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Un borgo tra esclusività e relax.

FONTANELLE ESTATE,

Un luogo di delizia, tra proposte esclusive e un percorso benessere, da vivere lungo tutto il giorno. Il cliente è coccolato e tutto è su misura con un’ospitalità legata alla natura generosa del luogo che propone paesaggi dolci, ampie vedute, l’affaccio sul Castello di Brolio dov’è iniziata la storia del Chianti, una vegetazione rigogliosa, gli immancabili filari di cipressi, le tante botaniche e certamente la vite che veste i colli e le valli. La filosofia del luogo è improntata all’armonia tra uomo e natura, sul modello rinascimentale, che in questa regione ha visto i natali.

In quest’ottica nasce FONTANELLE ESTATE, una realtà che vede coesistere Hotel Le Fontanelle (5 stelle), da dove è cominciata l’avventura; Villa Il Mandorlo, villa annessa a Hotel Le Fontanelle; la cantina di produzione Vallepicciola e la nuova struttura 5 stelle L The Club House, inaugurata a maggio 2022.

L’idea originaria è della visionaria Giuseppina Bolfo, classe 1930, che intuì le potenzialità del luogo intravedendo l’offerta di uno stile di vita legato al genius loci che soprattutto per un pubblico straniero avesse il sapore dell’eleganza antica più che del lusso. Oggi, dopo il passaggio generazionale avvenuto negli ultimi anni, vede alla guida dell’azienda di famiglia Nicola Vercellotti, nipote della signorina Bolfo, ora Amministratore Delegato e della sua compagna Phoebe Farolfi.

Siamo nel Comune di Castelnuovo Berardenga, in passato un borgo rurale, in provincia di Siena, località Pievasciata.

Qui in particolare abbiamo visitato The Club House, una grande villa padronale con solo 15 camere, un progetto nel quale la famiglia Bolfo, proprietaria ha investito molto. L’offerta è ampia sia per il benessere, con una splendida piscina che si faccia sulla vallata, sia per la ristorazione dal Bar Amarantho per uno spuntino informale, all’Osteria Tuscanico che propone la tipica cucina toscana, fino a Il Visibilio dove lo chef Daniele Canella offre un’esperienza sensoriale, una sorta di spettacolo culinario a sorpresa per un massimo di 16 ospiti. Fin dalle colazioni la proposta è singolare perché non c’è il classico buffet ma un piccolo menu à la carte.

L’idea del soggiorno è anche di approfittare a pochi chilometri della storia e della cultura con la possibilità di visitare Siena, partendo da Piazza del Campo, passando per il Duomo e arrivando alla Torre Mangia; nel tragitto si incrociano edifici storici medievali in mattoni e angoli pittorici suggestivi. Seguendo il filone Romano-Etrusco si passa per San Gimignano e Asciano, caratteristica per il Museo Corboli, sempre animato da mostre itineranti ed eventi.

La ristrutturazione delle residenze è rispettosa dello stile classico del luogo, dai materiali conservando le travi a vista, i pavimenti in cotto ai colori che richiamano il paesaggio con un tono di fondo rosso lacca che contraddistingue la struttura.

a cura di Giada Luni

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eccellenze italianeFood & Beverage

Peck, l’aperitivo meneghino in Versilia.

Peck Forte dei Marmi

A Forte dei Marmi il nuovo aperitivo è targato Peck, un simbolo della gastronomia milanese, che si sta facendo conoscere e apprezzare sulle ‘sabbie nobili’ del litorale toscano, con alcuni piatti signature del marchio e una ricerca del territorio.

Questo sembra il binomio vincente per un luogo dove il richiamo è legato soprattutto al vino, segnatamente quello dei cugini francesi, e ad alcuni prodotti di nicchia esclusivi, quali caviale e bottarga come anche alcuni salumi spagnoli di livello molto alto, come ci ha raccontato la nuova Direttrice Silvia Altini, originaria di San Miniato, in provincia di Pisa, studi tra Firenze e Parigi, interprete parlamentare appassionata alla ristorazione e un’esperienza alle spalle molto variegata tra l’Italia, la Francia e la Spagna.

Tra le particolarità l’apertura del cosiddetto Bistrot dei Poliziotti a Parigi, menzionato anche nei libri di Georges Simenon, nel primo arrondissement, accanto al Ministero degli Interni e a due passi dall’Eliseo.

Tornata così ‘a casa’, vuole unire il tocco internazionale al sapore del territorio, specializzandosi da una parte nella ricerca di prodotti non facilmente reperibili, a partire dai formaggi d’Oltralpe, e dalla reinterpretazione di piatti della tradizione che nessun fa più a casa sebbene abbia il piacere di ritrovare, soprattutto in vacanza.

È il caso della zuppa frantoiana, tipica dell’interno, delle polpette al sugo o del sugo di pesce, la Trabaccolara.

Nel dehors del negozio, arredato alla fortemarmina, stile essenziale, un prolungamento della spiaggia con sedute in legno e tessuti a righe bianche e gialle, i colori di Peck, tavoli bassi e un’atmosfera rilassata e informale, l’appuntamento è dalle 18 alle 21.

L’idea è di creare un punto di incontro, di scambio di idee e di discussione sul mondo del cibo, una sorta di salotto di degustazione. Il pubblico è vario tra italiani e stranieri e anche giovani sopra i 25 anni ma qualche giovanissimo comincia ad avvicinarsi a un buon bicchiere.

Gli stranieri acquistano soprattutto il vino e i prodotti di lusso, mentre i villeggianti approfittano anche della tavola calda con gli immancabili piatti che hanno reso Peck noto come il roastbeef, l’insalata russa, il vitello tonnato e nuove ricette adatte all’ambiente marino.

Tipicamente l’aperitivo offre tre bollicine in degustazione, un prosecco, uno spumante e uno champagne; due bianchi, uno nazionale e uno francese e un pinot nero, rosso che si beve bene anche con temperature più elevate (con un prezzo dai 10 ai 25 euro.

Accompagna il bicchiere il tagliere di salumi e/o formaggi con scelte originali (15 euro) e in alternativa il panino Cristallo, una sfoglia sottile e croccante, soluzione gourmet sur le pouce, con Camembert e verdure grigliate, o vitello tonnato ad esempio. Fiore all’occhiello dell’offerta Extebarri Chorizo fatto con presa e Secreto Joselito, interpretazione di una delle creazioni tipiche del chorizo Joselito basata sulla ricetta che si preparava nelle cascine della valle di Atxondo.

