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Il Caffè del Verone, una terrazza di gusto a Firenze.

Il Caffè del Verone,

Il Caffe del Verone – Gruppo Elior, azienda francese leader nella ristorazione delle mense, è un viaggio fra gusto e cultura, che si arricchisce di nuove proposte.

All’ultimo piano del Museo degli Innocenti, in piazza Santissima Annunziata, ha un panorama immersivo che regala una finestra spalancata sulla Cupola del Duomo.  

A guidare la cucina localmente, c’è l‘Executive Chef Adriana Melani, con diverse importanti esperienze professionali alle spalle, che propone principalmente piatti della tradizione fiorentina e toscana, soprattutto di carne che guarda anche al mare seguendo la stagionalità.  

L’ampio locale arredato in modo contemporaneo ed essenziale, gode di una bella terrazza con copertura, una loggia o veròne che dà il nome al locale, e da qualche mese ha ampliato l’offerta gastronomica, finora limitata a colazione, spuntini e aperitivi, aprendosi anche alla ristorazione. Il nuovo corso è legato alla nuova gestione da parte del Gruppo Elior Ristorazione SpA, multinazionale francese della ristorazione con 10.000 collaboratori e 2.000 ristoranti aziendali in tutta Italia.

Il menu è contenuto e per questo cambierà ogni due mesi, mantenendo però alcuni classici quali i pici al ragù di carni bianche e il Peposo dell’Impruneta, anche in estate, una scommessa, rivolta soprattutto ai visitatori che vengono da lontano. Grande attenzione, in linea con la filosofia aziendale, è riservata alle proposte vegane e vegetariane e a richieste ad hoc legate a norme religiose.

La territorialità è una scelta anche nella carta dei vini con etichette principalmente toscane senza dimenticare alcune referenze provenienti da altre regioni italiane, bollicine franciacorta e champagne.

Il locale è aperto 7 giorni su 7 dalle 10 fino alle 21.30.

G.L.

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UNA STORIA DI SUCCESSO AL FEMMINILE, Monica Zappullo, Amministratore Delegato GT Officine del computer.

Monica Zappullo

«Non è stato facile, in quanto donna, affermarsi nel settore tecnologico e superare la crisi originata dalla pandemia da Covid-19. Ma la formazione, la tenacia, la caparbietà e il lavoro quotidiano mi hanno permesso di dialogare con i colossi del settore e lanciare oggi un nuovo progetto su un territorio non semplice»

Una storia imprenditoriale di successo. Protagonista una donna, Monica Zappullo, Amministratore Delegato GT Officine del Computer, che è riuscita ad affermarsi in un settore principalmente maschile, quello dell’informatica, conquistando la fiducia dei top player del settore con un impegnativo lavoro quotidiano. La pandemia da Covid-19 blocca tutti i settori e per Monica arriva la chiusura della sua attività a Portici ma lei è decisa a non arrendersi e oggi affronta con forza e determinazione una nuova sfida.

«Con la consulenza e il sostegno di Artigiancassa, oggi apro il mio GT Officine del Computer Cash and Carry a Casalnuovo – racconta Monica Zappullo –. Un territorio non semplice, che, però, per la concentrazione di aziende tecnologiche, può essere considerato la Silicon Valley della Campania. La nascita di questa realtà vuol dire tanto e non solo la complicata affermazione di una donna in questo settore, ma anche la possibilità di creare posti di lavoro per i ragazzi che, purtroppo, sempre più spesso lasciano la città di origine alla ricerca di un impiego».

Un’impresa che trova i suoi punti di forza nel dialogo con i colossi della tecnologia e nella formazione di un team, composto da circa 10 unità, che entra in contatto con l’utente andando ben oltre il momento della scelta del prodotto tecnologico, con un accurato servizio di assistenza. Un team in espansione con la difficoltà, però, di trovare risorse. «Abbiamo pubblicato annunci sui siti dedicati alle offerte di lavoro, proponendo impiego a diversi profili professionali – continua Monica –. Sono arrivati solo curriculum di magazzinieri e abbiamo assunto. Resta ancora aperta la posizione di agenti commerciali».

Ma la lungimiranza di Monica Zappullo non si ferma con la nascita della sua attività e assume anche risvolti sociali. «Con il mio team, stiamo lavorando a un progetto futuro che coinvolge le isole – continua Monica –. Sulle isole i prodotti tecnologici hanno prezzi elevatissimi a causa dei costi di trasporto. Il progetto è quello di aprire un dialogo che porti a un accordo con le principali aziende di trasporto e a un abbattimento del costo al venditore che ovviamente avrà una ricaduta positiva sull’utente finale».

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Il Cibrèo, l’arte del territorio.

Il Cibrèo

A Firenze è un’istituzione e un nome storico, che rimanda a Fabio Picchi, chef istrionico che nel 1979 quando imperava la voglia di esotico e la cucina di casa e della nonna era considerata povera e poco interessante, lanciò il ritorno alle origini. L’imperativo era prossimità, prodotti locali, stagionali, sani, legati alla memoria della tradizione, accompagnati dal racconto. La convivialità è da sempre infatti una parola chiave nel mondo del Cibrèo il cui nome si richiama a un piatto toscano dove ci sono delle cose buone, declinato in varie formule. La linea è quella di una cucina toscana gourmet, il cui gusto è già nel racconto. Il menu infatti è “Il primo giornale Mangia&Leggi con qualcosa da ordinare e qualcosa da imparare”, un formato appunto di rivista che il cliente può portare via come un oggetto da collezione, dove le ricette sono raccontate.

