Come si arriva ad avere una trasmissione radiofonica?
Sicuramente la proprietà lessicale, un buon tono di voce, e la curiosità sono alla base di un buon conduttore, ma quando parliamo di Antonino D’anna, tutto appare riduttivo.
Scopriamo perchè attraverso le sue risposte alle nostre domande :
Tuo primo contatto con la radio?
Da ascoltatore praticamente sempre. In casa al mattino la radio è sempre stata accesa, sintonizzata su Radio2. Sono cresciuto con programmi come Il Buongiorno di Radio2 con Ida Guglielmotti, Fabio, Fiamma e la trave nell’occhio con i “famosetti” come si chiamavano allora Fabio Visca e Fiamma Satta; Il Ruggito del Coniglio, i quiz con Ermanno Anfossi o anche Michele Mirabella e Toni Garrani.

Oltre al classico Tutto il calcio minuto per minuto: ho ancora qua accanto a me, mentre scrivo, la radiolina tascabile da cui lo ascoltavamo con i miei amici negli anni ‘90.
E poi da bambino, in Sicilia, dal balcone del sesto piano del palazzo di mia zia Santina: sotto c’erano dei campetti di calco dove giocava mio cugino.
A volte, quando andava a giocare, da sopra facevo la radiocronaca.
Il contatto col microfono è stato una sera di oltre 30 anni fa, un carnevale dei bambini: venni intervistato dal conduttore di una radio locale di Vibo Valentia, la mia città.
Ma a quel tempo non pensavo certo che un giorno sarei finito a parlare su una radio importante e nazionale come Radio Libertà. Figuriamoci!
Cos’è per te la radio?
La radio è la vita.
Nasciamo con la radio incorporata perché i bambini, nel ventre materno, percepiscono i suoni bassi. La visione viene dopo la nascita, è una cosa di cui in fondo si può fare per certi versi a meno.
Ma della parola no: la radio è apparentemente cieca ma ci vede benissimo e quando il microfono ti guarda e tu lo guardi capisci che c’è l’Italia in attesa (e ti prende un attimo di salutare strizza).

Si aspetta di sentire qualcosa per cui valga la pena darti il suo tempo, perché tu esisti nella misura in cui gli ascoltatori ci mettono le orecchie (o ti vedono, visto che siamo ormai in epoca di radiovisione).
Devi valere il loro tempo ed essere grato per questo.
Se non hai questa gratitudine, prima di tutto, se non provi una gioia sconsiderata all’idea che quel microfono ti aspetta e hai tante cose da raccontare, fai altro.
Ma non fare la radio.
Credi sia necessario studiare per lavorare in radio ed è questione di talento e predisposizione?
Se mi parli di corsi, io sono un autodidatta.
Mi sono messo a fare i podcast su Speaker nel 2017: un amico sacerdote, don Daniel Balditarra, negli anni ‘70 aveva fatto radio in Argentina.
E aveva aperto un suo canale, Radiolibrosonline, nel quale trasmette ancora oggi in diretta e parla di cultura e buone letture. Un programma prezioso, aggiungerei.
Avevo fatto l’autore per Radio Laghi, la radio della Diocesi di Mantova che oggi non esiste più, attorno al 2010.
Poi, dopo aver avuto il cancro nel 2016, nell’inverno di quell’anno cominciai a dirmi che beh, visto che mi toccava stare in casa, fosse tempo di fare qualcosa accanto alla carta stampata che facevo e faccio su ItaliaOggi.
Così ho inaugurato questo programma, Aria Fritta, nel quale parlavo di Vaticano, fatti nostri e varia umanità.
Poi un bel giorno di gennaio 2020 mi arriva una mail da Giulio Cainarca, il direttore di Radio Libertà che allora si chiamava ancora Radio Padania Libera: si presenta, mi dice che legge le mie cose nella sua Rassegna Stampa in onda la mattina alle 7.30, vado a incontrarlo.