Preparato da Extebarri- un Asador, ovvero un grigliatore considerato il primo al mondo, ritenuto dalla classifica 50 best il quarto ristorante al mondo – con Presa e Secreto Joselito ed una novità, il primento chorizero varietà Gernika in sostituzione della paprika.

Una preparazione complessa per un insaccato di maiale che richiede alcune settimane di stagionatura. Per chi vuole una bottiglia la scelta è ampia e curiosa e i prezzi sono quelli dello scaffale.

Il prossimo inverno l’esercizio commerciale resterà aperto con due giorni di chiusura settimanale – il lunedì e il martedì – e aprirà solo su richiesta per aperitivi e incontri.

A cura di Giada Luni

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Ascoli :Grande Successo per la “37esima edizione di Moda sotto le stelle’

37esima edizione di Moda sotto le stelle

l 2 Agosto si è svolta la 37 Edizione di Moda sotto le Stelle, nella splendida e suggestiva Piazza del Popolo di Ascoli Piceno, una delle piazze più belle d’Italia, regista della serata Chiara Nadenich che ancora una volta è stata capace di dirigere con maestria e creatività questa kermesse.

Moda sotto le stelle’ organizzata da Confartigianato Imprese Macerata – Ascoli Piceno – Fermo.

Pubblico delle grandi occasioni

La conduzione della serata ancora una volta affidata a Marco Moscatelli  affiancato per questa edizione dalla showgirl Matilde Brandi.

Quasi 3 ore di Fashion Show in cui musica e moda si sono alternati ritmando perfettamente la serata.

Il ‘made in Italy’ ha sfilato in passerella  mettendo in evidenza la creatività che da sempre contraddistingue una regione come le Marche.

Quattordici stilisti rigorosamente made in Marche che hanno portato in passerella i loro capi, sette i giovani emergenti che su questo importante  palcoscenico hanno proposto le  loro creazioni, quattro gli orafi che hanno impreziosito con i loro manufatti gli abiti delle modelle e dei modelli, e dieci gli artigiani scelti che con i loro accessori, confezioni e calzature hanno completato ogni outfit che ha calcato la passerella.

In prima fila spiccava il vertice politico, istituzionale e imprenditoriale del territorio regionale e del Sistema Confartigianato: presenti il Presidente di Confartigianato Imprese Macerata-Ascoli Piceno-Fermo Enzo Mengoni e la vicepresidente Natascia Troli, oltre al Segretario di Confartigianato Imprese Macerata-Ascoli Piceno-Fermo, Giorgio Menichelli, ma non sono mancati protagonisti del fashion system italiano e internazionale come la Presidente Gigliola Maule e il vice presidente Mauro Galligari e numerosi giornalisti internazionali.

Appare evidente come Natascia Troli la mente fervida del progetto, sia  riuscita a organizzare l’evento mettendo in evidenza l’artigianalità italiana con un focus speciale sul territorio”.

Ciliegina sulla torta la presenza ormai consolidata di Jo Squillo che con le telecamere del canale “TVModa”, contribuisce a veicolare l’evento a livello nazionale e internazionale mettendo in evidenza l’importanza dell’arte sartoriale del vero Made in Italy che da sempre ci ha reso unici nel mondo.

La moda è stata dunque la regina indiscussa della serata che, però, ha dato spazio anche al talento degli artisti ospiti.

Sul palco si sono alternati artisti di calibro come Thomas Grazioso cantante e showman romano, Italia Vogna e l’anima della bossa nova, Giorgia De Santis, in arte Desagio, una giovane, talentuosa cantautrice ascolana, ed infine una speciale performance di tango con il duo Tango Show.

Il Sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti, ha sottolineato il valore dell’artigianalità come punto di partenza per l’unicità di un prodotto che nasce ancora oggi in laboratori e sartorie dove passione, tradizione e tecnica tramandata da generazioni danno vita a splendide creazioni pronte per essere esportate con successo in tutto il mondo, concetto condiviso anche da Paolo Capponi, responsabile del settore Moda Export e Internazionalizzazione”.

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Villa Grey, il fascino della villeggiatura d’antan.

villa grey forte dei marmi

Oggi ci sono le vacanze, i viaggi, i percorsi e, per i meno fortunati, le ferie ma si è smarrito il senso della villeggiatura della quale la Versilia è stata uno dei simboli e qui forse il suo gusto non si è mai perso del tutto.

A Villa Grey, nata dodici anni fa, dalla ristrutturazione di una villa novecentesca di grande eleganza, prima un pensionato religioso, l’atmosfera è quella di una villa nobiliare residenza estiva di famiglia. Bianca, affacciata sul mare, un’architettura semplice ed elegante, gioca sui toni del bianco e del grigio con una grande presenza di verde, tra piante grasse e alberi importanti nel giardino tanto che, al di là delle dimensioni, è conosciuto come il Parco di Villa Grey, che dà il nome anche al ristorante.

È stata acquisita dalla Famiglia Larini di Massarosa, imprenditori del settore cinema in Versilia, e ristrutturata rispettando l’impianto originario anche perché la costruzione è vincolata dalle Belle Arti.

Hotel boutique con 19 camere relativamente piccole e altre 4 della dimora adiacente, oggi possiede una particolarità. Conserva la chiesetta consacrata, luogo di culto e non di celebrazioni e ha un accordo per l’ospitalità delle suore che conservano il loro alloggio.

Il nome, Grey, è una scelta dell’architetto Alessandro Agrati che ha curato il progetto, già ideatore della linea di profumi Culti, che sono la linea cortesia dell’albergo, proprio per il grigio a fare da fil rouge.

Stile minimalista, che ricorda il salotto di casa, l’eleganza non ammicca al lusso e anche nell’accoglienza ha scelto una squadra molto giovane e affiata che cura il servizio con accuratezza nello stile, senza essere impostato o pomposo, ricordando l’atmosfera delle villeggiature di un tempo come quelle rappresentate dalla collezione di foto in bianco e nero nell’ambiente all’ingresso.

