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E’ la Nebbia che va, storie Milanesi, di Giancarlo Elfo.

E' la Nebbia che va

Busta a sorpresa

Un tempo, quando ce n’era una ad ogni angolo di strada, le edicole erano l’unico luogo dove si vendevano i fumetti. Lì, vicino alle pubblicazioni più recenti, c’era sempre un mucchio di buste colorate con su scritto “ busta a sorpresa”, in cui si potevano pescare alla rinfusa vecchi numeri di Mandrake, albi giganti di Gordon Flash, giornaletti di Tiramolla. A volte erano una delusione, altre volte si rivelavano piccole miniere da cui estrarre strisce comiche, avventure di fantascienza, racconti del West. Ogni busta era uno zibaldone di storie di ogni tipo e provenienza, che arrivavano dalle edizioni e dalle epoche più varie.

Qualcosa di simile è questo volume, che nasce in maniera imprevista dalla volontà di dare una nuova casa al mio romanzo a fumetti di maggiore successo, “Tutta colpa del ’68”. Che, dopo essere stato pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 2008 e poi come allegato di Repubblica nel 2018, era ormai introvabile.

I miei rapporti con l’editoria a fumetti sono abbastanza bizzarri (dei miei quattro libri due sono apparsi con una casa editrice classica come Garzanti); così ho pensato di rivolgermi a Milieu, un editore di cui apprezzo il sapersi muovere tra locale e globale, cronaca e antropologia.

E Milieu, che con i fumetti finora non aveva a che fare, ha rilanciato proponendomi di raccogliere in volume le mie storie ambientate a Milano, dagli esordi a oggi. Non è poca roba, e me ne sono accorto andando a rovistare tra disegni originali e pubblicazioni.

Ho trovato tavole del 1977 per Alteralter, strisce per il giornale di inserzioni Secondamano, fumetti apparsi sulla rivista letteraria Linea d’Ombra negli anni ’80. E poi lavori per il settimanale Diario tra la fine del passato millennio e l’inizio del nuovo, testi e disegni del libro “Quelli che Milano” realizzato con Matteo Guarnaccia nel 2010. Nonché, ovviamente, le pagine di “Tutta colpa del ’68”, che si svolge in gran parte a Milano.

Dai cassetti è uscito insomma un serpente di storie che si snoda lungo parecchi decenni attraversando luoghi e luoghi comuni, persone e personaggi, leggende e leggende urbane. Parte dalle cronache di fantascienza del detective Paolo Valera con ufficio sul Naviglio, procede tra i frequentatori di un bar dove l’eco dei movimenti degli anni ’70 è ancora nell’aria. Si allunga nei cortei e nelle derive del sessantotto, incontra tipi con le ali che prendono il metrò, nuota nel riflusso dalla politica, galleggia nella Milano da bere, guada i tempi di Mani Pulite, avvista la città di oggi.

La nebbia se n’è andata, il clima è cambiato, la gente è cambiata, la città è cambiata. Ma nessun rimpianto per la Milano d’antan: per i cessi sul ballatoio, il vino perfido delle osterie, il Naviglio puzzolente, le case riscaldate a kerosene, le fabbriche che impestavano l’aria. “E’ la nebbia che va” è un serpente che non canta la canzone della nostalgia. Queste pagine disegnano semplicemente alcune delle mutazioni che ho visto nelle facce, nel panorama, nella pelle di Milano. Che, guarda caso, ha nel suo stemma un serpente.

Giancarlo Ascari

E’ la nebbia che va

presentazione

Giancarlo Ascari, noto da sempre come Elfo, è uno dei grandi fumettisti milanesi. Una carriera lunga quarant’anni, la sua, che viene celebrata per la prima volta con un volume che raccoglie tutte le sue storie alternate da lunghi racconti che ripercorrono quell’epoca che va dal Sessantotto no alla Milano da bere e alla Milano europea di Citylife. Elfo ha ambientato moltissime storie nella sua Milano (città in cui vive da quando aveva cinque anni), riuscendo a raccontarne i molteplici aspetti, le contraddizioni, le mille facce e i mutamenti. Dai racconti noir, al suo personale ricordo della contestazione, ai costumi e alle abitudini dei milanesi, Elfo ha dedicato le sue pagine a una metropoli spesso inafferrabile, con un’anima che si svela soltanto “a chi la sa guardare”.

Il volume, costruito in ordine cronologico, raccoglie anche diversi racconti inediti che illustrano il dietro le quinte di quegli anni, quando il mondo del fumetto e delle riviste era abitato da gure mitiche come Pazienza e Spiegelman e da direttori di spicco del mondo culturale come Del Buono e Deaglio. Tra i pezzi forti del volume, il fumetto autobiografico Tutta colpa del ‘68 e le strisce sul detective Paolo Valera, ormai introvabili, che raccontano gli anni settanta in chiave grottesca e noir.

Giancarlo Elfo Ascari illustratore e autore di fumetti con lo pseudonimo di Elfo, ha collaborato con AlterAlter, Linus, Corriere dei Piccoli, Diario, il manifesto, Smemoranda, Repubblica, Corriere della Sera. Ha pubblicato graphic novel con Coconino, Garzanti, Rizzoli.

Con Matteo Guarnaccia ha scritto e disegnato l’almanacco “Quelli che Milano”, divenuto ormai un classico. Con Pia Valentinis ha scritto e disegnato libri editi in Italia, Francia, Inghilterra e Russia.

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Libri

Un libro per raccontare una straordinaria vita di Catharsis piątej komory serca

Catharsis piątej komory serca

Catharsis piątej komory serca, un libro scritto da una donna che vuole riportare in auge la storia del padre filantropo, patriota e eroe

Benvenuta a Kamila Beata Bogackan, cosa ha significato per lei scrivere questo su suo padre?

K. B. B. Bongiorno grazie mille per l’opportunità di presentare il mio libro sulla figura di mio padre. E stato un mio desiderio d’infanzia, ma soprattutto un adempimento, una missione per commemorare la sua figura come eroe e patriota, medico, militare, diplomatico, un tenero padre. e colui che ha contribuito all’indipendenza della Polonia.

Qual è la motivazione che l’ha spinta a intraprendere questo lavoro?

