di rigogliosa vegetazione che protegge la Donna trasformandola in una Ninfa in armonia con la sua femminilità e la Natura che la circonda. 

Il Mantello diventa anche il ricordo di Zefiro Dio Greco del vento di ponente che si narra, in un giorno di primavera, essersi innamorato di Flora, la rapì e la sposò ecco allora che il movimento del manto che protegge diventa il ricordo di un grande amore

Marta Jane sembra essersi sostituita a Madre Natura realizzando una collezione piena di energia positiva pronta a regalare emozioni inaspettate a chi sceglie di indossarla.

In queste foto il Soprano Dominika Zamara

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eccellenze italianeFood & Beverage

Podere della Bruciata, la sartoria della tradizione.

Podere della Bruciata

Artigiani del vino, così si definisce l’azienda Podere della Bruciata a Sant’Albino nella zona di Montepulciano, una storia lunga tre generazioni raccontata da Andrea Rossi che oggi ne ha preso le redini; azienda che abbiamo visitato in occasione delle Anteprime Toscana, in particolare Anteprima del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Con tenacia la produzione ha scommesso sui vini naturali, sul sapore del territorio nel bicchiere e sul racconto della storia, senza rincorrere le mode, coltivando però il gusto della sfida come dimostra il loro spumante metodo classico di Sangiovese e Trebbiano, nato anche per lo sguardo lungo gettato Oltralpe. Artigianalità, pazienza e il desiderio sartoriale, nel prodotto e nel servizio, con bottiglie vestite in modo unico, tirature limitate, etichette artistiche.

Ci accoglie all’entrata il profilo di due Bulldog, marchio del Podere, e qui comincia una storia fatta di emozioni. La scelta è legata al fatto che Andrea da piccolo aveva due cani che lo difesero quando fu attaccato da alcuni cinghiali che purtroppo infestano la zona e la femmina Bulldog morì per averlo salvato.

L’omaggio resta nel gioiello di famiglia che ha un albergo con un ristorante del quale si occupa la madre, coltivando i sapori della cucina tradizionale toscana e soprattutto il racconto dei piatti e della loro storia, parte integrante del gusto a tavola.

Il nome invece “la Bruciata”, nasce da quello di una conca dove si cuocevano i mattoni, presente nella prima delle vigne del Podere, quella alla quale i Rossi sono più affezionati, oggi il cru della produzione. È qui dove c’è la vigna più alta di Montepulciano che il nonno inizia la sua avventura, comprando un terreno che allora era più che una sfida. Negli Anni Sessanta del Novecento la viticoltura si era spostata verso la piana dove produrre vino era più semplice e i vini erano fruttati, morbidi, più semplici da promuovere. Il tempo, anche a causa dei cambiamenti climatici, ha dato ragione a chi ha scelto un’agricoltura artigianale, complessa e che oggi dà i suoi frutti. Le vigne infatti qui non hanno quasi più bisogno di essere concimate e hanno una resa di 60 quintali per ettaro. Il terreno è quello tipico di Montepulciano argilloso-sabbioso con la particolarità della presenza del ferro, quarzo e sedimenti marittimi che nel bicchiere si fanno sentire con una spiccata sapidità e una presenza di una nota quasi sanguigna. La vigna è formata da quelle che in gergo sono dette ‘viti formiche’ che restano piccole ma sono operose, con una rendita costante, e forti, soprattutto resistenti alle malattie.

Oggi Podere della Bruciata è un’azienda biodinamica anche se l’idea iniziale non era così definita. Il desiderio, ci ha raccontato Andrea Rossi, era di restituire il terroir in bocca. Ci sono voluti dieci anni di lavoro perché l’uva di prima scelta in cantina non perdesse parte della propria ricchezza.

L’intuizione è stata andare controcorrente e non aggiungere troppo, come lieviti alla fermentazione o tannini per accelerare, stabilizzare e rendere sempre uguali i prodotti. L’ipotesi avanzata da Andrea è che i disciplinari toscani del Chianti Classico, Brunello e Montepulciano offrendo un gusto molto riconoscibile sono per questo famosi e apprezzati; non solo, ma nascono in un momento in cui la chimica è praticamente assente dai processi di vinificazione quindi tengono conto della natura per raggiungere l’obiettivo qualità.

Un esempio è quanto intuito dal Barone Ricasoli che notò come il legno, quindi la fermentazione nelle botti, consenta la cessione al vino di anti-ossidanti rendendolo longevo. La scelta aziendale è stata quella di seguire la tradizione, recuperare vitigni autoctoni antichi che vanno saputi raccontare anche con ricette particolari come il cosiddetto “taglio del Barone Ricasoli” e vestire le bottiglie in modo unico.

Per questo l’azienda si è rivolta per le etichette a due artisti, Gioderìo, nome d’arte, dietro il quale si cela una persona che preferisce non apparire e l’artista Piero Fabbroni, acquarellista, i cui tratti raccontano le caratteristiche salienti dei diversi prodotti.

La produzione ha un bianco fermo, con il vitigno locale Orpicchio al 95% e una minima percentuale di Trebbiano per dare la struttura, il “Bruggina”, che nel linguaggio locale indica il freddo umido tipico della Val di Chiana che penetra nelle ossa, principale nemico del viticoltore; e una produzione di spumante metodo classico, “Bonaccia”, solo 1200 bottiglie di Sangiovese e Trebbiano, una vera sfida che, ci ha raccontato Andrea, è nata da una sua passione e dal confronto con parenti francesi che realizzano Metodo classico in Borgogna.