Facciamo alcune trasmissioni assieme, alle quali vengo invitato: gli faccio sentire i podcast fatti su Speaker, lui mi assegna una fascia di 25 minuti il lunedì sera. Il 6 aprile 2020 comincia il mio cammino in radio proprio con Aria Fritta, il 7 settembre parte Zoom che oggi è alla seconda stagione ed è il programma del drive time di RL. Posso solo essergli grato per tutto questo.
Ho fatto questa lunga premessa per dirti che bisogna partire con una cultura di base, specie per il tipo di radio per il quale lavori.
Se sei in una radio nella quale si parla di politica e attualità devi conoscere quantomeno un po’ di diritto e tenerti informato con fonti qualificate su quello che accade.
Devi leggere, soprattutto devi essere curioso: se non sei curioso non trovi spunti e non trovi niente da raccontare ai tuoi ascoltatori.
Perché le dirette sono sempre una sorpresa e per tanti motivi potresti per esempio poter fare una puntata da solo perché gli ospiti ti hanno mollato per un motivo o per un altro.
A maggior ragione se hai una buona cultura generale, sai usare la Rete, hai qualcosa di tuo dentro che vuoi sputare fuori, puoi fare la radio. Il resto è studiare, leggere, ascoltare quello che fanno gli altri.
Soprattutto, se ho un problema o un dubbio i colleghi hanno più esperienza di me e per fortuna in questa radio ci si aiuta sempre e ci si confronta. Ti fanno lezione senza aver l’aria di farti lezione: come posso dire di fare radio davanti a gente che ha 30-40 anni di microfono sulle spalle?
Cosa pensi dell’informazione? Esiste il politically correct?
L’informazione italiana, insegna il mio maestro Pierluigi Magnaschi che è il direttore di ItaliaOggi, è in crisi.
Perché, molto semplicemente, non ha più i suoi ingredienti: facce e storie.
Le fonti d’informazione si sono moltiplicate, la gente viene bombardata da tutte le parti ed è più la fuffa che il resto.

Di giornalisti capaci e preparati, in grado di offrire un’informazione che distingue tra palle e verità (o possibile verità, come diceva Enzo Biagi), ce ne vorrebbero orde. Invece la categoria insegue l’idea di essere tutti personaggi, ma l’idea di consumare le suole e portare facce e storie… zero. Vedo spesso solipsismi deliranti e desolanti, in cui l’ego del collega supera la notizia.
E poi ci meravigliamo se la gente crede ai siti complottisti.
Per quanto riguarda il politicallly correct: esiste ed è un cancro che sta mangiando l’Occidente, non solo il giornalismo.

Noi non siamo politically correct, diciamo la nostra con cortesia ma argomentando il nostro pensiero.
Poi sai: c’è quello che ti batte le mani e quello che ti dice “sei mainstream”. Non possiamo piacere a tutti: pazienza.
Mi racconti un aneddoto che ricordi con il sorriso?
Uno in particolare non ce l’ho, anche perché di cose da ridere dentro e fuori onda ce ne sarebbero e tante e mi parrebbe di far torto a qualcuno dei protagonisti.
Diciamo che invece attorno al programma si è coagulata una comunità. Ascoltatori divenuti veri e propri co-conduttori che interagiscono col programma e con me (e a volte scappa qualche siparietto).
Ognuno con la sua particolarità: Pino il Portoghese che ha una sua visione internazionale,
Lisetta che fa analisi politiche impeccabili, l’Immenso Manzoni che chiama dalle Canarie e racconta le sue avventure quando faceva il tassinaro a Milano; Marco da Mantova che parla dei poteri forti o Mauro da Reggio Emilia che è biologo. Fino a Mimmo che è napoletano e rappresenta la voce da sud del Garigliano.
E il misterioso Anonimo Siciliano, che chiama dall’Isola ma non dice mai chi sia. Pone sempre domande sull’economia molto interessanti.
Se potessi incontrare un personaggio del passato legato al tuo mondo chi e cosa chiederesti?
Mi piacerebbe parlare con Giorgio VI o Winston Churchill: uno era balbuziente, l’altro è la Storia in persona.


Avrei voluto sapere da loro come combattere con l’occhio rosso del microfono che ti guarda e dice: “Sei in onda, fammi vedere che cosa sai fare”. Specie Giorgio VI: il padre di Elisabetta II ha dovuto guidare un Paese in guerra con la sua balbuzie.
E per me il film Il discorso del re, in cui Giorgio VI è interpretato da Colin Firth.
È uno dei film da vedere se vuoi fare radio.
Gli altri sono, per me, Good Morning Vietnam; I cento passi; Radiofreccia; Lavorare con lentezza.


Chiudiamo questa intervista parlando di altre 2 tue passioni: Le auto e la scrittura. A te la parola.
Quanto spazio ho?
Ah no, è finito. In realtà non amo guidare, preferisco – se possibile – viaggiare in treno.
Per me guidare dev’essere come bere un buon vino: un piacere.
Non sono un forzato del volante, per fortuna, e non sono il meridionale col complesso della chiocciola che ovunque vada deve farlo in automobile.
La mia passione si chiama Alfa Romeo che è la Casa del cuore da sempre e alla quale ho dedicato un bimestrale,

Il Garage de L’Alfista.
Quanto alla scrittura, penso che mi abbia salvato più volte nel corso della mia esistenza.
Un foglio bianco di carta può essere un lavoro, una seduta psicanalitica, uno sfogo. In perfetta, solitaria nudità dell’anima a volte condivisibile con chi vuoi bene.
Del resto, si dice, non sei mai fregato quando hai ancora una storia da raccontare e qualcuno che l’ascolti, no?
Ed ecco che il circolo tra la scrittura e la radio si compie: sempre di parole si tratta, meglio se sostenute da qualche appunto scritto.





