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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: La maschera delle buone maniere.

Elisa Volta

Non è possibile affermare di conoscere le buone maniere dopo aver letto un libro o seguito un corso, ed è meglio tenersi alla larga da chi afferma tale presunta verità.

Mi duole dare questa notizia!

Le buone maniere sono il risultato lento di esperienza, osservazione unita ad insegnamenti, ricerca e consapevolezza. Le buone maniere vere vanno carpite e imitate, più che studiate attraverso grafici.

Serve un’attitudine al rispetto e alla correttezza, si tratta di intraprendere una scelta di vita fatta anche di rinunce e all’occorrenza di passi indietro o a lato. In un mondo votato alla visibilità e al tornaconto personale, una strada non per tutti insomma.

Nella polposa offerta di corsi, capita di incontrare insegnanti che danno consigli e regole infallibili, ma è tra le righe di certe affermazioni e soprattutto nei comportamenti personali che viene smascherato chi ne ha fatto un business, ma ahimè non uno stile di vita.

Le buone maniere (quelle vere) sgorgano naturalmente dall’anima.

Chi si approccia all’insegnamento delle buone maniere con freddezza e precisione chirurgica di chi parrebbe tenere un corso di alta finanza, o viceversa chi si esibisce in prestazioni da tiktoker, può sicuramente ricavare guadagno, ma non trasmettere ciò che le buone maniere rappresentano.

È fuori dall’aula e lontani dallo schermo che chi conosce e pratica le buone maniere si distingue dal fake.

I castelli di soli concetti sono destinati a crollare presto.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA:”Rallenta”.

ELISA VOLTA

Siamo giunti al Natale sfiniti!

Se per qualcuno non è stato così, cortesemente mi comunichi subito la ricetta segreta per superare indenne il tourbillon di regali, auguri, eventi (con relativa cura della propria persona), pranzi e cene che, da anfitrioni, comportano cura della casa, spesa, preparazione dei piatti e naturalmente della tavola, ça va sans dire impeccabile!

L’esilarante tormentone social con l’immagine di Antonio Albanese alias Cetto La Qualunque e la scritta: “Consideratevi tutti augurati” è un chiaro ironico segnale d’insofferenza generale. Un’indigestione di informazioni, contatti, esposizione e doveri ai quali talvolta non abbiamo voglia di far fronte, ma dai quali non riusciamo a svincolarci.  

Anche la moda, che coglie e anticipa i cambiamenti, intercettando la necessità di rendere più leggere le nostre vite, promuove un’eleganza discreta, sussurrata e rilassata.

Più in generale, uno stile di vita che tende alla qualità (che c’è, ma non si vede), alla semplicità di ciò che resta.

Ma cosa c’è di più prezioso e leale del tempo?

Quello che possiamo far scorrere più lentamente se speso bene, riscoprendo l’autenticità nell’amicizia ad esempio. Pochi amici veri (non virtuali) a cui porgere gli auguri attraverso una telefonata.

Con l’invio di messaggi in serie si raggiungono tante persone, ma pochi cuori.

Sarà la consapevolezza di avere meno strada all’orizzonte rispetto a quella lasciata alle spalle, ma l’idea di far scorrere più lentamente il mio tempo e farlo con autenticità e gentilezza, anche nei confronti di me stessa è una sfida che intendo cogliere e proporre anche a voi.

Ecco, l’obiettivo bon ton da raggiungere nel nuovo anno sarà: rallentare con garbo e gentilezza.

D’altra parte: “Le buone maniere richiedono tempo, e nulla è più volgare della fretta”

(Ralph Waldo Emerson)

L’augurio di un lento e gentile nuovo anno.

Elisa

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA:“Dress formally for dinner” L’assenza di regole è libertà?

ELISA VOLTA

All’ingresso della sala ristorante di un noto grand hotel svizzero, sopra un’elegante consolle ottocentesca, poggia con discrezione una cornice dorata contenente poche e semplici indicazioni (con tanto di illustrazione) per adottare il corretto dress code serale.

Dear Guests,

to do justice to the style of the house, we kindly ask you to dress formally for dinner (jacket required and pleases no Blue Jeans) Thank you very much.

Ad un signore, nell’atto di varcare la soglia in polo e jeans, è stato gentilmente chiesto di tornare dopo essersi cambiato.

