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Redazione

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“Lividi” l’ultimo singolo dallo stile pop arricchito da influenze fusion della giovane e talentuosa cantautrice Greta Lamay,

greta lamay

In questo brano, Greta esplora temi di vulnerabilità e resilienza, utilizzando le “sfumature” musicali per esprimere le esperienze che ci lasciano segni, proprio come i “lividi” cui il titolo fa riferimento. La produzione raffinata e gli arrangiamenti ricercati contribuiscono a mettere in risalto il suo talento, facendo di questo brano non solo un ascolto piacevole, ma anche un’esperienza emotiva profonda.


A partire dal 6 novembre 2024, “Lividi” sarà disponibile in formato digitale su tutti i principali Digital Store
Il singolo segna una nuova tappa di una solida collaborazione con Sonny Music Production e il produttore discografico Sergio Soldano, noto per le sue collaborazioni con artisti di spicco del panorama musicale italiano. Sergio Soldano ha curato la produzione e gli arrangiamenti di “Lividi” e ha già collaborato con Greta alla realizzazione di altri tre singoli: “Coco Chanel”, “Perdemos la voz” e “Dimenticare”.

https://www.youtube.com/shorts/Z6MtLjIMwKo
La registrazione di “Lividi” è avvenuta presso il “DUOTONE STUDIO”, con la supervisione di Daniele Zanotti e Sergio Bancone.
Ufficio Stampa Rita Costa
Etichetta: LAMAJ PRODUCTIONS
Non perdete l’occasione di scoprire il mondo musicale di Greta Lamay
Restate aggiornati e seguite Greta Lamay sui social per non perdere le ultime novità!
Per ulteriori informazioni si prega di contattare: Lamaj Productions email: altin.liveshow@gmail.com

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Pieve di Campoli, dove il vino e l’olio sono un simbolo.

Pieve di Campoli

Il racconto del territorio

La valorizzazione della terra come elemento di espressione dell’uomo, questa la filosofia di Pieve di Campoli, azienda vinicola nel cuore del Chianti Classico, nel borgo caratteristico di San Donato in Poggio nella Val d’Elsa in provincia di Firenze, di proprietà dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero dell’Arcidiocesi di Firenze IDSC.

Nei secoli, la Chiesa è stata protagonista dello sviluppo della produzione enologica, con un’attenzione e un rispetto al territorio, a sostegno di un’ecologia ante litteram e un modello di azienda che non insegua solo l’utile.

Spinta da queste premesse, nel 1985, a seguito della creazione dell’ente Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, nato con l’obiettivo di amministrare i benefici ecclesiastici, ha origine l’azienda agricola Pieve di Campoli. 50 ettari vitati tra le zone di produzione del Chianti e del Chianti Classico e altri 100 che oggi con 18mila piante di olivo, rendono Pieve di Campoli una delle realtà olivicole più grandi dell’area fiorentina.

A Cortine, prima ancora della nascita dell’azienda, Don Agostino Giotti, complice anche una personalità spiccata, produceva un vino che ben presto fece parlare di sé, quando tra le campagne si sparse la voce di un prete che produceva un vino “leggendario”. A Cortine nascono vini da vigne di oltre mezzo secolo, veri e propri cru dell’azienda come la Gran Selezione Cortine dell’UGA San Donato, rappresentante dell’azienda nel neonato progetto delle Unità Geografiche Aggiuntive del Chianti Classico dedicato proprio alle Gran Selezioni del Gallo Nero.

Oggi la produzione è affidata all’esperienza e alla competenza dell’enologo Andrea Paoletti con i suoi 15 anni come direttore agrario da Antinori e i suoi 20 di consulenza presso la cantina Ornellaia; con consulenze vari paesi nel mondo come Turchia, Montenegro, USA, Georgia ed Ungheria per svolgere il suo lavoro. Il suo impegno è nella ricerca della massima espressione del terroir cercando di valorizzare al massimo le caratteristiche del luogo.

Il territorio del Chianti è noto per la sua vocazione da secoli alla produzione del vino di Eccellenza. Qui il Sangiovese, vitigno ostico in gran parte del mondo, trova la sua naturale consacrazione e le diverse esposizioni, altitudini e i differenti microclimi, e suoli regalano sfumature sempre diverse al carattere unico del vitigno principe di questa zona. Pieve di Campoli è un esempio perfetto di questa ricchezza nella diversità.

Di questa linea fanno parte i vini più storici e tradizionali dell’azienda, che nascono da ceppi di oltre 50 anni d’età. La sintesi tra il Sangiovese e i terrori dell’azienda dona a questi vini un’immensa varietà ed unicità, grazie anche all’interazione con altri vitigni autoctoni come il Canaiolo e, per il Chianti, una piccola percentuale di uve bianche di Trebbiano e Malvasia.

Se il Sangiovese Toscano è il vitigno predominante, trovano spazio nei terreni dell’azienda altri vitigni autoctoni come Malvasia Bianca e Trebbiano per le uve bianche,

Canaiolo, Colorino e Pugnitello per le nere – sono probabilmente meno di dieci le aziende regionali che ancora lo producono – a cui si aggiungono piccole quantità di internazionali come Merlot e Petit Verdot.

Le etichette dell’azienda nascono in diversi terrori siti nei comuni di San Casciano e Barberino-Tavarnelle Val di Pesa le cui altitudini, esposizioni e microclimi danno vita a una gamma variegata di vini di grande carattere ed eleganza, pensati per esprimere fedelmente il territorio in cui nascono, grazie anche ad alcuni impianti storici di oltre mezzo secolo di vita. Nello specifico i prodotti si dividono in due linee, rispettivamente,

Pieve di Campoli (San Casciano), sotto cui nascono il Chianti, il Chianti Classico Annata e Riserva, il Rosato e il Vin Santo e Cortine (San Donato), località dove è situata la cantina di vinificazione e la bottaia, da cui nascono i tre omonimi Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione e Il Canaiolo e il Vinsanto del Chianti Classico, quest’ultimo usato per le celebrazioni della Cattedrale di Firenze. L’attività dell’Istituto si inserisce nel solco della tradizione di preti contadini che per tanti anni sono stati punto di riferimento per la coltivazione viticola del Chianti Classico.