C’è poi la grande famiglia dei rossi, da una IGT realizzata con il vitigno autoctono Pugnitello che chiede una grande cura perché le uve sono spargole con un grappolo della grandezza di un pugno che vanno raccolte in tempi diversi scegliendo un mix tra grappoli ‘in alto’ e ‘in basso’ sui filari, per ottenere una partitura armonica; a un Chianti Colli Senesi; a un Rosso di Montepulciano; e un Nobile di Montepulciano, anche nella versione Riserva. Anche in questo caso per quest’ultima tipologia non si tratta tanto di selezionare le annate migliori quanto di scommettere, spesso addirittura su quelle più difficili, per ottenere delle selezioni particolari.

È questa la filosofia della casa, la pazienza del lavoro del tempo, essenziale per i vini naturali che agisce come l’omeopatia e un taglio sartoriale con un taglio delle botti fino a 40 quintali; mentre salendo di caratura si accede ad una scala industriale. La lavorazione del Sangiovese qui è come l’educazione di un figlio, un ragazzo giovane è forte ma spesso non educato; maturando occorre non tanto che diventi uomo quanto gentiluomo grazie all’affinamento in bottiglia. Il lavoro umano è in tal senso quello di una macchina non standardizzata ma accorta così per il Metodo classico la scelta è tutto a mano, Rémuage e Dégorgement con una ricetta particolare: un vino bianco Trebbiano dell’annata precedente sul quale viene innestato il Mosto Fiore di Sangiovese che dà glicerina e profumo: la sedimentazione è di 12-18 mesi ma c’è l’idea di una prova fino a 24.

Tra le etichette anche un Supertuscans con solo 600 bottiglie, vinificando Petit Verdot, che nasce da una collaborazione con produttori della Georgia, In questo momento in una botte armena con legno proveniente da un altopiano a 4mila metri d’altezza che conferisce sentori molto particolari al vino.

Completa la gamma un Vermouth realizzato secondo un’antica ricetta toscana della fine del 1600 del Valdarno, come dimostra la stessa etichetta “Nepo”, personaggio locale, alchimista che ha lavorato alla Corte dei Medici e che si dice abbia ispirato la figura di Mago Merlino.

Interessante anche la cantina dove nulla è a caso e dove per l’arredo sono riutilizzati gli strumenti di lavorazione dai cerchioni delle botti ai carrelli per l’uva che diventano le basi dei tavoli e per le pupître dedicate alle bottiglie durante la fase del rémuage una base di sassi locali sopra una vasca che assorbe l’umidità mantenendola costante.

Il percorso è da una prima sala dove l’uva è ‘stressata’ con pareti a vetro in modo da avere un ambiente naturale approfittando al massimo dello scambio termico ad una sala di ‘riposo’. Una cantina definita agli inizi non senza malizia un garage del vino, oggi una vera sartoria dalla quale spesso il prodotto è recapitato direttamente ai clienti.

A cura di Giada Luni

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ArteMusica

LETTURA ERMENEUTICA DELL’OPERA DI HALINA SKROBAN, “Trionfo della SS.ma Vergine e gloria di S. Giovanni P. II” esposta durante il concerto dedicato a Giovanni Paolo II in Campidoglio.

HALINA SKROBAN

                                                                                      

             Lasciamo alla curatrice Giulia Agnello il piacere di raccontare quest’opera esposta durante il concerto in Campidoglio avvenuto il 17 Gennaio 2023, opera esposta insieme a lavori di altri 4 artisti, Tina Bellini, Francesca Falli, Felipe Cardena e Pawel Rosinski

