Se si dovesse ridisegnare l’Italia non come territorio ma come figura, sarebbe una donna bellissima…..
Una sciantosa.
Lo stivale diventerebbe un tacco 12 sottile, che entra in scena con leggerezza e spavalderia; la penisola un corpo flessuoso, costruito da secoli di incroci di popoli, dialetti, arti e mestieri.
È una figura che non chiede permesso: si presenta. È la stessa Italia che ha insegnato al mondo come ci si veste, come si apparecchia una tavola, come si progetta una sedia, come si costruisce un palazzo e perfino come si pronuncia una vocale.
La sciantosa nasce da una parola francese, chanteuse, cantante.
Ma in Italia cambia pelle: diventa molto più di una professionista del palcoscenico.
È teatro, ironia, seduzione, intelligenza scenica.
Passa per la tradizione napoletana dei café-chantant, per i varietà di fine Ottocento, per il cinema in bianco e nero, fino a diventare una sorta di archetipo nazionale:
“Colei che entra in sala e tutti, volenti o nolenti, devono guardarla”.
Per decenni il Made in Italy ha avuto questo stesso portamento: non era un marchio commerciale, ma un modo di camminare nel mondo.
Un’economia morale incarnata: il vestito usciva dalla bottega o dalla piccola fabbrica, ma portava con sé la voce del territorio, le mani che lo avevano cucito, il dialetto di chi lo aveva progettato, il tempo speso per farlo durare.
Oggi, mentre emergono le inchieste sulle filiere del lusso e dell’agroalimentare, ci accorgiamo che quella sciantosa è stata truccata in fretta, illuminata da luci fredde: il tacco 12 resta in scena, ma sotto il pavimento ci sono turni da dodici ore, salari da fame, subappalti opachi.
E sul vestito campeggia ancora una volta l’etichetta Made in Italy.
È da qui che occorre ripartire, perchè Il mito del Made in Italy, purtroppo si è trasformato: da economia morale a etichetta elastica.
Per buona parte del Novecento, il Made in Italy è stato una biografia collettiva più che una categoria doganale.
Nel dopoguerra, la ricostruzione e poi il boom economico hanno costruito distretti industriali in cui:
- la filiera era corta: dalla materia prima al prodotto finito si percorrevano pochi chilometri;
- il capitale era spesso familiare o comunitario;
- l’artigianato dialogava con l’industria;
- il lavoro, era percepito come fonte di dignità ed ascensore sociale.
Il valore aggiunto italiano non consisteva solo nel “dove” si produceva, ma nel “come” e nel “da chi”: artigiani, tecnici, operai, imprenditori radicati nel territorio.
Studi recenti hanno mostrato come il successo dell’industria alimentare e della moda italiane nascesse proprio da questa combinazione di competenze diffuse, estetica e struttura distrettuale.
Con la globalizzazione, però, la definizione giuridica e commerciale di Made in Italy si è progressivamente allargata: la normativa sull’origine permette di attribuire la “italianità” a un prodotto in base all’ultima trasformazione sostanziale, anche se la maggior parte delle fasi precedenti avviene altrove.
Questo ha aperto uno spazio ambiguo: basta un passaggio finale sul territorio nazionale perché l’Italia diventi brand, anche quando non è più realmente filiera.
Da un lato, la tesi del “Made in Italy come stile” – progettato in Italia, prodotto nel mondo – ha cercato di nobilitare questo processo.
Dall’altro, la pratica ha spesso superato la narrazione: delocalizzazioni, subappalti a catena, sfruttamento del costo del lavoro nelle periferie del pianeta e, sempre più spesso, anche in quelle italiane.
Il risultato è un divorzio tra racconto e raccontato: l’etichetta resta, la realtà di lavorazione si sbriciola.
E qui oggi i nodi tornano al pettine, a seguito delle inchieste sul lusso, ed il reale, il dietro le quinte delle passerelle dorate, ma sarebbe piu’ appropriato dire il sotto le quinte dei seminterrati.
Negli ultimi anni, la Procura di Milano e altre autorità italiane hanno illuminato ciò che molti percepivano solo come sospetto: la maggior parte dell’eccellenza del lusso made in Italy si regge su filiere in cui il lavoro è tutto fuorché eccellente.