K. B. B. Prima di tutto, per diffondere la verità e restituire a mio Padre tutti i meriti che gli spettano nel campo dell’indipendenza polacca. Con il contributo del mio libro, vorrei correggere la curvatura della storia dell’indipendenza polacca e ripristinare il ruolo che egli ebbe e i suoi merit. Vorrei salvare la sua memoria dall’oblio, vorrei che il mondo senta di lui. Questa è la storia di un uomo devoto alla sua patria.

Quanto le è costato in termini di tempo scrivere il libro tra il reperimento dei vari materiali e la stesura dello stesso?

K. B. B. Il desiderio di scrivere questo libro è nata in me quando ero bambina, in molti anni ho raccolto numerosi documenti, Incontrato persone che ancora lo conoscevano e o lo ricordavano personalmente e non. Il rapporto con le mie sorellastre mi ha permesso di conservare alcuni souvenir e ricordi. Ho conservare alcuni effetti personali, compreso il suo diario. Ho viaggiato molto Tra Europa e USA per rincorrere le sue tracce. Un grande aiuto nel reperire la documentazione storica da persone meravigliose, i miei amici, la genealogia degli abitanti di Krosno, in particolare Alicja e Andrzej Rygl.

Suo padre si distinse in Polonia e anche negli USA, ce lo racconti?

K. B. B. Nel marzo 1913 T.W. Wilson è divenuto il 28 ° presidente degli Stati Uniti d’America, grazie a una stretta conoscenza con il quest’ultimo, già nel 1915, a mio padre venne in aiuto di Feliks Młynarski, un banchiere polacco che faceva parte del consiglio del comitato nazionale supremo. Młynarski che andò negli Stati Uniti e rimase con mio padre, che lo aiutò a raccogliere fondi per le legioni polacche. Mio padre si guadagnò il favore dell’America per la causa polacca. Młynarski rimase ospite a casa di sua e con il suo aiuto stabilì una alleanza con il Presidente Wilson. E grazie ai grandi agli sforzi  Wilson promise l’aiuto e il supporto per le legioni polacche. Sulla via della riconquista dell’indipendenza, inoltre fu mio padre a scrivere il discorso a Wilson sulla riconquista dell’indipendenza della Polonia.

Kamil Jan Bogacki, filantropo, patriota, amico del Presidente degli Stati Uniti Wilson, ci spieghi in poche parole chi era suo padre dagli occhi di una figlia?

K. B. B. Da piccola sognavo di fare tante cose per aiutarlo e credo che scrivere questo libro sia il coronamento di quel desiderio d’infanzia. La sua non è solo la storia di un uomo coraggioso, non è solo la straordinaria storia della nazione polacca le numerose situazioni, gli ostacoli sulla strada verso l’indipendenza. È anche una realtà americana nel campo dell’educazione e dell’attività patriottica. Questi sono anche tutti i segreti della vicinanza emotiva. Proprio così era uno di noi, ha amato, ha vissuto, ha sofferto. Ha vissuto storie straordinarie, esperienze dolorose. Era un osservatore molto attento della vita. Seguo il suo esempio con grande speranza di trasmettere questo contenuto alle generazioni. Mi ha lasciato con un impareggiabile esempio di vita buona e nobile.

Nel mio viaggio nella città di Krosno mi sono imbattuto nella targa commemorativa e sono passato per il ponte a lui intitolato in che anno sono state fatte queste onorificenze?

K. B. B.  Grazie agli sforzi di molti anni di attività, sono riuscita a raggiungere uno dei miei obiettivi. La città di Krosno installò una targa commemorativa sulla tenuta di famiglia. La cerimonia si è svolse durante la celebrazione del 100 ° anniversario dell’indipendenza dello Stato polacco, fu il 15 agosto 2018, durante le cerimonie di stato, si svolse questo evento speciale per me. Lettere di congratulazioni arrivarono a Krosno dal Ministero degli Affari Esteri dall’America e dall’Austria e dalla compagnia dell’esercito polacco. Una Santa Messa concelebrata, presieduta da Sua Eccellenza Il vescovo Stanisław Jamrozek, ha avuto luogo nella nostra chiesa più antica nella chiesa parrocchiale di Krosno. Successivamente, l’11 novembre 2018, gli fu nominato il ponte più antico di Krosno.

Ricordiamo che nell’anno venturo sarà fatta una presentazione in Italia.

K. B. B. È un grande onore per me poter presentare il mio libro in Italia, patria dell’arte, il mio sogno è far conoscere la sua e storia e il mio sogno si sta realizzando. Attendo questo momento con giubilo.

Per maggiori info:                      

drkamiljanbogacki.pl

www.facebook.com

Enrico Bertato

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FotografiaLibri

…I Muri del Silenzio…

I Muri del Silenzio

Parte dall’’Articolo. 1 della Dichiarazione ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne il progetto fotografico di Mjriam Bon in collaborazione con Giusy Versace:


– È “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà.

Il progetto nasce nel 2019 in forma di mostra fotografica allestita alla Camera dei Deputati, ospitata a Palazzo San Macuto a Roma,

Nel 2020 diventa un libro fotografico in edizione limitata, uscito con la finalità di raccogliere  fondi il cui ricavato andrà a sostegno delle donne vittima di violenza.

Per la fotografa Mjriam B l’obbiettivo di questi scatti è  abbattere quel muro di omertà e silenzio che opprime chi subisce violenza, chi ne è testimone o chi ha taciuto nascondendosi dietro la paura, non provando a cambiare le cose.

Hanno deciso di  sostenere questa campagna: personaggi della televisione, del cinema, della radio, esponenti politici e le stesse vittime sono i protagonisti, 75 volti distribuiti in cento pagine .

Ogni soggetto è rappresentato da tre scatti , come le “sanzaru”, le tre scimmiette sagge della tradizione giapponese  che si coprono occhi, bocca e orecchie….

i “Muri del silenzio ,

I muri di chi non vede o di chi fa finta di non vedere.
I silenzi di chi non sente o fa finta di non sentire, di chi non parla perché ha paura, perché si vergogna.
È questo il focus del mio progetto.
Un progetto che nasce dalla volontà di rappresentare attraverso volti diversi, una delle problematiche più difficili del nostro tempo : l’omertà.
Ma non intesa nel senso comune a cui siamo abituati ad associare questa parola, bensì nel senso più profondo ed intimo. Quell’omertà “uditiva e visiva” che porta chi subisce violenza, o chi né è testimone, a tacere non riuscendo ad abbattere quei muri che oltre a non far parlare, non fanno sentire, né vedere.
Resto sempre basita, ad ogni notizia che racconta qualsiasi tipo di violenza, ma quella sui minori mi sconvolge sempre nel profondo.

