close

Arte

Arte

“Battaglia di Montecassino” opera di Halina Skroban (2021), Testo di Enzo D’Elea.

Halina Skroban

1. Il 18 maggio del corrente anno, 2023, ricorrerà il 79° anniversario della vittoria alleata nella battaglia di Montecassino (gennaio-maggio 1944), miliare episodio nella marcia di liberazione della Penisola tuttavia non esente da varie critiche e contestazioni di natura strategico-militare e storica, riguardanti errori di valutazione da parte del Comando supremo alleato (si sarebbe potuto facilmente aggirare quel caposaldo della linea Gustav ; sottovalutazione da parte degli anglo-americani, e in particolare da parte di questi ultimi, in termini di uomini, mezzi e risorse da impegnare sul campo ;  errori di intelligence nel ritenere che i tedeschi fossero attestati all’interno dell’Abbazia con la conseguente decisione di bombardarla con più di mille tonnellate di bombe che hanno ridotto ad un cumulo di macerie un sì insigne monumento storico ; ecc.…). Tuttavia, sul piano storico-militare si va affermando oggi la tesi che invero la battaglia ebbe un grande impatto sulla sorte della guerra in quanto trattenne e impegnò considerevoli truppe tedesche d’élite da altri teatri di guerra, segnatamente quello nord-occidentale, favorendo il successo dello sbarco in Normandia e facendo pesare sullo Stato Maggiore nemico, anche in termini psicologici, la pressione di una morsa a tenaglia da nord e da sud.

A parte tutte le considerazioni del caso che si potrebbero sviluppare se fosse qui il caso, e indubbiamente non lo è, resta pur sempre il fatto che quella fu una grande, epica battaglia che impegnò allo stremo le forze, il coraggio, l’abnegazione e l’eroismo di decine e decine di migliaia di uomini che, da una parte e dall’altra, compirono il loro dovere fino a immolarsi con un immane tributo di sangue di cui restano a testimonianza i cinque cimiteri militari (uno per ogni nazione che prese parte a quello scontro durissimo e nel solo cimitero tedesco si contano oltre ventimila croci), i quali, di per sé, dovrebbero rappresentare un monito perché la guerra possa divenire per gli uomini solo un lontano e sbiadito di ricordo.

Sotto la sovrintendenza del generale britannico Harold Alexander (1891-1969) combatté anche un contingente polacco del 2° Corpo d’armata, agli ordini del generale polacco WLADISLAW ANDERS (1892-1970), che ebbe un ruolo decisivo nella conquista del monastero in rovina che, dopo il bombardamento alleato, i tedeschi avevano trasformato in un agguerritissimo fortilizio. Il 18 maggio 1944 furono proprio i soldati polacchi a entrare per primi tra quelle rovine, piegando l’ultima, strenua resistenza nemica e a issare la bandiera bianca e vermiglia tra quelle rovine fumanti, scrivendo con ciò una pagina immortale di eroismo e di gloria.

Alla fine della grande battaglia tra gli Alleati si contarono ben 55.000 caduti. Forse ciò che più commuove oggi il visitatore di quei luoghi è l’iscrizione quadrilingue sull’obelisco eretto su un fianco della collina, a quota 593, che recita: “Per la vostra e la nostra libertà noi soldati polacchi demmo l’anima a Dio, i corpi alla terra d’Italia, alla Polonia i nostri cuori”. All’entrata del cimitero militare polacco si legge un’altra scritta, in lingua polacca, anch’essa molto toccante nella sua scarna semplicità: “O passante, annuncia alla Polonia che siamo caduti obbediente al suo servizio”. Il cimitero custodisce le tombe di 1051 soldati polacchi.

             2.  L’opera di HALINA SKROBAN, artista di orini polacche trasferitasi in Italia all’inizio degli anni Novanta, costituisce un degno, elevato omaggio in termini pittorici a un sì grande épos di eroismo e umanità. Il quadro (La battaglia di Montecassino, realizzato nel 2021) didimensioni e valore museale (120×100, olio su tela), riesce a fondere in una felice visione sincronica natura, cultura e storia : tutto si accentra attorno alla fatale collina che fu scenario della battaglia fino al momento finale rappresentato dalla bandiera bianca e rossa nastriforme piantata sulle macerie fumanti della Sacra Abbazia benedettina, bandiera che si srotola sino all’estremo margine sinistro della tela (rispetto al rimirante) con un movimento sinuoso impresso da quello che, con vaga reminiscenza benjaminiana, potremmo intendere come “il vento della Storia”.  

Piantata sulle macerie abbaziali, con un preciso punto di origine dunque, l’onda di essa sembra come propagarsi ad infinitum, dispiegandosi oltre il luogo e il tempo, verso una virtuale Eternità inattingibile per i sensi naturali e per la comprensione umana comune, come se l’arte, l’autentica Arte, potesse riguardare e contemplare le cose e gli eventi sub specie aeternitatis. Superando la linea d’orizzonte degli eventi, quell’onda sembra giungere fino a noi e ai nostri giorni e oltrepassarli, verso, l’eterno.

A destra in alto si staglia monumentale il ritratto del generale comandante, con le sue medaglie, i nastrini e le decorazioni. Il volto, intelligente e fiero, esprime con il suo sguardo fermezza, determinazione e coraggio uniti ad un’affabile umanità ed esso sembra volgersi in direzione della sua giovane e bionda compagna di vita, la moglie Irena, il cui bellissimo ritratto è realizzato sul lato opposto. I due sembrano essere insieme separati e collegati dalla stessa altura dell’Abbazia, come essa rappresentasse un passaggio obbligato del destino.

Per inciso va pur sottolineato che nonostante HALINA prediliga ed elegga una trasfigurazione fantastica e poetica, talora persino onirizzante, delle vicende storiche e reali cui si accosta, si può rilevare altresì, come in questo caso esemplare, il lavoro di consultazione, effettuata a monte, di materiali, documenti e fonti iconografiche di archivio (foto, filmati, ritratti…). 

Tornando all’opera, e in particolare al paesaggio, il cielo alle spalle del Generale, appare incendiato e fiammeggiante mentre sull’altro lato, quello opposto, si riconoscono le sagome delle fortezze volanti, i bombardieri pesanti alleati in formazione d’attacco sulla Sacra Abbazia. La costruzione dell’opera si sviluppa, da un punto di vista compositivo, in senso conico-piramidale, quasi a voler alludere ad un simulacro vulcanico: un’eruzione distruttiva che accomuna e quasi assimila la tragedia umana, fin troppo umana, della guerra alle forze telluriche, incontrollabili e sovrumane della natura. Stridente è il contrasto tra questa dimensione tragica e devastante e il preponderante predominio del verde collinare che rimanda a una dimensione pacificata e quasi idilliaca che sembra alludere a una palingenesi escatologica dopo la conflagratio-ekpyrosis, l’apocalisse prodotta dall’insania e della follia indotta dalle forze demòniche (se non persino demoniache) della guerra.

