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Arte

1,2,3… “DALÌCE” – SILVER PLACHESI a cura di Maria Marchese

SILVER PLACHESI

Il 2 giugno 2022, si inaugura DALÌCE” , la mostra personale di Silver Plachesi, a cura di Maria Marchese.

In un attimo, il tempo di uno scoccar di dita, l’artista bergamasco ritaglia lo spazio per una fuga, tanto fantastica quanto necessaria, dalla terra del senso; libera, indi, un suolo artistico inusuale, laddove l’arte viene celebrata come esperienza polisemantica.

L’autore si siede, oggi, affianco a Salvador Dalì, per rivivere, con un nuovo sguardo, le colorate vicende di “Alice in Wonderland” …

Nel 1865, Luis Carroll, alias Charles Lutwidge Dogson, fascina l’universo dell’infanzia e quello adulto, raccontando il curioso viaggio di una fanciulla, addentro il susseguirsi di assurde “stanze erratiche” , pullulanti di figure antropomorfe, di dialoghi espressi nel contesto di un pentagramma idiomatico apolide e fuori del comune, di contesti spaziali privi di ogni fermo riferimento….

L’artista spagnolo, invece, negli anni ’30, iniziò a realizzare delle tele, la cui protagonista si chiamava Caroline. La rappresentava con il volto chino e una veste bianca… con fattezze quasi spettrali. La motivazione è che, all’età di 10 anni, apprese della morte per meningite di una nipote della sorella della nonna: ciò lo traumatizzò. Nel tempo, però, il soggetto della tela evolve: l’autore la esprime, in ultimo, mentre salta alla corda.

Poi le cambia il nome: da Caroline a Alice. Alice diventa l’effige dell’innocenza bambina, dell’adolescenziale femminilità in un eterno Eden, meritevole unicamente di vivere leggerezza e gioia.

Nel 1969, alfine, sintetizza il surreale viaggio di Carroll e questo suo cambiamento, traducendoli in una eliografia e 12 mirabili litografie.

“Chi sei?  chiese il gatto ad Alice

“Davvero non te lo saprei dire, ora. So dirti chi fossi, quando mi sono levata questa mattina, ma d’allora credo di essere stata cambiata parecchie volte.”

          Alice in wonderland-Alice e il gatto

Silver Plachesi forgia, alfine, una preziosa chiave, per rileggere le folli vicende di questo favoloso convivio: ammannisce, sul desco di Cappella Marchi, un tempo votata al culto sacro, la sacralità dell’essere umano e della sua maturazione.

Dispone, in tal senso, un profondo confronto, tra le sue creature, che sorprendono, così, il ciglio e altresì la mente, coinvolgendo l’osservatore nella sfera della riflessione.

Chi sarà Alice, il 2 Giugno?

Chiunque varchi quell’aleph…

Borges figura quest’ultimo, nel suo racconto, come “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”.

Silver Plachesi esce, quindi, dalla “cornice di senso” e giunge alla concretezza eteroglossa del “non luogo” .

Giunti a “DALÌCE” , quindi, ci accoglierà un Salvador Dalì dandy, la cui spalla è carezzata da una gallina.

Essa rappresenta la maternità, mentre l’uovo, soggetto tra i suoi prediletti, involve l’ossimoro molle/duro e simboleggia anche il grembo, in cui l’individuo ha modo di crescere, nutrito e protetto, per affacciarsi a nuova vita.

Molteplici sono le opere di Dalì, che coinvolgono “nucleo” , da “Il grande masturbatore” , a “Geopolitico che osserva la nascita dell’uomo nuovo” , a “Leda atomica” , a “La metamorfosi di Narciso” .

Peraltro, in una nota foto, l’artista spagnolo accompagna la sua personalità autocentrata con un Gallo, effigie di potere. Lo scultore bergamasco chiama a ruolo, in “DALÌCE” , quest’ultimo, per rammemorare e l’imperio e il risveglio, in una nuova alba conoscitiva.

              “Per quanto tempo è per sempre?