Non riesco a comprendere, non trovo ragione.
Credo nella fotografia per ricordare, e nella sua incredibile forza per denunciare e sensibilizzare.
Credo che l’omertà vada presa di petto, perché ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa, soprattutto quando si tratta di innocenti.
Far finta di non vedere o di non sentire è solo un modo per nasconderci. Uscire allo scoperto è l’unica via per aiutare ed aiutarci

Mjriam Bon

Per richiedere una copia del volume e sostenere il progetto, basta scrivere una mail a info@imuridelsilenzio.it 

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AttualitàLibri

La Palermo Male: un libro blasfemo di Vincenzo Profeta , co-founder Laboratorio Saccardi

vincenzo profeta

La Palermo Male è un libro blasfemo, che travalica tutti i limiti del buon gusto e della decenza.

Si tratta di venti racconti dalla scrittura sincopata a tratti schizzoide, privi di una vera e propria  narrazione lineare.

Massoni, alieni, terrapiattisti e satanisti, sogni distopici e viaggi allucinogeni indotti dalle droghe: la coscienza del narratore è “hacke – rata” da idee deliranti, si abbando – na senza più anticorpi nella spirale delle teorie del complotto, in un trip folle e lucido a intermittenze.

Il libro stesso sembra essere posseduto da un software in perenne stato di bug, che gli fa da cornice, e dove fanno ir – ruzione le icone dei videogiochi anni ’80 e i pop-up dei più recenti social network, ma anche errori di codice, passati sistemi operativi e nuovi al – goritmi.

Un libro che contiene un vi – rus, ideologico e ideografico.

La Palermo Male racconta un disagio cronico , che cerca di trovare risposte, a domande mai fatte…

Vincenzo Profeta nasce a Palermo nel 1977.

Fonda insieme nella sua città natale, Palermo, il «Laboratorio Saccardi», tra i collettivi artistici piú importanti e attivi a livello nazionale.

Ha alle spalle oltre 15 anni di carriera artistica e tantissimi progetti – visivi, visionari, poetici e di scrittura e critica sociale.

Si interessa da sempre ai fenomeni di nicchia, alle voci underground, decisamente “unconventional“, in ogni sua espressione artistica e non .

Per acquistare il Libro ecco il link

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Francesca Marzia Esposito : Corpi di Ballo

Francesca Marzia Esposito

Il suo Romanzo d’esordio nel 2015 è stato La forma minima della felicità nel 2019 arriva il secondo “Corpi di Ballo”, nato nell’isolamento di un estate Milanese ferita dal primo Lock Down.

La sua prima opera parla di Isolamento , mentre la seconda entra prepotentemente nel suo Mondo, quello di cui non ama parlare, ma del quale è stata da sempre rapita sempre : “La danza”,

Abbiamo scelto di fare qualche domanda a Francesca, per conoscerla meglio , e lasciare a lei il compito di raccontarsi …

Il tuo primo incontro con la danza? 

Credo sia avvenuto in mia assenza. Ero piccola, forse mi trovavo in una stanza da sola e ho cominciato a muovermi seguendo la musica. Voglio dire che è successo in una dimensione espressiva spontanea che non aveva nulla a che fare con l’intenzionalità. Più che altro non mi andava di parlare, e l’uso del corpo mi permetteva di dire cose senza passare per la bocca.  

Hai deciso di scrivere un libro che racconta sogni, sacrifici e rischi che chi vuole intraprendere questa strada si trova a intrecciare, da dove nasce?

«Corpi di ballo» è un duello tra chi ha talento e chi meritatamente occupa il secondo posto. Mette a confronto due identità che, a parità di passione, dedizione, spirito di sacrificio, voglia di arrivare alla meta, non hanno la stessa vocazione. Il talento è selettivo, spietato, puoi allenarti quanto vuoi ma il risultato rimarrà mediocre, se paragonato a quello ottenuto da chi si è esercitato con lo stesso furore ma ha più stoffa di te. Se si è in due a gareggiare, arrivare al secondo posto vuol dire perdere rovinosamente. È il tema de «Il soccombente», il capolavoro di Bernhard: abbiamo il genio e la bravura media che dolorosamente prende coscienza del divario.

La danza è talento, ma anche molto sacrificio, ci racconti una giornata tipo per un’aspirante  ballerina?                                                                                                  

È un po’ come fare il militare alla sbarra: disciplina e ripetizione. Devi essere puntuale, precisa, umile, volitiva, ubbidiente, estremamente paziente e concentrata nell’imparare a sviluppare il tuo potenziale. Le lezioni iniziano al mattino, verso le dieci la classica, poi jazz o modern, nel pomeriggio si va a fare un provino o un’audizione, la sera insegni o fai l’assistente, così ti assicuri un piccolo fisso su cui contare per pagarti le lezioni che, tra l’altro, costano care. Nel mezzo: molti caffè col dolcificante, spuntini invisibili, insoddisfazione latente per il fisico, e tensione verso un futuro glorioso. È uno schema a grandi linee, sufficientemente veritiero.

Se potessi incontrare un’icona del passato, con chi prenderesti un caffè e di cosa parleresti?

Con Nureyev. In silenzio. Solo bere il caffè al tavolino con lui, magari a Parigi.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

Posto che ricordare è una forma di reinvenzione e che, per me, le esperienze del passato sono più intense se nel ripercorrerle le collego a un sentimento che si muove dallo struggimento in poi, una forma di sorriso mentale me lo regala sempre la scena di quando finii l’esame di Storia del mimo e della danza, la professoressa mi restituì il libretto con la lode e io dissi: Sa, piacerebbe anche a me fare la critica di danza. Lei incrociò le braccia sul petto e con un sorriso da Monna Lisa disse: Se lo scordi.

Cos’è per te la danza?  

Prendo in prestito le parole di Mats Ek, il mio coreografo preferito: “La danza è pensare con il corpo.