Tra i vini assaggiati Cortine Ciliegiolo che ha una rispondenza tipica con il vitigno senza ridondanza, grazie anche a una buona sapidità; Cortine Chianti Classico Annata, del 2021, con una nota polverosa interessante di cacao, frutta sotto spirito che in bocca regala freschezza, una nota agrumata di arancio sotto forma di gelatina con un fondo amarognolo gradevole; Gran Selezione Cortine del 2020, 100% Sangiovese, realizzato a partire da vecchi vigneti, maturo che promette ancora un’evoluzione, con profumi terziari di cuoio, legno, un leggero sentore di selvaggina, molto elegante; infine il Vinsanto Cortine, il re indiscusso dell’azienda, utilizzato nelle celebrazioni liturgiche più importanti di Santa Maria del Fiore, senza edulcorazioni e pertanto adatto ad essere un vino da Messa, ottenuto con appassimento sulle stuoie. Abbiamo gustato il 2006 dove accanto ai vitigni bianchi tradizionali presenta il San Colombano, ricco senza eccessi, molto elegante, presenta una nota di cioccolato, miele, frutta secca, mitigate dalla freschezza che ne esaltano la personalità.

Non si può dimenticare l’Olio, simbolo dello spirito, risorsa per l’uomo, è una produzione che unisce le due anime dell’azienda, quella produttiva e quella spirituale, essendo un prodotto utilizzato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore nel Giovedì Santo e distribuito nelle parrocchie della diocesi per diventare parte delle funzioni sacramentali. Così come i suoi ramoscelli vengono distribuiti dopo la benedizione nel rito della Domenica delle Palme, simbolo universale di pace, sia per la cultura laica che quella religiosa.

Interessante il progetto che ha portato l’azienda dalle vigne alla città con l’apertura del primo negozio a Firenze in Piazza del Duomo. San Casciano, 4 febbraio 2024. «A dì 7 d’aghosto lire 3 soldi 9 denari 4 per uno barile di vino vermiglio e uno fiascho di trebiano e pane e poponi per una cholezione si fe’ la mattina che si chominciò a murare la chupola». Questo veniva riportato nel libro del Provveditore per registrare le spese per il rinfresco di inaugurazione dei lavori per la costruzione della Cupola a cura dell’Opera di Santa Maria del Fiore, allora Arte della Lana, l’istituzione preposta ai lavori iniziati il 7 agosto del 1420.

Era un mercoledì. Anche facendo memoria di questo avvenimento Pieve di Campoli, l’azienda azienda agricola dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero di Firenze (IDSC), ha deciso di aprire il suo negozio proprio nella Piazza del Duomo 53r, per mantenere vivo e saldo il legame che da sempre unisce la storia della Chiesa Fiorentina al mondo artistico ma anche a quello della produzione agricola. Nello spazio inaugurato a febbraio scorso da Pieve di Campoli, The Cathedral Wine Shop, la cui progettazione e la direzione lavori è stata affidata all’Architetto Elisa Segoni, dove non è prevista la somministrazione ma solo la vendita dei prodotti, sono proposte al pubblico le bottiglie della realtà chiantigiana, in un nuovo punto di ritrovo in cui i fiorentini.

Nel negozio è possibile acquistare il Prosecco Doc Rosè firmato Gueratella, azienda agricola trevigiana nata dall’incontro tra l’IDSC di Firenze e quello di Vittorio Veneto, ottenuto da uve Glera con una percentuale di Pinot nero che gli conferisce eleganza. Una storia di passione e persone che condividono fini e sensibilità comuni, e che hanno il coraggio di azzerare le distanze intrecciando tradizioni vinicole millenarie tra due territori da sempre vocati alla produzione di grandi vini come Toscana e Veneto.

A cura di Giada Luni

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Food & Beverage

Azienda agricola Bianchi, una storia che racconta il territorio e l’attaccamento alle radici

AGRICOLA BIANCHI

Nasce nel 2016 perché due fratelli impegnati, ognuno nel proprio mondo lavorativo completamente diverso dal settore agricolo decidono di collegare tre cose importanti, rispettivamente le antiche origini di una parte della famiglia; l’attaccamento alle radici territoriali; il piacere di far emergere dalla terra di loro proprietà prodotti agricoli di qualità nella tradizione toscana.

È così che 10 ettari di terreno agricolo nel Comuni di Montopoli in va d’Arno e di Palaia, in Toscana, vengono organizzati per produrre olio e vino; piccole produzioni di nicchia alla ricerca della qualità e del gusto.

Fin dall’inizio l’azienda cerca la collaborazione di produttori locali di qualità – siamo produttori di miele, vinsanto, carne, pasta, formaggio o cioccolato – per dar vita a prodotti originali.

Nasce così ad esempio, da una collaborazione con i produttori locali di qualità e biologici, la Birra al miele di castagno e la Birra al mosto di vino. Crescendo la visibilità sul territorio grazie alla rete di collaborazioni molti prodotti sono stati esportati anche in Francia, Lussemburgo e Svizzera, proprio per la caratterizzazione locale sviluppata tenendo conto delle caratteristiche peculiari storiche del territorio derivanti prima dagli insediamenti etruschi e successivamente dall’importanza del periodo medioevale.

Ad esempio la birra al miele di castagno e al mosto di vino deriva da ricette etrusche scoperte nel corso del tempo grazie agli scavi e agli studi che sono stati effettuati nel territorio del Comune di Montopoli e del Comune di Palaia nei siti in cui sono stati ritrovati antichi insediamenti di popolazioni etrusche risalenti al V secolo a.C.

In particolare, la Birra Artigianale Napraja – Italian Grape Ale – è una birra italiana prodotta artigianalmente con ingredienti naturali prodotta con il mosto d’uva Sangiovese e ciliegiolo. L’uva viene raccolta direttamente dai nostri vigneti coltivati con metodi naturali. La storia della birra a Montopoli Val d’Arno ha radici storiche antiche, è stato scoperto da recenti ricerche archeologiche che già nel periodo intorno al VI secolo a.C., nella valle del fiume Chiecina, che scorre nella pianura antistante l’insediamento del Castello Medievale di Montopoli, gli Etruschi avevano costruito degli insediamenti urbani strutturati dove vivevano in villaggi composti da capanne di legno. Il più importante è stato ritrovato in località Granchiaia a due chilometri dal paese sulle rive del fiume. I ritrovamenti hanno messo in evidenza che già al tempo questa antica e nobile civiltà aveva l’abitudine di fermentare i cereali, coltivare la vite e allevare le api per utilizzare il miele prodotto.

Con questi ingredienti ottenevano bevande di vario tipo come il vino e la birra. L’azienda Agricola Bianchi ha voluto rendere vita a questa antica tradizione di produzione di birra e ha studiato varie ricette utilizzando le stesse materie prime locali. La Birra Artigianale IGA nasce da questa antica storia e la ricetta prevede l’utilizzo del mosto ottenuto da vitigni autoctoni abbinando sapori e tradizioni antichi. Il marchio “NAPRAJA” deriva dal nome della via che dal Castello Medioevale definito “insigne” dal Boccaccio portava appunto verso il fiume Chiecina. La via tra l’altro tuttora esistente porta il nome di Napraia che proviene dal latino Aprorum il cui significato è “dei cinghiali”.