La scelta originaria è stata di concentrarsi nel quartiere di Sant’Ambrogio, vicino al mercato a due passi da Santa Croce dove lo stesso giorno del 1979 aprì il Cibrèo Ristorante, intimo, curato e familiare e il Cibrèo Trattoria, ribattezzata “Cibrèino” o “Cibrèo dei poveri”, che offre i sapori autentici e i profumi genuini della cucina fiorentina e toscana dell’attiguo ristorante, ma a prezzi contenuti. Un atto coraggioso senza temere la sfida tra i due ambienti perché l’idea di Fabio Picchi era di offrire cucina di qualità per tutte le tasche perché mangiare è anche un atto sociale ed è un modo di educare al bello e buono.

Nel 1989 arriva il Cibrèo Caffè che accoglie gli ospiti in un ambiente informale e vivace tutta la giornata.

Poi nel 2003 è la volta del Teatro del Sale, un circolo culturale con accesso riservato ai soli soci, dov’è possibile assistere a performance dal vivo di artisti italiani e internazionali, gustando i piatti familiari della tradizione toscana serviti su un ampio buffet, nato da un’idea di Maria Cassi, direttore artistico, essa stessa protagonista sulla scena e Fabio Picchi, una coppia anche nella vita.

Nel 2017 arriva il Ciblèo, una proposta culinaria raffinata e unica nel suo genere ottenuta mescolando assieme la cucina toscana, giapponese, coreana e cinese, in ricette uniche che danno vita ad un’esperienza di gusto memorabile.

Non è un’esperienza fusion ma la ricerca di un matrimonio singolare tra gli ingredienti del territorio e l’anima orientale, frutto di un lungo soggiorno in Giappone di Giulio Picchi, figlio di Fabio, erede che oggi dirige l’attività, dopo la scomparsa del padre, con una mano felice e creativa, venendo dal mondo dell’arte. Nel suo modo d’intendere l’espressione artistica non ci sono confini.

Artista, autodidatta ha cominciato a disegnare fin da bambino e nel tempo ha unito quest’attività a quella della ristorazione: così i suoi piatti e l’ambiente stesso del Cibrèo diventano una grande tavolozza dove giocare. Il tema del colore che attiva anche la sinestesi del gusto, sposa al contempo l’idea del gioco e la fantasia propria dei bambini.

Nel 2019 il Cibrèo conquista anche il centro della città, a due passi da Palazzo Strozzi, nella sede dell’hotel Helvetia & Bristol, eleganza e fascino d’antan, un ‘salotto’ frizzante che mantiene la filosofia della casa diversificando ancora una volta l’anima. Il Tinello, aperto nel 2019, capolavoro di alto artigianato fiorentino firmato da Riccardo Barthel con una deliziosa piastrellatura verde bottiglia, un grande tavolo davanti alla cucina a vista, con affaccio diretto sul Winter Garden, ospita appuntamenti enogastronomici privati nei diversi momenti della giornata. Il Winter Garden è un rifugio esotico ed accogliente nel centro storico della città, con il soffitto originale in stile liberty, i paraventi in specchi e la carta da parati che riproduce gli elementi tipici della fauna toscana, questo era un tempo luogo d’incontro dei futuristi.

Nel 2021 ha aperto il Cibrèo caffè HB, il nuovo “salotto” Cibrèo, un punto di riferimento per chi in un luogo unico trova uno spazio d’accoglienza per ogni momento della giornata, e vi si respira l’air du temps tipica del bistrot, un tocco francese, raffinato e vivace, alle pareti i manifesti realizzati da Giulio Picchi per il teatro del Sale che sono ormai iconici. Prolungamento del Caffè, la Sala Strozzi, aperta nel 2022, con l’affaccio sul dehors, per chi vuole un’atmosfera unica. Il Cibrèo Ristorante HB, il nuovo Cibrèo Ristorante & Cocktail Bar e il relativo Privé, completano l’offerta. Qui si respira un’atmosfera cosmopolita per un pranzo, un aperitivo d’autore o una cena.

Lo stile è quello tipico del Cibrèo con alcuni elementi reinterpretati. Immancabili le poltroncine rosse in velluto, vero elemento iconico del marchio; luci soffuse e diffuse; il bancone del cocktail è stato realizzato in marmo giallo di Siena, un marmo raro e pregiato come tutti gli elementi di quest’area compresi i cassetti. Anche il legno è uno degli elementi del luogo e lo si ritrova negli otto grandi lampadari realizzati a mano dagli artigiani libanesi di Tripoli. L’ultima parola è sempre alla cucina genuina, in pieno stile Cibrèo, che segue il ritmo della stagionalità e una continua ricerca fin dall’aperitivo, con “Il Toscano”, che abbiamo degustato, realizzato con Vermut Toscano, Bitter Toscano, Gin Toscano e soprattutto Agresto, condimento a base di aceto, aglio e cipolla. Il menu cambia in tutti i ristoranti della maison stagionalmente quindi impossibile annoiarsi. La Toscanità è il fil rouge da “L’insalata rossa fiorentina”, rivisitazione di quella russa con barbabietole, carote, fagiolini, capperi, cipolline sott’aceto di vino bianco e maionese artigianale. Si può continuare con la “Carabaccia moderna”, morbida vellutata alla cipolla bianca, guarnita con i petali della cipolla stessa; quindi il “Mare in tavola” con una selezione del pesce dell’arcipelago toscano interpretato dagli chef servito rigorosamente con verdure locali; per chi non fosse sazio, “Le patate fritte fritte”, in doppia cottura e per finire il “Bombardino del Cibrèo”, il famoso zabaione con il nostro gelato alla nocciola del Piemonte.