La capacità di sorridere e la disponibilità, sono le qualità imprescindibili richieste al personale, perché come sostiene la direzione, le capacità tecniche si acquisiscono, la capacità di sorridere e la gentilezza con più difficoltà.

Sui tavoli e nel parco le sculture di Roberta Stoll. Qui arrivano soprattutto coppie e qualche famiglia con i figli non piccoli in generale, molti dall’Italia del Nord e anche dal Nord Europa; dalla Capitale inglese, tanto che molti londinesi sono diventati habitué perché ritrovano il fascino di certi loro hotel in chiave mediterranea. Anche i Belgi amano molto questo hotel e più recentemente Rumeni e Bulgari si stanno innamorando di Forte dei Marmi, proprio grazie a Villa Grey.

Da queste parti anche se il mare non è l’aspetto più interessante, lo è la spiaggia con i suoi stabilimenti attrezzati dove i villeggianti amano trascorrere le giornate e dove mangiare è un rito.

L’hotel ha il suo stabilimento balneare che vive tutta la giornata dove la presenza del verde lo rende molto elegante e rilassante, e dove resta imperdibile l’ora del tramonto con un aperitivo sul mare.

A cura di Giada Luni

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Vista Palazzo Lago di Como…fascino discreto.

Palazzo Lago di Como

Un hotel boutique (del Gruppo LarioHotels), nato nel 2018, di grande eleganza, dal fascino discreto quanto dirompente: una vista lago da tutte le camere e dal ristorante Sottovoce, con un lato completamente vetrato sull’acqua. Il dialogo con l’ambiente nei sentori, sapori, toni e atmosfere, nel segno della sostenibilità, è la cifra qualificante di questo luogo, proprietà della famiglia Passera – che ha già gli alberghi Terminus, Hotel Villa Flori e Posta Design – che nel 2022 ha conquistato World Luxury Boutique Hotel, con un progetto di eleganza esclusiva nelle città d’arte come Verona, seconda tappa di un viaggio nella bellezza.

Nella pedonale piazza Cavour, centrale, a due passi dalla Stazione Como Lago, all’inizio della zona pedonale dove eleganza e cultura si intrecciano, accoglie chi vuole vivere la città pienamente, nella sua relazione intima con il Lario. L’idea, ci ha raccontato la General Manager Cristina Zucchi, con la quale abbiamo avuto modo di visitare la struttura, è di unire l’incanto della vista con l’accoglienza calda della casa in un palazzo storico della città, a due passi dal Duomo, ristrutturato con grande finezza, con attenzione ai particolari senza pomposità. Le stanze mantengono la loro personalità individuale unendo gli ambienti storici recuperati a pezzi iconici di design e oggetti di artigianato italiano.

I bagni in marmo sui toni del verde raccontano l’attenzione alla sostenibilità anche nella linea cortesia dedicata alla sericina che evoca insieme il territorio, storicamente produttore di seta.

Per la linea di bellezza l’hotel ha scelto infatti la manifattura locale J.AND.C Cosmetici, 100% prodotti naturali e sostenibili anche nelle confezioni che traggono ispirazione dalla proteina della seta, detta anche colla o gomma della seta. L’azienda nasce da un’idea rivoluzionaria che porta la firma di Giada Mieli, terza generazione di imprenditori della seta, che dal 1999 ha avuto l’idea di indirizzare i propri studi sulle antiche proprietà di bellezza della seta, come una seconda pelle.

Probabilmente l’unico stabilimento al mondo in grado di estrarre dalla selezione dei migliori fili di seta la Sericina Integra, riconosciuta da uno studio internazionale di ricercatori dell’Università di Tokyo come “unico efficace rimedio per la rigenerazione cutanea”. La conoscenza di queste proprietà è custodita tra i segreti della tradizione medica e cosmetica dell’Antica Cina e dell’Antico Giappone.

Se la missione dichiarata di Bianca e Luigi passera, rispettivamente zia e nipote, terza e quarta generazione di imprenditori, è portare il lusso là dove non c’è, parlare di lusso è forse riduttivo per chi ha scelto una via non di esuberanza ma di raffinatezza e ricerca.

Giada Luni

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Villa Rosa, con il camaleontico Sangiovese eleganza e freschezza protagoniste.

Villa Rosa

La nuova linea di tendenza nel Chianti – moda o evoluzione lo dirà il tempo – è di proporre il Sangiovese in purezza, nel suo essere camaleontico e nel chiedere molto al terroir come ogni monovitigno. In tal modo si valorizzano e si esaltano, ma anche si sperimentano le caratteristiche dei diversi vitigni e si mette in primo piano la vigna. Già dal 2015 l’Azienda Cecchi della famiglia omonima, opta per una scelta coraggiosa che regali meno opulenza e maggiore freschezza puntando sull’acidità per proporre vini rossi in una stagione nella quale si bevono meno rispetto ad altre tipologie.

L’azienda nasce nel 1893 con il bisnonno Luigi dell’attuale Amministratore delegato Andrea Cecchi a Poggibonsi e nel tempo affronta diversi cambiamenti strutturandosi in varie tenute: da degustatori i Cecchi sono diventati imprenditori del settore, vignerons. Attualmente a Castellina in Chianti, in provincia di Siena, ci sono Villa Rosa e Villa Cerna, cuore dell’azienda; Val delle Rose in Maremma e Tenuta Alzatura a Montefalco in Umbria. Nello specifico oggi l’azienda vanta due tenute – Val delle Rose e Tenuta Alzatura – 100% organic; mentre le Tenute del Chianti Classico, Villa Cerna e Villa Rosa, sono attualmente certificate dal marchio Agriqualità con un processo di conversione al biologico già in atto e la recentissima certificazione Equalitas, che integra la sostenibilità ambientale economica a quella sociale.

Ora la tenuta Villa Rosa è tra quelle più ricche di storia nella zona. La famiglia Cecchi ne acquisisce la proprietà dalla famiglia Lucherini Bandini, che ne è stata custode per circa 70 anni, nel 2015. La tenuta è posizionata tra le Colline di Castellina in Chianti dove si estende per 126 ettari di cui 30 a vigneto e 15 a oliveto, su terreni calcarei a matrice argillosa caratterizzati da profili eterogenei che uniscono la roccia di tipo alberese ai galestri scistosi. In particolare il vigneto Casetto, dove si produce Villa Rosa Chianti Classico DOCG Gran Selezione, è composto da terreni di matrice calcarea scistosa del cretacico, detti galestri, ideali per il Sangiovese. Dal punto di vista paesaggistico, la visita vale un viaggio, trovandosi all’interno di una delle più grandi cipressete europee tra i 255 e i 425 metri, proprio dove si produce da sempre Chianti Classico.