  • “Trionfo della Vergine di Guadalupe con l’Emanuele, tra San Giovanni Paolo II e famiglia adorante” (titulus in extenso) è la quarta tela della serie “L’eredità spirituale di San Giovanni Paolo II” dell’artista italo-polacca Halina SKROBAN (in séguito semplicemente HALINA). Tale opera ha già una sua storia “curricolare”, per così dire, in quanto essa è stata presentata ed esposta in occasione del concerto in onore di San Giovanni Paolo II nella Sala Protomoteca del Campidoglio (Concerto Internazionale tenutosi in Roma il 17 gennaio di quest’anno) . L’Artista ha eletto a tema di questo dipinto la famiglia (soggetto preminente della società civile e della comunità ecclesiale, oggi in grave crisi di identità e minacciato, quasi assediato, su più fronti), in quanto essa stava particolarmente a cuore al nostro Santo, ufficialmente deputato a patrono della famiglia con l’atto di canonizzazione licenziato dal papa attualmente regnante. Nell’opera dedicata al papa polacco devotissimo alla Madre di Dio, devozione testimoniata dal motto araldico prescelto ( “Totus tuus”, ovvero “tutto di Maria”), la Vergine Santissima è raffigurata in posizione eminente e preminente, nella tipologia della Gloria della Mater Dei e della Mater misericordiae, eleggendo l’immagine della Nostra Signora di Guadalupe, immagine acheropita assai nota e venerata in tutto il mondo ma soprattutto in America latina e specialmente in Messico, formatasi su una mantilla (o “tilma”) in rapporto alle apparizioni del 1531 a Juan Diego Cuauhtlatoatzin (un indio discendente dai nativi aztechi convertiti al cristianesimo). Va detto che tali apparizioni mariane furono tra le prime a essere approvate dalla Chiesa Cattolica e, non a caso, il Messico fu mèta del primo viaggio apostolico intercontinentale.
  • Non può essere ignorato, d’altronde, come la Vergine di Guadalupe venga venerata con gli epiteti di “Madre di tutti i popoli” e “Protettrice della vita nascente”, epiteti consacrati dallo stesso Papa santo nel suo viaggio apostolico. Nella tela (8ox100), l’Artista ha rappresentato Juan Diego in contemplazione della Beata Vergine con il santo rosario nella mano sinistra mentre col braccio destro sorregge il manto ricolmo di rose.  San Giovanni Paolo è raffigurato nel suo caratteristico gesto benedicente, tanto solenne quanto amabile e protettivo, rivolto alla famiglia raccolta in adorazione attorno al Divin Bambino rappresentato come l’ Emmà-nu-‘El, ovvero come il “Dio-in mezzo-a noi” della profezia isaiana, ed è chiaro che la “piccola famiglia” qui raffigurata rimanda, simbolicamente, all’intera “grande famiglia” umana (pars pro toto). L’umanità è qui rappresentata “dal basso”, ovvero dagli humiles, coloro che sono vicini alla terra (homo da humus ; cfr. headàm da adamah : l’uomo “il terrestre”, il “fatto-di- terra”, o “il gleboso”, il “terrigeno”, per dirla con André Chouraqui), notando che humilis  prima di divenire aggettivo era in origine un sostantivo a indicare semplicemente il contadino, il campesino in quanto è colui che sta “in basso”, anche nella scala sociale, colui che poggia sulla terra e tutto deve alla terra. Nel gruppo familiare, nella parte bassa del quadro, l’Artista sembra aver voluto rappresentare la humanitas sostanziatanella humilitas che ne individua e definisce l’essenza più autentica e profonda, riecheggiando così lo spirito del Cantico della Vergine, ovvero del Magnificat (“ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”). La figura grandiosa, tanto monumentale e imponente, quanto amabile e paterna, di san Giovanni Paolo — collocata in basso a sinistra rispetto alla Beata Vergine (sulla destra del rimirante) nella sua radiosa mandorla di luce (il nimbo) — ben rappresenta il suo ruolo di intercessore, patrono e tutore della Famiglia Umana e delle singole famiglie tutte. Egli è ritratto nel suo gesto benedicente, saldamente poggiato sulla croce pastorale, come Pontifex Maximus, Sommo Pontefice,  (pontifex : da qui pontem facit, ovvero “il facitore di ponti”) nel senso primo e più originario di colui che media, fa da ponte, tra Cielo e Terra, tra la divina Majestas e la humilitas umana incarnata dal gruppo di humiles  composto da cinque soggetti ben caratterizzati, di cui i due uomini sono disposti ai due lati opposti a costituire uno dei due elementi di un riuscito chiasmo compositivo.
  • Come  accade quasi sempre nelle opere di HALINA, i soggetti  rappresentati, in questo caso quello dei personaggi che compongono la famiglia in adorazione, corrispondono a figure di persone esistenti, nostri contemporanei (nel caso particolare quelli dei membri di una famiglia legata all’Artista da lunga amicizia), eccezion fatta per un solo soggetto, quello della madre, caratterizzata dal tradizionale, ampio sombrero, il cui volto, a lungo cercato per soddisfare un’esigenza espressiva del tutto peculiare,  è stato attinto da una foto sul web nella quale HALINA si è imbattuta pressoché per caso ma che l’ha particolarmente colpita, suggestionandola al punto di ravvisarla come il soggetto più focalizzato ed evidenziato del gruppo adorante : di fatto, l’unico personaggio a fissare lo sguardo dritto negli occhi del rimirante. Verosimilmente, l’Artista ha inteso rapportare la figura di lei a quella di Maria :  ella, già, ma non solo, in quanto madre, è in qualche modo e in qualche senso la stessa fanciulla di Nazareth, l’umile ancella, associata al gruppo degli humiles, i biblici anawìm, i pauperes di cui Dio si compiace, gli stessi esaltati dalle Beatitudini evangeliche. Lo sguardo di questa donna, intenso e profondo, è estremamente coinvolgente e interlocutorio : esso sembra voler enfatizzare come la Gloria, il vittorioso Trionfo, che sta in alto, nell’esaltazione della Vergine celeste, la Regina coeli, hanno il loro fondamento e il loro radicamento in basso nell’ umiltà umanissima, storica e terrena, di Miriam di Nazareth : nella figura della Vergine Santissima, Cielo e Terra, Natura e Sovranatura, Storia-Tempo ed Eternità, s’incontrano e per così dire si riconoscono e riconoscendosi si abbracciano.
