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Redazione

Musica

6 Gennaio 2024 L’Italia a Zakopane con Il Soprano Dominika Zamara, il tenore Simone Liconti e il Maestro Giacomo Franci al pianoforte.

Dominika Zamara

Zakopane, rinomata località montana in Polonia, ospiterà dei grandi nomi della musica per un Concerto Lirico.

Sarà il 6 gennaio 2024, data in cui Zakopane sarà la cornice di questo concerto che vedrà impegnati il Maestro Giacomo Franci, che al pianoforte eseguirà dei brani di Chopin e assieme alle voci del soprano Dominika Zamara e al tenore Simone Liconti interpreteranno arie e duetti. Oltre al già citato Chopin saranno eseguite musiche di Verdi, Bellini, Bizet, Schubertrt, Lehar e altri.

Un trio dal cuore italiano, per una serata all’insegna della grande musica e un’occasione di festeggiare un “Epifania dell’Arte” e rinnovare un augurio di uno speciale 2024.

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Food & Beverage

A ciascuna Maison la sua bollicina, un viaggio nella Champagne.

Champagne

Il nome Champagne evoca le bollicine e con esse il brio, la festa, la seduzione e anche il lusso se non l’eleganza. Intorno a questo prodotto di lusso si è costruita la fortuna di un territorio.

Da Parigi, punto di riferimento per gli arrivi internazionali, si raggiunge Reims, la capitale ufficiosa della regione con 40 minuti di TGV dalla Gare dell’Est e da qui con un’oretta di TER, treno locale Épernay, la capitale della Champagne.

Il territorio offre dolci colline che si innalzano al massimo sul livello del mare fino a 240 metri e tanti borghi piccoli e piccolissimi, casette bianche e grige, qualche bella chiesa in stile romanico e gotico, dallo stile sobrio e qualche costruzione signorile con mattoni e pietra a vista, in uno stile déco o eclettico: sono le Maison di produzione di Champagne, le grandi case e i piccoli produttori indipendenti, che affrontano scelte coraggiose e spesso sorprendono.

Reims val bene un viaggio, elegante, ricca, vivace, con una Cattedrale gotica tra le più belle nello stile, mozzafiato e la sua vetrina sulla gastronomia della zona.

Lo Champagne così come lo si conosce oggi non è iscritto nella storia: un tempo era molto zuccherato e fu il mercato inglese, sorprendentemente, a stimolarne l’evoluzione verso dosaggi molto bassi di zucchero perché la nobiltà desiderava un vino da aperitivo e poi da bere durante il pasto.

Questa evoluzione è tuttora in corso. Fuori dalla Regione in effetti l’abitudine di considerare lo Champagne non solo un prodotto di lusso e dedicato alla gastronomia è relativamente recente ed è un comportamento di consumo che anche in Italia ha subito la stessa sorte. In tempi lontani i proprietari di terre e boschi non vendevano direttamente i loro prodotti e inoltre la protezione geografica e di denominazione è arrivata molto tardi rispetto alla storia del prodotto, rispettivamente tra il 1925 e il 1926 e il 1936. In tempi relativamente recenti il prodotto è sempre più caratterizzato dalla freschezza, dall’attenzione nella lavorazione con un sapiente binomio fra tradizione e innovazione tecnologica, scegliendo spesso nella stessa azienda due binari paralleli per una gamma di prodotti ampia. Altra componente essenziale la sostenibilità ambientale che non può più essere un’opzione.

Il nostro viaggio olfatti e gustativo

Ayala e la visionarietà del Dry Champagne

Dirigendosi verso Epernay ad Ay la Maison d’Ayala, fondata nel 1860 da Edmond Ayala nato in una famiglia spagnola di diplomatici, è stata la prima casa di produzione a rivolgersi al mercato anglosassone, tuttora molto importante per lo Champagne francese, anche grazie ad amicizie nobili. Per la nobiltà inglese la Maison crea nel 1865 il “Dry Champagne” con ben 21 grammi per litro di zucchero che allora fu ritenuto una grande innovazione.

È così che i Reali cominciano a bere Champagne Ayala. Il ruolo di quest’azienda è stato importante anche proprio nella battaglia per la tutela del prodotto, tanto da essere stata una delle prima ad associarsi per l’Union des Maisons de Champagne, sindacato che si è battuto con grande onore. Visionaria nella scelta del packaging in bianco e nero, decisamente insolito per l’epoca e per la Regione, è oggi molto legata a quest’immagine ormai tradizionale con un logo in stile Art Déco con una figura femminile stilizzata il cui corpo prende la forma di una A, che ricorda un po’ certi lavori di Erté. Dopo fasi alterne dal Duemila è stata acquisita dal del Gruppo Bollinger – le relazioni professionali con questo marchio datano già, stando ai ritrovamenti d’archivio degli Anni della Prima Guerra Mondiale – che si era dato come obiettivo, appunto, quello di risvegliare la Bella Addormentata, riportandola alla gloria degli Anni Venti del Novecento con un milione di bottiglie. Nello stile della produzione Ayala conferma la sua vocazione storica con un orientamento netto a favore dello Chardonnay.

Attualmente sono tre le zone di pertinenza del marchio, rispettivamente quella della Côte des Blancs – Chouilly, Oger, Le Mesnil-sur-Oger – che esprimono una forte mineralità con terreni poveri di humus; la Valle della Marne, zona meno alta e più umida adatta al Pinot noir e al Meunier; infine Ay e Dizy dove si trova il Grand cru più alto (anche se l’altitudine della Regione raggiunge al massimo i 240 metri) che è la Montagna di Reims. Si affiancano altre zone minori, le Sézannais intorno alla cittadina di Sézanne; il Vitryat intorno a Vitry-le-François e Côte des Bars.

L’idea dell’azienda è di restare fedele alla qualità, allo stile brut, la preferenza per lo Chardonnay tanto che il suo motto è “Rivelare l’essenziale” grazie ad una vinificazione con la selezione molto scrupolosa dei cru, 20 ettari di proprietà anche se l’approvvigionamento avviene su 100 ettari complessivi. Per quanto concerne la vinificazione grande attenzione è posta alla microfermentazione con mini cuve in inox per rispettare la qualità e un affinamento lungo ben oltre il minimo fissato dal disciplinare. Parallelamente la tradizione è conservata nell’artigianalità almeno per i prodotti millesimati con sughero, rémuage a mano e dégorgement a mano.