Alla stampa è stata presentata una degustazione verticale dalla vendemmia 2015 e 2016, per aspetti diversi le più interessanti, fino alla 2019 e le ultime tre annate, 2020, 2021 e 2022, spillate direttamente dalla botte o cemento per valutare le diverse possibilità. In particolare l’ultima vendemmia, ancora acerba, è raccontata con un processo parallelo in cemento e in legno proprio per valutare le diverse possibilità; mettendo poi a confronto le prime due vendemmie, 2015 e 2016, con le stesse annate di Villa Cerna, che dà vini più ampi, con speziature importanti.

Emerge una scelta complessiva che premia snellezza, un profilo fine anche in termini estratto secco, mettendo appunto vini improntati alla verticalità; evitando al massimo i rimontaggi se non per bagnare il cappello. L’idea è di rispettare la personalità del Sangiovese, esplorando sentieri nuovi, già di suo generoso e le caratteristiche si ritrovano tutte superando anche la prova di annate difficili dal punto di vista climatico.

a cura di Giada Luni

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Dopo i primi 30 anni, celebrati con un libro, ecco la XXXI edizione di A tavola sulla spiaggia a Forte dei Marmi.

XXXI edizione di A tavola sulla spiaggia

Ormai quasi un rito questa gara all’ultimo mestolo.

Quest’anno proposta anche la farina di grillo.

Domenica 2 luglio la presentazione dei piatti in Capannina ore 18

Domenica 9 luglio la premiazione nella stessa Capannina

Premessa

Per la quarta volta la sfida all’ultimo mestolo sarà in uno dei simboli di Forte dei Marmi, insieme al Fortino e al pontile,

La Capannina di Franceschi, grazie alla tradizionale collaborazione di Carla e Gherardo Guidi. Quella Capannina nata 94 anni fa giusto sulle dune di una spiaggia che ancora non aveva il lungomare.

Il Comitato Organizzatore ha scelto questa location per evitare imprevisti meteorologici come la pioggia, il vento, l’eccessivo caldo ben difficili da prevedere in questo periodo. Saremo così di nuovo in Capannina anche per la gara.

“Il successo di questa sfida è una costante da oltre 30 anni – dichiara Gherardo Guidi -, cioè da quando Gianni Mercatali mi propose di realizzare una manifestazione che era un’autentica novità.

Capii subito l’originalità e la qualità del suo progetto, in un momento in cui il tema della cucina non era così popolare come adesso tra il pubblico e tra i mezzi d’informazione.

La storia ci ha dato ragione e, grazie a un’ottima organizzazione, negli anni è diventata un format consolidandosi e ottenendo il successo che merita.

Anche quest’anno la Capannina è quindi pronta ad accogliere partecipanti e giuria con quell’atmosfera che ben si abbina alla filosofia della manifestazione: stessa spiaggia, stesso mare, A tavola sulla spiaggia”.

Le new entry

È un vero piacere avere quest’anno fra i partner della manifestazione Scuola Tessieri di Ponsacco, un vero atelier delle arti culinarie, con i suoi 800 mq di spazi polivalenti, con laboratorio di cucina e di pasticceria, entrambi con 16 postazioni, oltre un laboratorio di gelateria.

Sarà in giuria il suo coordinatore didattico chef Stefano Cipollini. E poi, Fiore 1827, l’Azienda custode della tradizione dolciaria di Siena che fra poco compirà 200 anni. Sarà in giuria il suo CEO Gabriele Filippini.

Una conferma

Una prestigiosa conferma è poi quella del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano. «Siamo felici di essere nuovamente partner di un’iniziativa come “A tavola sulla spiaggia”», ha dichiarato il presidente Nicola Bertinelli. «Noi del Consorzio siamo convinti che i valori della nostra Dop non siano solo la biodiversità, la naturalità, la versatilità di utilizzi: ma anche condivisione, creatività e celebrazione dei momenti passati con la famiglia e gli amici. Perché il Parmigiano Reggiano non è solo un pezzo di formaggio: è parte delle nostre vite. Buon Parmigiano Reggiano e buona “A tavola sulla spiaggia” a tutti!».

A rappresentarlo in giuria Carlotta Barbieri del marketing.

Dinamica della manifestazione

I tavoli della giuria saranno 4, predisposti a perimetro sulla tradizionale pista da ballo, per un totale di 40 metri per 40 giurati con un distanziamento fra loro di un metro.

La manifestazione, presentata da Annamaria Tossani è un “goloso” show che proclamerà il “Piatto Forte” 2023 dedicato a Forte dei Marmi la cui Amministrazione Comunale anche quest’anno ha rinnovato il Patrocinio. Lo “scolapasta d’oro” creato da Petruzzi & Branca di Brescia sarà il simbolo della vittoria in questo originale talent mondano-gastronomico.

Il Primo Premio Assoluto della Giuria Stampa sarà invece dedicato alla Capannina e al Parmigiano Reggiano.

I concorrenti saranno dodici, suddivisi nelle quattro categorie di antipasti, primi, secondi e dolci anche se, sulla spiaggia, tradizionalmente queste categorie spariscono.  In abbinamento altrettanti vini.

Quest’anno hanno già confermato dal Friuli Eugenio Collavini, dalla Toscana Famiglia Cecchi, Val delle Rose, donne Fittipaldi, Castello Banfi, Cantine Lunae, Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute, dall’Umbria Arnaldo Caprai, dal Lazio La Tognazza.

Il servizio di catering sarà curato anche quest’anno da Ghirlanda&Milano che in meno di 3 ore servirà con la sua squadra a 40 giurati 12 proposte gastronomiche cambiando 480 piatti e 12 vini sostituendo 480 calici da degustazione.

Mentre tutta la logistica è a cura dell’Agenzia Once di Federica Rotondo.

Una curiosità di quest’anno

Al Comitato Organizzatore è arrivata una ricetta in cui fra gli ingredienti era indicata la farina di grillo. È la prima volta. D’altra parte nella vita, anche alimentare, c’è sempre una prima volta. Il Comitato si è comunque riservato di iscrivere il piatto.