  • Accanto ai due bracci della decusse chiastica, l’uno che va da Juan Diego all’altro uomo inginocchiato, in basso, a destra del riguardante, l’altro che si protende dall’augusta figura del Papa santo, benedicente, alla bambina dai capelli biondi in basso sul lato opposto (la più piccola tra i piccoli, quasi un richiamo al monito del Divin Maestro a prendere a modello i parvuli per accedere al Regno dei Cieli, gli stessi che tanto stavano a cuore al santo Papa polacco, memore delle parole di Gesù : sinite parvulos ad me venire). A loro volta, i due elementi del chiasmo compositivo, vengono incrociati nel loro punto di intersezione ideale, ravvisabile ai piedi della Regina del Cielo, da un Asse, centrale e principale, che va dalla Virgo Triumphans, nel suo regale splendore, al Puer Divinus, radiante di luce dorata nell’ umilissima paglia della mangiatoia. I due segmenti del chiasmo intersecati dall’asse Cielo-Terra fanno pensare alla struttura del sacro chrismòn, e con ciò richiamano alla memoria le parole dello straordinario Inno paolino : “ (Cristo Gesù) pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso (arpagmòn) la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo facendosi pari agli uomini ; manifestatosi come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte per croce” (Lettera ai Filippesi 2, 6 s.). Se la polarità dell’ Axis Cielo-Terra, facilmente riconoscibile nell’opera della Nostra, mediando “Alto” e “Basso”, Trascendenza e Immanenza, Finito e Infinito, Eternità e Tempo, può leggersi, in forma dialetticamente risolta (ovvero dall’ Alto al Basso e viceversa), è segnatamente vero che il gruppo degli humiles che attorniano il piccolo Gesù in adorazione del Mistero dell’Incarnazione, rimanda non solo alla compiacenza e alla predilezione da parte di Dio nei confronti degli umili e dei semplici, ma anche al mistero che più di ogni altro suona come una sfida per ogni attesa e per ogni logica umana rappresentata dalla Kénosis(“svuotamento”, “abbassamento”, “spoliazione, “umiliazione”),tanto obbedenziale (obbedienza alla volontà del Padre) quanto libera e volontaria, del Figlio di Dio : “scandalo” per ogni cristologia demitizzante, razionalizzante o “liberale”. Risuonano nella mente gli ipsa verba Domini :
  • “Ti rendo lode, o Padre, dacché hai tenute nascoste siffatte cose ai sapienti e ai dottori e le hai rivelate, invece, ai piccoli” (Matteo 11, 25). Lo schema compositivo a intersezioni cruciformi sembra voler alludere a (e focalizzare) uno snodo cruciale : la via della Gloria passa inevitabilmente per la via della Croce, la Regina Coeli Triumphans ha dovuto percorrere la Via Crucis del Figlio, insieme al Figlio. La stessa Croce che ha dovuto e voluto abbracciare il grande papa polacco (Johannes Paulus Magnus), anzi la Croce sulla quale è salito e dalla quale, fino all’ultimo, non è voluto discendere : “non posso scendere dalla Croce”, ebbe egli a dire durante la sua protratta “agonia”, piagato e tribolato nel corpo, vulnerato e provato nell’animo, mentre molti a lui vicini gli suggerivano di abdicare, quasi a respingere un’insidiosa tentazione. Ma anche il piccolo nucleo familiare raffigurato, la parva ecclesia domestica, in quanto significante il Popolo di Dio radunato intorno al Cristo, guidato dal suo Pastore e protetto dalla Madre celeste intercedente (Advocata nostra) è implicitamente sotto il segno della Croce in quanto sempre esposta al ludibrio, alla persecuzione e financo al martirio. In definitiva, nell’opera di HALINA lo schema compositivo e simbolico cruciforme, di per sé formale e virtuale, ha come suo proprio referente concreto, la Croce storica e reale, o, in maniera ancora più concreta e individuata, il  Deus passus, il Dio crocifisso nella sua umanità volontariamente assunta.           
  • E’ possibile ravvisare come, da un punto di vista non solo e non tanto cromatico ma soprattutto simbolico, il giallo oro, associabile al trionfo e dalla gloria regale promani e si effonda, per HALINA, dal basso, vale a dire dal pagliericcio della mangiatoia al nimbo di luce della Regina del Cielo, fino alle stelle che trapuntano il cielo dello sfondo, un cielo nient’affatto notturno, bensì, ossimoricamente, diurno : un cielo luminoso, popolato di stelle, che si richiama alla tradizione figurativa (e decorativa) gotica, a sua volta informata al testo dell’Apocalisse di Giovanni, che sembra come il riflesso, o il reverbero e la proiezione, del manto della Regina del Cielo.  Il tutto, come a voler enfatizzare il fatto che la luce aurea, primaria, originaria e fontale, irradia e promana dal PVER divino, Luce del mondo (Lux mundi, come si legge in subscrizione) e Luce dell’umanità tutta (Lux gentium, come è sottinteso e implicito). Nel dipinto, oltre alla firma di HALINA, si possono ravvisare, infatti, due altre epigrafi : una, quasi del tutto mimetizzata tra le vesti papali e i colori della bandiera della nazione polacca (il bianco e il rosso), è il nome del Santo in forma abbreviata (JP II) ; l’altra è di immediata e diretta derivazione biblica (e liturgica) riferendosi alle parole dello stesso Gesù : “Io sono la luce del mondo” (Ego sum Lux mundi, Vangelo secondo Giovanni 8,12).
  • In conclusione, l’opera di HALINA consegue una difficile ma felice e riuscita sintesi tra contenuti teologici espliciti e impliciti, nonché sottesi e sottintesi, il livello diegetico, ovvero quello storico-narrativo (i richiami alla storia e al racconto delle apparizioni e il miracolo del manifestarsi della Venerabilis Imago della Vergine di Guadalupe), il rimando alla dimensione simbolica, vale a dire ad una sovrasignificazione semantica, metanarrativa e, last but not least, i mezzi tecnico-espressivi e le soluzioni estetiche : ovvero la scelta ben dosata di un registro stilistico e figurativo volutamente sobrio,  tanto essenziale quanto “popolare”, quasi naif,la tavolozza di colori esuberanti, una gamma cromatica vivida e accesa, che ben si adegua ai livelli di significazione (o i “campi semantici”) precedentemente designati, ad una storia di quella gente semplice e umile capace di riconoscere negli accadimenti, apparentemente privi di valore agli occhi dei superbi e dei (pre)potenti, il meraviglioso, il prodigioso, il salvifico che in essi si ri-vela. 
  • E’ il caso di rievocare, da ultimo, un pensiero di S. Giovanni Paolo II : “La famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda e vede i due miracoli più belli che ha fatto : donare la vita e donare l’amore”.  E  come dimenticarne un altro : “Lo stolto s’illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali”.
  • Febbraio 2023                                                                                                             Giulia Agnello