Regole troppo rigide che limitano la libertà d’espressione?

Eccessivo formalismo svizzero?

Troppa attenzione ad inutili dettagli?

Pretenziosità?

Commenti sentiti innumerevoli volte.

La libertà, concetto così caro a tutti noi, sta proprio nel poter scegliere.

Nel poter scegliere se consumare un’ottima cena in un pub, in una pizzeria o in un qualsiasi locale dove l’abbigliamento casual è indicato, anzi, addirittura consigliato.

Se al contrario optiamo per un luogo storico, elegante, dove la cena a lume di candela è accompagnata dalla dolce melodia di un pianoforte a coda e dove soprattutto il dress code è addirittura indicato, non possiamo e non dobbiamo presentarci in blue jeans!

Si tratta di rispetto (non solo delle regole).

Tutto, anche l’abbigliamento, concorre a creare l’atmosfera, la suggestione di alcuni momenti, e visto che nel caso di locali pubblici questi momenti vengono condivisi con altre persone, ciascuno è tenuto a dare il proprio contributo in termini di bellezza ed educazione per salvaguardare l’anima del luogo in cui si trova.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON a cura di ELISA VOLTA: il Bon ton del Cappello.

ELISA VOLTA

Vi è stato un tempo nel quale presentarsi a capo scoperto era disdicevole e i galatei degli anni 60 del ventesimo secolo ammonivano ancora: “la signora che si reca in visita non può fare a meno del cappello”.

Dal decennio successivo, il cappello è caduto quasi totalmente nel dimenticatoio, ad eccezione di rari casi e modelli, ma oggi è tornato di gran moda, soprattutto quello maschile, portato anche dalle signore (la sottoscritta è tra queste).

Occorre però ricordare che, pur con un’etichetta meno rigida rispetto al passato, questo accessorio soggiace ad alcune piccole regole di bon ton.

Se alle signore è consentito indossarlo ovunque (esclusi solo teatro e cinema, per ovvi motivi di ingombro), i gentil signori sono invece tenuti a levarselo entrando in luoghi chiusi (tranne la hall degli alberghi).

Pratica ormai desueta, ma pur sempre galante è il saluto. L’uomo che indossa il cappello, compirà un gesto simbolico, facendo il cenno di toglierselo, senza sventolamenti nell’aria, a meno che non sia uno dei tre moschettieri.

Nel caso di cerimonia elegante e diurna, per le donne il cappello è quasi un obbligo, per gli uomini in tale circostanza è invece consentito solo il cilindro, di rigore con il tight, l’abito da giorno più formale.

I modelli Fedora, Borsalino e Homburg di colore scuro sono adatti ad un abbigliamento formale, i cappelli di stoffa quadrettata o scozzese e i berretti tipo coppola, sono indicati per le giornate piovose e si addicono ad un abbigliamento casual, come anche i berretti in lana e cotone.

I cappellini con visiera sono invece accessori sportivi, ciò significa: da indossare durante le attività sportive (tennis, bicicletta, barca, safari ecc.), non adatti quindi a cene, serate o qualsiasi altro tipo di evento sociale.

In estate ha sempre un indubbio fascino il modello Panama (riconosciuto nel 2012 dall’Unesco, Patrimonio dell’Umanità).

Reso immortale dallo scrittore Ernest Hemingway e indossato nel 1906 dal Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, recatosi in visita ai lavori del Canale di Panama, è tutt’oggi il simbolo estivo del gentleman e ora anche delle gentil signore.

Questo copricapo, avendo lo scopo di riparare dai raggi solari, è ovviamente da indossare solo fino al calar del sole.

Anche le signore non indosseranno mai il cappello di sera e l’importanza e le dimensioni seguiranno sempre l’orologio: più ci si avvicina al tramonto, più l’importanza e le dimensioni si ridurranno.

Ma come spesso si è ripetuto nelle pagine di questa rubrica, la sola moda non basta.

Non a tutti il cappello dona e ciascuno ha una forma che più si adatta alla propria personalità e fisionomia.

Se si vuole evitare l’effetto carnevalesco è soprattutto a questi aspetti che si deve porre attenzione.

Honoré de Balzac metteva in guardia rispetto alla difficile arte di indossare il cappello: «C’è un modo indefinibile di portare il cappello.