3. Come già si è detto dianzi, sul lato opposto rispetto al ritratto a mezzo busto del Generale, che torreggia sulla destra della tela rispetto al riguardante, HALINA ha realizzato uno splendido ritratto in tre quarti della moglie di Wladyslaw, IRENA ANDERS (1920-2010). Ella stringe un mazzo di papaveri rossi, rappresentazione che ha al tempo stesso una dimensione che si dispiega sul piano storico ed un’altra che travalica verso un piano profondamente simbolico. Va ricordato che il colle dell’Abbazia con la primavera si ricoprì di un rosso manto di papaveri, e quel rosso divenne il simbolo del sangue versato dai soldati polacchi in nome di quell’ardua impresa. IRENA recitava e cantava nel Teatro militare al séguito delle truppe e divenne famosa, e a tutt’oggi lo è, la canzone che fu composta ad hoc e che ella cantò in quell’occasione: Czerwone maki na Monte Cassino (“Papaveri rossi su Montecassino”). Il bouquet di Irena rimanda ai papaveri rappresentati in basso a sinistra e contribuendo, ancora una volta, a determinare un’immagine ambivalente di idilliaca e quasi paradisiaca ambientazione ma che, al tempo stesso rimanda all’inferno della durissima battaglia svoltasi.  In basso si affaccendano soldati polacchi, anch’essi in divisa verde tattico, impegnati in attività varie, fra cui si distinguono, in basso a sinistra, gli addetti al soccorso medico-sanitario (oltre ai caduti si contarono ben 2931 feriti) e, sulla destra, in primo piano remoto, un trombettiere. Ma ciò che più attirerà l’attenzione del riguardante sarà molto probabilmente il plantigrado che si osserva su una rupe a mezza altezza nella zona sinistra della rappresentazione.  

A prima vista potrebbe essere interpretato come uno di quegli elementi di natura onirico-fantastica che si riscontrano, quasi sempre, nelle opere di HALINA, e che testimoniano della formazione “chagalliana” dell’Artista. In realtà, anche se ella riesce comunque a imprimere nella rappresentazione un che di favoloso e fiabesco, si tratta di un riferimento storico a un orso in carne e ossa, divenuto tuttavia in qualche modo leggendario: l’orso bruno-soldato Wojtek (“il guerriero sorridente”; 1942-1963), arruolato nella 22ma Compagnia addetta al munizionamento e alla logistica per l’artiglieria.

Ricordiamo, infine, che il Monte della Sacra Abbazia, per loro esplicita volontà, è divenuta l’ultima dimora terrena dei due coniugi Anders.

4.   Piace menzionare il fatto che HALINA ha avuto l’occasione e il grande onore di presentare quest’opera in esposizione al Santuario della Madonna del Divino Amore per la festa della Polonia Romana (6 maggio del corrente anno). In tale circostanza La battaglia di Montecassino è stata presentata all’Ambasciatrice della Polonia in Italia, Anna Maria Anders, figlia del Generale Wladyslaw e dell’amata Irena.

Roma, maggio 2023                                                      Enzo D’Elea

Leggi Ancora
ArteModa

Vincent Van Gogh: LA STORIA DELL’ARTE LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

Cari lettori, ci immergeremo nuovamente nell’affascinante Mondo dell’Arte con il gioco dei colori dell’Armocromia e, quando si parla di colori e di Arte, l’associazione è immediata: “Vincent Van Gogh”.
Questo artista (1853-1890) è considerato oggi uno dei più grandi pittori di sempre, ma nel corso della sia vita, le sue opere, ben 1900 tra dipinti e disegni, sono state poco conosciute e poco apprezzate.
Pare infatti che l’artista, sia riuscito a vendere, soltanto un dipinto.
Figlio di un religioso e nipote di commercianti di oggetti artistici, Vincent Van Gogh, si appassiona al disegno fin da bambino, ma comincia a dipingere verso i 30 anni.
Le sue opere più conosciute sono quelle create tra il 1888 ed il 1890, pochi anni prima di morire.
Svolge diversi lavori fino a quando decide di studiare teologia e diventare predicatore, vivendo in un villaggio di minatori. Prende a cuore le sorti di questi lavoratori e, partecipando a scioperi e proteste, viene considerato dalle gerarchie ecclesiastiche socialmente pericoloso, quindi è licenziato e da qui ricomincia a dipingere.
Si trasferisce con il fratello Theo a Parigi dove conosce la pittura degli impressionisti, ricavando notevoli stimoli.
Vi rimane due anni per poi trasferirsi ad Arles, nel sud della Francia, e insieme a Paul Gauguin inizia un sodalizio artistico. Ma quando la collaborazione si interrompe, per l’artista inizia un periodo di nuova crisi, sottolineato dal taglio del lobo dell’orecchio.
Intervalla crisi intense a momenti di euforia aiutato dall’uso dell’assenzio, un distillato ad alta gradazione alcolica, diffuso in Francia tanto da diventare moda e leggenda. Verde, amaro, dal vago sapore di anice, si pensava contenesse erbe che creavano allucinazioni, assuefazione e pazzia.
Vincent si ricovera in ospedale per crisi depressive, con alti e bassi , fino ad interrompere la propria vita sparandosi al cuore a 37 anni. La malattia, l’affetto di suo fratello Theo, l’amicizia burrascosa con Gauguin, la vocazione religiosa, i viaggi in solitaria nel cuore dell’Europa, l’autolesionismo, l’abuso di assenzio, tutto questo irrompe nelle opere che colpiscono gli occhi ed il cuore di noi spettatori.
In questo caso, vi invito ad osservare due dei suoi autoritratti del 1887, che ho scelto tra oltre 35.


A sinistra (dipinto esposto al Van Gogh Museum Amsterdam), Vincent si rappresenta come Uomo “Estate”, valorizzandosi con colori tenui e freddi per far sì che il suo incarnato risulti più roseo, levigato e con meno discromie; i suoi occhi malinconici verde smeraldo, più vibranti; il suo colore di barba e capelli smorzato ma luminoso.


Nel ritratto a destra (dipinto esposto al The Art Institute of Chicago) l’artista sembra che abbia le orecchie più arrossate, il colore della barba prende il primo piano distogliendo l’attenzione, disturbando l’armonia delle sue cromie; le palpebre, il naso e le guance sono violacee; il suo occhio più scuro e meno luminoso; il suo viso appare più scarno e stanco; le pennellate brevi con colori scuri, caldi, accostati non mischiati, lo fanno risultare più rozzo.


Ho analizzato alcune opere che ritraggono fedelmente vari paesaggi in forme, proporzioni, colori e, di conseguenza, immagino la sua attenzione altrettanto maniacale nell’autoritrattarsi guardandosi allo specchio, carpendo ogni dettaglio del suo profilo fisico e psicologico.
Inevitabilmente l’accostamento e l’armonia dei colori fa la differenza rappresentandosi in modi diversi in base a ciò che lo circonda.
Incredibile come la vena artistica si sposi bene con la scienza dell’Armocromia, all’epoca ancora sconosciuta.

RAFFAELA GALLINA
Leggi Ancora
ArteculturaMusica

“IL TANGO È ARTE” RUBRICA A CURA DI MARINELLA PUCCI (MA.PU.) “OPINIONI”.

MA.PU.

Una rubrica che racconterà i pensieri di chi da sempre ama la danza e si è innamorata del Tango… tutto partirà da un disegno, da segni grafici venuti dal cuore, niente di preparato, puro istinto..movenze catturate su un semplice foglio ascoltando parole, musica e respirando l’universo di emozioni che vive nella parola “Tango”..

Sara’ una rubrica scritta a 4 mani istinto e ragione, Marinella Pucci e Alessio Musella, curatore d’arte che ama scoprire da dove nascono le passioni…..

Un nuovo giorno pieno di emozioni, nella vivace Buenos Aires giunge al temine.

E’ l’ora di mettersi a dormire ed entrare nel mondo dei Dreamings.

Due figure avanzano e si dirigono verso un tavolo di un bar. Discutono animatamente e sembrano non accorgersi di me.

Sembrano essere in disaccordo e non c’è serenità nei loro occhi.

Mi avvicino per ascoltare e solo in quel momento ottengo il loro

sguardo, poi uno dei due mi rivolge la parola e dice:

“Sai che molti fans del tango in tutto il mondo sono stati piuttosto confusi con il concetto e si parla oggi di Tango Nuevo.

