Si parla sempre più spesso di femminicidi, proprio per questo abbiamo deciso di porre qualche domanda all’ Avv Francesco Palermo, giurista, sempre in prima fila quando parliamo di violenza sulle Donne, per capire come la giurisprudenza può diventare fondamentale nel prevenire questo tsunami di dolore.
Perché hai scelto di studiare giurisprudenza?
Fondamentalmente provengo da una famiglia nella quale, sebbene non vi siano avvocati, mio nonno paterno Cav. Della Repubblica Italiana Francesco Palermo (classe 1892) reduce della Grande Guerra, era Cancelliere, mio zio Sua Eccellenza Dott. Diego Benanti è stato primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione e miei genitori, Claudio Felice Palermo e Mariangela Redaelli, erano entrambi Ufficiali Giudiziari della Corte di Appello di Roma, pertanto, sono cresciuto respirando i principi fondamentali di giustizia e gli alti valori morali come la famiglia, la solidarietà e l’amicizia.

Da ciò la mia decisione di intraprendere una formazione culturale di stampo umanistico che mi ha, in un primo tempo, spinto a scegliere gli studi di Giurisprudenza presso l’Università degli studi La Sapienza di Roma, per poi percorrere la via della Professione Forense, della quale sposo i principi fondamentali di specchiatezza ed integrità etica e morale, che mi ha riservato grandi soddisfazioni professionali e personali sino a giungere all’abilitazione professionale quale Cassazionista.
Cosa cambieresti nella giurisprudenza quando parliamo di violenza sulle donne?
Ritengo che la società italiana sia stata fortemente condizionata dalla cultura popolare formatasi sin dal secondo dopo guerra, improntata su di un modello prevalentemente patriarcale, ciò nonostante riconosco che alla figura della donna sia stata giustamente riconosciuta una seppur graduale emancipazione che l’ha portata sino ai nostri giorni a ricoprire ruoli di spicco nella società, sebbene, purtroppo, non sempre di livello paritario all’uomo.
In questo quadro socio culturale, la giurisprudenza, o meglio il diritto sostanziale, si è speso per la tutela della figura della donna, legiferando a sua tutela.
Purtroppo, da operatore del Diritto, devo dire, che a fronte di un sistema normativo apparentemente adeguato e completo, la farraginosità della burocrazia, nonché le carenze strutturali, di mezzi e di personale, non consentono, purtroppo troppo spesso, di fornire una risposta adeguata ed immediata a tutela di quelle donne che hanno il coraggio di denunciare di aver subito violenza.
Qual’è la situazione più grave che hai seguito parlando di violenza sulle donne?
Durante la mia carriera professionale ho più volte avuto occasione di assistere donne che, in un modo o nell’altro hanno subito violenza, in ogni più ampia accezione del termine, quindi, sia in ragione di una discriminazione sul posto di lavoro, piuttosto che di una vera e propria violenza psicologica e/o fisica nell’ambito familiare.
Fra tutte, mi sono appassionato al caso di una mia assistita, sulla quale ritengo dover mantenere un contegno di massima riservatezza e conseguente anonimato, sia per una questione di dovere professionale, sia per preservare la tutela della privacy sua e dei sui figli, nonché perché il caso che la riguarda, ad oggi, risulta ancora sub iudice, sia in sede civile che penale.
Questa giovane donna, sposa e madre, ha subito violenza anche durante la gestazione del secondo figlio, in quanto privata anche dei mezzi di sostegno da parte di un marito affetto, oltre che da una spiccata misoginia, da ludopatia, tanto da dover ricorrere all’aiuto di parenti e amici che di volta in volta si assicuravano di fornirgli un rifugio ed un pasto adeguato alla sua condizione di donna in attesa di un figlio che, peraltro, è venuto alla luce con problemi tali da ottenere il riconoscimento della condizione di invalidità di cui alla legge quadro 104/1992.