La Birra Artigianale Mellis ambrata è al doppio malto al miele di castagno che conferisce un aroma unico ed inconfondibile ed è prodotto da apicultura biologica Colangelo, azienda anch’essa di Montopoli in val d’Arno rinomata per la sua professionalità e serietà che lavora esclusivamente in regime biologico.

Anche i vini raccontano un mondo e diventano con le loro etichette artistiche ambasciatori locali.

Attendolo è un vino prodotto con uve Sangiovese al 100 % con metodi naturali, vendemmiato a mano in cassette di legno e vinificato in piccoli contenitori di acciaio inox, la cui fermentazione varia tra i 15 e i 30 giorni. Al fine di far risaltare i tannini tipici delle uve Sangiovese e rendere il suo sapore persistente alla degustazione viene messo a maturare in barriques francesi di circa 225 litri.

Il vino ha un’ottima complessità aromatica, all’olfatto spiccano intense note di amarena e viole mentre al palato si evidenziano in modo equilibrato sapori di liquirizia e cannella.

Le Vigne che producono il vino sono adagiate sulle colline che separano il Cassero principale dell’antico castello di Montopoli dal santuario di San Romano, località dove fu combattuta nel 1432 la famosissima battaglia medioevale tra Senesi e Fiorentini, la Battaglia di San Romano e che fu successivamente dipinta da Paolo Uccello su tre tavole che oggi sono esposte nei musei degli Uffizi a Firenze, al National Gallery di Londra e al Louvre di Parigi.

L’etichetta del vino raffigura una delle opere del pittore, quella custodita agli Uffizi, mentre il vino porta il nome del generale fiorentino “Attendolo” che fece propendere le sorti della storica battaglia a favore della Signoria di Firenze.

Boldrace è invece un vino prodotto con uve Ciliegiolo con metodi naturali. La fermentazione avviene a tino aperto in anfore di terracotta rivestite interamente con cera d’api biologica.

Terminata la fermentazione viene effettuata la svinatura e il vino rimane per 9 mesi nelle stesse giare a maturare da dove viene travasato due volte. Alla fine della maturazione viene imbottigliato direttamente dalle anfore.

Rosso Montopoli nasce da uve Merlot allevato in una piccola porzione di vigna nelle lussureggianti colline in provincia di Pisa. La vendemmia avviene a mano in cassette di legno. La vinificazione avviene in contenitori di acciaio inox di piccole dimensioni e la fermentazione avviene per circa 2/3 settimane dopo di che avviene la separazione del liquido dalle bucce. La temperatura di fermentazione viene gestita in funzione del livello di maturazione delle uve per ottimizzare l’estrazione della componente aromatica e ottenere un efficiente equilibrio dei tannini e del colore.

Al termine della fermentazione alcolica il vino viene messo a maturare in barriques francesi da 200 litri. Il vino, quindi senza nessun processo di filtrazione. Si presenta con un colore brillante e all’olfatto intense note di ciliegia matura e mirtillo, mentre al sapore si sentono aromi di frutta candita e spezie dolci.

Il vino prende il nome sia dal suo colore rosso intenso sia da una elegante e piacevole manifestazione enogastronomica che si tiene tutti gli anni a Montopoli d’estate e che evidenzia il colore “Rosso” sia dei mattoni con i quali era costruito il Castello medioevale di Montopoli, sia del nostro vino che della carne lavorata e commercializzata da un noto produttore del paese.

A cura di Giada Luni

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Arte

Gianfacco, il senso dell’arte ritrovata…

Gianfacco

Non esiste un età per scoprire di voler comunicare attraverso l’arte…
Non servono accademie, non basta la tecnica perfetta per definirsi artisti, artista è chi sa trasmettere emozioni e pensieri attraverso le proprie opere….
Conosciamo meglio Gianfranco Facco, in arte Gianfacco, imprenditore che a 50 anni ha seguito il suo istinto e si è avvicinato alla tela per creare un dialogo tra i suoi pensieri e il mondo…

Il tuo primo contatto con l’arte?
Avevo 12 anni quando il professore di applicazione tecnica ha portato in classe un suo dipinto che rappresentava Piazza Erbe di Verona, uno spatolato ad olio con colori di giallo e rosso intensi sfumati con del nero.

Era molto affascinante, bello e mi trasmetteva sensazioni molto forti.

Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata da passione a professione?
Per alcuni anni ho dipinto per passione e solo con la prima esposizione mi sono reso conto che nel futuro questa avrebbe potuto diventare anche una professione.

La tua prima opera?
La mia prima opera si intitola “I numeri della vita”. Ogni numero rappresenta una fase importante e significativa della mia vita, dall’adolescenza alla maturità.

Per fare arte, bisogna averla studiata?
Credo che l’artista sia dentro di noi indipendentemente dal fatto di avere effettuato studi specifici. Il mio percorso formativo tecnico ma non artistico, mi ha comunque facilitato nel saper esprimere la mia passione per la composizione dei colori, infatti dipingo solo con i colori primari che miscelo io stesso nel momento, nell’attimo in cui ho l’ispirazione per creare un’opera.

Cosa unisce i tuoi dipinti e la musica?
I miei dipinti nascono dalla passione, dall’esigenza, dalla necessità di esprimere su tela qualche cosa che possa essere visto e possa destare un’emozione. Allo stesso modo, per un musicista fare musica significa mettere insieme delle note per creare una melodia che possa essere ascoltata e sentita o semplicemente eseguita per emozionare. Da questo punto di vista, credo che siano entrambe due forme d’ arte, due facce di una stessa medaglia, arte pittorica e arte musicale con affinità simili che creano emozioni, vibrazioni da percepire.

Come scegli cosa ritrarre?
Non scelgo mai dei soggetti reali, quello che dipingo è frutto della mia immaginazione e fantasia che generalmente deriva da emozioni forti, passioni, pensieri.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?
Alcuni anni fa, chiesi a mia madre dove fosse il baule in cui erano stati conservati i miei vecchi libri di scuola, in particolare gli album da disegno perché mi ricordavo che in tenera età amavo dipingere a tempera.

Mia madre con ingenuità mi rispose:” Ah! Quei disegni dove non si riusciva a capire niente,

li ho buttati tutti”.

Oggi mi rendo conto che quelli erano i miei primi tentativi di rappresentare quel mondo che solo io percepivo, i miei primi disegni astratti.