Ma ti do una notizia: Tango Nuevo non è uno stile diverso di Tango.

Il concetto di Tango Nuevo nasce fuori dall’Argentina dalla necessità di alcune persone di etichettare ciò che per loro era in qualche modo diverso. La realtà è che la sua essenza rimane la stessa. La novità (nuevo) è la maggiore quantità di informazioni che ora abbiamo su questo ballo. Queste informazioni ci aiutano ad avere una tecnica molto più ricca ma ancora basata sugli stessi concetti tradizionali del Tango. Quindi, Tango Nuevo, non è uno stile diverso, ma è semplicemente un Tango migliore.”

L’altra figura non lo lascia finire di parlare e dice:

“Non ascoltare quello che dice, non esiste un tango diverso che possa chiamarsi tango, il tango è uno solo ed è quello della tradizione.”

Ma l’interruzione è breve perché il primo personaggio aggiunge:

“Dal punto di vista del modo di ballare, c’è una grande confusione. Uno stile di danza si chiama Tango Nuevo, o è considerato tale, il che è un errore.

Tango nuevo è in realtà tutto ciò che è accaduto con il tango degli anni Ottanta. Non si tratta di stile.

Capita in molte occasioni che alcuni ballerini mediocri aggrappati irrimediabilmente a un tango semplice e triste, data l’impossibilità logica di distinguersi, si definiscano “tango tradizionale”, per darsi una sorta di categoria.

Allo stesso tempo, quando si trovano di fronte a bravi ballerini, dediti allo sviluppo del ballo e che mostrano abilità, cercano di incasellarli dando loro qualche nome sciocco come “nuovo tango”, per darsi un paragonabile status, confrontandosi con il tradizionale e il nuovo. Creando con questo una confusione infinita.

Il nuovo tango non è solo un altro stile, ma succede semplicemente che il tango ballato sta crescendo, migliorando, sviluppandosi, arricchendosi, e quindi stiamo andando verso una “nuova” dimensione del tango ballato.”

“Ma lo senti?

Cosa devono udire le mie orecchie!

Non posso lasciarti parlare oltre di un tango che ha radici lontane, il tango quello vero, quello degli anni Quaranta. quel tango era ed è quello “giusto”. si balla musica antica, quella del tango “originale”. Con cui il campo del tango di allora viene rimesso in funzione, la milonga è la stessa, la musica è la stessa, il salotto è lo stesso, i tavoli sono gli stessi… si balla allo stesso modo di sempre . Quindi non ascoltare lui perché io so e posso raccontarti il vero”.

Io che non mi aspettavo di essere al centro di una discussione non oso dare ragione o torto ma invito i due a guardare alla cosa da una nuova angolazione:

-Se c’è gioia e felicità nell’esprimere emozioni, che sia tango, Tango Nuevo, o altra danza, lo scopo sarà raggiunto: dare spazio alle emozioni e alla creatività, in fondo tutto porta ad esprimersi in un linguaggio che comunica con il corpo.

I due non sembrano convinti e come se non esistessi più riprendono a discutere e si allontanano nel buio della notte..

Ma.pu

Nota storica:

Le origini della storia della milonga sono deduttive, si dice che la parola Milonga o Tango Milonga abbia origini africane, dove il significato della parola è casino, confusione e che nacque ai primi del ‘800 nei bordelli, della gente come ballo del basso ceto dove la parola stessa “Milonga” indicava le prostitute.

Il ritmo della milonga è regolare e sincopato, le figure sono semplici, ogni passo è spezzato, tagliato, portato alla chiusura, non esiste la sospensione perché ogni spostamento dell’asse è indirizzato al pavimento.

Questo è il Tango, la cultura del Tango, al di la delle varianti che inevitabilmente vengono applicate come in ogni forma di arte..

Con il termine Nuovo si intende un’evoluzione o un voler dare nuova linfa a qualcosa che ha fatto storia, non va mai interpretato come accezione negativa.

Ricordo che la milonga mantiene, al di la dei vari stili, il suo cuore legato alla Passione di un movimento danzante unico al mondo per intensità.

Il ritmo della milonga rallentato, diventa più morbido ed elegante, più adatto alla borghesia che andava a ballare con un bel vestito in saloni sempre più curati e ricercati, portando quindi la milonga su un ritmo apparentemente più facile: per alcuni esperti proprio da qui nasce Il Tango.

Una Curiosità:

La sala dove si balla il Tango prende il nome di Milonga.

Essendo dei luoghi sociali dove si ritrovavano persone di ceti diversi si adottavano dei comportamenti estremamente formali, i Codigos, elencati nel famoso Galateo della Milonga di Carlos Gavito.

A.M.

Rubrica

In collaborazione con Ese Parlassimo di Tango?” su FB 

Leggi Ancora
ArteEventi

La Pop Artist Italiana, Francesca Falli,  protagonista al Salone di Milano presso la Galleria San Babila dal 17 al 23 Aprile 2023.

Francesca Falli

Il progetto è una costola che ha la sua origine in Moda D’Autore, ideato da Marco Sanna con la Fondazione Donà delle Rose.
Mira a valorizzare il rapporto Arte e Moda, Arte e Cinema, Arte ed Architettura. E trova la sua naturale estensione in Galleria San Babila in occasione del Salone del Mobile, dove l’arte, la cultura, la comunicazione, gli eventi trovano la loro sede naturale.

FRANCESCA FALLI presenterà il suo nuovo lavoro artistico nell’ambito della DesignArt  dedicato al suo stile della POLLARTE.

Esporrà un opera dal titolo”OPPOP” e presenterà il suo oggetto di design “Vaso da single” con il disegno ripreso dalla sua opera  esposta insieme al vaso alla Galleria San Babila.


Francesca Falli ha studiato Decorazione Pittorica presso l’Istituto Statale d’Arte,
Grafica pubblicitaria ed editoriale presso l’Istituto Europeo di Design
e Pittura presso l’Accademia di Belle Arti.

Ha ricevuto premi e riconoscimenti in Italia e all’estero.

Ha esposto i suoi “Pollage” nella sezione grandi Gallerie nelle principali Fiere di arte contemporanea italiana accanto alle opere Warhol, Festa, Angeli e Schifano. È socia del Centro Interdisciplinare di ricerca sul Paesaggio Contemporaneo.

Le sue opere sono esposte in collezioni permanete in gallerie d’arte e musei.

Ha esposto la sua Pollarte sia in Italia che all’estero.


Una continua ricerca la porta alla produzione della Pollarte che sta riscuotendo
interesse da parte di critici e storici e va diffondendosi nel mondo dei
collezionisti.

.

Dove GALLERIA SAN BABILA

VIA UBERTO VISCONTI DI MODRONE 6 MILANO

Galleria San Babila

nasce dall’intuizione e dall’idea dell’imprenditore Francesco Colucci, per dare al pubblico collezionista la possibilità accedere all’acquisto delle opere dei più importanti maestri artisti contemporanei e dare allo stesso tempo visibilità a nuovi artisti emergenti, selezionati tra migliaia di giovani talenti. Galleria San Babila è l’arte di investire e il nuovo avamposto dell’arte digitale, dove Colucci ha fatto incontrare arte, Nft e intelligenza artificiale consentendo non solo di immergersi nel metaverso, ma anche di esperire concretamente le opere esposte e dove è possibile

chiacchierare con la “Marilyn” di Andy Warhol, interagire con un dipinto di Edvard Munch, ascoltare cosa ha da dire un uovo di Fabergé.

Quando

Dal 17 al 23 Aprile 2023-04-14 dalle ore 10 alle ore 18

L’evento verrà ripreso anche sul canale youtube di Metaword Production

sfruttando le tecnologie immersive 360

Leggi Ancora
ArteEventiMusicaspettacolo

Milano Design Week: Bobino Milano dal 17 al 23 aprile 2023 presenta NOT FOR SALE – DIE WUNDERKAMMER.