Una novità di quest’anno

Per la prima volta dopo trent’anni vedremo colui che è stato un concorrente nel 2021 vincendo il primo premio di categoria, quest’anno al di là del tavolo nella giuria tecnica.

E’ il poliedrico Luca Calvani che associa la sua carriera di regista (Il Cacio con le Pere), attore a personaggio televisivo (Cortesie per gli ospiti) a progetti di ospitalità, del food&wine e imprenditoriali. È infatti produttore di gin, miele, profumi e creme. Fra i concorrenti di quest’anno Iris Peynado attrice celeberrima negli anni ’80 con numerosi film fra cui “Non ci resta che piangere” con Troisi e Benigni dove interpreta il personaggio di Astriaha ma anche in TV con “Cristoforo Colombo” di Lattuada, “Elisa di Rivombrosa”, “Un posto al sole” e “Don Matteo”. Nel 1984 fu accanto a Pippo Baudo per il Festival di Sanremo.

Il tema

Gastronomicamente torna il tema del recupero, della cucina del riciclo, della sublime arte di preparare pietanze buone e salutari senza buttar via niente. Tanto che anche quest’anno gli organizzatori hanno invitato tutti i partner a donare propri prodotti al Banco Alimentare della Toscana, struttura che già da anni gli organizzatori della manifestazione sostengono. E quest’anno anche la famiglia Guidi parteciperà a questa gara di solidarietà.

La giuria

In giuria giornalisti, opinion leader, produttori di vino, chef e ristoratori.

Non mancherà l’ormai fedele Gianfranco Vissani oltre agli amici ristoratori stellati della Versilia, ma non solo.

Una carrellata di giurati

Ecco qui alcuni giurati che negli anni hanno partecipato, spesso anche in più edizioni, alla manifestazione: dal 1993 con Carlo Conti come presentatore, a Massimo Giletti e Marco Columbro, nel 2007 Beppe Bigazzi e Sirio Maccioni,  nel 2009 Michel Escoffier pronipote del grande Escoffier e lo stilista Francesco Martini Coveri, nel 2011 Carlo Cracco e Paolo Parisi, nel 2012 Luca Gardini e Vito Mollica, nel 2013 Gino Paoli e Renato Pozzetto, nel 2014 Aimo Moroni e Massimo Moratti,  nel 2015 Valeria Piccini ed Enrico Derflingher, nel 2016 Giancarlo Morelli e Giuseppe Mancino,   nel 2017 Corinne Clery e Davide Oldani,  nel 2018 Tony May, 2019 Mara Maionchi, Renato Raimo, Riccardo MoncoMichele Marcucci, nel 2021 Cristiano Tomei e Igles Corelli, nel 2022 Andrea Mattei e Arturo Artom.

Per conoscere i 30 anni di storia https://www.atavolasullaspiaggia.it

oppure il libro edito da Gruppo Editoriale

Foto di Pietro Grossi/Massimo Sestini

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Emporio Caffè Armani: cibo e moda a Milano, l’eleganza di un incontro.

Emporio Caffè Armani

All’Emporio Caffè Armani, il gusto della tavola si veste dello stile Armani in uno spazio declinato in molte sfumature, dalla moda, alla libreria, all’oggettistica, con un angolo cioccolateria e all’interno delle sale della ristorazione una pasticceria con produzione propria.

Qui tra il quadrilatero della moda e la magnifica via dei Giardini, a due passi da piazza Scala, c’è l’epicentro della milanesità fatta di efficienza, contemporaneità, eleganza, effervescenza professionale e buon vivere. Lo spazio offre una possibilità di una pausa elegante e discreta adatta anche alle famiglie; non solo, ma un luogo che molti possono vivere secondo le proprie possibilità.

All’esterno per chi ama l’en plein air, i rumori della città, sfiorando il passaggio della gente; nella caffetteria che invita al tempo di una pausa; nella lounge all’interno per un momento più comodo e discreto o nella veranda per sbirciare l’esterno; mentre al primo piano una scala dorata porta al ristorante gourmet.

Lo spazio vive tutto il giorno, con dei momenti di punta, e molta flessibilità nell’offerta.

Colpisce lo stile Armani nel gusto e nello spirito. Ambienti improntanti alla semplicità e a una preziosità non sfarzosa, con una nota classica e appena vintage, come i colori platino, i verdi scuri, qualche inserto di rosso e quelle tinte neutre del tovagliato che torna sulla tavola, in controtendenza con i tavoli sempre più nudi anche degli stellati.

Un segnale interessante da chi fa moda per dire che si può essere contemporanei quanto originali, oltre che offrire al cliente una coccola in più. L’apparecchiatura è di classe, senza ostentazioni e fantasie particolari a parte qualche monogramma che ricorda l’appartenenza.

Personale impeccabile grazie anche alla formazione che riceve e che restituisce in un’attenzione disponibile anche con l’avventore occasionale, con chi si ferma solo per un piatto come ovviamente per gli habitué della zona che sono tanti. Il pubblico è il più vario, ora che Milano è diventata una meta turistica anche d’estate e a seconda dei giorni e delle stagioni, si possono trovare mondi diversi a tavola.

La scuola è quella del rigore creativo e dell’attenzione al territorio, dell’idea dell’azienda come una fabbrica umanistica che durante il confinamento ha rinnovato i contratti temporanei e ha pagato regolarmente i dipendenti del ristorante, un riguardo che il personale non dimentica e trasferisce nell’umore al cliente, creando un’atmosfera raffinata e distesa, senza ingessature, senza esibizionismo.

L’idea della cucina è semplice con ingredienti di qualità, buona esecuzione, attenzione all’impiattamento senza troppe arditezze.

Si può guardare al mare o alla terra, con grande spazio lasciato alle verdure e molti classici Armani sono spesso rivisitati con variazioni.

Non solo sapori ma anche profumi nella degustazione di una coktail list molto ampia, con alcuni grandi classici e diverse signature della casa, tutte preparate all’interno che fanno viaggiare attraverso il mondo e soprattutto nelle grandi capitali della moda.

A cura di Giada Luni

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Lorenzo Villoresi, il profumo diventa arte.