La filosofia di Ayala infatti è il rispetto della storia e del savoir faire con l’idea che occorra sapere da dove si viene per sapere dove andare. In tal senso è emblematica una botte storica che non è più utilizzata in legno accanto a una in inox e parimenti l’installazione di due “uova” in acciaio che grazie alla sua forma può portare una qualità aggiunta. In questa fase si è nell’ottica di verificare le ipotesi legate alla convezione e al maggior contatto con i lieviti più fini. Allo stesso tempo resta l’immagine storica in bianco e nero con il logo in stile déco dal sapore d’antan. Abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare i 5 prodotti della gamma a partire da Ayala Brut Majeur, prodotto d’ingresso pensato soprattutto per l’aperitivo, passando per il Brut Nature, dosage zéro con un lato più cremoso del primo; fino al Rosé Majeur, quindi al Blanc des blancs Millesimé 2016 con una grande ampiezza in bocca e una rotondità che ci porta su note di pasticceria senza perdere il rigore dello stile della Casa; e infine La perle, di nome e di fatto, prodotto prezioso con note terziarie e un leggero sentore di caminetto al naso che in bocca rilascia note burrose vicino al formaggio. Infine da non mancare Collection n.7 del 2007, l’occasione per raccontare una bella storia con il numero 7, assemblaggio appunto di 7 vitigni, ideale da abbinare a formaggi importanti e con grande aromaticità. Non ci resta che attendere nel 2024 il progetto di una Collezione, la n. 16, un’edizione limitata con tutte le bottiglie numerate. Importante la trasparenza dell’azienda nell’etichettatura che restituisce una vera carta d’identità del prodotto e che è una buona abitudine che ormai si sta largamente diffondendo nella Regione.

Bollinger, la passione per il Pinot Noir e l’ambiente

Una Maison familiare fondata nel 1829 dal Comte de Villeremont, uno dei grandi nomi della regione, azienda nata originariamente da un matrimonio d’amore e d’affari che naturalizzò francese la tedesca Bollinger, nome che ormai si pronuncia alla francese.

Tutto comincia dalla Côte aux enfants la zona migliore per il Pinot Noir, cosiddetta perché molto scoscesa e si diceva che solo i bambini sarebbero stati tanto agili e capaci di poterci arrivare e lavorare ma è una leggenda metropolitana. Nel 1941 Jacques Bollinger muore senza eredi ma sua moglie Élisabeth Bollinger prende le redini con grande capacità, una delle prime donne in Champagne a fare la promozione di un vino fuori della Francia. Tuttora l’azienda Bollinger è detenuta al 100% dalla famiglia anche se nel 2007 è stato nominato un Direttore generale che non fa parte della famiglia. Cinque i pilastri su cui si regge la filosofia dell’azienda, rispettivamente il vigneto – con i 180 ettari nella Valle della Marne con i Grands-Crus e i Premiers-Crus al 60% Pinot Noir, per il 25% Chardonnay e per il restante 15% il Meunier -; la centralità del Pinot Nero presente in tutte le cuvées, anche in parte minima; la specialità dei vini di riserva in formato Magnum; le botti in legno di castagno francese con un fatto unico nella zona, una propria azienda produttrice; e il tempo, quale valore per impreziosire il vino, con un invecchiamento più lungo del minimo richiesto dal disciplinare che va per Bollinger da un mino di 3 anni per i non millesimati a un minimo di 7 per i millesimati.

Quanto ai vigneti è importante la presenza di tre Clos due dei quali ad Ay, piantati sul modello della vecchia vigna francese senza innesto nel piede: il piede franco era in uso prima dell’epidemia delle Fillossera e questa permette di ritrovare la storia dei sapori e dei profumi della viticoltura condotta qui alla maniera antica. Non è un caso nel 2012 è stata qualificata come Impresa del Patrimonio Vivente.

L’idea è di abbracciare la viticoltura sostenibile con la promozione della biodiversità. Nel 2012 ha ottenuto la Certificazione Ambientale, nel 2013 quella di Viticoltore “Sostenibile” in Champagne e nel 2016 Bollinger ha rinunciato ad ogni sorta di pesticidi. Inoltre l’azienda fa parte di un Comitato che ha l’obiettivo di ridurre il peso della bottiglia di Champagne e ha acquistato una macchina per ‘abbeverare’ le botti che funziona con il vapore riducendo notevolmente lo spreco dell’acqua.

Tra i progetti della Maison anche un recupero architettonico sostenibile per garantire nel giro di qualche anno un albergo e ristorante che torneremo a visitare. L’attenzione alla tecnologia e al futuro si sposa con il desiderio di conservare il patrimonio della tradizione anche in termini di mestieri. Qui la vinificazione per i Grands-Crus e Premiers-Crus è in legno, con sughero, Rémuage e Dégorgement a mano rigorosamente. Il legno non è utilizzato per dare un sentore specifico, boisé appunto, al vino quanto per favorire una micro-ossigenazione.

Le botti provengono dall’azienda di cui è proprietaria in Borgogna e sono utilizzate sia per la fermentazione alcolica sia per la malolattica allo scopo di ottenere un ventaglio aromatico molto articolato; mentre il castagno è di un bosco sempre di proprietà di Bollinger che è conosciuta come la più piccola delle grandi Maisons della Champagne con i vigneti più estesi. Le cantine offrono un viaggio nel tempo legato anche ad un artigianato artistico come cerchi di legno più leggero che fasciano le botti perché rivelatori dell’eventuale presenza di insetti.

Nelle cantine si coglie l’anima di un’azienda che ha ben 3 Rémueurssu appena 10 rimasti nella Regione dove vi sono 250 grandi aziende e si tratta di professionalità che uniscono la tecnica al savoir faire, a quella cultura empirica del sentire, dopo due anni di formazione e per capire il livello di professionalità basti pensare che un bravo rémueur arriva a ‘girare’ e 50mila bottiglie al giorno.

Bollinger dal 1884 con la Regina Vittoria è fornitore ufficiale della Real Casa inglese e lo è ancora oggi – a dire il vero in attesa della scelta e conferma di re Carlo – un orgoglio per la Casa e anche una memoria della storia. Non è un caso che il prodotto d’ingresso della Maison “Special Cuvée” firma del 1829, abbia un nome inglese, suggerito dall’agente inglese di Georges Bollinger nel 1911 proprio come attenzione al mercato che ha stimolato la creazione dello Champagne quale oggi lo beviamo.