Tod’s: la prima indagine penale che tocca il marchio
Nel 2025, i magistrati milanesi aprono un’indagine su Tod’s e tre suoi manager per sfruttamento del lavoro (caporalato) nei confronti di lavoratori cinesi impiegati in opifici subfornitori tra Lombardia e Marche.
(Reuters, Financial Times)
Le accuse parlano di: orari eccessivi, paghe bassissime, dormitori nei capannoni, sicurezza carente, audit interni che segnalavano criticità, ma non modificavano realmente la filiera.
Per la prima volta, non è solo il laboratorio “ultimo della catena” a finire sotto i riflettori, ma il brand stesso, per non aver impedito, pur potendo, quello sfruttamento.
I pm chiedono perfino un divieto di pubblicità di sei mesi per il marchio.
(Reuters)

Dior: 53 euro contro 2.600
Nell’inchiesta che coinvolge Manufactures Dior srl, costola produttiva italiana della maison francese del gruppo LVMH, emerge un dato destinato a fare il giro del mondo: una borsa venduta in boutique a 2.600 euro era pagata alla fabbrica 53 euro.
(Corriere Milano)
In mezzo c’è una catena di subappalti: laboratori cinesi in Lombardia, con lavoratori irregolari, paghe di pochi euro l’ora, turni estenuanti e alloggi di fortuna dentro gli stessi capannoni.
Nel 2024 il Tribunale di Milano dispone l’amministrazione giudiziaria, misura poi revocata in anticipo nel 2025 dopo modifiche nella gestione della filiera. (Pambianconews)
Loro Piana: giacche da 100 euro vendute a 3.000
Sempre il Tribunale di Milano, nel 2025, applica l’amministrazione giudiziaria per un anno a Loro Piana S.p.A., storico marchio del cashmere, oggi parte del gruppo LVMH.
(Corriere Milano)
Nelle carte si legge di: “manodopera irregolare e clandestina”, turni oltre le 70–80 ore settimanali, condizioni abitative nei laboratori, giacche prodotte a circa 100 euro e rivendute a 3.000.
(Il Fatto Quotidiano)
È già il quinto caso in un anno a coinvolgere marchi del lusso in relazione a caporalato nella filiera.
Giorgio Armani Operations a cui è stato imposto il commissariamento della filiera.
Nel 2024 tocca a Giorgio Armani Operations, ramo industriale del gruppo Armani, finire in amministrazione giudiziaria per gravi irregolarità nei subappalti a laboratori cinesi nell’hinterland milanese.
(Business Defence)
Le immagini di inchiesta mostrano: lavoratori cinesi e pakistani impiegati fino a 10–12 ore al giorno, anche 7 giorni su 7, dormitori improvvisati tra macchinari e bancali, salari nell’ordine dei 2–3 euro l’ora.
(HuffPost Italia)
Valentino, Alviero Martini e gli altri tasselli
A questi casi si affiancano, tra gli altri:
Valentino Bags Lab, in amministrazione giudiziaria per filiere basate su laboratori in cui imprenditori cinesi sfruttavano connazionali in condizioni degradanti;
(Il Fatto Quotidiano)
Alviero Martini, coinvolta in precedenti provvedimenti giudiziari per mancato impedimento di sfruttamento nelle subforniture.
La trama è sempre la stessa:
Brand globale → società italiana intermedia → subappalto a chi materialmente produce → sub-subappalto a piccoli opifici, spesso gestiti da imprenditori cinesi, dove il costo del lavoro viene spinto al limite dell’umano.
I lavoratori, italiani o stranieri, diventano appendici silenziose del marchio, indispensabili per tenere bassi i costi ma invisibili nella narrazione del lusso.
Poi la realtà che congela il sangue, il ribaltamento dei numeri: salari fermi e compressi, fatturati del lusso alle stelle.
Per capire quanto questo sistema sia lontano dalla stagione d’oro del Made in Italy, basta guardare ad alcuni numeri.
Salari italiani: un trentennio di stagnazione
Secondo elaborazioni basate sui dati OCSE, i salari reali italiani tra il 1990 e il 2020 non sono aumentati, ma sono arretrati rispetto alla media dei Paesi avanzati: se nel 1990 erano circa 5 punti sopra la media OCSE, nel 2020 risultano circa 14 punti sotto.
(DSpace Repository)
Altre analisi recenti mostrano come l’Italia sia uno dei pochi Paesi europei in cui la dinamica salariale reale degli ultimi trent’anni sia stata stagnante o negativa.