NOT FOR SALE – DIE WUNDERKAMMER

Direzione artistica : Marzia Ratti

Special guest 19/04/23 : Michele Tombolini

Curatela : Alessio Musella

Da Einstein alla recente fisica dei Quanti, il tempo non esiste e ciò accade nel nostro inconscio, che non misura spazi, ma SENSAZIONI.

L’idea è quella di creare ambienti evocativi, con lo scopo di incrementare la percezione attraverso suggestioni e stimoli che proiettano l’osservatore verso i “non luoghi della mente”, quegli spazi che non sono stati censiti dal nostro esperienziale. Significativa è la celebrazione delle Sensory Room della fine degli anni’70: ambienti che consentono l’esplorazione emotiva e la ricerca di un collegamento tra diverse esperienze e piani sensoriali. Una alterazione di polarità, un cambio di stato: la nostra vita regolata dagli opposti.

È una eco che rimbalza tra le superfici, avvolgendo gli spazi e le dimensioni percepite dall’osservatore.

È l’enfasi liberatoria di un uomo non più prigioniero di paure indotte, che si apre con fiducia al suo prossimo, mostrando anche le ferite dell’anima.

Finalmente l’uomo impara che un dolore condiviso viene dimezzato.

Una stanza o un portale sensoriale divengono così un Non luogo della mente, progettati e costruiti per offrire esperienze multisensoriali e iper sensoriali attraverso diversificate trame di utilizzo quali proiezioni, suoni, vibrazioni.

Un portale dunque, una Wunderkammer dove immagini, suoni e colori si rincorrono all’interno dello spazio, ondeggiando tra fili di coscienza e trame del nostro inconscio. Il conscio il subconscio e l’inconscio infatti, sono le tre forme nelle quali la coscienza umana si manifesta e si esprime rispettivamente nello stato di veglia, dormiente e sognante.

Qui troviamo tracce di educazione indotta: la Tana del Bianconiglio, dove le speranze e le paure sembrano materializzarsi; il passato, il presente e il futuro si mischiano, si allineano, fino a percepire che il tempo è solo un concetto.

Marzia Ratti nasce nel 1978 in provincia di Bergamo. La sua formazione inizia all’istituto d’Arte A. Fantoni di Bergamo dove si diploma nel 1996. Successivamente si iscrive al corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Venezia e, nel 2002, prosegue gli studi all’Accademia di Brera a Milano.

Marzia Ratti percorre un viaggio nel subconscio che si nutre di luce.

Da dentro a fuori, alla scoperta di una dimensione post umana. Il focus della sua arte è legato all’immenso potere che il subcosciente esercita sull’uomo, controverso ed inquieto alla continua e infinita ricerca di sé stesso proiettato nella corsa verso il domani che chiama progresso ed errori… o forse orrori…

Limitarsi a mostrare qualcosa e stimolare la coscienza… non è mai reato… Marzia non giudica, ma spinge ad una riflessione, lascia libero il fruitore di comprendere dentro di sé cosa pensa, ognuno di noi ha un suo vissuto, una sua storia un suo credo…

Michele Tombolini, artista internazionale.

Negli ultimi anni ha ricevuto una considerevole attenzione da parte dei media, e della critica di settore, con azioni performative che hanno suscitato un grande riscontro, per i contenuti trattati, fortemente dedicati alla salvaguardia dell’ambiante e dei diritti umani.

L’artista, in occasione dell’evento, presenterà una performance inedita, che sarà inaugurata all’interno del programma Not for Sale, contenitore di riflessi artistici e intrecci di tematiche, sviluppata attraverso una composizione di immagini che saranno proiettate sul grande schermo e accompagnate dal giovanissimo figlio che, dalla console del Dj, suonerà per il pubblico dei brani, composti ad hoc.

La performance, di grande impatto visivo ed emotivo, avrà la durata di circa 40 minuti.

Alessio Musella, editore, curatore e developer artistico.

La caratteristica principale del suo percorso è stata la sua sconfinata passione per l’arte e il Design, con importanti impegni lavorativi che lo hanno spinto a viaggiare e girare il mondo.

Un’esperienza che ha segnato il suo carattere, facendo di lui un instancabile esploratore di nuove realtà. Ottiene così un suo equilibrio, fatto di tanti punti d’arrivo inseguiti dall’esigenza di tuffarsi continuamente in nuove esperienze.

La sua natura eclettica insieme alla padronanza verso tutti gli aspetti della comunicazione, gli permette di approfondire progetti artistici di vario genere, che siano eventi espositivi o progetti editoriali, lui riesce con grande abilità a trovare la giusta mediazione tra il lessico specifico della storia artistica rappresentata e l’immediatezza senza orpelli che occorre per arrivare ad ogni tipo di lettore.

Alessio adotta una scrittura semplice, autentica e fluida, ama usare un linguaggio accessibile a tutti, pur restando colto, ferrato e preparato.

Da grande conoscitore della comunicazione sul web, inclusi i social, conosce molto bene il valore e la potenza della diffusione di un messaggio.

Applica, con grande successo, questo format comunicativo a sostegno della sua più grande passione che è l’arte in ogni sua forma.

Bobino Milano Piazzale Stazione Genova, 4 – 20144 Milano MI 17-23 aprile 2023 14,30 – 02,00 info: +39 3469776534

Leggi Ancora
ArteculturaMusica

“Il Tango è Arte” rubrica a cura di Marinella Pucci (Ma.Pu.).

Marinella Pucci

Quando l’Amministratrice del gruppoi ” Ese Parlassimo di Tango?” su FB  ha proposto di scrivere su questo tema, Marinella Pucci, coreografa, ballerina, poetessa e Pittrice ( Ma.Pu.) ha accettato con entusiasmo perché l’ occasione per parlare di tango partendo dalle sue opere ispirate a questo stile di “Vita” l’ha trovata estremamente stimolante.

Non si tratta della rubrica dell’esperto,ma vuole essere un racconto onirico che ci porta a vivere il sogno dell’incontro con personaggi d’altri tempi.

Una rubrica che racconterà i pensieri di chi da sempre ama la danza e si è innamorata del Tango… tutto partirà da un disegno, da segni grafici venuti dal cuore, niente di preparato, puro istinto..movenze catturate su un semplice foglio ascoltando parole, musica e respirando l’universo di emozioni che vive nella parola “Tango”..

Sara’ una rubrica scritta a 4 mani istinto e ragione, Marinella Pucci e Alessio Musella, curatore d’arte che ama scoprire da dove nascono le passioni…..

Parole, pensieri ed emozioni…

Perché il Tango è una bellissima scusa per abbracciare qualcuno e dialogare con la sua anima.

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Ecco il primo di una serie di disegni fatti lo scorso Marzo a Buenos Aires in uno di quei pomeriggi caldi trascorsi nella bellissima casa che ci ha ospitati, io e gli altri 4 appassionati di tango, ognuno occupato/a in qualche mansione in attesa che arrivasse il momento di andare in milonga

È in uno di quei pomeriggi che sono arrivati i personaggi che presentero’ di volta in volta in questa nuova rubrica di Tango e’ arte.

…Il mio primo personaggio è arrivato in sogno ancor prima della partenza…

Diario:

Eccomi a realizzare un sogno, il mio piu’ grande sogno:

Un viaggio, il viaggio.. a Buenos Aires.

Non sto nella pelle, da quando la mia amica mi ha prospettato di andare in Argentina non penso ad altro.

Allontano le aspettative per farmi sorprendere ed assaporare l’ esperienza con gli occhi della prima volta, come un bimbo che assaggia il gelato per la prima volta.