Infine per raccontare un po’ l’anima della casa da citare l’“R.D. 2008”, Recemment Dégorgé (“Sboccato recentemente”), le cui iniziali sono le stesse in inglese, creato da Madame Elisabeth Bollinger nel 1967 per il piacere di degustare Champagne con lungo invecchiamento sui lieviti che possono vivere a lungo. Questo prodotto ha una grande sapidità e una cremosità evidente, oltre rotondità ed ampiezza con tutte le caratteristiche di un vino che ha alle spalle 15 anni di invecchiamento, senza nessuna pesantezza, tanto che mantiene un ‘attacco’ in ingresso molto fresco.

Apollonis di Michel Loriot, l’incontro musicale del Meunier

Nel paese di Festigny, sulla Côte des Blancs il marchio Apollonis firmato da Michel Loriot realizza una gamma per una produzione tra le 50 e le 60mila bottiglie dove protagonisti sono il Meunier e la musica, fin dal nome, tanto che il messaggio della Casa è “Delle vibrazioni che si degustano”. Apollonis, Apollonia è la musa della musica e dell’arte e dunque dell’arte dello Champagne e di una passione di famiglia, oltre che essere una figura femminile che racconta le donne Loriot molto presenti in ogni generazione nella vigna e nell’azienda tanto che esiste la Vigne de la grande-mère così chiamata perché era un vigneto che la nonna appunto voleva seguire da sola. I coniugi Michel, sindaco di Festigny, e Martine con la figlia Marie, enologa, portano avanti l’azienda di Vignéron, nata nel 1675, oggi alla dodicesima generazione.

Gli antenati di Michel erano musicisti e la passione per la musica anche quando la scelta è stata rivolta all’arte delle bollicine è rimasta così dodici anni fa è stata introdotta la musica classica dopo un viaggio in Svizzera dove era stata notata la sua presenza tra botti e bottiglie. Una serie di ricerche hanno portato Michel a conoscere la génodique, scienza che studia gli effetti di certe melodie sugli organismi viventi, iniziata dal francese Joël Sternheimer negli Anni ’80 mostrando come la musica possa avere un’influenza sugli esseri viventi benefica o dannosa a seconda delle onde che emette. Così è stata realizzata una play list che comprende tra gli altri Beethoven, Brahms, Elgar, Mozart e Vivaldi e che è stata verificata per l’efficacia.

Nella stanza della memoria dove si può leggere la storia della famiglia la grande pressa del 1903, la prima a Festigny che sostituì l’abitudine contadina di mettere i grappoli nei panieri di vimini dove spesso l’uva di rovinava. È però solo dal 1930 che Germain Loriot, nonno di Michel, comincia la produzione delle prime bottiglie mentre prima in Champagne si vendeva ai Négociant mosto, vino o direttamente l’uva. Sono gli anni in cui si comincia la formazione per gli adulti in materia di viticoltura.

La Maison ha optato per una scelta coraggiosa, privilegiare le Meunier che solo recentemente è stato valorizzato dal mercato perché vitigno più resistente di altri, che attualmente rappresenta il 75% della produzione; mentre il restante 20% è Chardonnay e un 5% Pinot Noir. Non solo ma la filosofia è l’indipendenza totale seguendo il prodotto dall’inizio alla fine compresa la produzione della Liqueur d’Expédition che nel caso di Apollonis è vino fermo con aggiunta di zucchero fuso e mescolato anche se il disciplinare della Champagne autorizza all’inserimento dell’MCR Mosto Concentrato Rettificato. La scelta dell’azienda mira ad accentuare i profumi della produzione esaltandone l’identità e valorizzando il vitigno con rigore e semplicità. La linea va nel senso della freschezza e dell’esaltazione delle caratteristiche del terroir con una forte sapidità e mineralità e nella mitigazione fra tradizione e innovazione. Prodotti con un bel rapporto prezzo-qualità che offre un bel ventaglio in grado di soddisfare anche palati più semplici come la Cuvée Patrimony, ideale per l’aperitivo; per avere una maggiore rotondità in bocca con Authentic Meunier, cuvée storica che risale all’idea del 1930; o Palmyre, la bisnonna dell’attuale Vignéron, con più carattere e una bella persistenza; quindi ancora un vino dal nome femminile,

Thédorine rosé con l’aggiunta di un 10% di vino fermo, monovitigno e ancora salendo in complessità Inspiration de Saison, Source du Flagot (in onore del fiume che attraversa la valle) dalla nota speziata e una mineralità importante con sentore di pietra focaia; quindi Monodie, il cui nome racconta un vitigno solo, una sola vigna, una sola annata ed è ancora un omaggio alla musica. Scelta particolare: una vigna che nel 2013 annata di base aveva 71 anni quindi minor resa e maggior concentrazione, radici più profonde in grado di attingere la parte più minerale del terroir. Per completare la degustazione ETF14, EcceTerraFestigny, omaggio al territorio con le Cru del villaggio e una grande evoluzione terziaria; quindi Marie Léopold, Sec con 20 grammi litro di residuo zuccherino che nel nome unisce generazioni diverse, Marie, la figlia degli attuali proprietari e il bisnonno.

Bonnaire&Clouet, “Love Story”

Champagne Bonnaire e Paul Clouet, due marchi, una sola casa, due facce della stessa medaglia, nata da due storie indipendenti, oggi alla quarta generazione grazie a due dei quattro fratelli, Jean-Emmanuel e Jean-Étienne Bonnaire che hanno preso in mano l’attività di famiglia, rispettivamente con il marchio Champagne Bonnaire, il lato paterno della famiglia dal 1932a Cramant, paese della Côte des Blancs, territorio vocato per lo Chardonnay e Paul Clouet, il lato materno della famiglia, a Bouzy dove il territorio è dedicato al Pinot Noir. All’inizio erano due aziende indipendenti ma il matrimonio dei genitori le riunisce e da quel momento una storia d’amore diventa il fil rouge della produzione, stessa filosofia, stesso stile, per una produzione complessiva oggi di circa 220 bottiglie.

Il logo stesso, disegnato una decina d’anni fa, racconta l’idea con un Giano Bifronte la cui barba è rappresentata da grappoli d’uva, un volto scuro a rappresentare il Pinot Noi e uno chiaro per lo Chardonnay.