Mettetelo un po’ troppo indietro e avrete un’aria sfrontata, troppo in avanti e avrete un’aria sorniona, da una parte e sembrerete impertinente.»

Elisa Volta

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“BON TON A 4 ZAMPE, MANUALE DI PET ETIQUETTE”

La foto in copertina ritrae Raimondo Rossi ( Ray Morrison) che indossa una creazione Steven ‘s Hats

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA:“Se non puoi parlare bene di qualcuno, non parlarne affatto”.

ELISA VOLTA

Questo l’insegnamento che una mamma (Rosa Falasca) impartì al suo celebre figlio: Giulio Andreotti. Frase riportata in una delle prime scene de “Il Divo”, film di Paolo Sorrentino che narra la vita del sette volte Primo Ministro italiano.

Pettegolezzo, chiacchiera, indiscrezione, diceria, rumor, gossip, tanti i termini che definiscono la pratica assai diffusa di deliziare gli astanti con piccanti rivelazioni, spesso molto intime, riguardanti una persona che ovviamente non sta partecipando alla conversazione.

Se la bonaria e ironica battuta (purché in certi limiti), o un breve accenno alla recente conquista del nostro Vip preferito possono essere divertenti e alleggerire le conversazioni, le insistenti indiscrezioni, il rivelare quanto ci è stato confidato o denigrare intenzionalmente una persona, è invece un comportamento molto maleducato.

La curiosità è tentatrice, ma prima di lasciarci coinvolgere in simili discussioni, o peggio, fare un commento poco benevolo, pensiamo a come reagirebbe la persona oggetto di dibattito se venisse a conoscenza di cosa abbiamo detto. Vale la pena perdere un’amicizia o raffreddare una conoscenza per un pettegolezzo?

Senza contare che chi parla alle spalle, lo farà sempre, quasi sicuramente anche alle nostre. Quindi attenzione a chi scegliamo di frequentare!

Capita talvolta che il pettegolezzo, sia un vero e proprio esercizio di potere.

Negli ambienti lavorativi, le indiscrezioni, possono essere utilizzate per screditare, mettere in difficoltà potenziali competitor e questo capita purtroppo anche tra colleghi.

La persona intelligente ed educata non cadrà nella rete, si fermerà prima di inciampare nelle sue trame. Come?

Vanificando l’intento del pettegolo, non rivelando alcunché e non mostrando interesse verso quanto esposto.

E se è su di noi che si spettegola? Parliamo privatamente con chi, senza titolo, si sta occupando della nostra vita e con garbo chiediamogli/le di smettere.

Se non otterremo il risultato sperato (spesso l’incontinenza verbale si rivela cronica!) non intraprendiamo inutili discussioni, ma adottiamo l’indifferenza e… la felicità: la vendetta più potente! 

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: “Calzature Maschili”.

ELISA VOLTA

Come anticipato nella rubrica di agosto, in questo nostro appuntamento parleremo di calzature maschili.

L’uomo di oggi pone attenzione al proprio abbigliamento, e quindi anche agli accessori, al pari delle donne.

La scarpiera maschile sta iniziando ad occupare spazi della cabina armadio sempre più dilatati, con buona pace delle signore che in taluni casi possono uscire dalla competizione addirittura perdenti.

Quali sono i modelli che, al di là di mode e preferenze, proprio non possono mancare nella cabina armadio all’uomo che, conoscendo le regole del dress code, vuole essere impeccabile in ogni circostanza?

Un paio di Oxford (chiamate anche o Balmoral) sono d’obbligo.

Le scarpe in pelle liscia con allacciatura, di colore nero, sono l’unico modello ammesso per l’abbigliamento da cerimonia e da sera.

Nella versione in vernice nera sono d’obbligo con il frac e utilizzate anche con lo smoking (ammesse anche in pelle nera).

Altra stringata è la scarpa modello Derby.

Si tratta di una variante meno rigorosa della precedente che presenta delle decorazioni costituite da piccoli fori, sulla punta e sui lati.

Rispetto alla Oxford avvolge meno la caviglia, lasciando intravedere maggiormente il calzino e l’allacciatura è aperta nella parte inferiore.