Con grande entusiasmo vivo le mie giornate facendo il conto alla rovescia in attesa della partenza.

Al calare della notte difficilmente prendo sonno; sogno ad occhi aperti.

Sto per addormentarmi quando arriva lui Il dreaming D1.

Chi sara’ mai questa coppia?

Ce’ lui il gauchos della Pampas.

Avanza verso di me con il suo danzare impetuoso.

Si propone In una danza di fuoco che nasce dalle radici e dalle tradizioni della Pampa argentina.

Un dinamico mix di passione, forza, precisione, galanteria, dinamismo sono le poche parole per descrivere lo spettacolo che fonde musica popolare, ritmica, calpestio, preciso gioco di gambe, tamburi, canti, sensualità e la maestria delle vorticose boleadoras, strumento utilizzato dal gauchos nella Pampa.

………………………………….

IL TANGO è coppia.

Unisce sul palco lo stile selvaggio degli indios, il folclore dei gauchos, l’eleganza sinuosa e la passione intrigante del tango argentino che da Buenos Aires ha conquistato il mondo.

Il vecchio e il nuovo mondo, il tango storico ballato nei cortili fino al sofisticato stile contemporaneo, si incontrano tra ritmi tipici, volteggi virtuosistici delle bolas nelle mani dei gauchos e gli abbracci danzanti di uomini e donne allacciati nel tango.

Il gaucho è per antonomasia la figura emblematica della cultura argentina .

Il mito del contadino della pampa nato in un contesto sociale di affermazione dell’identità nazionale.

Un eroe civilizzato, coraggioso e ribelle, non disposto a fare compromessi con il potere…

E’ proprio lui il protagonista del primo incontro Argentino di Marinella Pucci ..nel suo viaggio di passione in compagnia del Tango ..

La luce di un nuovo giorno che sta per iniziare mi riporta nella realtà, saluto il primo personaggio Dreaming D1 e mi appresto ad iniziare la mia giornata continuando a sognare ad occhi aperti.

Ma.pu & A.M.

Leggi Ancora
ArtebeautyModa

Frida Kahlo: LA STORIA DELL’ARTE LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

Raffaela Gallina, nota Look maker, professionista da quasi 35 anni ed imprenditrice da 25 nel suo Salone di Bellezza “A Modo Mio” sito nella ridente Palmanova , cittadina storica friulana.

Lei, di professione, carpisce ed enfatizza ogni forma di bellezza ed in quest’occasione ha voluto fare un esperimento nuovo e costruttivo, mettendo in gioco le sue due passioni, il suo lavoro di consulente di immagine e l’arte della pittura,

In questo appuntamento con l’arte e la bellezza per l’immagine semplice ed armonica, vi voglio parlare di Frida Kahlo, famosa pittrice messicana nata il 6 luglio del 1907 e morta 47 anni dopo nel suo paese nativo, in periferia di Città del Messico, Coyaocan. Oltre ad essere stata concepita dal padre fotografo tedesco di genitori emigrati e da una madre benestante messicana, le piaceva dire di essere nata nel 1910 perché si sentiva profondamente figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno.

Studiò inizialmente in una scuola tedesca e nel 1922, volendo diventare medico, frequentò l’Escuela National preparatoria, dove si innamorò di Alejandro Gomez Arias studente, giornalista ed ispiratore dei Cachuchas, un movimento socialista.

Oltre ad essere affetta da spina bifida scambiata per poliomielite, nel 1925, a 18 anni, rimase vittima di un terribile incidente che la costrinse allettata per lungo tempo. I genitori le comperarono un letto a baldacchino con uno specchio e dei colori che le permisero di esprimersi, nella sua passione per la pittura, autoritrattandosi.

Il primo autoritratto lo donò al suo ragazzo.

Piano piano ritornò a camminare con atroci dolori che sopportò per tutta la vita. Divenne un’artista di professione ed un’attivista del Partito Comunista Messicano grazie anche all’illustre pittore dell’epoca Diego Rivera che sposò nel 1929. Si unì a lui sapendo di andare incontro a continui tradimenti e, conseguentemente alle sofferenze sentimentali, ebbe a sua volta numerosi rapporti extraconiugali comprese esperienze omosessuali.

Nel 1939 divorziò a causa del tradimento di Rivera con Cristina, la sorella di Frida. Nel 1940, nonostante tutto si risposa con Diego perché legata da un profondo amore e, nonostante tutto, continuò ad avere amanti di ambo i sessi e con personaggi illustri dell’arte e della politica.

La pittrice si iscrisse al Partito Comunista Messicano durante il periodo post-rivoluzionario anche per la presenza e la militanza di numerose donne dinamiche la cui indipendenza e autodeterminazione incoraggiarono Frida a unirsi a loro dando un influente contributo all’emancipazione femminile.

Morì per embolia polmonare nel 1953 e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul sede del Museo Frida Kahlo.

Sono sempre rimasta affascinata dalla sua immagine di icona femminista e da i suoi particolari tratti somatici.

Mi sarebbe piaciuto farle un Test Cromatico per cercare di valorizzarla al massimo ed esaltarne la bellezza.

L’uso dei colori nei suoi dipinti e l’uso del colore nel suo modo di abbigliarsi, truccarsi ed accessoriarsi è quanto di più autentico per descrivere il suo essere contraddittorio ed il suo Stile “Do it yourself”. Ho osservato con attenzione le sue creazioni e le sue fotografie.

Ad esempio nel dipinto del 1939 “Le due Frida”, abbiamo da una parte una donna vestita di bianco simbolo della purezza e della castità; dall’altra una donna con gli abiti del suo tempo e i colori caldi tipici del Messico.

Entrambe le due Frida sono vere, entrambe hanno un cuore che pulsa, anche se quello della donna in bianco è aperto.

Il quadro rappresenta la fine della relazione tormentata con Rivera.

La donna in bianco con il cuore spezzato vuole recidere definitivamente questo legame tagliando il filo che collega i due organi con le forbici che tiene in mano.

La donna al suo fianco rappresenta ancora la passione e l’amore che prova verso il marito simboleggiato dall’anello.

Paradossalmente la Frida vestita di bianco ha un incarnato più chiaro, luminoso e sfilato ed i difetti del viso vengono leniti dai colori freddi.

Nella Frida dai colori caldi , il suo sopracciglio ed i suoi famosi baffetti sono messi in evidenza dall’artista stessa.

Frida era una Donna della Tipologia Cromatica “Inverno”, a lei donavano di più i colori scuri e freddi: circondata da questi, infatti, il suo incarnato acquisiva uniformità, i suoi contorni più definiti e puliti, il suo viso più sfilato, il suo occhio più profondo scuro e luminoso, le sue imperfezioni lenite.

Invece il rossetto ed il fard aranciati mettevano in evidenza la stanchezza, l’occhio appariva più piccolo e meno luminoso, gli accessori come il cordoncino arancione e la collana corallo le creavano un effetto allargante a livello della mascella ed il mento meno sfilato.

Meglio per lei il rosso ciliegia, il fucsia, il blu, il viola, il bianco ottico con accessori argento.

Avrei voluto Frida come cliente per acconciarle in mille modi i capelli corposi castano scuro, con svariati intrecci usando molteplici tipi di tessuti, posticci e fiori, per poi sperimentare sfumature nel make-up e nell’accostamento dei colori dell’abbigliamento con scialli, stole e foulard per valorizzare il suo mezzo busto.

Avrei voluto vivere in quell’epoca per conoscerla…. peccato!