Quadro esposto durante il concerto in Campidoglio dedicato a Papa Giovanni Paolo II dove ha accompagnato il Soprano Dominika Zamara insieme sul palco al Direttore d’Orchestra Maestro David Boldrini, il flautista Andrea Ceccomori e il quartetto di archi composto da musicisti del Conservatorio di Musica Santa Cecilia 

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Attualità

Via sinodale: Cardinale Gerhard Mueller, difensore della Chiesa di Cristo.

Cardinale Gerhard Mueller

“Se ci riusciranno, sarà la fine della Chiesa cattolica”. Quello che sta accadendo in Germania in questo momento è un’acquisizione ostile della Chiesa!

Queste parole escono dalle labbra di Gerhard Ludwig Mueller, teologo tedesco, arcivescovo e cardinale della Chiesa cattolica romana, che è stato vescovo di Ratisbona nel 2002-2012 e prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel 2012- 2017.

La “riforma” della Chiesa cattolica va “fino in fondo” in Germania. I concetti tradizionali di peccato e vengona reinterpretati; le dottrine della Chiesa si adattano alle ideologie e alla moda. Il cardinale Gerhard Ludwig Müller si è distinto, come pochi altri, con coraggio in difesa di verità oggi negate. Si è schierato in modo estremamente deciso contro il “Sinodo sulla sinodalità” in corso dall’ottobre 2021. Secondo lui, questo è un tentativo di minare completamente la fede cattolica. I sogni di questo progetto  su una Chiesa “diversa”  non hanno nulla a che fare con la verità cattolica, perché presuppongono che “una dottrina può essere cambiata come una teoria teologica”.

Ne ha parlato il gerarca in un’intervista alla televisione EWTN: “Il Sinodo sulla sinodalità è un sistema di autorivelazione e un’occupazione della Chiesa cattolica nella Trinità. “Loro” (ribaltando la dottrina della Chiesa Cattolica a me nota) pensano che la dottrina sia solo un programma di un partito politico che può cambiare a seconda dei loro elettori .

È noto che il Segretario generale dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Mario Grech, ha più volte difeso l’eretico Cammino sinodale tedesco e criticato quanti ne sottolineano il carattere acattolico come fa l’arcivescovo Stanisław Gądecki in una lettera del febbraio 22, 2022. A sua volta, il relatore generale del Sinodo sulla sinodalità, il cardinale Jean-Claude Hollerich, oltre al suo sostegno al Cammino sinodale, dichiara anche di voler cambiare l’insegnamento della Chiesa sulla LGBT, introdurre il sacerdozio femminile e abolire il celibato. Inoltre, i media sinodali del Vaticano continuano a promuovere la promiscuità omosessuale, il transgenderismo e, più recentemente, il sacerdozio femminile.

Timori per gli sviluppi nella Chiesa cattolica tedesca in relazione al cosiddetto Cammino sinodale, ha affermato il card. Mueller in un’intervista realizzata da Lothar C. Rilinger per il portale kath.net, dove si è ampiamente discusso delle sfide del dialogo ecumenico . Il sacerdote si è espresso così: “Le debolezze umane e le mancanze dei rappresentanti superiori sono sempre una prova della nostra fede, sia che siamo nella Chiesa per Cristo o per grazie secondarie.

Ma non sono mai motivo di separazione dalla Chiesa. Perché è il corpo visibile di Cristo e il tempio dello Spirito Santo. Chi pecca contro l’unità della Chiesa per colpe gravi, contese e sete di potere è responsabile anche della perdita di tale unità.

“Loro (i riformatori, nota mia) vogliono distruggere la Chiesa ”, ha detto il cardinale Mueller e ha spiegato: “La dottrina degli Apostoli è un riflesso e una manifestazione della Parola di Dio rivelata. Dobbiamo ascoltare la Parola di Dio, ma sulla base dell’autorità della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del Magistero. Tutti i Concili hanno detto che non si può sostituire la Rivelazione una volta data in Gesù Cristo con un’altra”.

A sua volta, in un’intervista con l’autore, giornalista e produttore americano Rymondo Arroyoja, il cardinale vede nel processo sinodale in corso un “tentativo di conquista ostile della Chiesa”. Sottolinea che “Mettere l’esperienza personale sullo stesso piano dell’oggettiva Rivelazione di Dio – questa è l’ermeneutica dell’antico protestantesimo culturale così come del modernismo”. “È contrario alla dottrina cattolica”. Spiega inoltre: “Abbiamo la rivelazione divina in Gesù Cristo. Completamente chiuso e compiuto in Gesù Cristo. Dobbiamo seguire Gesù, non soddisfare i nostri desideri!

E si chiede come sia possibile che i fautori di questa “rivoluzione”, in atto dal 2015 nella Chiesa cattolica, si considerino più intelligenti di Gesù Cristo? Da dove prendono la loro autorità per relativizzare la Parola di Dio?