(A&B Associati Srl)
In sintesi: un lavoratore italiano medio oggi ha un potere d’acquisto non molto diverso, e in alcuni casi inferiore, rispetto a trent’anni fa.
Il lusso rappresenta un caso iconografico di inflazione selettiva.
Nello stesso arco temporale, il prezzo dei prodotti di lusso ha avuto una traiettoria opposta.
Il caso più emblematico è extra-italiano ma illuminante:
la Chanel Classic Flap, introdotta nel 1983, costava al dettaglio, nell’ordine dei 1.000 dollari negli anni Ottanta; nel 2025, la stessa borsa viene proposta a circa 11.300 dollari.
(Sothebys.com)
Parliamo di un aumento di oltre dieci volte in valore nominale, ben al di sopra dell’inflazione cumulata degli stessi decenni.
La dinamica è simile per molti marchi del lusso: rincari annuali, posizionamento sempre più elitario, storytelling di esclusività.
(Lineapelle Magazine, Dearluxe)
In Italia, i casi Dior, Loro Piana e Armani mostrano la forbice tra costo industriale e prezzo retail:
borsa Dior: 53 euro al laboratorio, 2.600 euro in boutique;
(Corriere Milano)
giacche Loro Piana: circa 100 euro alla produzione, 3.000 euro allo scaffale;
(Il Fatto Quotidiano)
borse Armani: alcuni modelli venduti ai laboratori a meno di 100 euro, rivenduti al brand intorno ai 250 e proposti ai clienti finali a circa 1.800 euro.
(Business Defence)
Nel frattempo, i lavoratori della filiera, spesso migranti irregolari, ma anche italiani sfruttati, prendono 2–3 euro l’ora, con orari che ricordano un altro secolo.
(Giurisprudenza Penale, Business Defence)

È questo scarto che incrina il racconto di un lusso “etico” e di un Made in Italy ancora legato alla comunità.
La seconda ferita sanguinante e’ rappresentata dall’agroalimentare e l’italian sounding.
Se il lusso veste il mondo, il cibo italiano lo nutre, almeno nell’immaginario.
Pasta, olio, formaggi, vini: l’Italia ha costruito la propria identità anche attraverso una gastronomia che è paesaggio, storia e tecnica.
Ma anche qui, da anni, l’identità è sotto pressione.
Italian sounding e valore sottratto.
La pratica dell’Italian sounding, prodotti che “suonano italiani”, ma non lo sono, genera un danno economico stimato tra gli 80 e i 120 miliardi di euro l’anno secondo diverse analisi, comprese quelle delle organizzazioni agricole italiane.
(Il Guardian)
Sono prodotti che:
- usano nomi come Parmesan, Prosecco-like, Mozarella,
- riproducono tricolori, colline toscane, nonne immaginarie,
- ma sono interamente realizzati in altri Paesi, senza alcun legame con territori o filiere italiane.
Non è un fenomeno solo extra-europeo: persino nel supermercato del Parlamento europeo sono finiti sugli scaffali sughi “all’italiana” con etichette e simboli che evocano l’Italia pur non essendo prodotti nel nostro Paese.
(Il Guardian)
Il problema risiede nella globalizzazione apolide, con l’acquisizione dei marchi e la filiera che si sposta e delocalizza.
Parallelamente, negli ultimi decenni molte grandi aziende alimentari italiane sono passate sotto il controllo di gruppi esteri:
-Galbani è entrata nel gruppo francese Lactalis nel 2006; (Il Sole 24 Ore)
- nel 2011, Lactalis acquisisce anche Parmalat, leader nel latte e nei derivati industriali; (la Repubblica)
Già allora alcuni osservatori parlavano del rischio di “morte del latte industriale italiano”, temendo che la concentrazione di potere d’acquisto sui conferenti avrebbe schiacciato i margini dei produttori nazionali.
Mentre l’assetto proprietario si internazionalizza, le filiere di approvvigionamento diventano miste:
oli extravergini con diciture generiche come “Unione Europea” o “miscela di oli comunitari e non comunitari”, venduti con brand percepiti come italiani; (Il Fatto Alimentare)
controlli ufficiali che registrano irregolarità importanti: nel 2024 circa il 23% dei campioni di olio controllati in Italia presenta non conformità (origini non corrette, miscelazioni con oli più economici, etichette ingannevoli). (Olive Oil Times)
Anche qui, come nella moda, il marchio “italiano” rischia di diventare una vernice spray sopra catene di valore delocalizzate, dove la materia prima viene da altrove, la trasformazione è industriale e il territorio resta soprattutto immagine.