Raffaela Gallina

Leggi Ancora
ArtebeautyModa

Klimt: Adele Bloch-Bauer, LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

In questo viaggio assieme a voi tra Arte e Consulenza d’Immagine voglio esplorare una piccola parte di vita e di opere di Gustav Klimt, il più celebre e noto pittore austriaco tanto amato dalla mia cara Lorella Maselli alla quale dedico questo articolo come portafortuna del nostro connubio lavorativo. Klimt, tra i massimi rappresentanti della Jugendstil viennese, nelle sue opere si è molto concentrato sulle figure femminili e nello specifico parleremo di Adele Bloch-Bauer, nata nel 1881 a Vienna, figlia di un imprenditore, moglie di un nobile ricchissimo industriale e musa dell’artista Gustav.

L’idea di ritrarre Adele per la prima volta fu però di suo marito Ferdinand che, nel 1903, commissionò a Klimt un quadro della donna come dono ai suoceri.

Da lì l’artista sviluppò una vera e propria passione nel ritrarla e lo fece più di una volta catturato dalla sua bellezza raffinata, dai suoi grandi occhi scuri e profondi, dalla pelle diafana e dalla sua bocca sensuale.

Per il primo ritratto l’artista impiegò tre anni e Adele ne aveva appena 21.

Grazie ad un soggiorno a Ravenna, ricco di ispirazione ed alla tradizione orafa della famiglia d’origine, iniziò a dipingere con la lavorazione a foglia d’oro e con un disegno bidimensionale raffigurandola in piedi con uno sguardo enigmatico tanto da darle l’appellativo di Monna Lisa d’Austria.

Osserviamolo assieme: sull’abito si ripete il simbolo egizio dell’occhio di Horus e sullo sfondo si notano decori di ispirazione bizantina.

Si dice che la posa apparentemente sensuale delle mani sia stata un’effettiva volontà di nascondere un piccolo difetto fisico a un dito.

Il volto è circondato da colori caldi prediletti da una Tipologia Cromatica di una Donna Primavera. Il make-up composto da un blush ed un rossetto aranciato mette in risalto le occhiaie sottolineate da Gustav, i capelli sembrano crespi, l’acconciatura e le sopracciglia poco pulite nei contorni; Adele, nonostante abbigliata e circondata da tanto sfarzo, attraente e passionale, appare un po’ stanca.

Questo ritratto così famoso fu terminato nel 1907 per poi iniziare subito l’altro e finirlo nel 1912.

In questo secondo dipinto Adele è una Tipologia Cromatica Inverno dove, come nella realtà, è esaltata da colori scuri e freddi.

La vediamo risaltare nella sua bellezza e austerità: il volto ha contorni nitidi e l’incarnato è luminoso; i capelli scuri sono lucidi e ben acconciati; il sopracciglio pulito e ben delineato accompagna la profondità dell’occhio; le labbra socchiuse e ben definite dalla pulizia dei contorni. Il collo a scialle verde smeraldo della stola , la camicetta azzurra con il colletto alto ricco di ricami rendono il suo aspetto distinto e raffinato; stoffe dai colori tenui e uno sfondo in cui domina il rosso ne esalta la figura.

La nostra amata ed enigmatica Adele purtroppo il 24 gennaio 1925 morì colpita da una forma violentissima di meningite.

Nelle ultime volontà la donna chiese al marito di donare alla Galleria del Belvedere tutte le opere di Klimt che aveva acquistato compreso il suo primo ritratto.

Successivamente nel 1938 il quadro, trafugato dai nazisti, cambia nome e prende il titolo di “Woman in gold” per nascondere l’origine ebraica del soggetto evidenziata dal cognome.

Nei due ritratti, in ogni caso, l’artista riproduce fedelmente l’aspetto fisico di Adele come notiamo nella foto, ma nei suoi ritratti recepiamo dei lati del suo carattere.

Chi la conosceva ne ricorda l’indole fragile, il vizio del fumo, la facilità all’emicrania e alla malinconia; chi osserva i dipinti di Klimt intravvede i colori e la luce della sua Anima.

RAFFAELA GALLINA

Leggi Ancora
Artebeauty

LA STORIA DELL’ARTE LETTA CON GLI OCCHI DELLA LOOK MAKER RAFFAELA GALLINA.

RAFFAELA GALLINA

Raffaela Gallina, nota Look maker, professionista da quasi 35 anni ed imprenditrice da 25 nel suo Salone di Bellezza “A Modo Mio” sito nella ridente Palmanova , cittadina storica friulana.

Lei, di professione, carpisce ed enfatizza ogni forma di bellezza ed in quest’occasione ha voluto fare un esperimento nuovo e costruttivo, mettendo in gioco le sue due passioni, il suo lavoro di consulente di immagine e l’arte della pittura,

Mi avventuro nuovamente nel nostro esperimento attraverso la leggenda, il metodo oggettivo della Consulenza d’Immagine; pillole storiche riguardanti il periodo analizzato, la mia professionalità e la passione per l’arte.

Prenderò in esame due dipinti di Raffaello Sanzio, grande pittore ed architetto italiano fra i più celebri del Rinascimento, nato ad Urbino nel 1483.

In particolare ammireremo Margherita Luti.

Sembra che lei, fosse figlia di un fornaio di Trastevere, per questo chiamata “Fornarina”, secondo ciò che ci è stato tramandato, amata e venerata da Raffaello Sanzio fino alla sua morte e, scelta come modella in tanti suoi dipinti.

Osserviamo quindi Margherita, nel dipinto “La Fornarina” ritratta intorno al 1520.

La donna, vista a 3/4, è rappresentata a seno nudo con il ventre coperto da un velo e da una sensazione di pudore, ma in realtà quel “vedo non vedo” attira proprio l’attenzione, su quello che sembra voler nascondere.

In testa porta un turbante di seta dorata a righe verdi e azzurre, fermato da una spilla con una perla pendente.

La nudità del mezzo busto le crea un diverso colorito al viso che il pittore, anche se all’epoca l’Armocromia non si conosceva come scienza, riesce a carpire e a trasmettere.

Il turbante che indossa è posizionato troppo indietro per creare un effetto ottico al viso, quindi i capelli risultano il parametro più vicino che ne determina la chiarezza e la temperatura, insieme all’occhio e al sopracciglio.

La sua Tipologia Cromatica potrebbe essere “Autunno” visto il sottotono dorato che l’artista sottolinea.

Capelli, sopracciglia e occhi di un castano scuro dorato, le guance con sfumature aranciate e le labbra di un corallo tenue, trasmettono luce all’incarnato.

Lei, risalta in tutta la sua luminosità, nonostante sia circondata dallo sfondo scuro dei cespugli, ma notiamo un colorito più caldo e dorato dell’avambraccio a contatto con il mantello rosso aranciato appoggiato sulle gambe piuttosto che l’incarnato più spento delle spalle che è circondato dal verde scuro freddo della vegetazione.

Oltre al turbante con la spilla, il bracciale con bordatura dorata che porta al braccio superiore è l’unico accessorio di ornamento della donna e delinea quasi un simbolo di appartenenza a Raffaello.

Il viso ed il collo appaiono più magri rispetto all’altro dipinto analizzato ritratto circa 4 anni prima, nel 1516.

“La Velata” sembrerebbe sempre Margherita, sia per la stessa posa a 3/4, sia per l’attenzione alla luminosità del tessuto dell’abito e la perfezione nei riflessi trasmessi dalla seta, che allo stesso gioiello che compare tra i capelli.

L’abbigliamento della modella diventa determinante per la trasformazione della chiarezza delle sue cromie, in particolare grazie al velo giallo dai riflessi dorati che schiarisce il colore dei capelli, del sopracciglio e dell’iride; il girocollo in ambra, assolutamente valorizzante, crea un effetto ottico accorciante del viso ovalizzandolo.