È adatta ad un abbigliamento formale (non da cerimonia), ma anche smart casual o business dress.

È spesso indossata nella versione marrone castagna o cognac, solo di giorno.

Per l’abbigliamento casual invece, ideali sono le Loafer e i mocassini: scarpe non stringate, che possono essere con tomaia liscia, decorata, ricamata (oggi molto di moda), con nappine (Tassel Loafer), o con la caratteristica linguetta di pelle (Penny Loafer).

Una variante un po’ più formale del mocassino, è la Monk strap a una o due fibbie, molto apprezzata da chi ama un abbigliamento professionale ma non formale.

E infine le scarpe riservate al solo tempo libero: Sneakers, scarponcini scamosciati con suola in para, per le occasioni informali e la campagna e  boat shoes, le calzature in pelle con la tipica suola in gomma bianca adatta a non lasciare segni neanche sulle superfici più delicate.

Proprio queste ultime, dopo la metà degli anni trenta, furono adottate dai rampolli dei college americani più prestigiosi e delle università della Ivy League nei loro preppy look, in sostituzione delle penny loafers, per le occasioni meno formali.

Scarpa abbinata all’outfit e outfit adatto al contesto: ecco i due semplici passaggi per essere impeccabili in ogni occasione.

Se la variabile è rappresentata dal modello, che cambia in base all’outfit e all’occasione, la costante necessaria è la cura della calzatura.

Le scarpe necessitano di manutenzione: vanno pulite, lucidate, riposte nella scarpiera con le forme e risuolate periodicamente.

Lo studio accurato del look sarebbe immediatamente vanificato dalla camminata su tacchi consumati come un pezzo di parmigiano passato sulla grattugia.

Le suole si consumano e spesso anche in modo differente (il tacco della scarpa destra di chi passa tante ore al volante, è molto più rovinato del sinistro), questo causa una postura lievemente sbilanciata decisamente poco elegante.

Come amo ripetere spesso, sono i dettagli a fare la differenza, e le calzature, soprattutto in un uomo, sono in grado di lanciare inequivocabili segnali di stile o compromettere irrimediabilmente anche l’outfit più ricercato.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON A CURA DI ELISA VOLTA: i confini della libertà.

ELISA VOLTA

Pare una contraddizione, ma sia nel buongusto che nella buona educazione, questo ossimoro deve essere tenuto in considerazione, perché la libertà di ciascuno termina nel momento in cui non si rispetta quella delle altre persone.

Gli ambiti sono infiniti, ma visto che è iniziata la stagione estiva e le spiagge cominciano ad essere frequentate, partirei da questo luogo.

Fumo, odori di cibo, suonerie del telefono, bambini (o adulti!) che sbraitano e nudità più o meno esibite, rappresentano le linee più complesse da definire.

Se rilassarsi con una sigaretta è un diritto, non lo è invece quello di affumicare il vicino di ombrellone.

La legge italiana permette di fumare in qualsiasi luogo aperto, ma l’educazione ci impone di non arrecare disturbo a chi vive intorno a noi.

Nelle spiagge particolarmente affollate con sdraio ad una minima distanza, è alquanto fastidioso ricevere sul viso il fumo del vicino di ombrellone.

Il fumatore dovrà aver cura di domandare sempre se il fumo dà fastidio, dovrà fare in modo di posizionare la sigaretta dove procura meno disturbo o preferibilmente allontanarsi e fare una passeggiata in riva al mare.

Mai fumare invece in prossimità di un bambino, di un anziano, di una donna incinta e mai liberarsi del mozzicone buttandolo sulla sabbia o in mare, ma riporlo in un sacchetto che verrà poi gettato, o negli appositi portacenere anche portatili.

Se optiamo per un pasto sotto l’ombrellone, non occupiamo lo spazio altrui anche con fastidiosi odori, che nell’orario più caldo della giornata tendono ad essere ancora più sgradevoli.

Anche in questo caso, la discrezione ed il senso della misura dovrebbero farci da guida: evitiamo di apparecchiare il lettino come un tavolo da pranzo ma limitiamoci a consumare della frutta o un panino. È ovvio che gli eventuali rifiuti non andranno abbandonati, ma raccolti in una busta e riposti negli appositi cestini o portati a casa nel caso ci si trovi in uno spazio non attrezzato.