È necessario pensare con il corpo? Non per la sopravvivenza, ma per vivere. Ci sono tanti pensieri che solo il corpo è in grado di pensare. Altre cose, come le pace, potrebbero essere più importanti della danza.

Ma allora noi avremmo bisogno di danzare per celebrarla. E per esorcizzare i demoni della guerra. Una rivoluzione che non ci consente di danzare, è una rivoluzione per la quale non vale la pena di lottare”.

Grazie Francesca per il tuo tempo

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AttualitàLibriMusica

La Biodiversità vocale nell’era dei talent, la parola a Francesco Forges.

Francesco Forges

Ph Copertina di Annalisa Ceolin

La voce è uno strumento e come altri può essere oggetto di insegnamento.

La rapida diffusione dei talent show  televisivi ha influito molto sul panorama della didattica musicale, rischiando di dimenticare la pluralità delle voci  e tendendo ad  omologarle  per renderle più “commercializzabili” secondo logiche di mercato. Il format del talent- show non accenna ad arrestarsi, anzi viene esteso alle navi da crociera, alle serate karaoke e a volte anche all’ambito aziendale.  Questo è il presupposto da cui si dipana la lunga dissertazione di  Francesco Forges nel suo libro Critica della Voce. Appunti in difesa della biodiversità vocale” edito da  CRAC edizioni.

Cantante  eclettico, compositore, flautista  e insegnante di canto jazz e pop  in scuole private e civiche  e più recentemente nei conservatori di Genova, Venezia, Monopoli e Trieste,

Francesco  Forges presenta nel suo saggio un ampio e spettro di esempi di singolarità delle voci e suggerisce quali aspetti fondamentali della didattica possono preservare le voci dalla standardizzazione.  

L’idea ispiratrice del libro, ossia il concetto di “biodiversità vocale”,  per l’autore non è altro che l’applicazione all’ambito della voce di un termine comunemente utilizzato in  riferimento alla flora e alla fauna.  L’idea di difendere questa diversità è nata in Forges durante una sua visita all’acquario di Genova, dove notò una rana che assomigliava a un pomodoro. Proprio come questa “rana – pomodoro” è rimasta impressa nella sua mente è la singolarità di una voce quello che consente di ricordarla, quello che la rende interessante al punto da imprimerla nella memoria della gente.

Tuttavia molte delle voci che concorrono nei talent show, afferma Forges, sono generalmente più imitative e vengono facilmente dimenticate.

Parlando di biodiversità ci si riferisce in particolare alla voce naturale. 

Ma qual è la differenza tra voce impostata (lirica) e voce naturale?

“La voce impostata”, spiega Forges in un’intervista  per Radiowellness  a Musica senza Confini ,  “è quella che serve per eseguire la musica classica, principalmente la musica lirica o quella sacra con accompagnamento orchestrale. Questa si è sviluppata principalmente in Europa, anche se ne esistono esempi in India e in estremo Oriente.  È una tecnica che non prevede l’uso del microfono e nasce dalla  necessità di superare l’orchestra sinfonica che suona nella buca unicamente con la potenza della voce, senza ausilio di amplificazione.  Il cantante deve inoltre eseguire la nota giusta al momento giusto secondo quanto previsto dal compositore e senza  libere variazioni. “  

La voce che Forges definisce “naturale” è quella che nasce spontaneamente nelle culture tradizionali e che poi a partire dagli inizi del 900 viene tramandata attraverso la cosiddetta oralità secondaria, ossia la trasmissione orale utilizzando i mezzi di riproduzione del suono, la radio e i dischi e supportata, anche se non agli inizi, dall’utilizzo del microfono. “Si tratta di  una voce che ha altre necessità”, spiega Forges . “Spesso l’esecutore è anche compositore e comunque può rielaborare e rivivere la stessa canzone in tanti modi diversi.” Questo vale anche per il jazz vocale, una forma di cultura vocale tradizionale che  si è evoluta sempre di più fino a raggiungere forme molto raffinate e tecniche. Tuttavia  i primi cantanti di blues e jazz non erano  molto diversi da quelli pop  di allora o da quelli della musica  etnica.

La singolarità delle voci naturali  si riscontra dunque soprattutto  nelle vocalità  derivate dalla musica etnica e dalla musica tradizionale. Un esempio citato nel libro  è quello di  Rokia  Traorè,  cantante del Mali che canta in inglese accompagnata da strumenti africani. Apprezzata in molti  festival europei, il suo percorso  formativo  è stato segnato dallo scambio con molte culture, ma questo  non le ha impedito di mantenere l’originaria e singolare  vocalità  africana.  “DaLouis Armstrong e Billie Holiday”, scrive Francesco Forges, “da Bruce Springsten ad Ani di Franco, ….da Roberto Murolo a Pino Daniele abbiamo a disposizione migliaia  di voci uniche e in continua trasformazione, voci che adattano i loro canti rituali e le loro canzoni  al proprio registro vocale , scegliendo la tonalità più adatta, cosa impossibile nella musica classica.”  Grazie alla  formazione nata dall’assenza di confini tra generi e a una maturazione come musicista negli ambienti musicali più disparati,  Francesco Forges  individua  con cognizione di causa e senza pregiudizi il valore dell’unicità  delle voci.  

Ma quali sono gli elementi che rendono una voce unica?  A che cosa si deve la “biodiversità vocale”?   

La prima considerazione da cui nasce il libro  di Forges è che la voce è uno strumento diverso da tutti gli altri  perché non è costruito in serie.  I tratti distintivi di una voce, sottolinea l’autore,  sono la sua singolarità, la trasformabilità, l’invisibilità e l’articolazione del linguaggio.

La singolarità è legata alle differenze anatomiche tra i cantanti,  comprese  quelle dell’apparato  vocale. Le  varianti  presenti in quest’ultimo rendono la voce unica,  anche se ognuno cercherà di uniformarla a un modello. La voce è inoltre soggetta a  una naturale trasformazione  legata  alle varie fasi della vita e a  fattori esterni. Ci sono poi le parti  interne dell’apparato fonatorio, quelle che non possiamo vedere. Per la didattica vocale è di fondamentale importanza imparare a percepire  ciò che è invisibile per poterlo utilizzare al meglio,  sviluppando una buona  tecnica vocale. Infine  una voce è uno strumento che parla, sottolinea Forges, e ogni lingua possiede suoni diversi.  