L’abito color avorio, impreziosito da drappeggi dorati contribuisce ad addolcire i suoi lineamenti rendendola meravigliosamente raffinata nella sua semplicità.

In questo ritratto la Tipologia Cromatica di Margherita è “Primavera”.

Il capello raccolto con il turbante nel primo quadro ed il velo nel secondo sono un dettaglio emblematico.

Le adolescenti, le giovani donne non fidanzate e le prostitute erano praticamente le uniche a potersi permettere il lusso dei capelli portati sciolti sulle spalle, le donne sposate invece dovevano avere il capo coperto.

Margherita per l’esattezza, rappresenterebbe una donna appena maritata perché non sembrerebbe avere rinunciato ai suoi lunghi capelli che venivano tagliati all’epoca, solo qualche anno dopo il matrimonio, per mantenere viva la passione del marito per un po’.

Una domanda mi sorge spontanea:”Margherita era una donna sposata o Raffaello voleva sentirla e raffigurarla come la sua donna, la sua sposa”?

Affascinante l’arte tra leggenda e verità…

Leggi Ancora
ArteMusica

LETTURA ERMENEUTICA DELL’OPERA DI HALINA SKROBAN, “Trionfo della SS.ma Vergine e gloria di S. Giovanni P. II” esposta durante il concerto dedicato a Giovanni Paolo II in Campidoglio.

HALINA SKROBAN

                                                                                      

             Lasciamo alla curatrice Giulia Agnello il piacere di raccontare quest’opera esposta durante il concerto in Campidoglio avvenuto il 17 Gennaio 2023, opera esposta insieme a lavori di altri 4 artisti, Tina Bellini, Francesca Falli, Felipe Cardena e Pawel Rosinski