Lorenzo Villoresi

Firenze, terra di speziali, uno dei maggiori produttori di iris, tre volte più preziosa dell’oro in profumeria, con una tradizione storica importante che risale a Caterina dei Medici. Rende onore a questo passato il Museo del profumo di Lorenzo Villoresi, che racconta la storia e le essenze, per un viaggio nel mondo senza confini dell’olfatto.

Questa realtà nasce nel giugno del 2019 dopo decenni di attività di profumeria artistica, nata dalla passione di questo naso fiorentino. Lorenzo è da sempre legato al mondo dei profumi, coltivando la sua passione per la natura, cresciuto sulle pendici di Montemorello vicino Firenze, sebbene cittadino del mondo grazie anche all’educazione familiare.

Dopo gli studi di filosofia, una passione per la filosofia antica, la folgorazione arriva in un viaggio al Cairo nel 1981.

Seguono lunghi soggiorni in Medio oriente e studi legati alle spezie e alle materie aromatiche finché la sua passione diventa una professione nel 1990.

E il successo è indiscutibile: nel 2006 vince il premio “Prix François Coty” di Parigi, il più importante riconoscimento alla carriera artistica di un profumiere e nel 2015 il premio “Flair de Parfum” a Vienna.

Il museo, ospitato in un antico palazzo nel cuore di Firenze, in Via de’ Bardi, vicino al Giardino Bardini, propone un percorso multisensoriale alla scoperta dell’universo del profumo, dell’odore e dell’aspetto delle principali materie aromatiche, della storia, dei miti e delle leggende che le accompagnano da secoli, oltre a notizie di carattere scientifico e tecnico e curiosità sulla produzione di essenze e la creazione di fragranze.

La nostra camminata procede su un doppio binario, quello informativo, anche tecnico-scientifico, storico da una parte e quello più emozionale, giocoso, lasciandoci avvolgere sì dalla storia ma quella ad esempio dei miti legati al profumo o agli animali che sono legati a questo mondo come la pantera che si racconta come l’animale più profumato al mondo, che attragga in modo diabolico ma suadente all’apparenza con il suo odore, la vittima. E ancora l’Araba fenice e molte altre figure.

La prima sala ospita il glossario introducendoci al linguaggio dell’olfatto; quindi nella seconda sala, mentre un video in italiano e in inglese ci guida dall’antico Egitto ad oggi nel rapporto che l’uomo ha avuto con il profumo, alcuni pannelli raccontano l’olfatto negli animali.

Sotto il profilo del livello percettivo si va dalla balena che è praticamente anosmica perché non ha necessità di selezionare, né l’opportunità di scegliere, nutrendosi di quello che trova e infatti non avendo fiuto rigetta quanto non le serve – è la famosa e preziosa ambra grigia del Capodoglio – fino all’orso che è al vertice della piramide, dovendosi orientare in un luogo con pericoli, molti odori diversi con vari ostacoli che possono essergli di impedimento.

Non a caso può arrivare a percepire gli odori fino a 25 chilometri di distanza. Dal punto di vista della distinzione degli odori il gradino più basso è sempre occupato sempre dalla balena, per salire all’uomo con 400 recettori e arrivare all’elefante che ne ha 1950 ed è capace di «sentire» anche l’acqua.

Nella terza sala, Aromatica I, inizia il viaggio tra le materie aromatiche, spezie, incensi, rizomi e arbusti e resine in versione liquida. Qui incontriamo il nardo, che significa «riccioluto», una delle materie più antiche impiegate in profumeria che si pensa sia stato scoperto da Alessandro Magno.

E poi ci sono gli agrumi con l’arancio amaro, la regina della categoria. Dai suoi fiori si ottiene infatti per distillazione l’olio essenziale di Neroli, dai frutti e dalle foglie e cime (frutti non maturi) olii essenziali molto diversi.

Dai frutti si può estrarre la materia per espressione, una lavorazione che avviene con una sorta di grattugia, come mostra un video. Il mondo delle resine ci riporta al Vecchio Testamento e al dono dei Re Magi, oro, incenso e mirra. In realtà l’oro era probabilmente benzoino, materia molto preziosa da essere associata a livello simbolico all’oro e l’incenso riunisce un mondo di spezie. La storia del profumo ci porta dall’oriente dell’India e della Cina, verso il Medio Oriente, al Mediterraneo e all’Europa attraverso la cosiddetta via delle spezie che anticamente si muoveva su due binari, la via di terra e quella per mare.

La quarta sala è il cuore del museo, l’Osmorama, con circa mille essenze, divise in tre sezioni, rispettivamente, gli ingredienti naturali, estratti da sostanze che si trovano in natura appunto; le sostanze di sintesi che riproducono in laboratorio quanto esistente in natura, sempre più raro e costoso; e una serie di essenze alimentari, come il riso basmati o il caramello che rappresentano un mondo in via di sperimentazione per renderle utilizzabili in profumeria.

Una sosta a sé merita l’Iris, fiore simbolo di Firenze, tre volte più prezioso dell’oro in qualità di ingrediente per il profumo: se ne utilizza il rizoma che necessita una coltivazione per tre anni per essere utilizzato; a quel punto la radice viene spellata a mano ed essiccata per altri tre anni, quindi distillata in corrente di vapore, dando quel caratteristico odore talcato.

Nel mondo delle radici troviamo ad esempio la noce moscata e il macis, la parte esterna della stessa e il vetiver, uno delle più utilizzate. Quanto al mondo delle piante aromatiche, questo ci riserva una sorpresa con i cosiddetti fiori impossibili ai quali non si può applicare l’estrazione oppure il risultato è molto diverso ed evidentemente non meritevole che sono il mughetto, il lillà. Il caprifoglio, il giacinto, la gardenia e il glicine, alcuni molto noti come profumo che evidentemente possono solo essere realizzati con essenze di sintesi.

Lorenzo Villoresi, Firenze

Non possiamo dimenticare nella quinta sala il capitolo dei legni come l’agarwood o semplicemente ‘oud, legno in arabo, molto impiegato nel mondo arabo; quindi quello affascinante e quasi inquietante delle essenze animali che, fatta eccezione per la cera d’api, sono secrezioni ghiandolari come l’ambra grigia; la civetta, proveniente da un gatto selvatico; il musk legato a un cerbiatto orientale e il castoreum dal castoro.