Che relazione c’è dunque tra l’unicità della voce e il panorama dell’insegnamento del canto nell’era dei talent show? Come è cambiata la didattica vocale del pop negli ultimi 30 anni?

Forges ricorda la propria esperienza giovanile  negli anni 80, dopo aver terminato gli studi al Conservatorio come flautista, quando cantava in una band e iniziò a prendere delle lezioni di canto con  delle giovani insegnanti, delle  vere pioniere. Il grande cambiamento nell’insegnamento del canto naturale – spiega Forges – è avvenuto  inizialmente con il revival del musical, che necessitava  cantanti  molto preparati dal punto di vista tecnico e in grado anche di recitare e ballare .

Poi  è sopraggiunto il karaoke, che ha ampliato la dismisura la platea di quelli che volevano cantare  e inseguito  sono nati  i talenti show.  Grazie a quest’ultimo fenomeno si sono sviluppati  nelle scuole di canto americane metodi   poi  diffusi  in modo dilagante dai vocal coach.

A tutti  gli effetti  è  il vocal coach un allenatore , una figura nata  negli USA con principalmente con  l’intento di allenare cantanti già formati. Il più famoso   è Seth Riggs ,  che ha guidato  cantanti  come Steve Wonder o altri grandi nomi.

Non si tratta però di insegnanti   di canto  in senso tradizionale, presuppongono generalmente un percorso formativo già effettuato,  cantanti già formati che necessitano solo di un buon allenamento. La biodiversità, sostiene Forges, non viene incentivata perché molti tendono a imitare .

Convinto della necessità di preservare la peculiarità  vocale dall’uniformità,  Forges  contrappone a quello dei vocal coach un metodo diverso , una propria filosofia che va contro la standardizzazione dei suoni. “Oggi mancano figure come Janis Joplin”, dice, riferendosi alla graffiante cantante blues-rock degli anni sessanta.  L’obiettivo di  un insegnante   è quello di insegnare  a cantare cercando di trovare la strada unica e singolare per ogni allievo. La prima cosa che l’allievo non deve fare è imitare. 

Quali sono i rischi dell’imitazione?  

In realtà il vero pericolo delle diffuse  metodologie americane  sta nel  classificare  alcune  modalità di emissione della voce associate a determinati  sentimenti. Questo riduce l’imprevedibilità dell’intenzione artistica di un cantante.  Insegnando delle modalità predeterminate si dà per scontato che esistano solo queste,  escludendone altre a discapito  della spontaneità o della  creatività nell’esecuzione. Tuttavia l’imitazione in una prima fase didattica non è da escludersi. E’ una tradizione da sempre esistente. Ma in realtà  il mercato della pop music è quello che cerca l’imprevedibilità, proprio perché  la voce diviene immediatamente riconoscibile per la sua peculiarità.

Per fortuna ancora oggi, sebbene spesso fuori dal circuito degli ascolti in rete e della radiotelevisione, esistono esempi del tutto singolari di  elevata  qualità estetica e grande creatività. 

Articolo scritto da Isabella Longo per @radio wellness, ricondiviso dalla redazione di www.wl-magazine.it Conduttrice Trasmissione radiofonica “Musica senza confini” su Radio wellness

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Libri

Intervista a Vincenzo Pipino, protagonista del Libro “RUBARE AI RICCHI NON È PECCATO, edito dalla casa editrice Le Milieu

vincenzo pipino

I soprannomi si sprecano per Vincenzo Pipino, che ha il vezzo di farsi chiamare “ladro gentiluomo” e può vantare nel suo curriculum ricco di imprese avventurose di aver portato a segno il primo e unico colpo a Palazzo Ducale di Venezia ma anche di aver messo le mani – due volte – sulla galleria privata di Peggy Guggenheim.

Paola Fiorido l’ha intervistato per WL-MAGAZINE

Come è nata la pubblicazione del tuo libro RUBARE AI RICCHI NON È PECCATO edito dalla casa editrice Le Milieu?

È stata una pura fatalità. Mi sono trovato agli arresti domiciliari per un reato di lieve entità. In quel periodo ero molto noto dalle forze del “disordine”, perciò avevo tre/quattro visite notturne, non riuscivo a dormire, decisi di trasformare la notte come il giorno, leggevo spesso poi, mi è venuto nella capezza di scrivere una storia, la mia storia di vita rocambolesca. Ma non un libro vero e proprio. Scrissi e buttai giù un faldone di vere “minchiate” della mia vita. Consegnai questo faldone a mia nipote e lo feci stampare in una tipografia di Venezia, così esclusivamente per una mia curiosità. Dopo qualche settimana, la tipografia telefonò a mia nipote dicendole che quel faldone l’aveva “occhiato” un editore di Pordenone: “Edizione Biblioteca dell’immagine”, il quale voleva contattarmi. Rifiutai dicendo a mia nipote che quel faldone era solamente una mia curiosità; praticamente volevo tenermelo io. La “truffaldina” di mia nipote, diede la mia e-mail alla casa editrice, la quale mi contattò, soliti discorsi, mi piace il suo scritto, la storia e il contenuto. Pressato da mia nipote, consegnai il faldone, dopo averlo ricorretto a dovere, alla casa editrice che lo mise in stampa nel giro di una mesata. Da quel giorno ho ricevuto decine di interviste sia su giornali italiani ed europei, successivamente in varie TV italiane.

Ultima intervista su VICE, primo giorno parecchie visualizzazioni, circa di 250 mila e 6 mila mi piace e un doc-film per la TV Svizzera con il noto regista Alberto Negrin. N.B. non ho ancora capito questo interesse dei media per un “ladruncolo”. Il mio faldone era intitolato “I coppi di Venezia”, perché era da li che entravo nei palazzi patrizi in Canal Grande. Le vedute di Venezia dai coppi sono fantastiche è persino un problema scrollarsi da quelle visioni truccate dei coppi veneziani dall’alto in cui lo spazio abbraccia le grandezze di una città unica al mondo, dove anche il tempo pare immobile, immutato in una cornice che sembra un dipinto di Francesco Guardi. Un’immagine che raffigura una città appartata e solitaria, dove mare e cielo tendono a unirsi in un’immagine incorporea, svincolata dai fenomeni panoramici per cogliere soltanto l’essenza tessendo una relazione con la città che diviene più intellettiva che sensibile.

