Lasciamo alla curatrice Giulia Agnello il piacere di raccontare quest’opera esposta durante il concerto in Campidoglio avvenuto il 17 Gennaio 2023, opera esposta insieme a lavori di altri 4 artisti, Tina Bellini, Francesca Falli, Felipe Cardena e Pawel Rosinski

- “Trionfo della Vergine di Guadalupe con l’Emanuele, tra San Giovanni Paolo II e famiglia adorante” (titulus in extenso) è la quarta tela della serie “L’eredità spirituale di San Giovanni Paolo II” dell’artista italo-polacca Halina SKROBAN (in séguito semplicemente HALINA). Tale opera ha già una sua storia “curricolare”, per così dire, in quanto essa è stata presentata ed esposta in occasione del concerto in onore di San Giovanni Paolo II nella Sala Protomoteca del Campidoglio (Concerto Internazionale tenutosi in Roma il 17 gennaio di quest’anno) . L’Artista ha eletto a tema di questo dipinto la famiglia (soggetto preminente della società civile e della comunità ecclesiale, oggi in grave crisi di identità e minacciato, quasi assediato, su più fronti), in quanto essa stava particolarmente a cuore al nostro Santo, ufficialmente deputato a patrono della famiglia con l’atto di canonizzazione licenziato dal papa attualmente regnante. Nell’opera dedicata al papa polacco devotissimo alla Madre di Dio, devozione testimoniata dal motto araldico prescelto ( “Totus tuus”, ovvero “tutto di Maria”), la Vergine Santissima è raffigurata in posizione eminente e preminente, nella tipologia della Gloria della Mater Dei e della Mater misericordiae, eleggendo l’immagine della Nostra Signora di Guadalupe, immagine acheropita assai nota e venerata in tutto il mondo ma soprattutto in America latina e specialmente in Messico, formatasi su una mantilla (o “tilma”) in rapporto alle apparizioni del 1531 a Juan Diego Cuauhtlatoatzin (un indio discendente dai nativi aztechi convertiti al cristianesimo). Va detto che tali apparizioni mariane furono tra le prime a essere approvate dalla Chiesa Cattolica e, non a caso, il Messico fu mèta del primo viaggio apostolico intercontinentale.
- Non può essere ignorato, d’altronde, come la Vergine di Guadalupe venga venerata con gli epiteti di “Madre di tutti i popoli” e “Protettrice della vita nascente”, epiteti consacrati dallo stesso Papa santo nel suo viaggio apostolico. Nella tela (8ox100), l’Artista ha rappresentato Juan Diego in contemplazione della Beata Vergine con il santo rosario nella mano sinistra mentre col braccio destro sorregge il manto ricolmo di rose. San Giovanni Paolo è raffigurato nel suo caratteristico gesto benedicente, tanto solenne quanto amabile e protettivo, rivolto alla famiglia raccolta in adorazione attorno al Divin Bambino rappresentato come l’ Emmà-nu-‘El, ovvero come il “Dio-in mezzo-a noi” della profezia isaiana, ed è chiaro che la “piccola famiglia” qui raffigurata rimanda, simbolicamente, all’intera “grande famiglia” umana (pars pro toto). L’umanità è qui rappresentata “dal basso”, ovvero dagli humiles, coloro che sono vicini alla terra (homo da humus ; cfr. he–adàm da adamah : l’uomo “il terrestre”, il “fatto-di- terra”, o “il gleboso”, il “terrigeno”, per dirla con André Chouraqui), notando che humilis prima di divenire aggettivo era in origine un sostantivo a indicare semplicemente il contadino, il campesino in quanto è colui che sta “in basso”, anche nella scala sociale, colui che poggia sulla terra e tutto deve alla terra. Nel gruppo familiare, nella parte bassa del quadro, l’Artista sembra aver voluto rappresentare la humanitas sostanziatanella humilitas che ne individua e definisce l’essenza più autentica e profonda, riecheggiando così lo spirito del Cantico della Vergine, ovvero del Magnificat (“ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”). La figura grandiosa, tanto monumentale e imponente, quanto amabile e paterna, di san Giovanni Paolo — collocata in basso a sinistra rispetto alla Beata Vergine (sulla destra del rimirante) nella sua radiosa mandorla di luce (il nimbo) — ben rappresenta il suo ruolo di intercessore, patrono e tutore della Famiglia Umana e delle singole famiglie tutte. Egli è ritratto nel suo gesto benedicente, saldamente poggiato sulla croce pastorale, come Pontifex Maximus, Sommo Pontefice, (pontifex : da qui pontem facit, ovvero “il facitore di ponti”) nel senso primo e più originario di colui che media, fa da ponte, tra Cielo e Terra, tra la divina Majestas e la humilitas umana incarnata dal gruppo di humiles composto da cinque soggetti ben caratterizzati, di cui i due uomini sono disposti ai due lati opposti a costituire uno dei due elementi di un riuscito chiasmo compositivo.