                    “A volte, solo un secondo”

     Alice in wonderland – Alice e Bianconiglio

Una diade di orologi fa compagnia al Dalì di Silver Plachesi: uno fisico, nel taschino, e uno liquefatto, accanto alla gallina. Prende corpo, allora, la verità di un tempo alternativo: un diastema sperimentativo diverso comporta, infatti, l’incedere di istanti diaconici rispetto alle lancette di un comune dispositivo.

Non poteva mancare, quindi, il “Bianconiglio ” , che, succube di un’ora amplificata, deve disbrigare i propri impegni sociali, tra cui presenziare al cospetto dei regnanti, durante il “rito del tè di ogni ora” .

“È sempre l’ora del tè, e negli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze”

                        Alice in wonderland

Due preziose Sedute, realizzate da Silver Plachesi, poeteranno questo cerimoniale, necessario momento di confronto.

                         “Tagliategli la testa”

                              Regina di cuori

A questo appuntamento sempiterno, Alice incontrerà re, regina e Carte soldato.

Dalì, come Plachesi, come Leonardo Sciascia, ne “Le favole della dittatura” , raddolciscono, con una fanciullina narrazione, l’amara pozione imposta dalla dittatura e dalla guerra.

                         “So quel che pensi”

Superior stabat lupus: e agnello lo vide nello specchio torbido dell’acqua. Lasciò di bere, e  stette a fissare quella terribile immagine specchiata. “Questa volta non ho tempo da perdere” disse il lupo: “Ed ho contro di te un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi e non provare a negarlo”. E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo.

Le favole della dittatura, 1960-Leonardo Sciascia

L’intellettuale siciliano, Fedro e Orwell adottano un linguaggio scarno, seppur adatto ai bambini, offrendo, al lettore, una visione asciutta e irreversibile dello stato delle cose.

Alice rise:  “È inutile che ci provi, disse; non si può credere a una cosa impossibile.

“Oserei dire che non ti sei allenata molto-ribatté la Regina. Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A vote riuscivo anche a credere a sei cose impossibili prima di colazione. “

        Alice in wonderland – La regina e Alice

Le illustrazioni di Salvador Dalì sono, invece, il policromo, geniale e positivo alfabeto di una composizione, in cui “joie de vivre”, insegnamento e genialità confondono le carte in tavola. Così, anche lo scultore di Bergamo ravviva sopiti detriti, memoria di un passato, in cui la legge del “necessario” ne aveva declinato l’esistenza, per, poi, annichilirla, riammantandoli di una giocosa, pregiata e fruttuosa veste. In Dalìce, Silver Plachesi polverizza anche la disputa tra velocità e lentezza, facendole coesistere nell’ “abbraccio” tra il fantasmagorico Turbovolatile, la Tartaruga e la Lumaca.

Polverizza, invero, anche la querelle tra condizione adulta e verde età, levità e pesantezza, che vedono Alice crescere e rimpicciolire in continuazione, liberando, tra le trame e gli orditi di quest’avventura artistica, la presenza dell’ Elefante e dell’Ape.

“Il modo di ragionare degli animali è terribile” disse tra sé. “Ci sarebbe da diventar pazzi!”

            Alice in wonderland – Alice

Silver Plachesi poserà, alle pareti di quest’esperienza estetica inconscia, Libellule e Coccinelle, celebrando tanto la leggerezza, come condizione “sine qua non” per amare la follia, quale  stato che allontana dalla banalità per regalare una cifra distintiva di spessore e peculiare, quanto il pensiero felice e beneaugurante.

C’è un’altra artista, che omaggia Alice, elogiando, con Essa, la follia: è la giapponese Yayoi Kusama. L’autrice immila il pois, la sua ossessione, in immagini che conservano alcuni riferimenti fortemente caratteristici dei personaggi, enfatizzandone le azioni con colori psichedelici.