G.L.

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Cioccolato che passione Noalya, un sogno diventato impresa.

Noalya

A Ponsacco, un paesino in provincia di Pisa, a due passi da Pontedera, nella zona industriale, tra le fabbriche abbiamo scoperto una piccola realtà di gusto, una produzione di cioccolato nata da un sogno.

Per un giorno l’impresa ha aperto le porte e dietro le quinte è iniziato un viaggio insieme al fondatore Alessio Tessieri.

Una storia di vita, del savoir faire italiano che racconta uno stile e come il cibo degli dei per alcune civiltà abbia ancora molti segreti.

Come nasce un sogno? Qualche parola sulla Tessieri storica e sull’avventura di Alessio Tessieri

“Non pretendo di dare una risposta che valga per tutti.

Posso parlare del mio sogno e di come è nato. Risale a quando, da bambino, scorrazzavo con la biciclettina tra gli scaffali del magazzino dell’azienda di famiglia distributrice di ingredienti per pasticceria.

Mi inebriavo di profumi di vaniglia e cioccolato e da lì ho sognato di diventare, come in una favola, il “principe del cioccolato”. Ecco, principe certo non sono, ma quel sogno si è avverato.

Certo è costato fatica e impegno, in quanto trasformare l’azienda di famiglia nata 60 anni fa non è stato facile, data anche l’instabilità del mercato.

Ma ora, dalla distribuzione di soli ingredienti per pasticceria, Casa Tessieri, è un’azienda importante, direi leader in Toscana e affermata in Italia, con un ricco catalogo di eccellenze per la fornitura di ristoranti, alberghi, bar, panifici, pasticcerie, gelaterie.

Ormai più di vent’anni fa, inoltre, ho potuto seguire la mia passione per il cioccolato e in Venezuela è esploso l’amore per il cacao criollo.

Tanto che ho acquistato lì, a 4 ore di distanza da Caracas, terre che erano usate per pascolo trasformandole nella mia piantagione di cacao che oggi sono il cuore pulsante della gamma Noalya, cioccolato coltivato.”

Perché la scelta di fare impresa?

“È stata una scelta obbligata. Mi sono avvicinato al cacao come un contadino, seguendo le piante dalla terra alla pianta, dalla lavorazione delle fave di cacao come fermentazione ed essiccazione, dalla trasformazione con la tostatura all’affinamento con il concaggio, alla creazione della tavoletta.

Si tratta di processi per me essenziali per ottenere la qualità e l’unico modo per avere il totale controllo della filiera è stato appunto quello di costituire un’azienda che mi consentisse di farlo. Con queste prerogative, dopo alcune altre iniziative, è nata Noalya, cioccolato coltivato.”

Qual è lo stile Noalya e le caratteristiche del suo cioccolato?

“Il controllo della filiera, anche per i semi di cacao acquistati da coltivatori di cui mi fido e che hanno accettato di utilizzare i metodi di lavorazione da me richiesti, è la garanzia per affermare la qualità del cioccolato Noalya che si contraddistingue per l’assenza di amarezza, tannini e acidità, esaltando invece eleganza, morbidezza e una dolcezza naturale in una gamma in cui ogni cioccolato esprime le note aromatiche e il gusto tipici della provenienza dei semi. Non per presunzione, ma mi sento di dire che per i miei cioccolati, così come può accertarlo il consumatore, valgono le stesse differenze che si apprezzano per il vino a secondo dei vitigni e il terroir.”

Ci racconta qualche tappa di un’antologia del gusto in un viaggio internazionale?

“Il viaggio intorno al mondo coinvolge la fascia equatoriale tra i due tropici. In ogni paese selezioniamo particolari piantagioni gestite da coltivatori che dedicano particolare attenzione a tutte le fasi post raccolta, normalmente decise in collaborazione con noi o con i nostri agronomi.

Questo significa porre una grande attenzione al processo di fermentazione, alla selezione delle varietà di cacao, alla scelta dell’essiccazione rigorosamente al sole, e molto altro ancora.

Ad esempio in Madagascar è stata fondamentale la scelta dei legni per la costruzione delle casse di fermentazione che aiuta l’esaltazione nel cacao delle tipiche note aromatiche: frutti rossi maturi come prugna e mora, frutti freschi come lampone e mirtillo con intriganti note speziate.

Per non parlare del cacao ricercato in tutto il Venezuela per creare il vivaio della mia piantagione, puro criollo, dalle inconfondibili note di frutta secca, come mandorle e nocciole tostate, in cui la ricca fertilità della terra rilascia alla pianta ottime proprietà nutritive, che noi arricchiamo con il compost naturale che produciamo nella stessa piantagione.

E poi Trinidad, con un terroir ricchissimo di sali minerali, in cui la selezione di piante di cacao trinitario ci permette di realizzare un cioccolato particolare, dai meravigliosi sentori di frutta secca tostata, biscotto, e castagne, con un finale fresco e sapido.

Praticamente in ogni paese cerchiamo di selezionare i migliori semi, nella costante ricerca di cacao sempre più aromatici e ricchi dei sapori di quelle terre.” 

Perché una scuola di pasticceria, cioccolateria e cucina?