Se potessi incontrare un artista del passato, chi e cosa gli chiederesti?
Vorrei incontrare Van Gogh, non saprei esattamente cosa chiedergli.

Mi affascinerebbe poterlo vedere dipingere e quindi si, gli chiederei di dipingere qualcosa per vedere con i suoi occhi un pezzo di storia, un pezzo di vita.

Quanto conta la comunicazione?
La comunicazione è fondamentale.

Riuscire a comunicare in modo corretto, permette di farsi capire, di chiedere, di dare, di ottenere, di ascoltare.

Comunicare è importante anche per dire ad altri quali sono le proprie sensazioni, le proprie idee, i propri obiettivi e forse in questo modo si riesce a raggiungerli.

L’arte è per me un’espressione di comunicazione.

Se incontrassi te stesso a 18 anni, cosa ti consiglieresti?
Credo che con l’esperienza di oggi, consiglierei a quel ragazzo di essere più determinato nelle sue scelte, di farsi condizionare il meno possibile dai genitori, e vorrei che quel ragazzo corresse verso le nuove esperienze senza aver paura di sbagliare.

Che differenza c’è, nella percezione dell’arte tra Italia estero?
La sensazione è che in Italia la percezione dell’arte sia in crescita, soprattutto grazie anche alla partecipazione delle aziende private nel diffonderla.

Si parla molto di dedicare spazi all’arte ma in realtà, a volte la stessa sembra poco fruibile e poco raggiungibile, forse a causa di alcune scelte istituzionali nel preferire reperti antichi piuttosto che promuovere e diffondere nuovi artisti. Non ho avuto molte esperienze all’estero ma mi è sembrato che l’arte fosse apprezzata e più facilmente raggiungibile.

Cos’è per te l’arte?
L’arte è qualche cosa di sublime in qualsiasi sua forma venga espressa, l’arte è sfiorare il cielo con un dito, arrivare laddove nella vita reale non è possibile, comunicare oltre l’immaginazione con tutti.

L’arte è uno strumento anche per ascoltare sé stessi e mettersi alla prova, per far star bene sé stessi.

L’ arte fa parte del mio inconscio.

Cosa ti aspetti da un curatore?
Non ho mai avuto un curatore e sinceramente non so esattamente cosa aspettarmi.

Credo che il curatore abbia oltre all’esperienza e la competenza, la capacità di intuire e quindi saper scegliere l’artista.

Cosa chiedi ad un Gallerista?
Mi piacerebbe vedere i miei quadri esposti in una galleria. I miei dipinti: un’esplosione di colori valorizzata da una disposizione armonica e da una luce intensa.

Quanto contano per te la luce e il colore?
Sono due punti fondamentali della mia pittura. Credo nella luce e nei colori.

Quando creo un quadro cerco di trovare in questo la luce positiva e le tonalità dei colori nascono dal mio interno. Generalmente tutte le miscele di colori che preparo riflettono lo stato d’animo di un momento e soprattutto passionalità.

Il mio occhio vede le differenze cromatiche e le unisce al sentimento che provo. I colori dei miei quadri vengono fatti con i tre colori primari, il giallo primario, il magenta e il ciano.

Non uso mai colori confezionati ed è qualcosa di cui sono molto fiero.

Grazie Gianfranco per la piacevole chiacchierata

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CECILIA CAPRIOTTI incanta Venezia indossando un abito di MARTA JANE ALESIANI.

cecilia caprotti

In occasione del Festival del Cinema di Venezia, la stilista Ascolana decide di collaborare con un volto noto della tv e dello spettacolo, Cecilia Capriotti.
Un abito a sirena raffinato con una spallina ricamata di swarovski neri e giochi di tulle sulla schiena, che hanno fatto brillare la showgirl , che è stata definita tra le più eleganti del festival.

Cecilia Capriotti, dopo essere stata attrice nel film di Woody Allen “ To Rome with love “ con Roberto Benigni e Penelope Cruz, si prepara a grandi progetti tv che la vedranno alla conduzione di programmi di attualità, gossip e molto altro…
Marta Jane Alesiani ha da poco presentato la preview della sua prossima collezione , che uscirà nei prossimi mesi, e che verrà accompagnata da altri nomi del panorama ascolano, un vero e proprio grazie alla sua terra che da sempre omaggia in tutte le sue collezioni.
Non si fermano per lei le collaborazioni con molti vip italiani ed esteri , che la vedranno impegnata anche per tutto il 2025.

L’Abito indossato da Cecilia si chiama “ ELETTRA” ed è un omaggio al significato etimologico di questo nome, che significa “ splendente”.
Sarebbe logico pensare a qualcosa che ricordi la luce, invece Marta Jane crea un abito total black , sinuoso ed estremamente elegante , giocando con un binomio di tessuti, il cadì e lo chiffon di seta .
Uno ricorda il vento e l’altro disegna la figura femminile come in un quadro.

La luce viene catturata da un preziosissimo ricamo di swarosvki neri , che disegnano un trittico floreale completamente realizzato a mano posto su di una spallina rinforzata .
Il risultato è magia e minimalismo.

Cecilia Capriotti :
Segni particolari? Bellissima
Cecilia Capriotti, personaggio televisivo, modella, showgirl, opinionista ed attrice, vanta nella sua carriera numerosi progetti, da “ la vita in diretta” a “ Ballando con le stelle “, dall’ ” Isola dei Famosi” “ Pomeriggio 5 “ al “ Grande Fratello VIP” ma soprattutto attrice nel film di Woody Allen “ To Rome with love “ con Roberto Benigni e Penelope Cruz

Per Cecilia Caprotti “ L’abito è molto importante , rappresenta la nostra essenza, è per questo che
si è trovata a suo agio con le creazioni di Marta .
E’ stato emozionante indossare un abito di una stilista nata ad Ascoli, proprio come lei.
Molti sono i progetti all’orizzonte per la showgirl, ma non nasconde che le piacerebbe tornare a recitare “

Abbiamo fatto qualche domanda alla stilista….