Cambiamo il paradigma: dal “Made in Italy” al “Made in Italy totale”
In questo quadro, la nozione di Made in Italy totale non è un vezzo nostalgico, ma un tentativo di ricomporre l’unità tra parola e realtà, tra etichetta e vita.
Significa:
Produzione interamente in Italia
Tutte le fasi essenziali, progettazione, sviluppo, trasformazione, confezionamento, avvengono sul territorio nazionale. Nessun trucco di finissaggio finale per “acquisire cittadinanza”.
Fatto da italiani e nuovi italiani integrati
Il lavoro è svolto da persone: regolari, contrattualizzate, inserite nella comunità.
“Nuovi italiani” non è un eufemismo, ma un dato di fatto: da secoli questo Paese integra chi lo sceglie, a condizione che il patto sia reciproco.
L’importante non è il luogo di nascita, ma la partecipazione reale alla vita sociale, il rispetto delle regole, la condivisione di un’idea di bellezza e giustizia.
- Nessuno sfruttamento, né qui né altrove.
Un prodotto non può dirsi etico se sposta semplicemente lo sfruttamento fuori confine.
Il “Made in Italy totale” implica filiera pulita ovunque, la scelta consapevole di non fondare il proprio valore su condizioni disumane.
- Filiera corta e tracciabile.
Distretti, cooperative, piccole e medie imprese legate ai luoghi. QR code che raccontano davvero il viaggio di un capo o di un alimento, non come accessorio di marketing ma come patto di trasparenza. - Valore che resta nei territori.
Salari, tasse, investimenti che non evaporano nei bilanci di holding apolidi, ma rafforzano scuole, e in coralità con le istituzioni inaugurano nuove scuole del fare, infrastrutture, servizi locali.
Non si tratta di bandire il mondo, ma di scegliere in che modo l’Italia vuole stare nel mondo.
Dobbiamo dimenticare i marchi, i nostri grandi artisti, sono defunti, ed il loro nome viene infangato da tutto questo mercimonio morale.
“Il mantra è : dimenticare i marchi ed innalzare l’arte di farli nascere”.
L’idea che i marchi siano intoccabili è relativamente recente. Per buona parte della storia industriale italiana, i nomi sulle etichette erano l’approdo in uscita di un processo creativo, non il suo presupposto.
I grandi brand della moda e dell’agroalimentare sono nati da: famiglie, cooperative, distretti, reti di botteghe.
Molti di questi marchi oggi appartengono a gruppi internazionali, che legittimamente ne gestiscono le strategie. Ma dal punto di vista culturale, il punto non è salvare i nomi: è non perdere la capacità di crearne di nuovi.
Se un marchio storico non è più legato a: una filiera realmente italiana, un lavoro rispettato, una comunità,
la sua eventuale crisi non sarà la fine dell’Italia, ma la fine di una narrazione. Le competenze, invece, restano: e possono dare origine ad altri nomi, altre storie, altri progetti.
La sciantosa, l’Italia , non è il vestito che porta, è la capacità di indossarne uno nuovo senza perdere la propria postura.
Da qui la rinascita dei distretti del bello e del buono come infrastruttura viatica del “Bonum Commune”.
Immaginare un’Italia che torni a essere grande potenza industriale non significa evocare catene di montaggio infinite, ma ripensare i distretti come luoghi di: formazione, produzione, innovazione,integrazione.
Nei decenni passati, distretti come quelli del tessile a Prato, delle calzature nelle Marche, dell’occhialeria nel Bellunese, del mobile in Brianza, dell’agroalimentare in Emilia, hanno dimostrato che la competitività italiana nasce dal legame stretto tra territorio e impresa.

Oggi questi distretti possono diventare: campus diffusi per giovani italiani e nuovi giovani italiani, luoghi in cui si apprende un mestiere, laboratori per startup manifatturiere, poli dove la tecnologia si affianca all’artigianato.
L’idea di distribuire “spazi sconfinati di produzione” alle nuove generazioni non è solo immagine: è un programma culturale.