“Almeno due i motivi alla base di quest’impresa. Il primo è che avverto l’impegno di dover diffondere la cultura della gastronomia per la formazione di chef e professionisti della pasticceria e della gelateria, nonché ovviamente della cioccolateria che, ho premesso, è la mia principale passione.

E credo così di dare una mano a un settore che chiede sempre più professionalità e preparazione.

Poi il cibo, il buon cibo, è determinante per una migliore qualità della vita, e mi sono sentito coinvolto nel dare il mio contributo, che è anche occasione di crescita personale grazie all’incontro con i docenti della Scuola e con i tanti qualificati chef e pastry-chef che vi svolgono corsi e masterclass per professionisti. L’altro motivo è che sia Noalya sia Casa Tessieri sono in un rapporto di continuo scambio, per la selezione, la trasformazione di ingredienti e texture e le preparazioni, con le professionalità e la creatività della scuola.”

Quali iniziative state mettendo appunto per la promozione di Noalya?

“Con le attività di formazione, oltre alla partecipazione ad eventi fieristici di qualità, abbiamo creato un team di 14 professionisti pluripremiati per studiare e creare ricette e abbinamenti con il cioccolato.

È appunto il Team Noalya che si riunisce periodicamente per la ricerca presso la Scuola. Abbiamo anche organizzato alcuni contest, come la gara per il miglior panettone al cioccolato Noalya, oppure, in collaborazione con la Fic, l’elezione del miglior allievo degli istituti alberghieri della Toscana, Ospitiamo la fase di preparazione per i mondiali della Nazionale Italiana Cuochi e il concorso Lady Chef. Infine, un’iniziativa a cui tengo molto è l’evento che precede l’esame finale dei corsi professionali.

Si tratta di una cena le cui preparazioni e la scelta del menu è totalmente decisa, con la supervisione dei docenti chef residenti, dagli allievi.”

Quanto è importante oggi la comunicazione nel settore del cioccolato?

“La comunicazione, nonché la pubblicità, sono importanti per il cioccolato come per tutti gli altri settori, e non solo in chiave merceologica.

Anche per Noalya è un settore d’impresa in cui siamo impegnati avvalendoci di agenzie e consulenti esterni. In un mercato dove Internet, attraverso social e motori di ricerca, domina è sempre più difficile far risaltare il nostro messaggio. Ma confesso che la migliore comunicazione per il nostro cioccolato rimane l’assaggio.”

Un ambito legato al piacere, alla dimensione giocosa della vita, alle festività e certamente all’infanzia che forse non si conosce abbastanza a cominciare dalla produzione per finire con la degustazione e il recupero della storia del cioccolato, una spezia singolare, potrebbe aprire al comparto prospettive come quelle aperte al settore vinicolo, sotto il profilo culturale e di consumo.

Giada Luni

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Indossare FLORA… della collezione MAGICLAND di Marta Jane Alesiani.

Marta Jane Alesiani

Marta trova se stessa e l’ispirazione immersa nella natura, è li che traduce l’armonia, la pace, la bellezza in un pensiero da indossare…

“Il profumo inebriante effuso da un prato variopinto apre il cuore dell’uomo alla bellezza e concilia la sua anima al divino.

Il brusio della spiga di grano nel meriggio d’estate, i suoi aurei granelli che, insieme al grappolo verdastro della vite, costituiscono la base della vita

Flora, la giovane regina della Primavera nelle antiche iconografie indossava un lungo drappeggio fiorito che si fondeva con la natura portando con se tutto il suo mondo..

Da questi pensieri nasce l’abito FLORA per traghettare chi lo indossa in un universo incantato, ed ecco che non a caso entra a far parte della collezione  MAGICLAND.

Un portale che traghetta verso un Nuovo Mondo, fatto di valore, condivisione e purezza.

La linfa vitale del mondo botanico si manifesta sull’abito con verdi foglie luminose , tratte da un quadro realizzato dalla stilista stessa , che ha voluto raccontare il legame tra la Donna e la natura, natura nella quale si ritrova , si sente protetta, si nasconde e si confonde, osserva senza essere osservata  si sente coccolata …

La stoffa scelta per confezionare l’abito è leggerissima, il suo compito è trasmettere la sensazione a chi lo indossa di percepire direttamente sulla propria pelle la clorofilla.

Lo chiffon sottile ed impalpabile accarezza il corpo come un mantello di erba intrisa di rugiada.

Grandi felci sembra  danzino inseguite da foglie di menta e piante tropicali immerse nel nero della notte… ognuna di esse nasconde un significato simbolico, imperituro e misterioso.

Le FELCI  comparse più di 350 milioni di anni fa sono dense di valori simbolici e leggende legate a premonizioni, magie e protezioni volte all’ auto-guarigione.

La MENTA ricresce e fiorisce anche nelle condizioni più avverse diventando , così, il simbolo della forza ed il calore del sentimento.

L’abito è sigillato alle spalle da un elegante mantello, una vera e propria cascata di rigogliosa vegetazione che protegge la Donna trasformandola in una Ninfa in armonia con la sua femminilità e la Natura che la circonda. 

Il Mantello diventa anche il ricordo di Zefiro Dio Greco del vento di ponente che si narra, in un giorno di primavera, essersi innamorato di Flora, la rapì e la sposò ecco allora che il movimento del manto che protegge diventa il ricordo di un grande amore

Marta Jane sembra essersi sostituita a Madre Natura realizzando una collezione piena di energia positiva pronta a regalare emozioni inaspettate a chi sceglie di indossarla.

In queste foto il Soprano Dominika Zamara

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Podere della Bruciata, la sartoria della tradizione.