Cosa pensi della giustizia e dell’apparato giuridico?

Se dovessi raccontarti tutta la verità documentata dell’apparato   giuridico italiano rischierei l’ergastolo. Mi limito solo dirti che più di mille persone all’anno vengono arrestate e poi assolte, con decine e decine di suicidi tutti gli anni nelle carceri italiane che io definisco “Lazzaretti”. Sul Web gira un mio commento dal titolo: “Carceri, una vigorosa fabbrica al servizio dello stato” Vedi google. Altri commenti fatti su Facebook, ricevendo da alcuni avvocati: “Sig. Pipino, lei sarebbe degno di fare il ministro della giustizia”. Nelle carceri sono conosciuto come il sindacalista e l’avvocato dei detenuti. Basterebbe solamente un euro al giorno di ogni detenuto che è stato scarcerato per merito mio, oggi sarei ricco!

C’è un’opera d’arte che avresti avuto il desiderio di rubare e possedere e perché?

Certo! Per dirti la verità l’avevo già in mano, si tratta del dipinto di Gustav Klimt Danae, Klimt descrive l’incontro tra Danae e Zeus come fosse un sogno. Danae è stata imprigionata in una torre dal padre, il re Acrisio, spaventato dalla predizione dell’oracolo di Delfi che sarebbe stato ucciso dal nipote. Vedi il dipinto e la storia; mitologia fantastica. Mi ero innamorato di questo dipinto e della sua storia. Oggi lo puoi ammirare alla Galerie Würthle di Vienna.

Un consiglio a chi decidesse d’intraprendere la tua carriera di ladro di opere d’arte e gioielli?

Ho frequentato la biblioteca della Marciana di Venezia, di cui ero socio, studiavo l’araldica dei nobili veneziani, dei loro beni e di quant’altro, compreso le opere d’arte. Ho sempre sostenuto – forse a torto – che le opere d’arte (di capiscuola da Cimabue a Giotto fino ad oggi ce ne sono pochi), appartenessero esclusivamente alla cultura mondiale e non a privati che li tengono rapacemente obliai nelle pareti delle loro dimore solamente per un valore veniale e non artistico.

Li ho rubati, fatti prendere un po’ d’aria come si fa con i detenuti e poi restituiti ai legittimi proprietari, previo un piccolo contributo per il trasporto, da non confondere con ricatti alcuni, li ho presi pure nei Musei perché erano incustoditi poi, restituiti senza do ut des. Per quanto riguarda i gioielli, trattasi di un lusso, fatta eccezione per vere matrimoniali, catenine della comunione e altro di ricordi, non li rubavo, questo era il mio modo: “rubandi e viventi”. (rubandi è una locuzione inventata)      

Qual è la tua opinione sull’arte contemporanea?

Mi sono fermato alla corrente artistica degli impressionisti nata in Francia a dispetto dei cosiddetti illuministi; una banda di pittori “strambellati” che dipingevano “en plein air” (letteralmente all’aria aperta), per cogliere le sottili sfumature che la luce genera su ogni particolare. Manet, Monet, Renoir, Degas ecc. i precursori dell’arte moderna. Poi, per “lavoro non per amore”, ho rubato pittori famosi dell’espressionismo tedesco i “der Blaue Reiter” (Il cavaliere azzurro o Il cavaliere blu): Poi, Kandinsky, Polanski, Nolde, Paul Klee, Max Ernst, fino a cubisti e via di seguito…

Hai dei ricordi che riguardano la Biennale di Venezia, la tua città nativa?

Per dirti la verità ho frequentato molto poco le mostre della Biennale di Venezia, frequentavo spesso le mostre dei pittori del Settecento veneziano e spesso vado ancora oggi al Museo Ca’ Rezzonico del Settecento veneziano: Canaletto, Guardi, Ricci, e altri, come Bellotto, Michele Marieschi etc-

Se dovessero mettere in scena la storia della tua vita per una serie a chi ti piacerebbe fosse affidata la regia? Esiste un attore che potrebbe interpretare il tuo ruolo?

 Io stesso ho fatto l’attore in una tragedia molto divertente: “Tre sull’altalena” di Luigi Lunari. Ho rappresentato la figura del commendatore, ho avuto un enorme successo, ho accettato per aiutare due detenuti che poi sono usciti per interpretare il loro ruolo nel copione. Se fossi il regista cercherei un volto nuovo, non credo che un film sulla mia storia possa interessare ad un attore professionista.    

Qual è il tuo suggerimento a chi investe in arte?

Oggi, in questo momento, zero in assoluto. Il mercato è fermo da parecchio, nessuno investe denaro in opere d’arte, troppi imbrogli e poco denaro da investire. Paradossalmente, se avessi delle opere d’arti regolari non riuscirei a venderle, ma anche se fossero regolari, dovrei dire che sono rubate. 

Ci indichi una lettura che ha accompagnato il tuo periodo di detenzione che ti ha smosso qualcosa dentro?

In carcere ho letto molto poco per via dei miei impegni con i miei amici detenuti; istanze, ricorsi di ogni genere etc. Ma quando avevo del tempo libero le mie letture – io stesso gestivo una piccola biblioteca al carcere Penale di Padova -, erano quasi tutte sulla filosofia: “Socrate, Platone, i presocratici e vari filosofi della Grecia, Odissea, Iliade; William Shakespeare e la Bibbia erano i miei preferiti.

Ma uno su tutti, che ti inviterei a leggere è “Amore e psiche” di Apuleio, che ha dato vita a molti scultori, pittori, scrittori di tutto il mondo. Per esempio, del Canova, una scultura favolosa. Amore e Psiche è una favola mitologica molto antica e comune a diversi popoli. Pare infatti che la sua origine risalga ad un’arcaica storia siriana, che fu ben rivisitata e raccontata da Apuleio nelle sue Metamorfosi, in quella che ne è senza dubbio la accezione più conosciuta e tramandata. Leggila, se non l’hai già letta!

Un consiglio a chi decidesse d’intraprendere la tua carriera di ladro di opere d’arte e gioielli?

Credo di aver interpretato male questa domanda.