Marta hai vestito moltissime celebrità ma nonostante tutto resti umile, inoltre non sei schiava delle pubblicazioni social, come ci riesci ?
“ Se c’è una cosa che ho imparato è che senza l’autenticità non si cresce , ed è estremamente importante conoscersi nel proprio valore senza inutili corse immoderate di egocentrismo.
“ L’umiltà rende grandi” diceva mia Nonna, e questo insegnamento fa parte della mia vita.
I social li riconosco come un valido strumento di pubblicità , ma percepisco anche l’invidia delle persone per i successi altrui, così ho deciso di postare lo stretto indispensabile senza sbilanciarmi mai troppo.
Sono grata di porter vestire tanti personaggi ma non è un vanto, è una gioia vederli felici con le mie creazioni; ma sono una
piccola artigiana e porto avanti il mio brand da sola, quindi modero i post che porterebbero ad un incremento di ordini troppo grande da poter gestire, almeno per il momento.
Preferisco le limited edition che mi consentono la massima attenzione su ogni creazione… ma ripeto, domani chissà…”

Com’è stata questa nuova avventura la festival di Venezia ?
E’ stata incredibile per tanti motivi. In primis, Vestire Cecilia Capriotti, con la sua grazia e la sua energia, è davvero stato emozionante.
Ho avuto al mio fianco un fantastico team che ringrazio tantissimo, da Alessandro Donofrio, Daniela Sbardellati alla fantastica fotografa Barbara Tanucci.

Quando uscirà la collezione intera “ full sapiens”?
Per le cose belle ci vuole tempo, ma sto lavorando a pieno ritmo per poter confermare le date di uscita. Quello che posso anticipare sono alcuni dei tantissimi nomi che mi accompagneranno, dalla presentatrice Manuela Cermignani, al fotografo Gabriele Vinciguerra, alla musica del il Vinismo.

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Food & Beverage

Si fa presto a dire club sandwich: La Club Sandwich Mania – Fiore 1827 sulle ‘sabbie nobili’ di Forte dei Marmi con una serata dal gusto Versiliese che guarda ai sapori internazionali.

La Club Sandwich Mania

Qui dove il jet set è stato di casa innovazione e tradizione si sono date la mano anche nello stile e nella musica. Nei saloni dell’Augustus Hotel & Resort a Forte dei Marmi della famiglia Maschietto si è svolta la prima edizione estiva della sfida fra chef nella realizzazione del celeberrimo panino a più piani nato a New York a fine ‘800.

Quadrato, rettangolare o triangolare, farcito con maionesi fantasiose e carni inusuali, questo inno alla golosità ha riconquistato la sua ribalta con questa iniziativa promossa da Gianni Mercatali, dotto comunicatore,

Davide Paolini lo scopritore di numerosi giacimenti gastronomici italiani e dall’editore Matteo Parigi Bini del Gruppo Editoriale. I vincitori sono, rispettivamente, per il Club Sandwich “tradizionale” lo chef Andrea Papa del ristorante Filippo del Bagno Roma Fiumetto con il suo Club Sandwich Roma abbinato a champagne Perrier Jouet Blanc de Blancs e lo chef Alessio Bachini del Paradis Pietrasanta nella categoria “innovativo” con il suo Agri Sandwich abbinato ad un Blason Rosé sempre di Perrier Jouet.
L’Augustus è uno storico hotel diffuso composto da 12 ville di cui una fu della famiglia Agnelli “quando vestivamo alla marinara” e ci riporta ai sapori d’antan senza dimenticare quell’innovazione ‘americana’ che ormai è diventata un classico.

Due coppe appunto, quelle assegnate ai vincitori, rispettivamente per il club sandwich “tradizionale” e per quello innovativo, dal titolo però molto nostrano e cinematografico, “famolo strano”, ovverosia variando, secondo la fantasia del cuoco, gli ingredienti.

La sfida si è conclusa in riva al mare con uno speciale Dinner & Drinks Music Party al Bambaissa dell’Augustus Beach Club accompagnati dalla performance del DJ Enzo Sarcinelli, in consolle con i suoi vinili. Sotto la regia del ristorante Bambaissa in degustazione champagne Perrier Jouet, i vini di Antinori, il caviale N25 Caviar con gelato alla vodka e bergamotto, allo champagne, una vera delizia e al cioccolato per chi ama sperimentare di più e una degustazione di panettone gastronomico e panettone d’estate Fiore 1827 alla pesca e albicocca.

Una battaglia all’ultimo sandwich che ha visto alcuni chef hanno utilizzato prodotti inusuali quali carne e uova di struzzo, n’duja, bacon d’anatra, salmone, pane di segale alla birra, lavorazioni particolari del pollo e dell’uovo.
“Il livello qualitativo delle proposte – ha detto Davide Paolini presidente della Giuria – è stato molto alto; difficile decidere il vincitore per il migliore club sandwich “tradizionale” come altrettanto dibattuto è stato il premio per il club sandwich creativo”.
A cura di Giada Luni

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Arte

Alberto Tornago creatività e passione: la ceramica torna nell’arte.

Alberto Tornago

In un periodo in cui il termine artista è decisamente abusato, la manualità e la creatività spesso sono lasciati all’improvvisazione, la mancanza di studio e tecnica vengono sostituiti dalla tecnologia, trovare un giovane che ha scelto di creare le sue sculture utilizzando acqua, terra, aria e fuoco ci fa ben sperare.
Parliamo della ceramica, dove nulla può e deve essere lasciato al caso, forse il più antico metodo per creare arte, sta tornando.
Abbiamo fatto qualche domanda a Alberto Tornago, artista “unconventional” che con passione e talento si affaccia nell’universo Arte

Il tuo primo contatto con l’arte?
Il mio primo contatto con l’arte è stato tramite un amico di mio papá, che ha una piccola bottega di arte vicino a casa dove svolge dei corsi di pittura e scultura;

La tua prima opera?
La mia prima opera l’ho fatta nel 2018, in creta, rappresenta la testa di un cavallo di colore rame e ho usato come tecnica per colorare le bombolette spray.

La feci al liceo artistico seguito dal mio professore di scultura, Dario Ghibaudo;

Per fare arte , bisogna averla studiata?
Secondo me per fare arte non bisogna necessariamente aver studiato, ma bisogna soprattutto avere passione, conoscere le basi e i classici in modo da trarre ispirazione dai propri miti e maestri;

Come scegli cosa ritrarre ?
Io di solito per scegliere cosa ritrarre, cerco qualcosa che mi affascini , a volte cupe a volte serene, ognuno di noi ha un lato più melanconico e uno più goliardico, io voglio raccontare entrambi nelle mie sculture.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso ?
Come aneddoto divertente, ho pensato a una volta che mi sono distratto un attimo e la mia cagnolina è salita sul mio tavolo da lavoro ed è riuscita a mangiarsi un tubetto di colore ad olio; il giorno dopo ha fatto i suoi bisogni colorati e mi sono divertito pensando alla “merda d’autore” di Pietro Manzoni.

Se potessi incontrare un artista del passato , chi e cosa gli chiederesti?
Mi piacerebbe incontrare Salvador Dali e mi piacerebbe conversare con lui per riuscire a lasciarmi trasportare nei suoi dipinti straordinari e onirici sempre ricchi di elementi bizzarri e fantastici che sfidano la realtà e l’immaginazione.