Podere della Bruciata

Artigiani del vino, così si definisce l’azienda Podere della Bruciata a Sant’Albino nella zona di Montepulciano, una storia lunga tre generazioni raccontata da Andrea Rossi che oggi ne ha preso le redini; azienda che abbiamo visitato in occasione delle Anteprime Toscana, in particolare Anteprima del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Con tenacia la produzione ha scommesso sui vini naturali, sul sapore del territorio nel bicchiere e sul racconto della storia, senza rincorrere le mode, coltivando però il gusto della sfida come dimostra il loro spumante metodo classico di Sangiovese e Trebbiano, nato anche per lo sguardo lungo gettato Oltralpe. Artigianalità, pazienza e il desiderio sartoriale, nel prodotto e nel servizio, con bottiglie vestite in modo unico, tirature limitate, etichette artistiche.

Ci accoglie all’entrata il profilo di due Bulldog, marchio del Podere, e qui comincia una storia fatta di emozioni. La scelta è legata al fatto che Andrea da piccolo aveva due cani che lo difesero quando fu attaccato da alcuni cinghiali che purtroppo infestano la zona e la femmina Bulldog morì per averlo salvato.

L’omaggio resta nel gioiello di famiglia che ha un albergo con un ristorante del quale si occupa la madre, coltivando i sapori della cucina tradizionale toscana e soprattutto il racconto dei piatti e della loro storia, parte integrante del gusto a tavola.

Il nome invece “la Bruciata”, nasce da quello di una conca dove si cuocevano i mattoni, presente nella prima delle vigne del Podere, quella alla quale i Rossi sono più affezionati, oggi il cru della produzione. È qui dove c’è la vigna più alta di Montepulciano che il nonno inizia la sua avventura, comprando un terreno che allora era più che una sfida. Negli Anni Sessanta del Novecento la viticoltura si era spostata verso la piana dove produrre vino era più semplice e i vini erano fruttati, morbidi, più semplici da promuovere. Il tempo, anche a causa dei cambiamenti climatici, ha dato ragione a chi ha scelto un’agricoltura artigianale, complessa e che oggi dà i suoi frutti. Le vigne infatti qui non hanno quasi più bisogno di essere concimate e hanno una resa di 60 quintali per ettaro. Il terreno è quello tipico di Montepulciano argilloso-sabbioso con la particolarità della presenza del ferro, quarzo e sedimenti marittimi che nel bicchiere si fanno sentire con una spiccata sapidità e una presenza di una nota quasi sanguigna. La vigna è formata da quelle che in gergo sono dette ‘viti formiche’ che restano piccole ma sono operose, con una rendita costante, e forti, soprattutto resistenti alle malattie.

Oggi Podere della Bruciata è un’azienda biodinamica anche se l’idea iniziale non era così definita. Il desiderio, ci ha raccontato Andrea Rossi, era di restituire il terroir in bocca. Ci sono voluti dieci anni di lavoro perché l’uva di prima scelta in cantina non perdesse parte della propria ricchezza.

L’intuizione è stata andare controcorrente e non aggiungere troppo, come lieviti alla fermentazione o tannini per accelerare, stabilizzare e rendere sempre uguali i prodotti. L’ipotesi avanzata da Andrea è che i disciplinari toscani del Chianti Classico, Brunello e Montepulciano offrendo un gusto molto riconoscibile sono per questo famosi e apprezzati; non solo, ma nascono in un momento in cui la chimica è praticamente assente dai processi di vinificazione quindi tengono conto della natura per raggiungere l’obiettivo qualità.

Un esempio è quanto intuito dal Barone Ricasoli che notò come il legno, quindi la fermentazione nelle botti, consenta la cessione al vino di anti-ossidanti rendendolo longevo. La scelta aziendale è stata quella di seguire la tradizione, recuperare vitigni autoctoni antichi che vanno saputi raccontare anche con ricette particolari come il cosiddetto “taglio del Barone Ricasoli” e vestire le bottiglie in modo unico.

Per questo l’azienda si è rivolta per le etichette a due artisti, Gioderìo, nome d’arte, dietro il quale si cela una persona che preferisce non apparire e l’artista Piero Fabbroni, acquarellista, i cui tratti raccontano le caratteristiche salienti dei diversi prodotti.

La produzione ha un bianco fermo, con il vitigno locale Orpicchio al 95% e una minima percentuale di Trebbiano per dare la struttura, il “Bruggina”, che nel linguaggio locale indica il freddo umido tipico della Val di Chiana che penetra nelle ossa, principale nemico del viticoltore; e una produzione di spumante metodo classico, “Bonaccia”, solo 1200 bottiglie di Sangiovese e Trebbiano, una vera sfida che, ci ha raccontato Andrea, è nata da una sua passione e dal confronto con parenti francesi che realizzano Metodo classico in Borgogna.

C’è poi la grande famiglia dei rossi, da una IGT realizzata con il vitigno autoctono Pugnitello che chiede una grande cura perché le uve sono spargole con un grappolo della grandezza di un pugno che vanno raccolte in tempi diversi scegliendo un mix tra grappoli ‘in alto’ e ‘in basso’ sui filari, per ottenere una partitura armonica; a un Chianti Colli Senesi; a un Rosso di Montepulciano; e un Nobile di Montepulciano, anche nella versione Riserva. Anche in questo caso per quest’ultima tipologia non si tratta tanto di selezionare le annate migliori quanto di scommettere, spesso addirittura su quelle più difficili, per ottenere delle selezioni particolari.