Un consiglio? Prima di tutto che rubare è la cosa più difficile al mondo, e quindi, se non lo sai fare cambia mestiere,

rispetto per le cose e per chi le detiene, non usare mai armi di nessun genere, essere educato e ben istruito.

Non usare mai violenza nemmeno negli ambienti e nelle case private, nel senso di non violare la loro intimità, già il furto è una tragedia per chi lo subisce. 

Evitare di rubare a medici, avvocati, magistrati e forze dell’ordine, queste persone fanno parte a difesa della società.

Scegliere gli obiettivi esclusivamente a persone benestanti e molto ricche: nei miei colpi studiavo le provenienze delle loro ricchezze, la maggior parte di moltissimi ricchi-ricchi, cui ho operato, le loro ricchezze provenivano da propedeutici ladrocini.

Esistono parecchi imprenditori che per mantenere i loro operai e famiglie comprese, si sono indebitati, per tale motivo stare attendi di studiare le persone prima di derubarle.

In tutte le gioiellerie da me svaligiate, non rubavo mai i gioielli in riparazione, quelli appartenevano alla clientela, e nemmeno svuotavo tutto il contenuto, lasciavo sempre 6-7- chili d’oro in negozio.

Paradossalmente, una delle cose che facevano imbestialire le nobildonne e il vedere che tutta lo loro biancheria intima è stata buttata all’aria, si sentivano violate nella loro intimità, pertanto palpare i cassetti senza toccare la loro biancheria.

Personalmente ho rubato ad una contessa circa 2 miliardi e mezzo di gioielli, senza toccare null’altro, ebbene sai cosa ha detto: “Menomale che me li hanno rubati così me li ricompro”. Sono rimasto di stucco nel leggere queste sue dichiarazioni!

Le opere d’arti importanti non rubatele perché non esiste al mondo un ricettatore che le acquisti. Le favolette che certi miliardari le acquistano per tenersele per loro, non è che utopia.

Da ricordare che la vita di una persona vale più di tutti i soldi del mondo.

Aiutare sempre i poveri che hanno sempre bisogno, e quindi sono intoccabili. 

C’é qualche persona che senti di ringraziare?

Ringrazio in memoria un grandissimo amico venuto a mancare, che mi ha insegnato molte cose di cultura e che mi recitava shakespeare, quando non sapevo leggere e né scrivere. My Bob.


Grazie infinte Vincenzo Pipino per il tempo che ci hai dedicato 

Paola Fiorido 

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AttualitàLibri

“Lost Identity” di Nicola Stradiotto

nicola stradiotto

L’arte è sempre rimasta la sua passione, coltivata con gli studi alle scuole superiori all’Isa “M. Fanoli” di Cittadella, e applicata con l’attività professionale da grafico pubblicitario da oltre un ventennio.

Nelle corde di Nicola Stradiotto  asolano, c’è l’espressione surrealista che riesce a mantenere nella parte più profonda della fantasia, e nel suo inconscio.

Il suo primo libro “Lost Identity” è UNA Raccolta di immagini in bianco e nero, illustrazioni surrealiste di un’identità perduta, di una realtà che non ci rispecchia, nascosta tra social network e contratti a termine.
Figure anatomiche deformi e devitalizzate, ritratti di non-persone in non-luoghi in situazioni astratte. Abbiamo reciso le radici delle nostre personalità.

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Libri

Due chiacchiere con Matteo Speroni.

Jess il ragazzo di via Padova

Come nasce la tua partecipazione al libro Jess il ragazzo di via Padova, vita avventurosa di Jess il bandito edito dalla casa editrice Le Milieu

Arnaldo Gesmundo, Jess, ha scritto di sua iniziativa un’autobiografia e, sette anni fa, l’ha fatta leggere a Nicola Erba ed Edoardo Caizzi di Milieu. Loro hanno ritenuto che io fossi la persona giusta per rivedere e curare il testo e mi hanno consegnato il manoscritto. All’inizio avevo rifiutato, perché la mia passione è scrivere romanzi. Comunque, per curiosità, ho deciso di leggere il manoscritto e ne sono rimasto colpito, affascinato: una storia straordinaria, raccontata in modo lucido e appassionante, che meritava di essere valorizzata. Così ho cambiato idea, ho conosciuto Arnaldo e mi sono messo all’opera. Accanto all’editing, ho deciso di intercalare l’autobiografia con miei interventi, in corsivo nel libro, per offrire al lettore approfondimenti tematici e una contestualizzazione storica delle vicende. Durante il lavoro, e anche dopo, ho incontrato spesso Arnaldo, compagno d’avventura diventato anche un caro amico.

Quando é avvenuto il tuo primo incontro con Arnaldo Gesmundo?

Ci siamo visti in una vecchia trattoria, che ora non c’è più, nella zona di via Padova. Mi ha subito colpito la sua gentilezza, il suo stile da uomo all’antica e, anche, la sua ironia.

Un tuo ricordo personale su Arnaldo Gesmundo 

Sono tanti. Tra questi, una passeggiata lungo via Padova per ritrovare i luoghi della sua infanzia e giovinezza. “Non è molto diversa da allora – ricordo che aveva commentato -. Ci sono ancora tanti poveri, tanta gente umile, solo che prima erano soprattutto persone provenienti dal Sud Italia, adesso invece sono stranieri. Il tempo passa ma certe cose sono sempre le stesse”.  Poi ci siamo fermanti in un ristorante e lui, a un certo punto, ha chiesto al cameriere il permesso per alzarsi da tavola. Ho capito che si trattava di un’eredità, un imprinting, della sua vita nelle carceri, dove ha trascorso 23 anni.

Quanto la stampa ha contribuito a creare il mito della banda di via Osoppo ?

Molto. Ma la stampa ha soltanto intercettato e amplificato un sentimento comune: era il 1958, l’Italia stava ancora cercando di lasciarsi alle spalle l’esperienza della guerra e della miseria. Una rapina così scenografica, durante la quale non fu sparato nemmeno un colpo, ben rappresentava il desiderio di riscatto di molti cittadini. Indro Montanelli comprese e raccontò questo sentire popolare in un famoso, e discusso, articolo sul Corriere della Sera del 6 aprile 1958, nel quale scrisse che, sotto sotto, la maggioranza tifava per i rapinatori. Poi, naturalmente, un “colpo” così eclatante eccitò i cronisti che seguirono le fasi del processo e ricostruirono in modo approfondito il profilo dei protagonisti, consacrando nel mito quella che fu definita “la rapina del secolo”.