Ormai sono tutte sostanze di sintesi perché è praticamente impossibile ottenerle dall’animale vivo e anche uccidendolo spesso si invalida il processo di rilascio che avviene per attirare la femmina.

L’ultima sala è dedicata infine alla lavorazione da quella più antica l’enfleurage alla più utilizzata, la distillazione in corrente di vapore ed estrazione, questi ultimi i due metodi più importanti. Il primo metodo, descritto ne Il profumo da Patrick Suskind, avviene con l’immersione in grasso animale di petali di fiori che vengono più volte rinnovati fino ad ottenere una pommade da spalmare ed è una tecnica tipicamente francese. La distillazione avviene mettendo degli oli essenziali in una cisterna scaldata con una fonte di calore; segue un’evaporazione con un raffreddamento successivo che porta le particelle di olio a galleggiare sull’acqua per poter essere così separate ed utilizzate.

Prima di uscire dal museo si può dare uno sguardo alle famiglie di fragranze e scegliere quelle Villoresi sfogliando anche la storia e i prodotti che hanno reso famoso certe fragranze.

Tra le curiosità è l’assenza della famiglia ‘marina’, il tema delle acque in Villoresi perché non le ama ma ne ha creata una per il museo. L’ultima nota è per la creazione di un profumo, che assomiglia a quella di un’opera d’arte: non basta studiare, ci vuole un’inclinazione e una passione che ricorda quella del compositore musicale. Dalla visione olfattiva alla creazione il processo è complesso e termina con la confezione.

Per Villoresi è sempre lo stesso perché dev’essere riconoscibile, la «Bottiglia fiorentina» e per curiosità è bene sapere che tutto il mondo utilizza tale espressione. L’ultima creazione è una variazione del Garofano che appartiene alla Vintage Collection mentre altre fragranze stanno ampliando la loro gamma di prodotti per il corpo.

Sappiamo che il naso della Maison è all’opera ma il progetto è top secret.

G.L.

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MUSEO DEL FUNGO PORCINO DI BORGOTARO.

MUSEO DEL FUNGO PORCINO DI BORGOTARO

L’incantevole Borgo Val di Taro si adagia in un’ampia e deliziosa conca alla sinistra del corso del fiume Taro, punto nevralgico delle due direttrici che portano a Chiavari dal Passo del Bocco e a Sestri Levante dal Passo di Cento Croci.

Presso il Museo delle Mura a Borgo Val di Taro (PR), in via Cesare Battisti n. 63, troviamo un percorso espositivo che presenta il territorio, il bosco, il porcino e le sue varietà, i vari habitat in cui cresce, gli strumenti per la raccolta, le credenze popolari legate ai funghi, le tecniche di conservazione e lavorazione. Inoltre, la storia e le imprese dedite alla trasformazione, il fungo nella cultura: dalle arti figurative alla letteratura alle favole, e si conclude con una panoramica sulla gastronomia.

L’interesse per questo alimento è a oggi sempre molto vivo, sia per la sua importanza gastronomica sia per il pregio dei suoi profumi e sapori.

Link agli eventi del museo del fungo porcino di Borgotaro:

www.museidelcibo.it/events/categoria/museo-del-fungo-porcino-di-borgotaro.

Per i cultori della buona tavola, il fungo porcino è un alimento versatile e si presta a essere assaporato in molte preparazioni e nei piatti più raffinati offerti dai ristoranti del luogo.

A settembre la 48esima edizione della Fiera del Fungo di Borgotaro

Per chi volesse visitare il Museo del Fungo Porcino, consigliamo i week-end del 16-17 settembre e del 23-24 settembre 2023, dove si potrà  assistere alla 48esima fiera del fungo porcino Igp, rinomato in tutto il mondo.

La Fiera del fungo di Borgotaro IGP si tiene nel centro storico di Borgo Val di Taro. Quest’anno l’area cucina si troverà in Piazza XI febbraio, porta d’ingresso della fiera, dove per i due weekend i fornelli saranno accesi per ospitare showcooking e degustazioni gratuite; ad affiancare lo straordinario fungo porcino Igp della Valtaro ci sarà anche il Mercato di Campagna Amica con i produttori agricoli di Coldiretti, uno spazio attrattivo, dove degustare e acquistare prodotti a km zero. Presenti anche altri prodotti d’eccellenza del territorio, dal Parmigiano Reggiano di Vacca Bruna ai prodotti da forno a base di farro bio, dalle confetture ai frutti di bosco al miele e prodotti dell’alveare, dalle verdure bio ai formaggi di capra freschi e stagionati.

Borgotaro, considerata la capitale dell’Alta Valtaro, si trova nel cuore dell’Appennino Tosco Emiliano in una posizione strategica tale da essere facilmente raggiungibile da ogni parte, al confine con Liguria e Toscana.

Per informazioni: www.sagradelfungodiborgotaro.it.

Nei boschi situati lungo la dorsale appenninica e ricadenti nei Comuni di Borgo Val di Taro, Albareto e Pontremoli, la raccolta dei funghi è una consuetudine che si tramanda da molti secoli. Sono proprio queste zone infatti che, a partire dal 1934, sono indicate nelle raccolte di usi e consuetudini vigenti in provincia di Parma, come aree ove si produce il Fungo di Borgotaro. Per “Fungo di Borgotaro”, nella tradizione e nel commercio locale, si intendono le quattro specie di porcino: Boletus edulis, Boletus aereus, Boletus aestivalis e Boletus pinophilus. È considerato un prodotto superiore per qualità organolettiche, olfattive e aromatiche, rispetto agli altri porcini che, pur delle stesse specie, provengono da altre zone sia italiane sia estere.

Il Fungo di Borgotaro, è assai diverso dalle altre produzioni tipiche perché rientra tra gli ortofrutticoli, ma non è “coltivato” nel senso classico del termine. La sua fama non è solo a livello culinario, ma è anche legata alla passione di migliaia di cercatori provenienti da ogni parte d’Italia che frequentano i boschi del comprensorio nei mesi di settembre e ottobre.

Regolamento per la raccolta e altre informazioni sul sito: www.fungodiborgotaro.com

Fungo IGP

Nel 1928 fu pubblicato a Borgo Val di Taro il regolamento per il mercato dei funghi, probabilmente il primo in Italia. Nel 1964 il Consorzio delle Comunalie Parmensi istituiva una riserva per la raccolta sostenibile dei funghi. Il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta giunse nel 1996.