È questa la filosofia della casa, la pazienza del lavoro del tempo, essenziale per i vini naturali che agisce come l’omeopatia e un taglio sartoriale con un taglio delle botti fino a 40 quintali; mentre salendo di caratura si accede ad una scala industriale. La lavorazione del Sangiovese qui è come l’educazione di un figlio, un ragazzo giovane è forte ma spesso non educato; maturando occorre non tanto che diventi uomo quanto gentiluomo grazie all’affinamento in bottiglia. Il lavoro umano è in tal senso quello di una macchina non standardizzata ma accorta così per il Metodo classico la scelta è tutto a mano, Rémuage e Dégorgement con una ricetta particolare: un vino bianco Trebbiano dell’annata precedente sul quale viene innestato il Mosto Fiore di Sangiovese che dà glicerina e profumo: la sedimentazione è di 12-18 mesi ma c’è l’idea di una prova fino a 24.

Tra le etichette anche un Supertuscans con solo 600 bottiglie, vinificando Petit Verdot, che nasce da una collaborazione con produttori della Georgia, In questo momento in una botte armena con legno proveniente da un altopiano a 4mila metri d’altezza che conferisce sentori molto particolari al vino.

Completa la gamma un Vermouth realizzato secondo un’antica ricetta toscana della fine del 1600 del Valdarno, come dimostra la stessa etichetta “Nepo”, personaggio locale, alchimista che ha lavorato alla Corte dei Medici e che si dice abbia ispirato la figura di Mago Merlino.

Interessante anche la cantina dove nulla è a caso e dove per l’arredo sono riutilizzati gli strumenti di lavorazione dai cerchioni delle botti ai carrelli per l’uva che diventano le basi dei tavoli e per le pupître dedicate alle bottiglie durante la fase del rémuage una base di sassi locali sopra una vasca che assorbe l’umidità mantenendola costante.

Il percorso è da una prima sala dove l’uva è ‘stressata’ con pareti a vetro in modo da avere un ambiente naturale approfittando al massimo dello scambio termico ad una sala di ‘riposo’. Una cantina definita agli inizi non senza malizia un garage del vino, oggi una vera sartoria dalla quale spesso il prodotto è recapitato direttamente ai clienti.

A cura di Giada Luni

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Fuori di testa per il cioccolato.

Noalya

Noalya, cioccolato coltivato è tornato a Taste, manifestazione fiorentina cheha richiamato molto interesse non solo in fatto di numeri.

Tra gli eventi Fuori Salone divertente e raffinato quello  organizzato al Cibrèo, Ristorante & Cocktail Bar dell’Hotel Helvetia & Bristol, che si affaccia su piazza Strozzi, un matrimonio d’amore, di ricerca e di eleganza.

Si sono incontrate così due eccellenze toscane, il cioccolato targato Noalya e la ristorazione del Cibrèo.

Da una parte Alessio Tessieri, top player internazionale nel cioccolato presenta la sua creatura Noalya, cioccolato coltivato: un percorso dal seme di cacao raro fino alla tavoletta.

È un cioccolato da degustazione, per appassionati e professionisti, prodotto a Ponsacco in provincia di Pisa.

La linea si esprime in una gamma straordinariamente variegata di sapori e colori, con 33 tipologie di cioccolato, tra cui 11 Grand Cuvée Character e 22 Esprit Grand Cru monorigine.

L’idea nasce dall’innamoramento di Alessio Tessieri, patron dell’azienda, delle varietà criollo e porcelana del Venezuela.

Così nel 1997 inizia l’avventura oltre Oceano, l’acquisto di un terreno, la ristrutturazione e dal 2001 i primi frutti.

Un viaggio pieno di insidie in un paese difficile che solo amore, professionalità e tenacia hanno permesso di raggiungere la destinazione.

Tessieri ha creato una filiera di produzione cortissima e unica, grazie alla lunga ricerca nelle migliori piantagioni del mondo e alla sua esperienza nell’universo del cacao che, tra le altre cose lo ha portato a coltivare all’interno della piantagione di proprietà, alcune tra le più rare varietà esistenti, con una straordinaria attività di ricerca che sono passione e cultura insieme.

Le piantagioni da cui Noalya si approvvigiona vanno dalla Colombia al Guatemala, al Trinidad, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Jamaica, Cuba, Honduras, Grenada, Brasile, Perù, Costa Rica, Papua Nuova Guinea, Madagascar, Tanzania, Vietnam, Java e, Venezuela dove – appunto – si trova la tenuta di proprietà.

Partendo dalle fave raccolte dalle piante, i prodotti nascono grazie all’applicazione rigorosa delle tecniche naturali di trasformazione del cacao: dall’estrazione alla tostatura, quest’ultima realizzata con macchinari all’avanguardia e in grado di rispettare le differenti proprietà organolettiche e antiossidanti del cacao stesso.

Appena conclusi i processi e le lavorazioni sui luoghi di raccolta, il cacao, in sacchi di juta, inizia il viaggio dai quattro continenti allo stabilimento nel cuore della Toscana, con procedure di conservazione durante il trasferimento garantite e costantemente monitorate dall’Azienda per salvaguardare l’eccellenza del frutto.

Qui tra l’altro c’è una scuola professionale molto attiva che unisce la cultura del cioccolato alla tecnica di lavorazione.

