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Alessandro Fornaro
Alessandro Fornaro

La differenza non è solo semantica, ma comporta l’adozione di approcci differenti: le pandemie si combattono con il solo distanziamento, mentre le sindemie con cura, prevenzione e misure sociali

La notizia è dirompente. Il direttore di The Lancet, forse la più quotata rivista scientifica, lo scorso 26 settembre ha pubblicato un editoriale nel quale afferma che non si tratta di pandemia, bensì di una sindemia, ovvero una situazione nella quale corrono su piani diversi il contagio dal virus e altre condizioni di salute come le malattie croniche e sociali che si sono dimostrati fattori determinanti per l’esito dell’infezione.

In effetti, questa pandemia viaggia su due livelli diversi e richiederebbe due approcci differenti.

Da un lato, c’è un virus, il Sars cov-2, che non se andrà facilmente e da pandemico diventerà, prima o poi, endemico.

C‘è poi una malattia che colpisce il 10% circa dei contagiati da questo virus e si chiama sindrome Covid-19. Alcuni tra questi, e in particolare le persone più deboli di salute e più disagiate socialmente, si ammalano gravemente.

Ora, la forma mentis di chi ha una formazione scientifica dovrebbe portare a pensare che le misure debbano essere tese a ridurre la percentuale di chi si ammala (prevenzione) e a ristabilire i malati (cura).

Di cura si tende a parlare il meno possibile e il protocollo preparato per i medici di medicina generale è imbarazzante. In pratica si limita ad utilizzo di farmaci sintomatici per controllare la febbre e i dolori e nulla di più. E’ un protocollo, anche a detta di molti e dici, che anzichè aiutarli, limita il loro campo d’azione.

Veniamo allora alla prevenzione. Questa si può affrontare in 4 modi differenti e complementari tra loro:

– distanziamento sociale

– vaccino

– rafforzamento difese immunitarie

– lotta alle malattie croniche.

Fino ad oggi, ci si è concentrati solo sui primi due, ignorando completamente i due punti successivi. A quando un cambio di passo? A quando un maggiore coinvolgimento di medici e farmacisti in ambito di prevenzione individuale e personalizzata?

Nel mio piccolo, da giornalista scientifico e da farmacista, nutro una grande fiducia nella ricerca farmacologica. Quello che in questi mesi mi ha destabilizzato è vedere dare poco peso ai farmaci e alla ricerca che su di essi è stata condotta. Troppo spesso si sono sbrigativamente marchiate come “inneficaci” molecole che avevano Pur dato risultati incoraggianti e che, semmai, avrebbero richiesto ulteriori studi prima di essere riposte nei cassetti.

Si è invece preferita una risposta quasi esclusivamente impositiva a livello di libertà individuali a un problema di salute pubblica.

Le due cose possono viaggiare in parallelo, l’ho detto prima e lo ripeto per essere frainteso. Tuttavia è stata troppo blanda la ricerca di una risposta incentrata su una coraggiosa sperimentazione dei farmaci che già abbiamo a disposizione.

Mi sarei aspettato, lo dico con molta ingenuità e senza polemica alcuna, che non si tornasse indietro rispetto a due concetti che credevo acquisiti: le libertà individuali non si toccano e le malattie si affrontano con i farmaci.

Invece, adeguate terapie domiciliari non sono state individuate e quelle ospedaliere non sono ancora standardizzate e omologate. Limitare i contagi è, per adesso, l’unica soluzione. Una soluzione necessaria, va detto a gran voce, difendendo e rispettando le misure di distanziamento sociale che rallentano la trasmissione del virus. Il virus circola molto rapidamente ed è molto pericoloso. Tuttavia si è preso un indirizzo esclusivamente epidemiologico, ovvero di contenimento dei contagi, a discapito di un approccio medico, ovvero di cura della malattia.

Non mi aspetto che Conte ragioni in termini di ricerca farmacologica e miglioramento rapido del servizio sanitario territoriale: è un avvocato, ha altre competenze e un altro approccio mentale. Lo stesso vale per i ministri del suo governo. Mi stupisce, invece, che gli scienziati del Comitato Tecnico Scientifico siano più convinti del governo rispetto al peso delle misure restrittive e delle limitazioni. Mi stupisce, in particolare, che non insistano su misure tese a riformare la sanità pubblica per rispondere al meglio alla malattia, soffermandosi invece sulla necessità di limitare la diffusione del virus che, comunque, non se andrà presto. Nell’emergenza, vale tutto. Ma se non si pensa in termini di lungo periodo, si commette un grave errore.

A quando un cambio di passo?

Forse stimolato dalle mie aspettative inevase, in questi mesi mi sono posto molte domande ingenue. Del tipo:

“E se le energie umane ed economiche che si impiegano per redigere e fare applicare normative speciali, ordinanze e decreti che si rincorrono fossero state incanalate nel miglioramento dell’assistenza sanitaria ospedaliera e territoriale?”.

E se le imposizioni e le restrizioni alle libertà, già che sono state prese, fossero andate nella direzione, che ne so, di obbligare i cittadini ad assumere giornalmente e gratuitamente vitamina D, Omega 3 e lattoferrina con la supervisione del proprio medico di base e dei farmacisti?”.

Esempi a caso di pensieri ingenui che, tuttavia, hanno la funzione di consentirmi di continuare a ragionare in modo critico. E’ una forma mentis, che ci volete fare. Una forma mentis che mi fa dire che questo non è il tempo per compiacere chi ci governa, ma per mantenere ancora più caldo il pensiero critico e costruttivo.

farmacista e giornalista scientifico
Attualmente:
– responsabile editoriale della testata Nuovo Collegamento, rivista distribuita a tutte le farmacie italiane e organo ufficiale dell’Unione tecnica italiana farmacisti (Utifar)

– ideatore e conduttore della trasmissione radiofonica  #Salute in onda sulla testata Radiowellness
– docente di corsi per l’educazione continua in medicina (Ecm) rivolti a farmacisti
– consulente per la comunicazione della Farmacia Piccinelli di Treviglio (Big)

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