A ciò si è aggiunta, successivamente, l’orribile scoperta delle attenzioni particolari che il marito rivolgeva alla di lei figlia maggiore (al tempo appena adolescente) nata da una precedente unione, e che l’hanno portata ad assumere la decisione, in un primo tempo di separarsi legalmente dal marito aguzzino, per poi denunciarne ogni violenza subita sia da lei che dalla figlia maggiore.
Ad oggi questa donna è stata privata, inoltre, di ogni contributo al proprio mantenimento, nonché in favore della prole, in quanto il marito si è sistematicamente sottratto ai propri doveri, sebbene ordinati con provvedimento giurisdizionale, tanto da subire sin dal 2019, lo sfratto dalla casa coniugale a lei assegnata e da allora sopravvive solo grazie alla solidarietà offerta da amici e conoscenti.
Ad oggi, sebbene la Signora in questione sia seguita dai Servizi Sociali del Comune di Roma, nonostante la certificazione di grave disagio abitativo a lei riconosciuta dalle Istituzioni, non riesce ad ottenere l’assegnazione di un alloggio popolare a causa delle lunghe liste di attesa; non riesce, inoltre, ad ottenere un contratto di locazione da privati, in quanto non possiede alcuna garanzia da fornire per l’esatto adempimento delle obbligazioni contrattuali, quindi, si vede costretta a risiedere in una stanza di un bed and breakfast, il cui costo, oltre ad erodere ogni sua fonte di reddito, in parte di provenienza assistenziale, in parte grazie a lavori saltuari privi di regolarizzazione, non le consentono una vita dignitosa.
A fronte di ciò, ritengo che la donna in questione, sia meritevole destinataria dell’iniziativa benefica organizzata dalla manifestazione Libere di … VIVERE.
Ci sono donne che dicono di essere vittime e non lo sono?
Durante la mia esperienza professionale, mi è capitato di assistere anche degli uomini i quali, in occasione della separazione dalle proprie mogli e compagne, subiscono, al solo fine di ottenere le migliori condizioni economiche di mantenimento, l’infamante tentativo di introdurre argomentazioni spese al solo fine suggestivo, riconducibili a presunte, improbabili e non provati episodi di violenza.
A tal proposito, alla luce dei recenti e tristi fatti di cronaca che ci hanno indignato, tengo a riportare lo slogan, sebbene di carattere semplicistico, ma fortemente calzante, secondo il quale:

NON TUTTI GLI UOMINI SONO FILIPPO!
Da quali segnali si riconosce la violenza domestica? Secondo te cos’è che blocca la donna nel voler denunciare? Quali consigli senti di dare alle donne?
I segnali inconfutabili ed inequivocabili dai quali riconoscere una violenza domestica, purtoppo, sono molto difficili e allo stesso tempo evidenti. La violenza non è presente sempre in condizioni di disagio economico e sociale, ma risiede, altrettanto frequentemente, nelle situazioni familiari apparentemente normali e di classe medio borghese. Ritengo, pertanto, che i segnali vadano ricercati nella comparsa di problemi comportamentali dei figli, oggi giorno sempre più affetti dalla sindrome DSA che spesso, se non sempre, cela una situazione di disagio all’interno del nucleo familiare dove si consumano episodi di violenza, sebbene insospettabili.
Troppe volte alcune donne non hanno coraggio di uscire allo scoperto e denunciare detti episodi, per paura del giudizio della gente, per formazione culturale fondata su principi familiari d’origine basati sul patriarcato, nonché perché convinte di far il bene dei figli rifiutandosi di sottrarli ad un padre dietro al quale si cela, invece, uno spietato aguzzino.
Senza avere la presunzione di poter dare consigli che possano adattarsi alle diverse e variegate tipologie di violenza, ritengo che le donne debbano amare principalmente se stesse ed i propri figli e mai rinunciare alla loro dignità, rivolgendosi al consiglio di una persona amica, di un parente, di un ministro di culto religioso (di qualsiasi religione si professi), degli operatori delle associazioni di volontariato e delle Istituzioni.
Nel ringraziarti, ancora una volta, per avermi concesso l’onere di essere testimonial e parte attiva della manifestazione da te organizzata, lasciami ancora rivolgere a tutte le donne la frase che da il nome alla pregevole iniziativa benefica di cui hai voluto che fossi partecipe:
Donne siate Libere di … VIVERE!
Grazie per il tempo a noi dedicato e per le interessanti sfaccettature che abbiamo colto in questa breve intervista.