Proprio in occasione di una degustazione alla quale è invitato Giulio Picchi, che a Firenze si occupa già dello storico Cibrèo e del Teatro del Sale, nasce la voglia di un matrimonio artistico. Noalya aveva presentato con i propri chef alcuni piatti con la presenza di cacao e cioccolato stimolando la creatività di chi ha saputo costruire un ménu raffinato, ardito, avvolgente senza artifizi ed effetti speciali. Il richiamo di Giulio all’arte è immediato, nascendo come illustratore, e interpretando la cucina e la tavola come manifestazioni artistiche.

Senza forzature, con l’umiltà di chi rilegge gli antichi e la tradizione, reinterpretandola. Il cacao è una spezia e la cucina romana ne raccomanda l’uso per la preparazione della coda alla vaccinara in assenza del chiodo di garofano.

Nascono così i Ravioli del Plin, Cioccolato, Nocciola, Fondo bruno e parmigiano firmati dagli chef Oscar Severini e Gabriele Avanzi, che hanno delineato un percorso gastronomico capace di raccontare piatti e pietanze della memoria, traghettandoli nel futuro.

L’idea è quella della riconoscibilità materica nei piatti, così come si legge anche nei cocktail di Alessandro Cambi, Barman Manager di Helvetia & Bristol che mira alla semplicità.

Lavora’ l’alcol in modo da non renderlo invasivo o associabile immediatamente, ma ‘diluirlo’ per avvicinarlo anche a palati che non prediligono quel tipo di alcol.

La voglia di Alessandro, incantatore, è offrire qualcosa che si possa raccontare per la tracciabilità degli ingredienti, per la toscanità degli stessi e poterlo rendere replicabile, mettendo la voglia anche al cliente di sperimentarsi.

Nasce così il cocktail dedicato a Noalya con vodka zelandese in infusione di fave di cacao che nel giro di cinque giorni aveva già raggiunto l’armonia desiderata e una tonica al rabarbaro e lampone.

Il risultato è una bevanda molto profumata, dove si riconoscono tutti i sentori che dialogano senza diventare qualcosa d’altro ma ognuno come in un’orchestra esce fuori in momenti successivi. La sinfonia ha lunghezza di gusto e dolcezza senza essere dolce.

Giada Luni

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“Lo stile è il riflesso del tuo atteggiamento e della tua personalità” di Guglielmo Giovannoni.

Guglielmo Giovannoni

Ho scritto il libro “L’abito fa il monaco“: una serie di nozioni stilistiche ma soprattutto l’attitudine comportamentale necessaria per creare la perfetta immagine di sé stessi.

Per questo credo che l’eleganza e lo stile a differenza della moda siano qualità intrinseche dell’anima e del carattere, al contrario la moda è seguita da coloro che non hanno chiara la propria personalità.

Fin da bambino mentre gli altri miei coetanei indossavano jeans, felpa, scarpe da ginnastica e bomber io ricercavo il mio essere e dunque il mio abbigliamento nell’eleganza degli adulti prendendo come riferimento personaggi reali o dei film quali ad esempio Frank Sinatra o Gordon Gekko, protagonista del famoso film anni 80 “Wall Street”.

Ho un mio personalissimo gusto nell’abbigliamento che si esplica nel voler vedere sia l’uomo che la donna ben vestiti con cose di gusto classico, ad esempio abiti, cappotti, camicie e tailleur.

Per questo ho iniziato la mia attività sartoriale insieme a Raffaella che si occupa della parte femminile.

Ci piace dare un tocco di originalità all’ abbigliamento classico con particolari estrosi e personalissimi che rendono i nostri capi unici, facili da indossare ed adatti a qualsiasi età.

Abbiamo deciso di aprire la sartoria a Napoli proprio perché è probabilmente la manifattura più antica e competente nel mondo. I nostri sarti hanno vari anni di esperienza nel settore e questo ci garantisce di proporre dei capi classici e personalizzati con i quali il cliente può variare da uno stile all’altro senza mai apparire esagerato.

Napoli, nel mondo sartoriale, è sinonimo di affidabilità e garanzia.

Il nostro lavoro si svolge soprattutto all’esterno del negozio.

Questo perché con il nostro servizio a domicilio riusciamo a raggiungere un bacino di utenza più elevato rispetto al solo negozio fisico. I nostri capi infatti nascono all’esterno della sartoria in ufficio o a casa dei nostri clienti e poi nel laboratorio nasce il miracolo.

Viene costruito ciò che il cliente insieme a me e Raffaella ha scelto.

Tessuto, fodera, bottoni e modellistica.

Tutto ciò che serve per creare un vero e proprio capo sartoriale.

I nostri clienti sono in percentuale maggiore professionisti che vestono con abiti sartoriali tutti i giorni ossia avvocati, giudici, notai, medici imprenditori o semplicemente chi vuole distinguersi dalla massa perché ama l’eleganza ed il nostro stile.

In questo momento lavoriamo in Italia anche se abbiamo vestito diversi ambasciatori esteri. Il nostro obiettivo adesso che l’attività è in fase di grande crescita è quello di entrare in contatto con mercati importanti quali gli Emirati Arabi, ad esempio.

Per loro indossare un prodotto Made in Italy è un onore ed un piacere quindi stanno pagando il reale costo della manifattura ma anche la soddisfazione di un prodotto che realmente apprezzano.

Detto ciò, il nostro mercato attuale ci soddisfa pienamente anche se nella vita per fortuna non si finisce mai di imparare ma soprattutto di migliorare.

Guglielmo Giovannoni

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Collezione Colorama di Marta Jane Alesiani :”Yoga Lux” la luce dell’anima.