Il giornalista pone una domanda al sacerdote: “Possibile che il processo sinodale si stia già trasformando in un tentativo di distruggere la Chiesa?” Il porporato non ha dubbi: “Se ci riusciranno, sarà la fine della Chiesa cattolica”. Perché oggi «l’intelletto umano vuole decidere cosa è vero e cosa è male». “Dobbiamo opporci come l’antica eresia ariana, quando Ario pensava secondo la sua immaginazione ciò che Dio può e non può fare.” Ha commentato: “È irrazionale che l’intelletto umano debba decidere cosa è vero e cosa è falso”. Difendendo il cattolicesimo dai tentativi di riformarlo, il cardinale ha pronunciato parole significative: “Nessuno può cambiare completamente e sostituire la Dottrina Rivelata della Chiesa”. L’intervista si è conclusa con l’intervistatore Raymondo Arroya chiedendo “è quello che sta accadendo (nell’area del Cammino sinodale – mia nota) – è un dramma sul Concilio Vaticano III, Vaticanum III?

Kaplan riassume così: ‘Lo è certamente.

È molto sorprendente che ciò avvenga sotto l’autorità del Vaticano. Ciò dà l’impressione che le Chiese  con il Papa, segretario generale del sinodo siano destinatarie autorizzate dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo sia solo una funzione, uno strumento per loro». a che fare con lo Spirito Santo, che si rivela come Padre, Figlio e Spirito Santo.

Noi, i cattolici tradizionali di Polonia e Germania, auguriamo al cardinale Mueller perseveranza e fede che la Chiesa cattolica grazie a tali coraggiosi difensori dopo tutto rimanga intatta!

Sal. Noi polacchi  abbiamo un motivo particolare per esprimerci con grande attenzione sul Cardinale, perché come tedesco ha sentito il bisogno di imparare la lingua polacca, che parla liberamente, in cui predica, durante i pellegrinaggi organizzati delle comunità polacche dal vicinanze di Essen, parla volentieri con i polacchi lì presenti in polacco e cosa molto importante è vincitore dei titoli di “Doktor honoris causa” conferiti dalle università polacche: Università Cattolica di Lublino (2004), Università Cardinale Stefan Wyszyński a Varsavia (2007), Pontificia Facoltà di Teologia a Breslavia (2015), Pontificia Università Giovanni Paolo II (2017) a Cracovia.  

Di Maria Legieć

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Musicaspettacolo

25 Febbraio: La Belle Époque a Cherasco, Anteprima Première Assoluta a 432hz, 180° della nascita di GIOVANNI FERRUA (1843-1919)

dominika zamara

LA BELLE ÉPOQUE APPRODA A CHERASCO
Il 25 febbraio prossimo la città di Cherasco ospiterà un evento dai risvolti particolari, per la propria storia. Nella fattispecie parliamo del concerto “La Belle Époque a Cherasco, Première Assoluta a 432 hz, 180° della nascita di GIOVANNI FERRUA (1843-1919)
Come nella premessa il 25 febbraio sarà il giorno designato, l’inizio della stagione concertistica dell’Associazione Amici dell’organo Pierino Regis, alle ore 21:00 presso il Teatro Salomone di Cherasco. Sul palco: Dominika Zamara soprano, Stefano Gambarino tenore, Andrea Stefenell pianoforte, Igor Bergese viola, quest’ultimo ne è anche l’ideatore. Questi gli artisti che daranno vita non solo alla musica, quello che potremmo definire il balsamo dell’anima, ma anche faranno rivivere una parte della storia della città di Cherasco.

Ma a farla da padrone sarà unicamente la grande musica di Giovanni Ferrua (1843 – 1919), compositore cheraschese che nel 180° dalla nascita lo si vuole omaggiare, cosa di meglio se non proponendo la sua musica?
Il concerto sarà incentrato su questo grande compositore finito completamente nell’oblio, ma grazie ad un meticoloso lavoro del Maestro Bergese oggi possiamo ancora godere di questa splendida musica, che come detto onora la storia della sua città natia. “L’opera Adalgisa di Manzano (1876) è il simbolo musicale di Cherasco” ci racconta il Maestro Bergese, “di cui si narra spesso nei romanzi di Gina Lagorio, in quanto ne celebra la nascita come libero Comune nel 1243”. Ne ascolteremo un “Duetto tra Sinfredo di Monfalcone e Adalgisa di Manzano (due famiglie in lotta perpetua) con estratti dalla scena seconda I atto ed aria del tenore “Bella divina imagine”.

Oltre a questo tre romanze: Esser vorrei…!!, Vieni al mare, Se tu non tornassi!, che valsero, al Ferrua un premio internazionale vocale consegnato dal celebre compositore Francesco Paolo Tosti.
Accanto alle perle di Ferrua avremo il piacere di ascoltare un prezioso documento sonoro di Gina Lagorio, le edizioni critiche dei manoscritti e una chicca compositiva dello stesso Maestro Bergese.
Ingresso libero

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Moda

Valentina Hu: L’ARTE PERDUTA DELL’ABITO SU MISURA di Maurizio De Paola.

Valentina Hu

In tempi di standardizzazione e omologazione di culture, stili e tendenze, l’arte dell’abito disegnato, tagliato e cucito su misura sembra perdersi negli orizzonti della memoria ed essere destinata all’estinzione, schiacciata dalla grande industria della moda che vuole comprimere le individualità.

Quest’arte, invece, è più viva che mai ed è quella a cui ha dedicato la sua vita una stilista molto particolare,

Valentina Hu, che con il suo brand Valentina Design Milano offre una vasta gamma di vestiti in pezzi unici, originali per definizione e fatti su misura per ogni esigenza.