- Come accade quasi sempre nelle opere di HALINA, i soggetti rappresentati, in questo caso quello dei personaggi che compongono la famiglia in adorazione, corrispondono a figure di persone esistenti, nostri contemporanei (nel caso particolare quelli dei membri di una famiglia legata all’Artista da lunga amicizia), eccezion fatta per un solo soggetto, quello della madre, caratterizzata dal tradizionale, ampio sombrero, il cui volto, a lungo cercato per soddisfare un’esigenza espressiva del tutto peculiare, è stato attinto da una foto sul web nella quale HALINA si è imbattuta pressoché per caso ma che l’ha particolarmente colpita, suggestionandola al punto di ravvisarla come il soggetto più focalizzato ed evidenziato del gruppo adorante : di fatto, l’unico personaggio a fissare lo sguardo dritto negli occhi del rimirante. Verosimilmente, l’Artista ha inteso rapportare la figura di lei a quella di Maria : ella, già, ma non solo, in quanto madre, è in qualche modo e in qualche senso la stessa fanciulla di Nazareth, l’umile ancella, associata al gruppo degli humiles, i biblici anawìm, i pauperes di cui Dio si compiace, gli stessi esaltati dalle Beatitudini evangeliche. Lo sguardo di questa donna, intenso e profondo, è estremamente coinvolgente e interlocutorio : esso sembra voler enfatizzare come la Gloria, il vittorioso Trionfo, che sta in alto, nell’esaltazione della Vergine celeste, la Regina coeli, hanno il loro fondamento e il loro radicamento in basso nell’ umiltà umanissima, storica e terrena, di Miriam di Nazareth : nella figura della Vergine Santissima, Cielo e Terra, Natura e Sovranatura, Storia-Tempo ed Eternità, s’incontrano e per così dire si riconoscono e riconoscendosi si abbracciano.

- Accanto ai due bracci della decusse chiastica, l’uno che va da Juan Diego all’altro uomo inginocchiato, in basso, a destra del riguardante, l’altro che si protende dall’augusta figura del Papa santo, benedicente, alla bambina dai capelli biondi in basso sul lato opposto (la più piccola tra i piccoli, quasi un richiamo al monito del Divin Maestro a prendere a modello i parvuli per accedere al Regno dei Cieli, gli stessi che tanto stavano a cuore al santo Papa polacco, memore delle parole di Gesù : sinite parvulos ad me venire). A loro volta, i due elementi del chiasmo compositivo, vengono incrociati nel loro punto di intersezione ideale, ravvisabile ai piedi della Regina del Cielo, da un Asse, centrale e principale, che va dalla Virgo Triumphans, nel suo regale splendore, al Puer Divinus, radiante di luce dorata nell’ umilissima paglia della mangiatoia. I due segmenti del chiasmo intersecati dall’asse Cielo-Terra fanno pensare alla struttura del sacro chrismòn, e con ciò richiamano alla memoria le parole dello straordinario Inno paolino : “ (Cristo Gesù) pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso (arpagmòn) la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo facendosi pari agli uomini ; manifestatosi come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte per croce” (Lettera ai Filippesi 2, 6 s.). Se la polarità dell’ Axis Cielo-Terra, facilmente riconoscibile nell’opera della Nostra, mediando “Alto” e “Basso”, Trascendenza e Immanenza, Finito e Infinito, Eternità e Tempo, può leggersi, in forma dialetticamente risolta (ovvero dall’ Alto al Basso e viceversa), è segnatamente vero che il gruppo degli humiles che attorniano il piccolo Gesù in adorazione del Mistero dell’Incarnazione, rimanda non solo alla compiacenza e alla predilezione da parte di Dio nei confronti degli umili e dei semplici, ma anche al mistero che più di ogni altro suona come una sfida per ogni attesa e per ogni logica umana rappresentata dalla Kénosis(“svuotamento”, “abbassamento”, “spoliazione, “umiliazione”),tanto obbedenziale (obbedienza alla volontà del Padre) quanto libera e volontaria, del Figlio di Dio : “scandalo” per ogni cristologia demitizzante, razionalizzante o “liberale”. Risuonano nella mente gli ipsa verba Domini :