Marta Jane Alesiani

L’abito Yoga Lux fa parte della collezione Colorama del 2019 , basata sullo studio cromatico energetico e sulle grafiche indiane.

Un viaggio tra le antiche leggende delle più imponenti divinità e il significato nascosto dei colori .

Vibrazioni positive che conducono all’ottimismo.

Questo abito è un viaggio tra cromologia, ( lo studio quindi del colore e dei suoi effetti sul nostro cervello) e spiritualità Indiana .

Questa creazione prende il nome di Yoga Lux per un motivo.

Nella lingua letteraria dell’India antica, il sanscrito, la parola yoga viene da una radice che significa «tenere assieme», «legare»: in questo abito, il color oro , portatore di sacralità e regalità , lega tutti gli altri colori in un gioco di forme .

Il suo tessuto jacquard è un vero e proprio inno alla vita , un Holi Festival , una rinascita.

Holi, la festa dei colori, ricorre durante la primavera del mese di Phagun, febbraio-marzo, secondo il calendario Indù. Celebrato con grande fervore in molte parti dell’India, sostiene lo spirito di gioia, amicizia, fratellanza e pace.

Non a caso l’intera realizzazione del Look Book vede la collaborazione di tre grandi maestri . La make-up Artist Stefania Molon, che ha ricreato nei volti dei modelli un vero Holi Festival , il Fotografo Gabriele Vinciguerra maestro delle luci e del colore , ed il grande Hair Stylist visionario Alessandro Torti.

Il colore ci rende liberi , libera le nostre emozioni ed influenza il nostro umore .

Il colore è uno degli strumenti fondamentali per un artista e fa parte della nostra vita quotidiana.

Attraverso i colori  si raccontano emozioni e sentimenti esprimiamo il nostro carattere, nell’indossare gli abiti che scegliamo mostriamo  il nostro stato d’animo.

Yoga Lux è un mondo da indossare, un sentiero da percorre, profuma di storia e di tradizioni, i fiori , simbolo di gentilezza rincorrono il disegno paisley, simile a una foglia stilizzata che risale all’era delle grandi civiltà mesopotamiche. un ornamento di ispirazione naturalistica che rappresenta un  intrico vegetale che ci lega indissolubilmente alla madre terra.. 

Un ponte tra l’antica persia che attraverso il nostro rinascimento arriva fino a noi…

Già Leonardo da Vinci aveva intuito che il colore derivava dalla luce, quella luce che posandosi sull’abito creato da Marta Jane Alesiani  riflette la vita e l’anima di chi lo indossa…

Marta Jane è una donna senza tempo, la sua creatività sembra planare sulle civiltà che hanno reso grande la terra, osservando, ridisegnando i confini, miscelando i colori ritrovando simboli perduti , è per questo che ogni suo abito porta con se una storia da raccontare…..

In diverse occasioni l”abito “Yoga Lux” è stato scelto e indossato dal Soprano Dominika Zamara

Marta ama ricordare le parole di Paul Liee: «I colori non suonano a una voce … ma in una sorta di accordo a tre voci». o forse qualcuna di più….

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Giannetti & V Camiceria Artigianale Italiana : il Polsino su misura.

Giannetti & V Camiceria Artigianale Italiana

Il Polsino è stato originariamente progettato per proteggere la manica di un indumento dallo sporco e dall’usura.

Il polsino era allentato e avvolto intorno alla manica.

Solo successivamente, il polsino è stato cucito alla manica dell’indumento intimo.

Nel 19 ° secolo, i polsini bianchi puliti erano uno status symbol.

Una buona regola per mantenere bianco un polsino è indossare la camicia solo per un giorno.

Le persone che non potevano permettersi abbastanza camicie indossavano polsini larghi proprio per poterle indossare più volte.

Quando si piega il braccio, il polsino di una camicia moderna dovrebbe essere appena sopra la mano.

Quando si indossa una camicia sotto una giacca  il polsino deve essere visibile.

I Polsini si dividono in due categorie

Polsino singolo; il bracciale più comune

Doppio polsino; questi vengono prima piegati un giro.

I punti non si sovrappongono l’uno sull’altro, ma l’uno contro l’altro.

Sono attaccati con gemelli o nodi di scapolo (palline intrecciate).

Questi polsini sono anche chiamati “polsini alla francese”.

Dopo questa breve introduzione veniamo al senso di questo articolo…

Molte sono le persone che collezionano orologi, o più semplicemente ne hanno diversi da indossare.

Le dimensioni sono diverse e allora …

Lasciamo la parola a Marco Giannetti

Il fascino delle botteghe, del “su misura”, del centimetro al collo, sono senza tempo ed evocano immagini romantiche di un passato che fu.

Apparentemente un artigiano come altri, rari per la verità, che perpetra un mestiere antico, si, ma in quel suo taglia, cuci, imbastisci, disegna e modella c’è molto di più:….

Chiudiamo questo articolo con un aneddoto sul più famoso vezzo legato all’orologio e il polsino: .Parliamo di Gianni Agnelli

L’orologio sul polsino della camicia è quella più famosa: la leggenda vuole che inizialmente fosse costretto a farlo per coprire un tatuaggio che portava sul polso, fonti ufficiali invece raccontano di un problema con la corona del quadrante dell’orologio, che strusciando sui polsini della camicia ne rovinava facilmente il bordo.

Per questo motivo e per risparmiare tempo nel guardar l’ora, iniziò ad allacciare l’orologio in quel modo.

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