La storia di Valentina Hu è molto particolare. Nata in Cina e trasferitasi in Italia all’inizio degli anni Duemila, ha portato avanti sempre con coerenza la sua idea di una moda “personalizzata”, lontana dalla massificazione imposta dai media e che fondesse la sensibilità orientale con l’estetica europea.

Come lei stessa dice: “Per una donna è molto importante vestirsi bene; per questo motivo ci impegneremo a svolgere un servizio d’eccellenza con cui progettiamo abiti femminili adatti a tutte le occasioni.

Forniamo alle nostre clienti i tessuti che preferiscono e personalizziamo i loro abiti per dare un’immagine di donna indipendente e sicura di sé. I nostri modelli hanno l’obiettivo di soddisfare tutte le esigenze e dare il piacere a tutte le donne e di creare i propri abiti su misura, ideali per ogni singola persona”.

L’arte dell’abito su misura era cosa comune e diffusa solo fino a 40 anni fa, sia nella moda maschile sia in quella femminile. Era simbolo stesso di eleganza superiore e di classe.

Praticamente tutti gli abiti destinati ad essere indossati in occasioni speciali, eventi e cerimonie (dalla laurea al matrimonio, dai riconoscimenti professionali a quelli civili) venivano rigorosamente ordinati su misura e poi modificati, allargati o ristretti a seconda delle circostanze e con il passare del tempo. 

Questo modello di sartoria artigianale era visto come un segno distintivo laddove invece, acquistare abiti standardizzati in negozi massificati era sinonimo di scarsa cura per la propria immagine e superficialità nel vestire.

Oggi quest’arte ritorna tra le mani di questa stilista che vive all’incrocio tra due mondi, tra Cina e Italia, e che realizza ogni abito come se fosse una messa in scena di uno spettacolo quotidiano.

Valentina Hu non immagina un tipo di donna ideale per i suoi abiti, ma fa l’esatto contrario, ovvero pensa a quale abito possa risaltare e splendere meglio su ogni singola figura femminile, unica e originale per definizione. Il risultato è una serie di “pezzi unici” che assomigliano a dei quadri dipinti sul corpo, lembi di fantasia che si adagiano morbidamente su forme che non chiedono di essere imprigionate in modelli fuori dalla realtà, ma di risaltare per come sono, nella loro meravigliosa unicità.

Nel suo negozio di Via Copernico 47, a pochi passi dalla Stazione Centrale, Valentina Hu continua a credere in una donna che sia solo sé stessa, priva di gabbia imposte dalla pubblicità e dai mass media.

Sarà possibile apprezzare un assaggio della sua arte antica e moderna il 23 febbraio 2023 a Palazzo Visconti nel corso della manifestazione “Moda, Arte, Benessere” promossa dall’Accademia Tiberina−Models Academy.

Link: https://valentinadesignmilan.etsy.com

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AttualitàSenza categoriasport

Oggi, 14 Febbraio 2023, a diciannove anni di distanza dal decesso di Marco.

marco pantani

Oggi, 14 Febbraio 2023, a diciannove anni di distanza dal decesso di Marco

Pantani, dolorosamente ripercorro a ritroso le strade del ricordo che milioni  di persone posseggono, il ricordo di imprese come parole che hanno narrato  il capolavoro del ciclismo. Un’opera d’arte che è il frutto di talento, dedizione  e impegno, un gesto d’amore che molti hanno accolto a cuore spalancato, distribuito dal grandissimo e valoroso atleta in rapida successione di vittorie  che facevano fremere, emozionare e riuscivano a persuadere anche gli impassibili.

Questo è il grande dono che meravigliosamente ha elargito, deturpato progressivamente e ingiustamente dalla società e devastato definitivamente nel giorno dell’amore in nome dell’odio o di un altro tipo d’amore, un amore bieco e sinistro, quello della criminalità organizzata per il denaro, concretizzato nel bacio di mille Giuda che hanno messo in croce l’innocenza, inquinato la verità senza remore o indugi.

La società odierna è il miglior palcoscenico dell’azione corrotta, dell’assenza di morale, della carenza di valori, della vittoria anti meritocratica e ogni intralcio all’azione malvagia è punita con l’eliminazione di chi non appoggia il sistema corrotto, non tace, non s’immola dinanzi alla volontà di chi ha le redini di questo gioco depravato.

Con il silenzio e l’inerzia stiamo lasciando al comando i tiranni assoluti dell’umanità, non i possessori di cultura, idee ed opere intelligenti in funzione del bene comune; stiamo assegnando ampio campo d’azione a chi è convinto che il denaro sia la chiave universale del mondo e che tutto si possa comprare.

È stato indispensabile bistrattare il vincitore parlante per poter godere del silenzio di un universo di vinti.

Marco Pantani rinnegato ed eliminato, punito per il coraggio di saper essere la voce fuori dal coro, per aver spostato gli interessi economici verso lidi scomodi. Il vincitore coraggioso ed eroico schiacciato da un gregge di pusillanimi e colpevoli.

Questo è un esempio, uno dei tanti che dovrebbe indurre l’umanità alla riflessione e all’azione. Non è con il silenzio e l’arrendevolezza che ci si evolve.

Ricordiamo Marco Pantani non solo come un campione ma come un uomo vero, sensibile,

coraggioso e vulnerabile, come l’eroe tra i tanti anti eroi che si è’ immolato per il bene dell’umanità. Affinché vincano il bene, la verità, l’intelletto, il genio e il talento. Affinché ciò non riaccada e si collabori per affrontare il male,

studiare le strategie per gestirlo e dare vita a un cambiamento.