Le stesse etichette sono un modo per comunicare la filosofia della nuova generazione, realizzate da un artista bretone, Jules Maillard, con disegni che rendono l’abito dello Champagne leggero e moderno. L’Orso rappresenta ad esempio il villaggio di Cramant e il Gallo, simbolo francese tradizionale, Cramant; e ancora il vino Le Bateau, la barca, ha nell’etichetta l’immagine perché prodotto in una conca che ricorda un’imbarcazione. Infine, il cuore con i grappoli d’uva, “Love Story” è il nome del vino simbolo dell’unione dei due marchi realizzato al 50% con Pinot Noir e Chardonnay. Interessante alla degustazione il parallelo che si può fare tra i due marchi dove la differenza è una nuance, l’interpretazione che il diverso vitigno offre dello stesso tipo di prodotto

La scelta è di avere una gamma coerente con le cuves in inox per mettere l’accento sulla freschezza e la mineralità in particolare a Cramant e nelle botti di castagno per conferire note speziate, maggior vinosità e complessità nascondendo appena la freschezza. Lo stile è il monovitigno che identifica i due marchi, vigna singola e attenzione alle nuance, con una produzione biologica tutta Extra brut con un residuo zuccherino inferiore ai 4 grammi/litro.

L’obiettivo è quello di associare lo Champagne alla gastronomia in un’ottica nuova della proposta a tutto pasto creando abbinamenti di diversi prodotti per diversi piatti, una linea moderna, che si allontana dall’idea originaria del prodotto di lusso quale vino delle feste o per il momento del brindisi. Inoltre l’azienda sta sviluppando qualche assemblaggio di Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier e una linea di vini fermi con i vitigni in purezza nella convinzione che sia la tendenza della Regione per gli anni a venire e per avere un’offerta completa. In realtà accanto alla denominazione di origine Champagne esiste storicamente anche le Coteaux Champenois non come seconda scelta, tanto che nella maggior parte sono millesimati. Solo che se si vuole produrre dev’essere una quota dell’intera produzione e non un’aggiunta supplementare e che oggi sono interessati da una curiosità non registrata in passato.

A cura di Giada Luni

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA:”Rallenta”.

ELISA VOLTA

Siamo giunti al Natale sfiniti!

Se per qualcuno non è stato così, cortesemente mi comunichi subito la ricetta segreta per superare indenne il tourbillon di regali, auguri, eventi (con relativa cura della propria persona), pranzi e cene che, da anfitrioni, comportano cura della casa, spesa, preparazione dei piatti e naturalmente della tavola, ça va sans dire impeccabile!

L’esilarante tormentone social con l’immagine di Antonio Albanese alias Cetto La Qualunque e la scritta: “Consideratevi tutti augurati” è un chiaro ironico segnale d’insofferenza generale. Un’indigestione di informazioni, contatti, esposizione e doveri ai quali talvolta non abbiamo voglia di far fronte, ma dai quali non riusciamo a svincolarci.  

Anche la moda, che coglie e anticipa i cambiamenti, intercettando la necessità di rendere più leggere le nostre vite, promuove un’eleganza discreta, sussurrata e rilassata.

Più in generale, uno stile di vita che tende alla qualità (che c’è, ma non si vede), alla semplicità di ciò che resta.

Ma cosa c’è di più prezioso e leale del tempo?

Quello che possiamo far scorrere più lentamente se speso bene, riscoprendo l’autenticità nell’amicizia ad esempio. Pochi amici veri (non virtuali) a cui porgere gli auguri attraverso una telefonata.

Con l’invio di messaggi in serie si raggiungono tante persone, ma pochi cuori.

Sarà la consapevolezza di avere meno strada all’orizzonte rispetto a quella lasciata alle spalle, ma l’idea di far scorrere più lentamente il mio tempo e farlo con autenticità e gentilezza, anche nei confronti di me stessa è una sfida che intendo cogliere e proporre anche a voi.

Ecco, l’obiettivo bon ton da raggiungere nel nuovo anno sarà: rallentare con garbo e gentilezza.

D’altra parte: “Le buone maniere richiedono tempo, e nulla è più volgare della fretta”

(Ralph Waldo Emerson)

L’augurio di un lento e gentile nuovo anno.

Elisa

Elisa Volta

3 i libri scritti dall’autrice che trattano i temi del Bon Ton

“Gocce di Bon Ton” l’eleganza in 120 Aforismi 

Pillole di bon ton. Essere alla moda applicando il galateo

“BON TON A 4 ZAMPE, MANUALE DI PET ETIQUETTE”

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Attualità

A difesa delle Donne: Intervista all’Avv. Francesco Palermo.

Avv. Francesco Palermo

Si parla sempre più spesso di femminicidi, proprio per questo abbiamo deciso di porre qualche domanda all’ Avv Francesco Palermo, giurista, sempre in prima fila quando parliamo di violenza sulle Donne, per capire come la giurisprudenza può diventare fondamentale nel prevenire questo tsunami di dolore.

Perché hai scelto di studiare giurisprudenza?  

Fondamentalmente provengo da una famiglia nella quale, sebbene non vi siano avvocati, mio nonno paterno Cav. Della Repubblica Italiana Francesco Palermo (classe 1892) reduce della Grande Guerra, era Cancelliere, mio zio Sua Eccellenza Dott. Diego Benanti è stato primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione e miei genitori, Claudio Felice Palermo e Mariangela Redaelli, erano entrambi Ufficiali Giudiziari della Corte di Appello di Roma, pertanto, sono cresciuto respirando i principi fondamentali di giustizia e gli alti valori morali come la famiglia, la solidarietà e l’amicizia.

Da ciò la mia decisione di intraprendere una formazione culturale di stampo umanistico che mi ha, in un primo tempo, spinto a scegliere gli studi di Giurisprudenza presso l’Università degli studi La Sapienza di Roma, per poi percorrere la via della Professione Forense, della quale sposo i principi fondamentali di specchiatezza ed integrità etica e morale, che mi ha riservato grandi soddisfazioni professionali e personali sino a giungere all’abilitazione professionale quale Cassazionista.

Cosa cambieresti nella giurisprudenza quando parliamo di violenza sulle donne?

Ritengo che la società italiana sia stata fortemente condizionata dalla cultura popolare formatasi sin dal secondo dopo guerra, improntata su di un modello prevalentemente patriarcale, ciò nonostante riconosco che alla figura della donna sia stata giustamente riconosciuta una seppur graduale emancipazione che l’ha portata sino ai nostri giorni a ricoprire ruoli di spicco nella società, sebbene, purtroppo, non sempre di livello paritario all’uomo.