Significa dire a un ragazzo:
«Il tuo futuro non è per forza un open space digitale o l’emigrazione.
Può essere una bottega, un laboratorio, un’azienda dove si crea valore reale, QUI, A CASA TUA!!!!!!.»
NOI, siamo “l’Italia Fenice”: una storia di cadute e rinascite, Il tacco 12 è difficile da portare……….
Dalla leggenda di Alba Longa alla fondazione di Roma, dall’impero alla sua dissoluzione, dai Comuni medievali al Rinascimento, dalle invasioni straniere al Risorgimento, dalle macerie del 1945 al boom economico: la storia italiana è un palinsesto di rovine e ricostruzioni.
Ogni volta che l’Italia è sembrata finita, qualcosa l’ha rimessa in piedi: non una retorica nazionale astratta, ma la combinazione di bisogni concreti e capacità creativa.
Dopo la guerra, gli italiani hanno ricostruito città e fabbriche, ma anche teatri, sartorie, botteghe, tipografie, atelier. Hanno inventato design industriale e neorealismo, moda prêt-à-porter e tv commerciale, automobili iconiche e cucine componibili.
L’immagine della Fenice, l’uccello che risorge dalle proprie ceneri, si adatta all’Italia più di molte metafore classiche. Non per eroismo, ma per una sorta di ostinazione quotidiana: ogni crisi economica, politica o sociale ha prodotto ondate di emigrazione, povertà, disillusione; ma anche nuove generazioni di artigiani, imprenditori, artisti, tecnici.
Oggi il terreno delle ceneri è, tra le altre cose: l’uso improprio del Made in Italy,
- la disconnessione tra marchi e territori,
- la precarizzazione del lavoro,
- lo svuotamento dei distretti.
Le condizioni per una nuova rinascita sono già presenti:
- competenze accumulate,
- desiderio di senso nelle giovani generazioni,
- crisi del modello di consumo di massa,
- attenzione crescente per la qualità, la durata, l’origine dei prodotti,
-“GLI ITALIANI”.
La domanda non è se la Fenice italiana si rialzerà, ma con quale forma?
L’ Epilogo, la sciantosa scende dal piedistallo e torna in laboratorio
La scena finale potrebbe essere questa.
La sciantosa-Italia, quella sullo stivale tacco 12, si guarda allo specchio. Si accorge che il vestito che indossa porta ancora la scritta Made in Italy, ma è stato tagliato lontano, cucito altrove, rifinito in fretta. È bellissimo, ma non le assomiglia più.
Allora fa un gesto radicale, ma tutt’altro che teatrale: se lo toglie.
Non è uno scandalo, è un ritorno alle origini.
Torna nelle botteghe, nei laboratori, nei campi; siede accanto alle nuove generazioni, italiane e nuove italiane; insegna e impara; riprende in mano ago, telaio, tornio, torchio, impastatrice, matita.
Non le interessa più difendere il vecchio guardaroba:
sa che può crearne uno nuovo.
Il nuovo Made in Italy, quello totale, intrecciato all’economia morale dei territori, non sarà un’invenzione di marketing, ma un modo di vivere e produrre.
Il lusso, se vorrà esistere ancora, dovrà tornare a poggiare su lavoro rispettato, filiere corte, comunità vive.
Il cibo italiano dovrà raccontare non solo un gusto, ma un paesaggio e le mani che lo coltivano.
Chi lavora nelle filiere e/o nella quotidianità del popolo, potrà e dovrà appagarsi, potendosi regalare anch’egli, quanto di bello ha prodotto, per merito, per giusta retribuzione e valorizzazione della sua eccellenza e fatica.
La sciantosa rientrerà in scena più tardi, con un abito diverso:
meno logo, più sostanza.
Meno false scintille di passerella, più luci di bottega sartoriale.
E quando camminerà ancora sul tacco 12 dello stivale, chi la guarderà:
– da New York, da Shanghai o da Buenos Aires –
NON VEDRA’ SOLO IL MITO DI UN PAESE,
MA LA VERITA’ DI UN POPOLO CHE HA DECISO DI RIPRENDERE LE REDINI DEL PROPRIO DESTINO E DI TORNARE NUOVAMENTE AD ESSERE SE STESSO!!!!!!!

Simone Ratti L’Araldo della Disperazione Umanista professante