  • “Trionfo della Vergine di Guadalupe con l’Emanuele, tra San Giovanni Paolo II e famiglia adorante” (titulus in extenso) è la quarta tela della serie “L’eredità spirituale di San Giovanni Paolo II” dell’artista italo-polacca Halina SKROBAN (in séguito semplicemente HALINA). Tale opera ha già una sua storia “curricolare”, per così dire, in quanto essa è stata presentata ed esposta in occasione del concerto in onore di San Giovanni Paolo II nella Sala Protomoteca del Campidoglio (Concerto Internazionale tenutosi in Roma il 17 gennaio di quest’anno) . L’Artista ha eletto a tema di questo dipinto la famiglia (soggetto preminente della società civile e della comunità ecclesiale, oggi in grave crisi di identità e minacciato, quasi assediato, su più fronti), in quanto essa stava particolarmente a cuore al nostro Santo, ufficialmente deputato a patrono della famiglia con l’atto di canonizzazione licenziato dal papa attualmente regnante. Nell’opera dedicata al papa polacco devotissimo alla Madre di Dio, devozione testimoniata dal motto araldico prescelto ( “Totus tuus”, ovvero “tutto di Maria”), la Vergine Santissima è raffigurata in posizione eminente e preminente, nella tipologia della Gloria della Mater Dei e della Mater misericordiae, eleggendo l’immagine della Nostra Signora di Guadalupe, immagine acheropita assai nota e venerata in tutto il mondo ma soprattutto in America latina e specialmente in Messico, formatasi su una mantilla (o “tilma”) in rapporto alle apparizioni del 1531 a Juan Diego Cuauhtlatoatzin (un indio discendente dai nativi aztechi convertiti al cristianesimo). Va detto che tali apparizioni mariane furono tra le prime a essere approvate dalla Chiesa Cattolica e, non a caso, il Messico fu mèta del primo viaggio apostolico intercontinentale.
  • Non può essere ignorato, d’altronde, come la Vergine di Guadalupe venga venerata con gli epiteti di “Madre di tutti i popoli” e “Protettrice della vita nascente”, epiteti consacrati dallo stesso Papa santo nel suo viaggio apostolico. Nella tela (8ox100), l’Artista ha rappresentato Juan Diego in contemplazione della Beata Vergine con il santo rosario nella mano sinistra mentre col braccio destro sorregge il manto ricolmo di rose.  San Giovanni Paolo è raffigurato nel suo caratteristico gesto benedicente, tanto solenne quanto amabile e protettivo, rivolto alla famiglia raccolta in adorazione attorno al Divin Bambino rappresentato come l’ Emmà-nu-‘El, ovvero come il “Dio-in mezzo-a noi” della profezia isaiana, ed è chiaro che la “piccola famiglia” qui raffigurata rimanda, simbolicamente, all’intera “grande famiglia” umana (pars pro toto). L’umanità è qui rappresentata “dal basso”, ovvero dagli humiles, coloro che sono vicini alla terra (homo da humus ; cfr. headàm da adamah : l’uomo “il terrestre”, il “fatto-di- terra”, o “il gleboso”, il “terrigeno”, per dirla con André Chouraqui), notando che humilis  prima di divenire aggettivo era in origine un sostantivo a indicare semplicemente il contadino, il campesino in quanto è colui che sta “in basso”, anche nella scala sociale, colui che poggia sulla terra e tutto deve alla terra. Nel gruppo familiare, nella parte bassa del quadro, l’Artista sembra aver voluto rappresentare la humanitas sostanziatanella humilitas che ne individua e definisce l’essenza più autentica e profonda, riecheggiando così lo spirito del Cantico della Vergine, ovvero del Magnificat (“ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”). La figura grandiosa, tanto monumentale e imponente, quanto amabile e paterna, di san Giovanni Paolo — collocata in basso a sinistra rispetto alla Beata Vergine (sulla destra del rimirante) nella sua radiosa mandorla di luce (il nimbo) — ben rappresenta il suo ruolo di intercessore, patrono e tutore della Famiglia Umana e delle singole famiglie tutte. Egli è ritratto nel suo gesto benedicente, saldamente poggiato sulla croce pastorale, come Pontifex Maximus, Sommo Pontefice,  (pontifex : da qui pontem facit, ovvero “il facitore di ponti”) nel senso primo e più originario di colui che media, fa da ponte, tra Cielo e Terra, tra la divina Majestas e la humilitas umana incarnata dal gruppo di humiles  composto da cinque soggetti ben caratterizzati, di cui i due uomini sono disposti ai due lati opposti a costituire uno dei due elementi di un riuscito chiasmo compositivo.
  • Come  accade quasi sempre nelle opere di HALINA, i soggetti  rappresentati, in questo caso quello dei personaggi che compongono la famiglia in adorazione, corrispondono a figure di persone esistenti, nostri contemporanei (nel caso particolare quelli dei membri di una famiglia legata all’Artista da lunga amicizia), eccezion fatta per un solo soggetto, quello della madre, caratterizzata dal tradizionale, ampio sombrero, il cui volto, a lungo cercato per soddisfare un’esigenza espressiva del tutto peculiare,  è stato attinto da una foto sul web nella quale HALINA si è imbattuta pressoché per caso ma che l’ha particolarmente colpita, suggestionandola al punto di ravvisarla come il soggetto più focalizzato ed evidenziato del gruppo adorante : di fatto, l’unico personaggio a fissare lo sguardo dritto negli occhi del rimirante. Verosimilmente, l’Artista ha inteso rapportare la figura di lei a quella di Maria :  ella, già, ma non solo, in quanto madre, è in qualche modo e in qualche senso la stessa fanciulla di Nazareth, l’umile ancella, associata al gruppo degli humiles, i biblici anawìm, i pauperes di cui Dio si compiace, gli stessi esaltati dalle Beatitudini evangeliche. Lo sguardo di questa donna, intenso e profondo, è estremamente coinvolgente e interlocutorio : esso sembra voler enfatizzare come la Gloria, il vittorioso Trionfo, che sta in alto, nell’esaltazione della Vergine celeste, la Regina coeli, hanno il loro fondamento e il loro radicamento in basso nell’ umiltà umanissima, storica e terrena, di Miriam di Nazareth : nella figura della Vergine Santissima, Cielo e Terra, Natura e Sovranatura, Storia-Tempo ed Eternità, s’incontrano e per così dire si riconoscono e riconoscendosi si abbracciano.
  • Accanto ai due bracci della decusse chiastica, l’uno che va da Juan Diego all’altro uomo inginocchiato, in basso, a destra del riguardante, l’altro che si protende dall’augusta figura del Papa santo, benedicente, alla bambina dai capelli biondi in basso sul lato opposto (la più piccola tra i piccoli, quasi un richiamo al monito del Divin Maestro a prendere a modello i parvuli per accedere al Regno dei Cieli, gli stessi che tanto stavano a cuore al santo Papa polacco, memore delle parole di Gesù : sinite parvulos ad me venire). A loro volta, i due elementi del chiasmo compositivo, vengono incrociati nel loro punto di intersezione ideale, ravvisabile ai piedi della Regina del Cielo, da un Asse, centrale e principale, che va dalla Virgo Triumphans, nel suo regale splendore, al Puer Divinus, radiante di luce dorata nell’ umilissima paglia della mangiatoia. I due segmenti del chiasmo intersecati dall’asse Cielo-Terra fanno pensare alla struttura del sacro chrismòn, e con ciò richiamano alla memoria le parole dello straordinario Inno paolino : “ (Cristo Gesù) pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso (arpagmòn) la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo facendosi pari agli uomini ; manifestatosi come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte per croce” (Lettera ai Filippesi 2, 6 s.). Se la polarità dell’ Axis Cielo-Terra, facilmente riconoscibile nell’opera della Nostra, mediando “Alto” e “Basso”, Trascendenza e Immanenza, Finito e Infinito, Eternità e Tempo, può leggersi, in forma dialetticamente risolta (ovvero dall’ Alto al Basso e viceversa), è segnatamente vero che il gruppo degli humiles che attorniano il piccolo Gesù in adorazione del Mistero dell’Incarnazione, rimanda non solo alla compiacenza e alla predilezione da parte di Dio nei confronti degli umili e dei semplici, ma anche al mistero che più di ogni altro suona come una sfida per ogni attesa e per ogni logica umana rappresentata dalla Kénosis(“svuotamento”, “abbassamento”, “spoliazione, “umiliazione”),tanto obbedenziale (obbedienza alla volontà del Padre) quanto libera e volontaria, del Figlio di Dio : “scandalo” per ogni cristologia demitizzante, razionalizzante o “liberale”. Risuonano nella mente gli ipsa verba Domini :
  • “Ti rendo lode, o Padre, dacché hai tenute nascoste siffatte cose ai sapienti e ai dottori e le hai rivelate, invece, ai piccoli” (Matteo 11, 25). Lo schema compositivo a intersezioni cruciformi sembra voler alludere a (e focalizzare) uno snodo cruciale : la via della Gloria passa inevitabilmente per la via della Croce, la Regina Coeli Triumphans ha dovuto percorrere la Via Crucis del Figlio, insieme al Figlio. La stessa Croce che ha dovuto e voluto abbracciare il grande papa polacco (Johannes Paulus Magnus), anzi la Croce sulla quale è salito e dalla quale, fino all’ultimo, non è voluto discendere : “non posso scendere dalla Croce”, ebbe egli a dire durante la sua protratta “agonia”, piagato e tribolato nel corpo, vulnerato e provato nell’animo, mentre molti a lui vicini gli suggerivano di abdicare, quasi a respingere un’insidiosa tentazione. Ma anche il piccolo nucleo familiare raffigurato, la parva ecclesia domestica, in quanto significante il Popolo di Dio radunato intorno al Cristo, guidato dal suo Pastore e protetto dalla Madre celeste intercedente (Advocata nostra) è implicitamente sotto il segno della Croce in quanto sempre esposta al ludibrio, alla persecuzione e financo al martirio. In definitiva, nell’opera di HALINA lo schema compositivo e simbolico cruciforme, di per sé formale e virtuale, ha come suo proprio referente concreto, la Croce storica e reale, o, in maniera ancora più concreta e individuata, il  Deus passus, il Dio crocifisso nella sua umanità volontariamente assunta.           
  • E’ possibile ravvisare come, da un punto di vista non solo e non tanto cromatico ma soprattutto simbolico, il giallo oro, associabile al trionfo e dalla gloria regale promani e si effonda, per HALINA, dal basso, vale a dire dal pagliericcio della mangiatoia al nimbo di luce della Regina del Cielo, fino alle stelle che trapuntano il cielo dello sfondo, un cielo nient’affatto notturno, bensì, ossimoricamente, diurno : un cielo luminoso, popolato di stelle, che si richiama alla tradizione figurativa (e decorativa) gotica, a sua volta informata al testo dell’Apocalisse di Giovanni, che sembra come il riflesso, o il reverbero e la proiezione, del manto della Regina del Cielo.  Il tutto, come a voler enfatizzare il fatto che la luce aurea, primaria, originaria e fontale, irradia e promana dal PVER divino, Luce del mondo (Lux mundi, come si legge in subscrizione) e Luce dell’umanità tutta (Lux gentium, come è sottinteso e implicito). Nel dipinto, oltre alla firma di HALINA, si possono ravvisare, infatti, due altre epigrafi : una, quasi del tutto mimetizzata tra le vesti papali e i colori della bandiera della nazione polacca (il bianco e il rosso), è il nome del Santo in forma abbreviata (JP II) ; l’altra è di immediata e diretta derivazione biblica (e liturgica) riferendosi alle parole dello stesso Gesù : “Io sono la luce del mondo” (Ego sum Lux mundi, Vangelo secondo Giovanni 8,12).
  • In conclusione, l’opera di HALINA consegue una difficile ma felice e riuscita sintesi tra contenuti teologici espliciti e impliciti, nonché sottesi e sottintesi, il livello diegetico, ovvero quello storico-narrativo (i richiami alla storia e al racconto delle apparizioni e il miracolo del manifestarsi della Venerabilis Imago della Vergine di Guadalupe), il rimando alla dimensione simbolica, vale a dire ad una sovrasignificazione semantica, metanarrativa e, last but not least, i mezzi tecnico-espressivi e le soluzioni estetiche : ovvero la scelta ben dosata di un registro stilistico e figurativo volutamente sobrio,  tanto essenziale quanto “popolare”, quasi naif,la tavolozza di colori esuberanti, una gamma cromatica vivida e accesa, che ben si adegua ai livelli di significazione (o i “campi semantici”) precedentemente designati, ad una storia di quella gente semplice e umile capace di riconoscere negli accadimenti, apparentemente privi di valore agli occhi dei superbi e dei (pre)potenti, il meraviglioso, il prodigioso, il salvifico che in essi si ri-vela. 
  • E’ il caso di rievocare, da ultimo, un pensiero di S. Giovanni Paolo II : “La famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda e vede i due miracoli più belli che ha fatto : donare la vita e donare l’amore”.  E  come dimenticarne un altro : “Lo stolto s’illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali”.
  • Febbraio 2023                                                                                                             Giulia Agnello

Quadro esposto durante il concerto in Campidoglio dedicato a Papa Giovanni Paolo II dove ha accompagnato il Soprano Dominika Zamara insieme sul palco al Direttore d’Orchestra Maestro David Boldrini, il flautista Andrea Ceccomori e il quartetto di archi composto da musicisti del Conservatorio di Musica Santa Cecilia 

Leggi Ancora
1 3 4 5 6 7 14
Page 5 of 14