In questo quadro socio culturale, la giurisprudenza, o meglio il diritto sostanziale, si è speso per la tutela della figura della donna, legiferando a sua tutela.

Purtroppo, da operatore del Diritto, devo dire, che a fronte di un sistema normativo apparentemente adeguato e completo, la farraginosità della burocrazia, nonché le carenze strutturali, di mezzi e di personale, non consentono, purtroppo troppo spesso, di fornire una risposta adeguata ed immediata a tutela di quelle donne che hanno il coraggio di denunciare di aver subito violenza.

Qual’è la situazione più grave che hai seguito parlando di violenza sulle donne?

Durante la mia carriera professionale ho più volte avuto occasione di assistere donne che, in un modo o nell’altro hanno subito violenza, in ogni più ampia accezione del termine, quindi, sia in ragione di una discriminazione sul posto di lavoro, piuttosto che di una vera e propria violenza  psicologica e/o fisica nell’ambito familiare.

Fra tutte, mi sono appassionato al caso di una mia assistita, sulla quale ritengo dover mantenere un contegno di massima riservatezza e conseguente anonimato, sia per una questione di dovere professionale, sia per preservare la tutela della privacy sua e dei sui figli, nonché perché il caso che la riguarda, ad oggi, risulta ancora sub iudice, sia in sede civile che penale.

Questa giovane donna, sposa e madre, ha subito violenza anche durante la gestazione del secondo figlio, in quanto privata anche dei mezzi di sostegno da parte di un marito affetto, oltre che da una spiccata misoginia, da ludopatia, tanto da dover ricorrere all’aiuto di parenti e amici che di volta in volta si assicuravano di fornirgli un rifugio ed un pasto adeguato alla sua condizione di donna in attesa di un figlio che, peraltro, è venuto alla luce con problemi tali da ottenere il riconoscimento della condizione di invalidità di cui alla legge quadro 104/1992.

A ciò si è aggiunta, successivamente, l’orribile scoperta delle attenzioni particolari che il marito rivolgeva alla di lei figlia maggiore (al tempo appena adolescente) nata da una precedente unione, e che l’hanno portata ad assumere la decisione, in un primo tempo di separarsi legalmente dal marito aguzzino, per poi denunciarne ogni violenza subita sia da lei che dalla figlia maggiore.

Ad oggi questa donna è stata privata, inoltre, di ogni contributo al proprio mantenimento, nonché in favore della prole, in quanto il marito si è sistematicamente sottratto ai propri doveri, sebbene ordinati con provvedimento giurisdizionale, tanto da subire sin dal 2019, lo sfratto dalla casa coniugale a lei assegnata e da allora sopravvive solo grazie alla solidarietà offerta da amici e conoscenti.

Ad oggi, sebbene la Signora in questione sia seguita dai Servizi Sociali del Comune di Roma, nonostante la certificazione di grave disagio abitativo a lei riconosciuta dalle Istituzioni, non riesce ad ottenere l’assegnazione di un alloggio popolare a causa delle lunghe liste di attesa; non riesce, inoltre, ad ottenere un contratto di locazione da privati, in quanto non possiede alcuna garanzia da fornire per l’esatto adempimento delle obbligazioni contrattuali, quindi, si vede costretta a risiedere in una stanza di un bed and breakfast, il cui costo, oltre ad erodere ogni sua fonte di reddito, in parte di provenienza assistenziale, in parte grazie a lavori saltuari privi di regolarizzazione, non le consentono una vita dignitosa.  

A fronte di ciò, ritengo che la donna in questione, sia meritevole destinataria dell’iniziativa benefica organizzata dalla manifestazione  Libere di … VIVERE.

Ci sono donne che dicono di essere vittime e non lo sono?

Durante la mia esperienza professionale, mi è capitato di assistere anche degli uomini i quali, in occasione della separazione dalle proprie mogli e compagne, subiscono, al solo fine di ottenere le migliori condizioni economiche di mantenimento, l’infamante tentativo di introdurre argomentazioni spese al solo fine suggestivo, riconducibili a presunte, improbabili e non provati episodi di violenza.

A tal proposito, alla luce dei recenti e tristi fatti di cronaca che ci hanno indignato, tengo a riportare lo slogan, sebbene di carattere semplicistico, ma fortemente calzante, secondo il quale:

NON TUTTI GLI UOMINI SONO FILIPPO!

Da quali segnali  si riconosce la violenza domestica? Secondo te cos’è che blocca la donna nel voler denunciare? Quali consigli senti di dare alle donne?

I segnali inconfutabili ed inequivocabili dai quali riconoscere una violenza domestica, purtoppo, sono molto difficili e allo stesso tempo evidenti. La violenza non è presente sempre in condizioni di disagio economico e sociale, ma risiede, altrettanto frequentemente, nelle situazioni familiari apparentemente normali e di classe medio borghese. Ritengo, pertanto, che i segnali vadano ricercati nella comparsa di problemi comportamentali dei figli, oggi giorno sempre più affetti dalla sindrome DSA che spesso, se non sempre, cela una situazione di disagio all’interno del nucleo familiare dove si consumano episodi di violenza, sebbene insospettabili.

Troppe volte alcune donne non hanno coraggio di uscire allo scoperto e denunciare detti episodi, per paura del giudizio della gente, per formazione culturale fondata su principi familiari d’origine basati sul patriarcato, nonché perché convinte di far il bene dei figli rifiutandosi di sottrarli ad un padre dietro al quale si cela, invece, uno spietato aguzzino.

Senza avere la presunzione di poter dare consigli che possano adattarsi alle diverse e variegate tipologie di violenza, ritengo che le donne debbano amare principalmente se stesse ed i propri figli e mai rinunciare alla loro dignità, rivolgendosi al consiglio di una persona amica, di un parente, di un ministro di culto religioso (di qualsiasi religione si professi), degli operatori delle associazioni di volontariato e delle Istituzioni.

Nel ringraziarti, ancora una volta, per avermi concesso l’onere di essere testimonial e parte attiva della manifestazione da te organizzata, lasciami ancora rivolgere a tutte le donne la frase che da il nome alla pregevole iniziativa benefica di cui hai voluto che fossi partecipe:

Donne siate Libere di … VIVERE!

Grazie per il tempo a noi dedicato e per le interessanti sfaccettature che abbiamo colto in questa breve intervista.