Yayoi Kusama, ultraottantenne, affetta da disturbi ossessivo compulsivi e di percezione della realtà, vive, per scelta, da anni, in un manicomio in Giappone

L’opera, editata e presentata nel 2013, è particolarmente articolata, come, del resto “Dalìce” : in entrambi i casi, è presente una stratificazione di fondo sottile, che consente di approfondire una conoscenza di sé e dell’altro, in cui la parola “normalità” non è più contestualizzabile.

“Ultimamente erano successe tante di quelle cose strane che Alice aveva cominciato a credere che di impossibile non ci fosse quasi più nulla.”

              Alice in wonderland – Alice

Silver Plachesi omaggia l’arte e la società con uno spaccato esperienziale, in cui, sedersi al tavolo per un te, è diletto per l’occhio, la mente e l’anima.

L’autore ribalta zolle di terra ormai rassegnate e immobili, evocando pensieri pronti per gemmazioni inconsuete.  

 L’esperienza espositiva è stata curata dalla poetessa e curatrice comasca Maria Marchese, in collaborazione con Lorenzo Belli.

Media Partners dell’evento saranno EXIT URBAN MAGAZINE e Art&Investments, dell’editor Alessio Musella, Oubliette Magazine, il blog personale “Ilrapinososcrivere” e “Maria Marchese scrittrice”, di Maria Marchese.

La mostra sarà inaugurata il 2 giugno 2022, alle ore 18. 00, e sarà visitabile fino 22 giugno, presso Cappella Marchi, nella Chiesa delle Madonna del Carmine, Via G. Lombardi 38,  nella città di Seravezza (LU).

Gli orari saranno i seguenti:

9.30-12.30/ 16.00-19.00

Venerdì, Sabato e domenica.

Gli altri giorni su appuntamento.

CONTATTI:

Alessio Musella: editor e art curator

mailto:exiturbanmagazine@gmail.com

3510176661

Art curator : Maria Marchese

Mary.up74@gmail.com – 348 8959814

Art curator: Lorenzo Belli

mailto:info@openartproject.it  – 3939797947/

375 568 6211 

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cultura

Libreria Cardano: “I MERCOLEDÌ DI VIA CARDANO” a cura di Maria Marchese.

Libreria Cardano,

Un sottosuolo, odoroso di antichità romane, scorre silenzioso e inebria le mura della LIBRERIA CARDANO…

Saranno, forse, quei solenni aneliti a richiamare un cenacolo, che rende grazie e al buon vino e alla cultura tutta?

Siamo nella città di Pavia e questo spazio esiste dal 1984.

Nel tempo, esso ha saputo affiancare, allo sfoglío del velo cartaceo, il tip tap, danzato, dalle dita, sulla tastiera del computer. Giammai, però, garbo e accoglienza hanno abbandonato quelle mura: Fausto Pellegrin, l’eclettico proprietario, riceve e intrattiene, amichevolmente, chiunque, ivi, giunga.

La dimora pavese custodisce tre grembi, che digradano uno nell’altro e, come accade “corteggiando” una matrioska, ci si sorprende, via via che quest’ultima si rivela al ciglio. Fausto Pellegrin, per primo, ha ammannito quel femmineo desco di ogni bene.

La “prima dama” è ammantata da scaffali, dove le voci “libro d’arte e d’autore” fanno da leitmotiv:

danzano, tra le severità lignee, dalle monografie ai cataloghi delle mostre, come gli Electa o gli Skira, sino a pregevoli volumi, legati ad un’editoria più artigianale, interamente composti a mano.

E ancora, elargiscono sublimi passi preziosità cartacee antiche e raffinate, libri di architettura e letteratura, alcuni, addirittura, costituiscono vere rarità…

La seconda, invece, è devota ospite di piccole mostre d’arte, esposizioni di sculture o di inusuali monili.

La terza, infine, alimenta un facinoroso laboratorio editoriale: lo studio grafico Cardano progetta, qui, manifesti, brochure, inviti, volumi… le pagine stampate raccontano umori e vicende del territorio, oppure suggellano sinergie, tra le competenze storico-artistiche di professori, che, spesso, insegnano presso l’università della città.

Musica jazz, talvolta, seduce l’aria, mentre il cibo accompagna profondi scambi conoscitivi e intellettuali, creando convivialità.