Numa Echos

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eccellenze italianeFood & Beverage

Fuori di testa per il cioccolato.

Noalya

Noalya, cioccolato coltivato è tornato a Taste, manifestazione fiorentina cheha richiamato molto interesse non solo in fatto di numeri.

Tra gli eventi Fuori Salone divertente e raffinato quello  organizzato al Cibrèo, Ristorante & Cocktail Bar dell’Hotel Helvetia & Bristol, che si affaccia su piazza Strozzi, un matrimonio d’amore, di ricerca e di eleganza.

Si sono incontrate così due eccellenze toscane, il cioccolato targato Noalya e la ristorazione del Cibrèo.

Da una parte Alessio Tessieri, top player internazionale nel cioccolato presenta la sua creatura Noalya, cioccolato coltivato: un percorso dal seme di cacao raro fino alla tavoletta.

È un cioccolato da degustazione, per appassionati e professionisti, prodotto a Ponsacco in provincia di Pisa.

La linea si esprime in una gamma straordinariamente variegata di sapori e colori, con 33 tipologie di cioccolato, tra cui 11 Grand Cuvée Character e 22 Esprit Grand Cru monorigine.

L’idea nasce dall’innamoramento di Alessio Tessieri, patron dell’azienda, delle varietà criollo e porcelana del Venezuela.

Così nel 1997 inizia l’avventura oltre Oceano, l’acquisto di un terreno, la ristrutturazione e dal 2001 i primi frutti.

Un viaggio pieno di insidie in un paese difficile che solo amore, professionalità e tenacia hanno permesso di raggiungere la destinazione.

Tessieri ha creato una filiera di produzione cortissima e unica, grazie alla lunga ricerca nelle migliori piantagioni del mondo e alla sua esperienza nell’universo del cacao che, tra le altre cose lo ha portato a coltivare all’interno della piantagione di proprietà, alcune tra le più rare varietà esistenti, con una straordinaria attività di ricerca che sono passione e cultura insieme.

Le piantagioni da cui Noalya si approvvigiona vanno dalla Colombia al Guatemala, al Trinidad, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Jamaica, Cuba, Honduras, Grenada, Brasile, Perù, Costa Rica, Papua Nuova Guinea, Madagascar, Tanzania, Vietnam, Java e, Venezuela dove – appunto – si trova la tenuta di proprietà.

Partendo dalle fave raccolte dalle piante, i prodotti nascono grazie all’applicazione rigorosa delle tecniche naturali di trasformazione del cacao: dall’estrazione alla tostatura, quest’ultima realizzata con macchinari all’avanguardia e in grado di rispettare le differenti proprietà organolettiche e antiossidanti del cacao stesso.

Appena conclusi i processi e le lavorazioni sui luoghi di raccolta, il cacao, in sacchi di juta, inizia il viaggio dai quattro continenti allo stabilimento nel cuore della Toscana, con procedure di conservazione durante il trasferimento garantite e costantemente monitorate dall’Azienda per salvaguardare l’eccellenza del frutto.

Qui tra l’altro c’è una scuola professionale molto attiva che unisce la cultura del cioccolato alla tecnica di lavorazione.

Proprio in occasione di una degustazione alla quale è invitato Giulio Picchi, che a Firenze si occupa già dello storico Cibrèo e del Teatro del Sale, nasce la voglia di un matrimonio artistico. Noalya aveva presentato con i propri chef alcuni piatti con la presenza di cacao e cioccolato stimolando la creatività di chi ha saputo costruire un ménu raffinato, ardito, avvolgente senza artifizi ed effetti speciali. Il richiamo di Giulio all’arte è immediato, nascendo come illustratore, e interpretando la cucina e la tavola come manifestazioni artistiche.

Senza forzature, con l’umiltà di chi rilegge gli antichi e la tradizione, reinterpretandola. Il cacao è una spezia e la cucina romana ne raccomanda l’uso per la preparazione della coda alla vaccinara in assenza del chiodo di garofano.

Nascono così i Ravioli del Plin, Cioccolato, Nocciola, Fondo bruno e parmigiano firmati dagli chef Oscar Severini e Gabriele Avanzi, che hanno delineato un percorso gastronomico capace di raccontare piatti e pietanze della memoria, traghettandoli nel futuro.

L’idea è quella della riconoscibilità materica nei piatti, così come si legge anche nei cocktail di Alessandro Cambi, Barman Manager di Helvetia & Bristol che mira alla semplicità.

Lavora’ l’alcol in modo da non renderlo invasivo o associabile immediatamente, ma ‘diluirlo’ per avvicinarlo anche a palati che non prediligono quel tipo di alcol.

La voglia di Alessandro, incantatore, è offrire qualcosa che si possa raccontare per la tracciabilità degli ingredienti, per la toscanità degli stessi e poterlo rendere replicabile, mettendo la voglia anche al cliente di sperimentarsi.

Nasce così il cocktail dedicato a Noalya con vodka zelandese in infusione di fave di cacao che nel giro di cinque giorni aveva già raggiunto l’armonia desiderata e una tonica al rabarbaro e lampone.

Il risultato è una bevanda molto profumata, dove si riconoscono tutti i sentori che dialogano senza diventare qualcosa d’altro ma ognuno come in un’orchestra esce fuori in momenti successivi. La sinfonia ha lunghezza di gusto e dolcezza senza essere dolce.

Giada Luni

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