Quanto conta la comunicazione ?
La comunicazione avviene con un linguaggio chiaro e identico a quello della persona con cui ci interfacciamo, penso che conti più il linguaggio para verbale che quello verbale;

Cos’è per te l’arte?
L’arte per me è un’ altro tipo di espressione che va capita singolarmente, io di sicuro inserisco il mio pensiero ma alla fine ognuno arriva individualmente arriva alla propria interpretazione.

Cosa ti aspetti da un curatore e un gallerista?
Da un curatore mi aspetterei che si occupasse della cura dei miei allestimenti temporanei per le mostre; mentre a un gallerista chiederei di esporre le mie opere in modo che risalti subito la mia idea di arte per il pubblico;

Quanto contano per te la luce e il colore?
Secondo me le luci e il colore contano molto sia se sono cupe che accese, mi piace usare entrambe le tonalità.
Grazie Alberto per la tua disponibilità e la piacevole chiacchierata.

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Food & Beverage

In viaggio con la Guida Locali Storici d’Italia, Duecento luoghi di bellezza e di gusto.

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La Guida Locali Storici d’Italia, edizione 2024-2025, stampata a marzo scorso con il Patrocinio del Ministero della Cultura, a cura di Stampa Arti Grafiche Possenti di Milano, direttore Responsabile Enrico Magenes, è un viaggio in 191 tappe dalla Val d’Aosta alla Calabria, isole comprese tra caffè, ristoranti e hotel che appartengano al patrimonio storico. In doppia lingua, italiano e inglese, giunta alla 46° edizione è certamente uno strumento pratico per lo straniero che arriva nel Belpaese ma rappresenta oltre che una guida per orientarsi e scegliere dove fermarsi per un caffè, una pasta, un aperitivo, un pasto o almeno una notte, una lettura piacevole che racconta in modo diverso una storia italiana; è però anche una lettura piacevole per viaggiare con la mente e conoscere luoghi insoliti.

Tra l’altro il formato e la foggia eleganti, stretto e lungo, seppiato, con le illustrazioni disegnate, offrono un corredo prezioso e dal sapore antico. L’Edizione 2024/2025 è infatti focalizzata sulle famiglie che hanno fondato e gestito i locali storici e ne hanno tramandato eredità e memoria storica per molte generazioni e fino ad oggi, preservando l’autenticità, la qualità e il più vivo valore dell’ospitalità italiana.

Nel libro sono raccolte storie di famiglie, di aziende, di luoghi ed edifici talora molto importanti dal punto di vista artistico o altre volte realtà artigianali memoria della cultura del gusto e del servizio tutto italiano.

È la memoria, per dirla con Gustav Mahler, non come culto delle ceneri ma custodia del fuoco, ad essere protagonista. Non è un caso infatti che i Locali Storici d’Italia siano sempre più amati e frequentati anche dai giovani, che scoprono attraverso questi luoghi il gusto, le tradizioni, la bellezza, l’arte e la storia del nostro Paese.

Il viaggio passa attraverso luoghi come il caffè Pedrocchi di Padova, o il celeberrimo Florian di Venezia, inserito tra i più copiati insieme al Caffè Greco di Roma e al Cova di Milano; si va dal Camparino in Galleria a Milano, che è anche uno dei più vandalizzati ma ci sono anche i grandi alberghi come l’Hotel Majestic, già hotel Baglioni di Bologna dal 1884, lussuoso edificio nel Palazzo che fu sede del Seminario Arcivescovile tra marmi e stucchi con gli imperdibili affreschi cinquecenteschi dei Carracci; o il Grand Hotel Bernini di Firenze, erede dell’antico Albergo dello Scudo di Francia, in un palazzo nobile del XV secolo, quando Firenze divenne Capitale del Regno fu trasformato in Hotel Parlamento, dimora dei parlamentari, epoca della quale conserva gli affreschi.

Tra le pasticcerie merita Balzola, dal 1902, giunta alla quarta generazione ad Alassio in provincia di Savona in Liguria dove è nato il ‘caffè concerto’ dove si sono esibiti artisti del calibro di Tito Schipa e Beniamino Gigli.

Qui si riuniva nella sala Settecento veneziano l’intellighenzia della colonia inglese di Alassio che incontrava Maksim Gor’kij; non hanno resistito al suo fascino neppure Gabriele D’Annunzio e la Duse e addirittura Motta ed Alemagna, famosi industriali dolciari che apprezzavano l’arte di Rinaldo Balzola divenuto nel 1929 capo-pasticcere della Real Casa Savoia.

È qui che sono stati brevettati i “Baci di Alassio”. Ad Ascoli Piceno nelle Marche, dal 1907 il Caffè Meletti, istituzione della città e salotto delle idee celebre per la sua Anisetta di cui era goloso Trilussa che le dedicò anche dei versi, dal 2013 diventato anche ristorante.

In Puglia ad Andria, nella provincia di recente istituzione Barletta Trani, Mucci Giovanni, confetteria e pasticceria dal 1894 con annesso il Museo del Confetto, in una palazzina liberty dove il nonno Nicola perfezionò l’arte dolciaria del mitico Caflisch di Napoli e fornì i confetti per le nozze di Umberto di Savoia con Maria Josè.

Qui tra l’altro sono stati creati i Tenerelli Mucci confetti dal cuore tenero con mandorle di Puglia e nocciole piemontesi ricoperti da un doppio strato di cioccolato, una vera sintesi del gusto italiano tra nord e sud.

Si trova a Ferrara la più antica osteria del mondo certificata dal Guinness, aperta già sicuramente nel 1100 per gli operai che costruirono la cattedrale. Parliamo di Brindisi in Emilia-Romagna, dal 1435 con un nuovo assetto, oggi alla seconda generazione, nota come Hostaria Chiuchiolino, da “chiù”, ubriaco, frequentata all’epoca da Cellini, Tiziano Vecellio e Tasso. Lo stesso Ariosto la ricorda nella commedia La Lena. Ma le storie che custodisce sono tantissime.

Come non ricordare il Caffè Gambrinus a Napoli in Campania, dal 1860, aperto come “Gran Caffè” che nel 1890 venne ristrutturato in stile liberty dall’architetto Curri con splendidi affreschi e dipinti dai massimi pittori dell’Ottocento napoletano. Fu un centro di vita politica e culturale nella città dove il passaggio non occasionale di D’Annunzio, Scarfoglio e Matilde Serao che vi fondarono il quotidiano Il Mattino, non fu occasionale e poi vi sedevano tra gli altri Croce, Wilde, Marinetti ed Hemingway.

