Ministro o ministra? Sindaco o sindaca?
Ma anche: avvocato, avvocata o avvocatessa?
Questore, questora o questrice?
Ingegnere o ingegnera?
L’elenco potrebbe essere infinito e il dibattito molto acceso.
Se Giorgia Meloni scelse di essere chiamata Il Presidente del Consiglio dei Ministri, la neo eletta Alessandra Todde sarà La Presidentedella Regione Sardegna.

L’opinione pubblica si divise quando al Festival di Sanremo del 2021 Beatrice Venezi chiese al conduttore Amadeus di essere presentata come direttore d’orchestra.
Come districarsi nella scelta di pronomi e desinenze? Proviamo a fare ordine.
Secondo la professoressa Giuliana Giusti, ordinaria di linguistica all’Università Ca’Foscari di Venezia, «i nomi di ruolo in italiano hanno un femminile (a differenza dell’inglese dove solo i pronomi hanno il genere). (…) Nelle lingue romanze, il nome di ruolo è una radice che si combina con una desinenza di genere che non appartiene al ruolo, ma alla persona che lo ricopre (maestra/maestro, attore/attrice ecc.). E fino a qui ci siamo.
«Se alcune donne in posizioni apicali desiderano essere chiamate con forme al maschile, contro le regole della lingua italiana, è perché culturalmente il maschile suona più autorevole. I nomi di professioni di prestigio sono tradizionalmente maschili perché in passato quei lavori erano svolti solo da uomini, e in molti casi la percezione culturale è che debba essere ancora così» conclude la docente .
L’Accademia della Crusca, istituzione italiana in materia linguistica, ha confermato la possibilità di declinare al femminile anche le cariche pubbliche se coperte da donne.

Di parere decisamente opposto il dottor Massimo Sgrelli ex capo del cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, secondo il quale: «sostenere il principio che la definizione della carica deve essere attagliata al genere di chi la ricopre obbliga perfino ad indagare aspetti molto personali, come l’orientamento sessuale del soggetto, che potrebbe non corrispondere con le risultanze anagrafiche. (…) Anche gli aspetti giuridici non possono essere trascurati. L’art. 3 della Costituzione dichiara la parità di genere. Ciascuno ha libero accesso a cariche e impegni pubblici senza distinzione fra uomini e donne.
Chi invoca tale distinzione, invece antepone aspetti personalistici a quelli istituzionale che sottolineano la natura del soggetto titolare.
Si palesa più attento alla propria persona che al proprio ruolo o carica.» Di parere contrario alla declinazione femminile delle cariche pubbliche, anche Giorgio Napolitano, presidente emerito della Repubblica.
Due sono quindi i piani sui quali confrontarsi. Se l’Accademia della Crusca ha competenza sul linguaggio letterario, giornalistico, sui vocaboli e sulle forme grammaticamente corrette, l’idioma ufficiale e legale è invece determinato esclusivamente dalla legge.
Non tenere conto di questo, potrebbe produrre un provvedimento amministrativo impugnabile.

Come uscire “educatamente” da questa diatriba?
Come rivolgersi ad una donna che ricopre una carica pubblica o privata? In questa fase di confronto, dove le regole non sono ancora perfettamente delineate, l’uso del buonsenso è sempre l’infallibile lasciapassare.
Teniamo conto (ovviamente) della grammatica, della legge, ma anche delle diverse sensibilità personali che vanno sempre accolte senza giudizio o strumentalizzazione politica.
Porsi in ascolto ed agire assecondando quelle che sono le richieste pare essere, per ora, l’unica strada percorribile.
Da donna, mi auguro naturalmente di potermi confrontare spesso con questi dubbi, perché significherebbe trovare molte donne in ruoli apicali.
Ma nelle persone che ricoprono tali incarichi mi auguro soprattutto, indipendentemente del genere, di trovare preparazione, correttezza, merito e gentilezza.
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