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Food & BeverageSenza categoria

Bistrò al Superstore Conad di Roma, una pausa gourmet.

Superstore Conad di Roma

Dal 7 dicembre Roma si arricchisce di un nuovo, punto di ristorazione gourmet, Bistrò, di uno dei dodici Superstore Conad di Maurizio Marasca presso il Centro Commerciale Parco Pontino. Un ’iniziativa alla quale hanno collaborato gli chef de cuisine Roberto Bertipaglia, imprenditore romano del settore gastronomico con una lunga esperienza anche all’estero e Stefano Galbiati.

Il Centro è sulla Pontina, dopo Parco 51 andando da Roma a Pomezia. Sempre aperto fino alle 20.30 di sera, come il Centro commerciale, propone un’offerta per quella fascia di clientela che non si limita a fare la spesa ma può permettersi una pausa veloce ma di qualità.

G.L.

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AttualitàEventisociale

Il 17 dicembre 2023, la nota e prestigiosa Galleria d’Arte Milanese, Arcadia Art Gallery ospiterà un evento sociale dedicato all’Associazione #ioscelgome.

serena fumaria

Il 17 dicembre 2023, la nota e prestigiosa Galleria d’Arte Milanese, Arcadia Art Gallery ospiterà un evento sociale dedicato all’Associazione #ioscelgome.

Milano accoglierà un’atmosfera di festa in occasione del compleanno di #Ioscelgome, e gli auguri di Natale di tutti i partecipanti.

L’evento che avrà inizio alle 17.30 e si concluderà alle 19, prevede una serie di momenti significativi, tra cui: i discorsi commemorativi della presidente Serena Fumaria e dei volontari; la presentazione del libro “ 200 sigarette” della scrittrice e giornalista Chiara Zanini; l’ esibizione artistica di Gianluca Frassinelli, cantante e autore, che ha dedicato la sua canzone “io scelgo me” proprio all’associazione; la performance di Simona Ioppolo, che porterà un pezzo scritto con un lavoro di scrittura creativa organizzato da #ioscelgome.

Seguirà un brindisi per festeggiare tutti i presenti e l’impegno continuo dell’Associazione #Ioscelgome nel promuovere la cultura e la solidarietà come motore di comunicazione utile alla prevenzione della violenza e il recupero dall’abuso.

L’Associazione Ioscelgome che opera per la prevenzione della violenza e collabora con enti in tutto il territorio, i sostenitori e Arcadia Art Gallery, invitano tutti coloro che condividono i valori di solidarietà e cultura a unirsi in questa occasione unica.

Ingresso libero.

per informazioni: www.ioscelgome.it

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L’Antica Farmacia di Palaia, la contemporaneità dei sapori antichi.

L’Antica Farmacia di Palaia

Nel cuore del Borgo pisano di Palaia, dove una passeggiata nella storia ci porta dagli Etruschi alle rotte medioevali dei costruttori di cattedrali, l’antica farmacia del paese, in pieno centro è diventata un’osteria di grande qualità che ha scelto di concentrarsi sui sapori di terra, riscoprire antiche ricette, non le solite, reinventando il gusto della presentazione senza stravolgere la tradizione.

È nel 2012 che nasce il Ristorante Antica Farmacia, proprio sulla via principale che attraversa il paese, un locale piccolo, storico, che tanto tempo prima aveva ospitato una caratteristica e suggestiva farmacia di paese.

Oggi è un piccolo salotto gastronomico, molto curato con passione dal titolare e chef, Juri Zanobini, che qualche anno fa acquista anche l’immobile e corona il suo sogno coltivato fin da bambino. In questo ambiente, rustico-elegante che si snoda in due sale, un grande caminetto, caratterizza l’antica costruzione, che d’inverno, nelle fredde serate palaiesi, accompagna la cena con il piacevole scoppiettare della legna e il tepore del fuoco. La ristrutturazione ha mantenuto il gusto storico del luogo, curando la tavola in modo semplice e raffinato con un bel tovagliato, bicchieri di qualità, poggia posate design, tutto sui toni neutri riposanti.

Solo 20 coperti per curare il cliente con un’attenzione su misura che vede un gruppo affiatato come un’orchestra confrontarsi senza dimenticare di suonare il proprio assolo: accanto allo chef il suo secondo, compagno di scuola, Adriano Civitillo e in sala a dirigere il locale Giulia Parente, sua compagna anche nella vita e Sommelier AIS.

Non i soliti noti della tradizione locale con un’attenzione alla qualità dei sapori, ai prodotti a chilometro zero, alla tecnica delle preparazioni e un impiattamento ben costruito senza troppa estrosità con una carta di vini che si sta strutturando tra proposte locali, anche molto vicine, e qualche ricerca sfiziosa. Come ha raccontato Juri, “Ci siamo attaccati alla tradizione, evitando il provincialismo pensando che tutte le strade portano a casa”.

La nostra passeggiata di gusto inizia con un’entrée di tre assaggi: sfera di parmigiano in gel di cipolla, miniburger con lampredotto, panna acida e wasabi e una spuma di cotechino soffiata con acciughe e sedano; per proseguire con una tartare molto delicata servita con un’insalata di patate, una giardiniera e cialda di mais; per continuare con un midollo accompagnato da una croccantezza saporita che lo veste e dialoga con la sua morbidezza, mostarda di zucca, senape, finocchi e cipolle in giardiniera. Tra i primi abbiamo scelto degli gnocchi di farina di castagne con crema di zucca gialla, limone e porri, dove gli ingredienti a tendenza dolce di stagione sposano la freschezza dell’agrume in un ottimo bilanciamento. Si prosegue con un Rollé di galletto e fois gras, crema di patate, spinacini freschi e crema pasticcera salata, il tutto completato da una crocchetta che gioca sulla consistenza diversa.

Per finire il Ricordo di una crostata di mele con crema chantilly, crumble croccante, granella di nocciola, gel di mela, mela e cannella e cioccolato bianco.