Dopo aver mantenuto entro i nostri confini, fumi e odori, evitiamo di tracimare con il livello sonoro, rendendo partecipe tutta la spiaggia delle nostre conversazioni telefoniche.

Parliamo a voce contenuta o portandoci in riva al mare. Stesso accorgimento per le conversazioni con il partner o i figli.

A proposito di figli, i bambini hanno tutto il diritto di divertirsi in spiaggia, è anche la loro vacanza! Spetta ai genitori imporre le regole ed educare ad una convivenza civile.

Spieghiamo loro che non si corre alzando la sabbia tra i lettini, non si gioca a pallone vicino alle persone, non si strilla e non si abbandonano i giochi per tutta la spiaggia.

Per quanto riguarda l’abbigliamento da spiaggia, il tema si fa più delicato. Le sensibilità verso il corpo scoperto sono differenti e le cause sono da ricercare nell’ambito storico, sociale, culturale e religioso.

Il primo bikini del 1946, il primo topless (subito vietato) del 1964 ed infine il burkini degli anni 2000 (nato da un’idea di Aheda Zanetti, designer australiana di origini libanesi), dovrebbero farci capire quanto questo aspetto possa essere un tema delicato.

Nell’inviolabile diritto di esprimerci liberamente, non dimentichiamo che la persona elegante è quella che sa farsi ricordare più che notare (Giorgio Armani docet).

La scelta del tipo e fantasia del costume è lasciata ai gusti di ciascuno, salvo piccoli accorgimenti che per il rispetto di chi ci sta intorno, vanno considerati.

Se il bikini di ridottissime dimensioni su un giovane corpo snello e sodo, può essere meno volgare, indossato da chi non ha più vent’anni da un pezzo, è assolutamente sconsigliato, così anche il topless che andrebbe adottato solo in spiagge poco affollate.

Il costume è utile per abbronzarsi, ma quando ci si reca al bar, al ristorante o alla toilette anche se sulla spiaggia, per le signore è consigliato l’uso di un pareo e per i signori di una maglietta, anche per questioni igieniche.

Ricordiamo inoltre che se l’abbronzatura uniforme è senza dubbio esteticamente piacevole, non altrettanto gradito è vedere persone in posizioni alquanto imbarazzanti, allo scopo di abbronzarsi ovunque!

Per qualche strana ragione pare che in spiaggia ormai tutto sia lecito: se desideriamo rispettare noi stessi e gli altri…così non è.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

BON TON BON TON a Cura DI ELISA VOLTA : “Non c’è nulla di più profondo di ciò che appare in superficie”

ELISA VOLTA

Mi permetto di prendere in prestito l’aforisma del filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel per trasferirlo al concetto di buone maniere.

Le buone maniere non sono una “posa”, ma una strada per affrontare la vita e richiedono consapevolezza, sensibilità e allenamento.

Ogni abito che indossiamo dice ciò che intendiamo comunicare o nascondere, la scelta di una parola svela il nostro pensiero e ogni gesto racconta la nostra storia e le nostre abitudini (soprattutto a tavola).

Il garbo e l’educazione non vanno praticati solo in pubblico.

Le stesse attenzioni ed il medesimo rispetto devono essere riservati anche a noi stessi e ai nostri famigliari e la discrezione deve essere il telaio su cui ordire i rapporti con il mondo esterno.

Non sono l’esibizione di conoscenze accademiche o i riconoscimenti pubblici ad identificarci come persone di buone maniere, ma è ciò che scaturisce dalla parte più profonda di noi.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

“BON TON BON TON” A CURA DI ELISA VOLTA: Il corretto utilizzo del tovagliolo.

elisa volta

È stato nominato nel precedente articolo della rubrica, ma vale la pena esaminare la sua nascita e il suo corretto utilizzo.

Fino alla fine del Medioevo, che si trattasse di reali e nobili o di semplici contadini, i commensali erano soliti pulirsi bocca e mani con la tovaglia.

Questa rozza consuetudine fu superata solo un decennio prima del 1500.

Il merito fu di Leonardo da Vinci: sì, proprio “quel” Leonardo. L’illustre genio fiorentino, oltre al fondamentale contributo artistico e scientifico, alla corte di Ludovico Sforza (il Moro) introdusse innovazioni anche nell’arte della tavola.