Il mio libro preferito é Jess, qual’ é il tuo ? 

Leggo soprattutto classici, mi hanno sempre appassionato i grandi romanzieri russi dell’Ottocento. C’è un libro, però, che includo anche tra i testi per i miei studenti alla scuola di scrittura Belleville, a Milano, che ben rappresenta il ponte tra cronaca e letteratura, tema centrale del mio corso. Si tratta di “A sangue freddo” di Truman Capote: un’eccezionale ricostruzione del quadruplice omicidio, nel 1959, di un famiglia statunitense, a Holcomb, in Kansas. La narrazione alterna la descrizione documentatissima dei fatti a momenti di alta letteratura. Ecco, “A sangue freddo” per me è un modello ideale.

Perché hai deciso d’intraprendere la professione di giornalista ?

Mi sono sempre interessato alla cronaca e all’attualità, fin da bambino. Tutti i giorni i miei genitori portavano a casa diversi giornali, la lettura comparata è fondamentale per formare una coscienza critica. Poi la mia passione è sempre stata scrivere. Quindi, se uno più uno fa due…

Come si é trasformato il tuo lavoro di giornalista nel tempo ?

È cambiato molto. Come esperienza personale sono eclettico, mi sono occupato di cronaca e soprattutto di cultura. Nel tempo, però, la scrittura, ha lasciato sempre più il posto a un lavoro organizzativo, che in gergo si chiama “desk”. Anche perché il mestiere si è trasformato molto negli anni: con la tecnologia, il giornalista in redazione svolge anche diverse mansioni che prima erano affidate ai tipografi. Stiamo comunque parlando di carta stampata, che purtroppo sta vivendo un lento e forse inesorabile declino. L’invasione di contenuti sul web rischia di polverizzare la professione in un magma nel quale non si distingue più il vero dal falso, quando invece sarebbe sempre più urgente affidarsi ai professionisti dell’informazione, che verificano i contenuti con precise regole deontologiche. Speriamo sia una fase di transizione, a un certo punto sarà necessario “dirigere il traffico” sul web, altrimenti, citando una celebre espressione di Hegel, rischiamo di precipitare in “una notte in cui tutte le vacche sono nere”.

C’i introduci cortesemente con una sintesi alla lettura delle tue pubblicazioni, sempre con la casa editrice Le Milieu,I diavoli di via Padova e Brigate Nonni

“I diavoli di via Padova” potrebbe essere definito un romanzo corale di quartiere. Il libro racconta storie della zona di via Padova, la strada più multietnica di Milano, tra vite difficili, tentativi di riscatto e scorci poetici, nelle quali quasi tutti i personaggi sono veri, come i fatti raccontati. Il protagonista, Tes, è un flaneur con un sensibilità profonda ed empatica che vagabonda per il quartiere raccogliendo tensioni ed emozioni.

in “Brigate nonni”, invece, si immagina un Paese, l’Italia, in cui le risorse per pagare le pensioni sono esaurite, anche a causa della corruzione e della dissolutezza dei governanti. A questo punto, gruppi di anziani, guidati da Vincent, un anziano e vigoroso tassista abusivo, ai quali si uniscono emarginati e disoccupati, decidono di fare la rivoluzione. La storia è ambientata a Milano, dove a un centro ancora florido si contrappongono, nelle periferie, ghetti e suk.

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JESS il ragazzo di via Padova

jess

In questi giorni di Novembre, la città di Milano in Lockdown si apre alla lettura con il suo storico evento BookCity; grazie al progetto di promozione “Tu e il tuo libro preferito” ideato da Perimetro ho avuto modo di farmi ritrarre dal fotografo Marco Onofri con il mio libro preferito JESS il ragazzo di via Padova, Vita avventurosa di Jess il bandito edito dalla casa editrice Le Milieu di Arnaldo Gesmundo (ovvero Jess) e Matteo Speroni che ho avuto il piacere d’intervistare per l’occasione. Jess é un libro che mi ha voluto donare la strada, stavo camminando per le vie di Milano un po’ affranta dalla morte di un amico, un genio letterario Andrea G Pinketts, con lo sguardo perso e abbassato vengo attratta da un libro appoggiato in una panchina lo raccolgo, lo scruto e pensando che sarebbe stato un libro gradito ad Andrea lo porto via con me.

Era solito incontrare Andrea G Pinketts al caffè artistico Le Trottoir a Milano dove assistevamo ai suoi preziosi interventi e presentazioni di libri di genere di svariati autori; con orgoglio posso affermare di essermi formata culturalmente a Le Trottoir tra le chiacchiere della gente, Pinketts e Philippe Daverio entrambi pilastri e membri del movimento Lezioni d’Indisciplina.

Quando ho letto la storia di Jess che narra le vicissitudini di Arnaldo Gesmundo che fú un bandito Milanese della nota banda di Via Osoppo che compí il colpo del secolo senza utilizzo di armi da fuoco, una rapina a tutti gli effetti con la simulazione vocale di un mitra “ta ta ta ta”, mi sono emozionata ho ricondotto il tutto al senso dell’amicizia e al valore delle lezioni d’indisciplina.

Matteo Speroni

La storia della banda di via Osoppo rimane tutt’ora un operazione estemporanea irripetibile, un grande bluff, una performance artistica, un sogno realizzato che portò per un inconveniente i suoi fautori a dover attraversare l’incubo delle carceri. Arnaldo Gesmundo si racconta tra i ricordi della Ligera nel dopoguerra in una Milano piena d’atmosfera, nelle stesse vie che mi hanno portato al libro, arricchito dagli interventi storici di Matteo Speroni che c’introduce dettagliatamente alla realtà dei fatti rendendo così ancor più intrigante lo stile della narrazione. 

Paola Fiorido

La foto in copertina di Paola Fiorido fa parte del progetto fotografico :

“Tu e il tuo libro preferito” a cura di @bookcitymilano e @perimetro__fotografie di @marconofri

#ioeilmiolibropreferito #BCMPerimetro #BCM2020 #ilibricisalveranno #laletturaintornoBookcity,

dall’ 11 al 15 Novembrebookcitymilano.it

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