L’origine del nome

La parola “fungo” proviene dal latino fungus (in uso a partire dall’inizio del XIV sec.) e si può accostare al greco spóngos o sphóngos (spugna). Dal greco mykés deriva il termine miceti e micologia e il nome della città di Micene, fondata, secondo il mito, da Perseo proprio là dove, stanco e assetato per il viaggio, fu dissetato dall’acqua racchiusa dal cappello di un fungo.

Le caratteristiche

Parlando di caratteristiche, il primo distinguo da fare è che il Regno dei Funghi si differenzia dal Regno Animale e Vegetale. Il fungo è un organismo dalle svariate dimensioni: grande, piccolo e anche microscopico. Il corpo principale, chiamato tallo, è formato da filamenti, le ife, fittamente intrecciate, che costituiscono l’organismo vegetativo, vale a dire il micelio, parte che rimane nel terreno.

Il corpo fruttifero, invece, il carpoforo, è la parte che fuoriesce dal terreno e dissemina le spore. Queste, germinando nel terreno, producono altri miceli, rinnovando così il ciclo biologico. Le spore altro non sono che i “semi” dei funghi.

Il gambo può essere circondato da un anello nella parte superiore o può essere avvolto, in basso, da una specie di sacca, la volva. Il carpoforo può assumere svariate forme, ma per la maggior parte presenta la caratteristica forma provvista di cappello, gambo e radice. Il cappello ha diverse forme (convesso, conico, campanulato) e nella parte inferiore presenta piccole lamine o tessuto spugnoso. Qui si trova la parte fertile del fungo, l’imenio, dove maturano le spore.

Il fungo si differenzia dagli organismi vegetali per la mancanza di clorofilla, pigmento che permette la fotosintesi, ovvero, la trasformazione di sostanze inorganiche quali acqua e anidride carbonica in sostanze organiche complesse come cellulose, zuccheri.

Il fungo, quindi, per vivere, ha necessità di nutrirsi utilizzando sostanza prodotte da altri organismi mediante tre differenti possibilità: il parassitismo, il saprofitismo e la simbiosi.

I Valori Nutrizionali

I funghi sono ricchi di sostanze azotate; il loro valore proteico è del 3% circa, quindi, inferiore alla carne, cereali e legumi. Le sostanze proteiche contengono aminoacidi essenziali, con variazioni anche significative tra specie e specie. I grassi sono circa lo 0,4%, i carboidrati il 6% mentre le sostanze minerali, interessanti da un punto di vista nutrizionale, rappresentano l’1% del peso del prodotto fresco. Il ferro, anche se non ben assorbibile, è significativamente presente, così come potassio, rame, fosforo, zinco (specialmente nei funghi secchi). Contengono vitamina C e vitamine del gruppo B (acido niacinico e pantotenico).

Il fungo è composto per il 90% di acqua (10-12% quando essiccato). Il valore energetico di questo prodotto alimentare è di poche calorie (mediamente con meno di 25-35 calorie in 100 gr.), ma può essere un ottimo integratore di vitamine e sali minerali. I funghi contengono pochi glucidi (con pochissimi zuccheri), pochi grassi (0.2-0.4 gr. mediamente in 100 gr.) e non hanno colesterolo.

Questo rende il fungo, per quanto ricco di molti elementi, un alimento poco considerato nelle diete per il basso apporto nutrizionale. Il pregio maggiore dei funghi è il valore gastronomico, consistente nell’inconfondibile profumo, capace di nobiliare qualsiasi tipo di preparazione culinaria.

Alcuni funghi sono più ricchi di vitamine solubili in acqua rispetto a molte verdure, contengono poco sale e il contenuto di fibra dietetica è circa 1-3 gr. per 100 gr. Quindi, sicuramente un alimento consigliato per diabetici e cardiopatici.

La Storia

Fin dalla preistoria, come testimoniato dai reperti conservati al Museo Archeologico di Parma, i funghi entrano nell’alimentazione del popolo delle Terramare.

Essi erano conosciuti per le loro caratteristiche organolettiche già nell’antica Roma, dove se ne faceva largo consumo, in particolare nei banchetti imperiali dei “Cesari”. Ne è prova il nome di Amanita Caesarea, attribuito all’ovulo buono, considerato fin da allora fra i più prelibati.

Lo stesso Porcino di Borgotaro vanta una fama gloriosa in cucina, apprezzato dai duchi Farnese – nel 1606 il nobile borgotarese Flaminio Platoni invia “trifole secche” a Ranuccio I (utilizzato magistralmente dal cuoco Carlo Nascia (XVII-XVIII sec.) nel trattato “Li quattro banchetti alla Corte di Parma”. Tra le primissime fonti che fanno riferimento alla raccolta di questo fungo, vi è un testo del XVII secolo “L’Istoria di Borgo Val di Taro”, opera del canonico pontificio Alberto Clemente Cassio (1669-1760).

I Boleti sono oggetto di commercio con l’estero, pratica che è ancora ben presente sul finire dell’Ottocento, ad opera dei numerosi montanari costretti a emigrare verso l’America o l’Inghilterra. I Porcini sono una risorsa per l’economia: le donne li raccolgono e li vendono freschi o secchi ai paesi vicini.

Sempre nello stesso secolo Lorenzo Molossi (1795-1880), economista e geografo parmigiano, parla di funghi nel suo Vocabolario topografico.

Del 1893, invece, è il libro di Tommaso Grilli Manipolo di cognizioni con cenni storici di Albareto di Borgotaro, nel quale si parla in maniera diffusa di raccolta e produzione di funghi: «quando comparisce questo vegetale carnoso, quasi tutte le famiglie vi attendono per raccoglierne quanto più possono con tutta la cura; e tagliato in fette sottili lo fanno seccare al sole, oppure al calore della fiamma del fuoco nelle cucine, e dopo lo vendono per lo più ai mercanti di Tarsogno che lo trasportano a Genova».

Alla fine dell’Ottocento a Borgo Val di Taro, prima il dr. Colombo Calzolari e poi Lazzaro Bruschi, iniziarono l’attività di lavorazione – secco, sott’olio e fresco – e commercializzazione dei Porcini.

Iolanda Pomposelli

For You Communication

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