La sua lunga vita racconta la società che cambia dal Caffè Chantant della Belle Époque quando nacque l’uso del ‘caffè sospeso’ alla sua trasformazione in banca dal Prefetto fascista nel 1938 al ritorno a caffè con la famiglia Sergio che lo gestisce da cinquant’anni.

Data 1700 la Taverna Rovita a Maratea in provincia di Potenza in Basilicata dove il tempo scorre più lentamente.

Siamo nella ‘Città delle 44 chiese’, dove quella che fu un tempo Frateria, poi Taverna, è diventata un luogo di eccellenze della cucina locale in un ambiente pieno di dettagli quali le ceramiche artigianali, che respira anche dei passaggi che vi sono stati tra i quali quello di Renato Guttuso.

Cifra caratteristica l’architettura e gli arredi, rimasti obbligatoriamente originali, che raccontano secoli di storia, con particolare concentrazione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento con ambienti dove spesso l’arte è protagonista come nell’Antico Caffè Greco di Roma, con oltre 300 opere esposte nelle sale, la più grande galleria d’arte privata aperta al pubblico esistente al mondo.

A cura di Giada Luni

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EventiFood & BeverageLibri

Letture, musiche, degustazioni GIACOMO PUCCINI INNAMORATO DI TUTTO Scritto da Niclo Vitelli e illustrato da Emma Dal Falco. Contributi di Leonardo Castellucci e Daniela Mugnai. Cinque sensi editore. Venerdì 2 agosto dalle ore 18.30 a Focette – Marina di Pietrasanta, Hotel Villa Tiziana

GIACOMO PUCCINI INNAMORATO DI TUTTO

Un libro che racconta l’uomo, quello delle passioni private e i suoi molteplici interessi e amori. Tra questi spicca quello per il cibo che nel Maestro rivela un significato più profondo aldilà del semplice piacere. “La buona tavola – scrive Daniela Mugnai – rappresenta per Giacomo Puccini il legame con le radici, la terra e gli affetti, più che l’oggetto del desiderio di un raffinato gourmet. Per il Maestro la cucina è convivialità e condivisione, è tenere viva, attraverso piatti e prodotti, la profonda connessione con il territorio d’origine”.

Il libro, pensato nell’anno in cui si celebra il centenario della morte del grande compositore toscano, racconta l’uomo Puccini, quello delle passioni private e dell’amore per la vita e per la natura della sua terra natale, assolutamente fedele e generoso con i pochi, preziosi amici, sensibile al fascino muliebre, curioso del mondo e delle innovazioni.

Il racconto di Vitelli svela la personalità tormentata ed esigente, non solo con se stesso, di un musicista che cerca nella propria arte la soluzione alla propria irrequietezza e al contempo ci riferisce del suo rapporto specialissimo con alcune cantanti e della cura quasi maniacale nel valorizzare il loro talento.

E ancora ci ragguaglia sulla famiglia d’origine, con cui si mostra legato da un vincolo indissolubile e del suo legame d’intimità con Lucca, la sua città natale e con Torre del Lago e la Versilia.


Un ritratto umano ricco di aneddoti e spesso di curiosi e sconosciuti episodi della sua vita scritto da un autore di solida e conclamata fede pucciniana. L’opera è arricchita da alcuni contributi di specialisti che mettono in rilievo quanto ancora l’effetto del mito pucciniano sopravviva in piena salute, anche oltre la sua immortale eredità di musicista.

Le illustrazioni – vivaci collage che restituiscono il lato giocoso del temperamento di Puccini – accompagnano il racconto contribuendo ad avvicinare la figura del compositore toscano al grande pubblico.

Programma

18.30 Appuntamento nel Giardino di Villa Tiziana

18.45 Giacomo Puccini Innamorato di tutto – Cinquesensi Editore

Un incontro a due voci, l’autore Niclo Vitelli e la giornalista Ilaria Guidantoni

19.00 Ilaria Guidantoni presenta la serata

Stuzzichini accompagnano il cocktail “Turandot Villa Tiziana”

Saluto dello Chef resident Fabio D’Alessandro

19.15-19.45 Tra musica e parole

Intermezzo pucciniano a cura dell’Associazione “L’Angelo Artisti Associati”

Patrizia Lazzarini, attrice; Giampiero Pierini al flauto; Roberto Baccelli alla pianola

19.45 Show cooking con “Le amate uova di Puccini”

Il risotto con i volatili di lago, passione del Maestro accompagnato da un bicchiere di vino bianco

La serata ha un costo di 25 euro: cocktail, spettacolo e libro

Per le coppie 20 euro a testa

INDICE

C’era una volta Giacomo Puccini

L’inarrestabile ascesa di un ragazzo irrequieto

Amori e diletti

Le solide amicizie, l’impulso al viaggio, la tentazione di Venere, la caccia, le auto…
Abitare
I luoghi della memoria e il buen retiro: Lucca, Celle, Torre del Lago, Viareggio
Le grandi interpreti

Le prime protagoniste delle sue opere che ne alimenteranno il mito

Giacomo Puccini il Toscano

L’eredità nel mondo

Le opere liriche di Giacomo Puccini

CONTRIBUTI
Cinefilia pucciniana di Niclo Vitelli
Una breve esperienza attoriale, i film sulla sua vita,

le fortunate serie televisive, un secolo di pellicole

Come due volti di una stessa anima di Leonardo Castellucci

I bronzi-ritratti di Lucca e Torre del Lago

Note di degustazione di Daniela Mugnai

Il Sor Giacomo e la cucina della memoria

NICLO VITELLI

Nato a Viareggio il 29 luglio 1954, vive a Massarosa.

È stato Segretario della Federazione del PCI della Versilia, Consigliere comunale e Assessore a Viareggio, Presidente del Festival Pucciniano negli anni Ottanta e successivamente del Consiglio di indirizzo della Fondazione Festival Puccini di Torre del Lago. Dirigente al Cantiere navale Sec di Viareggio, responsabile regionale di Lega Pesca e delle politiche concertative di Legacoop Toscana. Ha pubblicato i libri: “C’eravamo tanto amati”, una ricostruzione della propria esperienza politica; “Un bel dì vedremo” sull’attualità e modernità di Giacomo Puccini e al Festival a lui dedicato; per l’editore Cinquesensi “Hop Frog” sul locale mito della Versilia.

EMMA DAL FALCO

Nata il 12 maggio 2001 sul Lago di Como, è cresciuta a Lucca e vive a Bologna. Suona e studia musica dall’età di 5 anni. Dopo il diploma al liceo musicale, si è iscritta al DAMS. Accanto alla musica, utilizza il linguaggio della fotografia e del disegno per raccontare quello che la colpisce.