Chi è Juri Zanobini

Un giovane, innamorato del suo lavoro, conclusi gli studi all’Istituto Alberghiero Matteotti di Pisa, prende sempre più sul serio la sua passione e dopo una serie di esperienze lavorative in ristoranti e hotel della Toscana, decide di fare il grande salto, diventando titolare di un ristorante e sceglie il fascinoso borgo medievale di Palaia come sede del suo locale, acquistando quella che era stata realmente l’Antica Farmacia del borgo. Territorio, freschezza degli ingredienti, la tradizione a fare da base e tanta fantasia, tecnica e continui confronti, per reinterpretare i piatti che dalla cucina arrivano sulla tavola. Dopo alcuni anni di esperienze e impegni nell’accogliere e servire un cliente, arrivano i risultati sperati e più che meritati, come responsabile di sala e della gestione dei vini, dell’Antica Farmacia. Grazie anche a brevi stage fatti presso importanti strutture, anche stellate, dalle quali ha cercato di assimilare i segreti e le virtù dell’accoglienza.

Con l’A.I.S., sta completando il percorso che le porterà il titolo di Sommelier Professionista e tanto per non rimanere indietro, sta iniziando a muovere i primi passi per approfondire la conoscenza con le produzioni più pregiate di oli extravergini d’Italia. Frequenta con successo l’IPSAR Matteotti Pisa, e subito dopo, si sposta in terra natia, la Campania, iniziando a lavorare in rinomati locali. Si specializza nella cucina di mare, ma non disdegna imparare i segreti della pasticceria, approfondendo anche questa bellissima arte, poi, ancora, altri ingaggi in Toscana, in altri ristoranti e alberghi.

Con l’Antica Farmacia, tralascia il pesce e inizia un bellissimo lavoro rivolto alle carni e alle verdure, continuando però a realizzare piccoli gioielli dolci, sua seconda passione.

L’ottima sinergia con l’amico e anche compagno di scuola Juri, lo rende un elemento indispensabile per portare avanti un lavoro impegnativo e articolato, come quello messo in atto all’Antica Farmacia. Il territorio delle colline pisane nel quale si trova immerso il borgo di Palaia, si presenta come una vera e propria miniera a cielo aperto in quanto ad approvvigionamento di prodotti cosiddetti a Km “0”, termine spesso usato con troppa facilità, ma che in questo caso si adatta perfettamente all’Antica Far -macia, che quotidianamente, viene rifornita con i migliori prodotti, coltivati o allevati dalle tante aziende agricole disseminate nei comuni adiacenti Palaia. Verdure, animali da cortile, carne bovina selezionata e certificata, salumi, formaggi, e altre delizie di rinomati artigiani del gusto.

I piatti si ispirano alla tradizione ma sono frutto di piacevoli rivisitazioni, prestando sempre gran -di attenzioni al mantenimento organolettico di ciascun prodotto, che deve arrivare nel piatto, integro di tutte le sue migliori caratteristiche alimentari. Senza dimenticare il pane, i grissini e la pasta, che vengono realizzati personalmente dagli chef, utilizzando le migliori farine e il lievito madre.

Naturalezza, grande amore per la materia prima e tecnica. Tutti i prodotti presenti, devono raccontare il territorio, rappresentando appieno la nostra filosofia di cucina.

A cura di Giada Luni

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Food & Beverage

Osteria Vecchia Noce, l’eredità della tradizione.

Osteria Vecchia Noce

Se si esce dalla città di Pisa, in un frantoio del 1600 all’interno del piccolo borgo medievale, a Nocenei pressi di Uliveto Terme, questo locale offre un’atmosfera elegante, ambita per eventi.

La proposta è una cucina toscana tipica che riscopre anche vecchie ricette sia di mare sia di terra perché Pisa è vicina al mare quanto alla campagna con attenzione alla stagionalità.

Così, a seconda del momento dell’anno si può assaggiare la lepre, il cinghiale e la selvaggina in genere; i funghi porcini della Garfagnana e il tartufo bianco di San Miniato con uno sguardo rivolto a monte soprattutto in autunno mentre avvicinandosi al Natale torna la voglia di mare; se in primavera si riscopre l’orto con le sue primizie, d’estate, nel bel giardino, si sente il profumo del mare. Il locale è ampio sotto le volte a mattone e il pavimento in cotto realizzato all’antica a lisca di pesce come nelle case storiche toscane, molto curate, sessanta coperti con tavoli ben distanziati.

Un tovagliato elegante e semplice con toni neutri tra il beige e il grigio che sulle pareti dà un tocco contemporaneo alleggerendo l’atmosfera; come quel color giallo del portoncino d’entrata.

La storia parte dal 1987 quando, ci ha raccontato l’attuale proprietario e direttore, Alessandro Catarsi, i suoi genitori stavano cercando casa e si sono imbattuti in un luogo che li ha incantati, l’ex Fattoria Noce, nobile famiglia di Pisa con un frantoio del 1600; la proprietà era stata smembrata per un caso di omicidio-suicidio nel1953 avvenuto nella famiglia che deteneva la struttura il cui motto era “Vivere alla giornata”.

Una parte del complesso risale addirittura al 110 ed era il Lazzaretto del Monte Serra, a testimoniare la stratificazione della storia.

Da questo incontro è nata l’idea di aprire un ristorante là dove c’era la villa padronale con una serie di case dei mezzadri e una falegnameria là dove ora c’è il ristorante che il padre di Alessandro ristruttura perché le ristrutturazioni storiche erano il suo lavoro che a quel punto unì alla passione della ristorazione.

Erano gli anni del rilancio della vicina Versilia e dei grandi ristoranti dove Alessandro, seconda generazione, è cresciuto, per prendere poi le redini dell’attività nel 1992.

La cucina attinge alla tradizione italiana rivisitata dove possibile, reinterpretandola o destrutturandola, sempre con l’idea chiara che il cliente deve mangiare e con gusto perché non si perda l’idea iniziale dell’osteria.

Tra i piatti simbolo del locale le Briciole di pane tostato con parmigiano, uovo di quaglia al tegamino, tartufo bianco di San Miniato e Lardo di Colonnata, piatto inventato venticinque anni fa dalla madre.

Ci sono anche la parmigiana di melanzana tra gli antipasti; gli spaghetti con le arselle, i tagliolini al tartufo, fra i primi e il baccalà in un piatto complesso dove viene servito in diverse texture. Il punto di forza è la materia prima: solo carne biologica, pesce rigorosamente del Mar Tirreno della zona, ad esempio dell’isola di Capraia, pasta e dolci fatti in casa.

La cantina, merita, con una selezione di 600 etichette e un’ampia scelta di distillati.

Il progetto per il futuro è di realizzare una Maison d’hôtes con poche camere e una proposta raffinata per consentire all’ospite di vivere un’esperienza immersiva nel luogo.