- “Ti rendo lode, o Padre, dacché hai tenute nascoste siffatte cose ai sapienti e ai dottori e le hai rivelate, invece, ai piccoli” (Matteo 11, 25). Lo schema compositivo a intersezioni cruciformi sembra voler alludere a (e focalizzare) uno snodo cruciale : la via della Gloria passa inevitabilmente per la via della Croce, la Regina Coeli Triumphans ha dovuto percorrere la Via Crucis del Figlio, insieme al Figlio. La stessa Croce che ha dovuto e voluto abbracciare il grande papa polacco (Johannes Paulus Magnus), anzi la Croce sulla quale è salito e dalla quale, fino all’ultimo, non è voluto discendere : “non posso scendere dalla Croce”, ebbe egli a dire durante la sua protratta “agonia”, piagato e tribolato nel corpo, vulnerato e provato nell’animo, mentre molti a lui vicini gli suggerivano di abdicare, quasi a respingere un’insidiosa tentazione. Ma anche il piccolo nucleo familiare raffigurato, la parva ecclesia domestica, in quanto significante il Popolo di Dio radunato intorno al Cristo, guidato dal suo Pastore e protetto dalla Madre celeste intercedente (Advocata nostra) è implicitamente sotto il segno della Croce in quanto sempre esposta al ludibrio, alla persecuzione e financo al martirio. In definitiva, nell’opera di HALINA lo schema compositivo e simbolico cruciforme, di per sé formale e virtuale, ha come suo proprio referente concreto, la Croce storica e reale, o, in maniera ancora più concreta e individuata, il Deus passus, il Dio crocifisso nella sua umanità volontariamente assunta.

- E’ possibile ravvisare come, da un punto di vista non solo e non tanto cromatico ma soprattutto simbolico, il giallo oro, associabile al trionfo e dalla gloria regale promani e si effonda, per HALINA, dal basso, vale a dire dal pagliericcio della mangiatoia al nimbo di luce della Regina del Cielo, fino alle stelle che trapuntano il cielo dello sfondo, un cielo nient’affatto notturno, bensì, ossimoricamente, diurno : un cielo luminoso, popolato di stelle, che si richiama alla tradizione figurativa (e decorativa) gotica, a sua volta informata al testo dell’Apocalisse di Giovanni, che sembra come il riflesso, o il reverbero e la proiezione, del manto della Regina del Cielo. Il tutto, come a voler enfatizzare il fatto che la luce aurea, primaria, originaria e fontale, irradia e promana dal PVER divino, Luce del mondo (Lux mundi, come si legge in subscrizione) e Luce dell’umanità tutta (Lux gentium, come è sottinteso e implicito). Nel dipinto, oltre alla firma di HALINA, si possono ravvisare, infatti, due altre epigrafi : una, quasi del tutto mimetizzata tra le vesti papali e i colori della bandiera della nazione polacca (il bianco e il rosso), è il nome del Santo in forma abbreviata (JP II) ; l’altra è di immediata e diretta derivazione biblica (e liturgica) riferendosi alle parole dello stesso Gesù : “Io sono la luce del mondo” (Ego sum Lux mundi, Vangelo secondo Giovanni 8,12).
- In conclusione, l’opera di HALINA consegue una difficile ma felice e riuscita sintesi tra contenuti teologici espliciti e impliciti, nonché sottesi e sottintesi, il livello diegetico, ovvero quello storico-narrativo (i richiami alla storia e al racconto delle apparizioni e il miracolo del manifestarsi della Venerabilis Imago della Vergine di Guadalupe), il rimando alla dimensione simbolica, vale a dire ad una sovrasignificazione semantica, metanarrativa e, last but not least, i mezzi tecnico-espressivi e le soluzioni estetiche : ovvero la scelta ben dosata di un registro stilistico e figurativo volutamente sobrio, tanto essenziale quanto “popolare”, quasi naif,la tavolozza di colori esuberanti, una gamma cromatica vivida e accesa, che ben si adegua ai livelli di significazione (o i “campi semantici”) precedentemente designati, ad una storia di quella gente semplice e umile capace di riconoscere negli accadimenti, apparentemente privi di valore agli occhi dei superbi e dei (pre)potenti, il meraviglioso, il prodigioso, il salvifico che in essi si ri-vela.
- E’ il caso di rievocare, da ultimo, un pensiero di S. Giovanni Paolo II : “La famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda e vede i due miracoli più belli che ha fatto : donare la vita e donare l’amore”. E come dimenticarne un altro : “Lo stolto s’illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali”.
- Febbraio 2023 Giulia Agnello