LEONARDO CASTELLUCCI

Scrittore, giornalista, direttore editoriale di Cinquesensi editore. Dall’85 all’88 è il secondo responsabile delle pagine della cultura di Paese Sera, redazione Toscana. Dal ’90 al ’94 a Milano dove lavora per il gruppo Il Corriere della Sera, Einaudi, Electa, RCS Rizzoli, Mondadori, Alinari e Rusconi Idea Libri. Nel ’95, rientrato a Firenze, continua la sua attività di autore e consulente. Dal 2010 è direttore editoriale della casa editrice Cinquesensi.

DANIELA MUGNAI

Fiorentina, laurea in filosofia con borsa di studio all’università di Cambridge, prima responsabile ufficio stampa nel settore informatico, poi passa ai beni culturali nell’ufficio relazioni esterne della Firenze Musei, poi responsabile comunicazione e relazione esterne di Principe Corsini. Nel 2008 fonda la COFFEE e segue, tra gli altri, la comunicazione enogastronomica della Regione Toscana con il progetto Vetrina Toscana. Esperta di comunicazione Food & Wine, autrice televisiva per Toscana Tv, attualmente collabora con InToscana e Quality Travel.

GIACOMO PUCCINI INNAMORATO DI TUTTO
di Niclo Vitelli

Contributi di Leonardo Castellucci Daniela Mugnai
Illustrazioni di Emma Dal Falco

editore: Cinquesensi
collana: omnes viae
formato: 16,5×24 cm
pagine: 192
prezzo: 24,00 €
ISBN 978-88-99876-92-0

Via Cavour 67

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Food & Beverage

Cordusio, il primo aperitivo 100% naturale a base di frutti a bacca rossa: un simbolo del gusto italiano del bere.

Cordusio

Cordusio, un nome evocativo che richiama subito Milano, la zona degli affari, lo spirito glamour e insieme qualcosa che ricorda il bello stile spesso abbinato al passato.

Confezionato infatti in un’elegante bottiglia, di colore scarlatto, ideata in Italia e ispirata alle linee verticali geometriche della tradizione dell’art nouveau, caratterizzante Piazza Cordusio a Milano da cui il nome prende spunto e in qualche modo anche il gusto.

Recentemente è stato insignito della prestigiosa certificazione B Corp per la sostenibilità, un primato in Italia per il settore degli spirits. È il primo liquore italiano a ottenere la certificazione B Corp, aprendo la strada al settore degli alcolici italiani verso la sostenibilità. Si tratta di un traguardo significativo e complesso per un’azienda che mira a essere veramente sostenibile sotto ogni aspetto. Solo il 3% delle aziende candidate supera il rigido questionario sulle performance ambientali e sociali, e integra il proprio impegno verso gli stakeholder nei documenti statutari. Questo riconoscimento conferma che Cordusio non solo è ammirato dai migliori cocktail bar d’Italia e del mondo, ma rispetta anche i più elevati standard di responsabilità, trasparenza e performance sociali e ambientali.

Presentato a Milano nel 2023, Cordusio è il primo aperitivo al mondo a base di frutti a bacca rossa 100% naturale che offre un’armonia tra il dolce e l’amaro.

Il gusto, realizzato esclusivamente con estratti vegetali di frutti a bacca rossa di provenienza locale, questo liquore ha una gradazione alcolica del 19,5% vol, che dona naturalmente un intenso colore scarlatto al liquido è vivace e aromatico. Intenso e fresco al palato, Cordusio è estremamente versatile e si adatta con naturalezza alle creazioni dei bartender più creativi, senza perdere la semplicità delle buone cose di un tempo.

È questa la prima sensazione che si riceve, fin dal profumo. Colpisce in questo tipo l’intensità della parte olfattiva, non stucchevole né invasiva, che suggerisce un gioco di riconoscimenti. In bocca è caldo e avvolgente con buona persistenza che lascia la bocca pulita con un gusto amaricante.

Ci sono note fruttate di agrume che fondono dolcezza, freschezza e una piacevole nota amarognola nel finale; si avvertono tonalità che ricordano anche il rabarbaro e delle piante mediterranee senza nessuna prevalenza. La suggestione ci porta a un matrimonio tra l’idea dell’Amaro e del Liquore.

Si può suggerire di berlo freddo in bicchierini con un’aggiunta di selz come i liquori e i cocktail di un tempo quando il ghiaccio era un lusso; naturalmente con ghiaccio e stemperato in vario modo per diluirne gusto e alcolicità; quanto ovviamente come ingrediente del bere miscelato, già apprezzato in questo primo anno di vita in varie preparazioni.

“Si parla tanto di ‘sostenibilità’ al giorno d’oggi”, spiega Chris Tanca, fondatore di Cordusio. Il Team Cordusio si è dunque posto una domanda fondamentale: ‘Che cos’è davvero sostenibile?’ L’autenticità e la trasparenza sono state le chiavi per trovare la risposta. L’aver soddisfatto i rigorosi principi su cui si fonda la certificazione B Corp, che valuta in modo approfondito il nostro impatto ambientale e sociale, ci riempie di orgoglio.

Questa prestigiosa certificazione, riconosciuta a livello internazionale, attesta il nostro impegno verso la sostenibilità e la responsabilità aziendale, consolidando la nostra posizione come leader nell’innovazione etica nel settore degli spiriti. Siamo felici di entrare a far parte di una comunità così lungimirante e in continua crescita”.

Un fatto cruciale secondo Daniela Garcea, Cordusio Global Brand Activator, che sottolinea come il gusto incontri la salute.

Cordusio è una realtà che si fonda sul concetto di squadra unita, lavorando insieme per promuovere i valori etici della recente certificazione ottenuta. Il team include distillatori, master blender e partner di distribuzione che collaborano in sintonia, raggiungendo i locali più prestigiosi dove Cordusio è disponibile.

Oltre a essere un prodotto italiano, è creato da artigiani e imbottigliato fresco con ingredienti provenienti dal territorio locale e la riconoscibilità territoriale è sempre più un valore. Se la globalizzazione ha prodotto nel gusto a tutti livelli un’omologazione, il territorio Italia in particolare diventa di per sé un valore e un richiamo.

La B Corporation (o B Corp) è una certificazione, diffusa in 78 paesi e 155 settori diversi, rilasciata dall’organizzazione no profit statunitense B Lab. Per ottenere e mantenere la certificazione, le aziende devono raggiungere un punteggio minimo su un questionario di analisi delle prestazioni ambientali e sociali e integrare nei documenti statutari il proprio impegno verso gli stakeholder.

A cura di Giada Luni

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