Acuto osservatore ed esteta, amante della pulizia e dell’ordine, infastidito dai gesti barbari e dall’incuranza diffusa nei banchetti dei quali era testimone, ebbe l’intuizione di creare una tovaglia in miniatura, da fornire ad ogni singolo ospite.

Come appena detto, questo piccolo scampolo di stoffa nasce con lo scopo di pulire la bocca, non come protezione per gli abiti.

Non si lega quindi intorno al collo, né si tiene appoggiato al petto con la mano sinistra mentre si mangia con la destra.

A tavola, lo troveremo correttamente posizionato alla sinistra dei piatti, dove potrà essere preso dalle estremità con due dita e fatto scivolare in grembo.

Non dovrà essere “steso” come un lenzuolo, ma aperto leggermente e ripiegato in due, in modo da formare un rettangolo da posizionare sulle gambe.

Verrà utilizzato prima di bere e dopo aver bevuto e riposto immediatamente sulle gambe.

Si utilizzerà la parte interna che verrà subito ripiegata per evitare di sporcarsi gli abiti e per non lasciare a vista le eventuali macchie di cibo.

Un consiglio che mi permetto di fornire alle signore che indossano il rossetto, è quello di tamponare le labbra preventivamente con un fazzolettino di carta: questo permetterà di non lasciare fastidiose macchie sul tovagliolo e aloni sui bicchieri.

Se ci si alza da tavola durante il pasto?

Su questo argomento i pareri sono discordanti.

Alcuni manuali di buone maniere sostengono che il tovagliolo vada lasciato sul tavolo alla sinistra del piatto, dove è stato trovato all’inizio del pasto.

Personalmente ritengo che abbandonare accanto ad altri commensali, che stanno ancora consumando il pasto, un tovagliolo usato, non sia gradevole né igienico.

Tendo quindi a propendere per la tesi di altri manuali che indicano come luogo più consono il bracciolo della sedia o la seduta.

Al termine del pasto si lascerà invece sul tavolo, a sinistra del piatto, senza piegarlo, ma richiudendolo in modo da non mostrare la parte interna utilizzata.  

Nei ristoranti di prestigio, il tovagliolo utilizzato per l’intero pasto verrà sostituito al momento del dessert con uno di dimensioni minori, che verrà posizionato dal cameriere, direttamente in grembo ai commensali.

Elisa Volta

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Rubrica di Elisa Volta

“BON TON BON TON” A CURA DI ELISA VOLTA “Da Monsignor Della Casa al selfie”.

ELISA VOLTA


[…] NON ISTÀ BENE A FREGARSI I DENTI CON LA TOVAGLIUOLA, E MENO CHE MENO COL DITO, CHE SONO ATTI DIFFORMI.

Né risciacquarsi la bocca e sputare il vino, sta bene in palese.

Né in levandosi da tavola portar lo stecco in bocca, a guisa d’uccello che faccia suo nido, o sopra l’orecchio, come barbiere, è gentil costume […]

Si tratta di un estratto dal libro “Galateo” di Giovanni Della Casa pubblicato, postumo, nel 1558.

Mi auguro che ai giorni nostri nessuno più si risciacqui la bocca con il vino per poi sputarlo, ma vi assicuro di aver avuto la spiacevole occasione di vedere una “Signora” a tavola, intenta a strofinare accuratamente il tovagliolo sopra gli incisivi prima di un selfie!

Sono una fervida sostenitrice dell’igiene orale, ma raccomando di svolgere tali operazioni con l’ausilio di spazzolino e dentifricio nella riservatezza della sala da bagno.

Veniamo agli stuzzicadenti: non vanno mai portati a tavola, ma soprattutto in questo contesto non devono essere usati.

Se non possiamo proprio fare a meno di incuneare l’incriminato legnetto fra i denti, chiediamolo al cameriere o ai padroni di casa con discrezione e spostiamoci nella toilette per condurre le operazioni.

Gli stuzzicadenti che accompagnano olive o tartine servono per prendere tali alimenti e portarli alla bocca.

Da lì poi, lo stecco si allontanerà immediatamente.

Non resteremo con il legnetto accomodato sulle nostre labbra «a guisa d’uccello che faccia suo nido».

Elisa Volta

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