A cura di Giada Luni

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Giovedì 7 dicembre alle ore 17,30, la Borgo Pio Art Gallery ospiterà, nell’ambito della mostra collettiva “Libere di vivere sempre”, alcuni studenti dell’istituto alberghiero “Pellegrino Artusi”. Ad interloquire con i ragazzi ci sarà Alessia D’Innocenzo, responsabile del settore prevenzione e attività con i giovani e le scuole, dell’associazione “Differenza Donna”

Borgo Pio Art Gallery

Giovedì 7 dicembre alle ore 17,30, la Borgo Pio Art Gallery ospiterà, nell’ambito della mostra collettiva

Libere di vivere sempre”, alcuni studenti dell’istituto alberghiero “Pellegrino Artusi”.

E’ stato scelto di dedicare un evento all’incontro con i giovani in quanto è forte la convinzione che solo

 educando le nuove generazioni alla non violenza di genere, si può costruire un futuro più equo, rispettoso e

 sicuro per tutti, i ragazzi saranno accompagnati dalla professoressa Ilaria Marchetti, da sempre impegnata a in

 questa missione.

Gli studenti proporanno una presentazione da loro preparata, il cui tema sarà come poter riconoscere

atteggiamenti e comportamenti preludio di violenza, violenza che nei casi più estremi può sfociare nel

femminicidio e come fare prevenzione.

Ad interloquire con i ragazzi ci sarà Alessia D’Innocenzo, responsabile del settore prevenzione e attività con i

giovani e le scuole, dell’associazione “Differenza Donna”

Differenza Donna nasce a Roma il 6 marzo 1989 con l’obiettivo di far emergere, conoscere, combattere, prevenire e

 superare la violenza di genere. Fin dall’inizio l’associazione ha avuto chiaro che la discriminazione,

 l’emarginazione e la sopraffazione nei confronti delle donne sono un fenomeno sociale diffuso, grave, complesso,

 che solo competenze specifiche possono combattere con efficacia.

 Differenza Donna è un’Associazione con centinaia di socie e un ampio ventaglio di iniziative tendenti a modificare

 la tradizionale percezione culturale nei confronti del genere femminile e a ricercare forme efficaci di intervento e

 superamento delle difficoltà più diffuse tra le donne. Svolge molteplici attività grazie alla presenza di un gran

 numero di professionalità: psicologhe, psicoterapeute, assistenti sociali, medici, educatrici, avvocate, giornaliste,

 sociologhe, informatiche, antropologhe, ecc. attive nel progetto complessivo.

I ragazzi della “Pellegrino Artusi” saranno anche protagonisti di uno show cooking, realizzeranno un

cocktail, sarà un cocktail dal colore rosso, colore divenuto simbolo contro la violenza sulle donne, in

quanto il rosso è il colore dell’amore, della passione che si trasforma in male.

Durante la serata il collettivo Dopolotto, composto da Patrizia Ricchiuti e Claudia Rivelli, realizzerà una

 sessione di Body Painting, dipingeranno simboli legati alla non violenza di genere.

La mostra ad ingresso libero, sarà visitabile ancora fino al 10 dicembre giorno del finissage, che sarà

 animato da una grande gare di solidarietà, presentata da Alessio Musella, verranno donate alcune opere

 di artisti in mostra e non, e il ricavato consegnato direttamente ad una donna che ha vissuto una storia di

 violenza ed ancora oggi ne paga le conseguenze.

Informazioni relative alle opere protagoniste della gara, si trovano su un articolo che verrà costantemente

 aggiornato, pubblicato su www.artandinvestments.com

Gli orari della Borgo Pio Art Gallery, sono :

lunedì dalle 16,00 alle 19,00

da martedì a sabato dalle 11,00 alle 19,00

Per info: borgoart2.0@gmail.com

domenica dalle 11,00 alle 14,00.

tel. +393881061500

www.borgopioartgallery.com

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ArteEventi

Da Bergamo a Milano per arrivare in Giappone , Marzia Ratti sarà protagonista insieme all’artista Giapponese Saito Hiroyuki di una Bipersonale a cura di Alessio Musella e Alessandra Korfias che inaugurerà il 12 Dicembre a Milano.

marzia ratti

A Bergamo continua a riscuotere successo la personale di Marzia Ratti nel luogo “Unconventional” Agenzia viaggi Ascot Travel (fino all’1 gennaio 2024) Born in Bag e luce fu a cura di Alessio Musella, personale in collaborazione con Agostino Art Gallery e il supporto di Andrea Barbieri Owner di Astrolabio Viaggi da sempre amante dell’arte.

il vernissage di venerdi 1 Dicembre ha visto la presenza di molti collezionisti e pubblico interessato ai temi trattati.

A Milano il 12 dicembre si apre la mostra Ombre e sussurri- il Dialogo Bi-Personale che vede protagonisti Marzia Ratti e Saito Hiroyuki. a cura di Alessio Musella che da oltre un anno segue l’artista e Alessandra Korfias. in collaborazione con la galleria Agarte fucina delle arti e Yukiko Nakajima Gallery..


Quando due culture distanti si sfiorano… inizia un dialogo…
L’arte si trasforma in un ponte tra Giappone e Italia.
Le poetiche creative di Marzia Ratti e Saito Hiroyuki si intrecciano
dando l’opportunità di comprendere la storia di due Mondi testimoni di storie narrate che da sempre ci hanno affascinato, due universi che vivono  l’arte del secondo dopo guerra in modo essenzialmente diverso, ma ancora una volta la diversità non diventa ostacolo, ma tramite per Crescere e Conoscere.

Marzia Ratti è la ‘firma’ delle installazioni ‘Not For Sale’, tra le quali le Bio-Bag, borse griffate contenenti feti umani (riproduzioni) nel liquido amniotico (di resina) che suscitarono tanto scalpore nel 2022.

I suoi feti, o moderni puttini, sono un indice puntato sul futuro dell’umanità, tra sfide sociali, tecnologiche e perfino sanitarie: viviamo l’inizio di un domani di cui Marzia Ratti intende esortarci ad essere protagonisti e non pedine.

Forme, colori e materiali conquistano i sensi. 

La sua arte è ‘viva’,  provoca la discussione, instilla punti interrogativi, una ‘poetica’ distopica.

Ombre e sussurri, il Dialogo

Inaugurazione a Milano, mercoledì 12 dicembre, ore 16, Centro culturale “ChiAmaMilano”, via Laghetto 2.

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