12 anni fa, circa, Giuseppe Stafforini e il prof. Bobbio Pallavicini propongono a Fausto Pellegrin degli incontri, con tematica e cadenza quindicinale: in quel momento, nascono “I MERCOLEDÌ DI VIA CARDANO” .

Questi episodi hanno lo scopo di coltivare la necessarietà del rapporto umano, di creare una memoria lungimirante e poliglotta, che alligna le proprie radici nelle conoscenze personali, sociali, nell’emozione, nel ricordo e nell’auspicabile e sognante divinazione, che, come insegna E. Bloch, diventa genera mater.

“… eravamo tre amici al bar, che volevano cambiare il mondo, si può fare molto pure in tre, qui non serve mica essere in tanti… tra un bicchier di whisky ed un caffè, tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però… “ Gino Paoli

Questi sono alcuni versi del Maestro Gino Paoli, che raccontano di riunioni semplici e familiari, ma fondamentali, in cui si parla di individui, solidarietà, speranze…

Nel brano “QUATTRO AMICI AL BAR” , lui, però, rimane solo; al contrario, “I MERCOLEDÌ DI VIA CARDANO” , da oltre dieci anni, sono diventati un appuntamento imperdibile e, con l’avvento della pandemia, grazie ai social, hanno potuto allargare la cerchia degli ospiti.

Parlando, poi, al telefono, con Fausto Pellegrin, ci siamo trovati concordi nell’identificare la “leggerezza” , quale indispensabile motore per addivenire ad una maturazione esistenziale profonda: levità non è sinonimo di superficialità, bensì di poesia umana.

Libreria Cardano,

via Cardano 48/52,  27100 Pavia

Tel. 335 7095287

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Arte

SPAZIO SV-CENTRO ESPOSITIVO SAN VIDAL: UNA PREGEVOLE CASA CHE PORTA I SAPORI DI UN IMPORTANTE PASSATO CULTURALE  a cura di Maria Marchese

SPAZIO SV-CENTRO ESPOSITIVO SAN VIDAL

Con i mesi di Novembre e Dicembre, lo Spazio San Vidal aprirà le proprie soglie per ospitare due esperienze espositive complementari: “I’LL BE YOUR MIRROR e “SEME” .

Gli artisti hanno modo, quindi, di manifestare se stessi, attraverso espressioni d’autore dirette e altresì riflessive; esse parlano, in entrambi i casi, del rapporto dell’essere umano più immediato e intimo… quello, quindi, con il proprio io, e, medesimamente, con ciò che quest’ultimo addiviene, interagendo con la realtà che lo circonda e, in particolar modo, con il mutevole potenziale della Natura.

Lo faranno con linguaggi differenti, che, però, si integrano nel medesimo idioma: l’arte diviene, quindi, alfabeto speculativo personale, corale o riservato.

Le mostre saranno curate dalla sinergia nata tra Christian Palazzo con l’editor Alessio Musella e la poetessa e curatrice Maria Marchese.

Christian Palazzo accoglierà, allora, gli interpreti, nella propria dimora… e che dimora!

Le pareti di SPAZIO SV – CENTRO ESPOSITIVO SAN VIDAL profumano dei fermenti intellettuali degli anni ’40.

Il Maestro Felice Carena fu il primo presidente del “Cenacolo San Vidal” : nel 1949 si espresse, nella chiesa (non aperta al culto) , denominata “Galleria San Vidal” , la prima importante mostra d’arte e artigianato liturgico.

La parola “cenacolo” ritrova, in questo senso, il proprio spessore esperienziale di convivio: in esso, intellettuali o artisti ammanniscono varie manifestazioni di un “credo” comune.

“Centro d’Arte San Vidal”  nasce, invece, negli anni Sessanta, per mano dell’illustre critico d’arte e giornalista del «Gazzettino» Paolo Rizzi e del pittore Maestro Ernani Costantini.

Quelle pareti hanno ospitato florilegi interpretativi di autori del calibro di Felice Carena, Virgilio Guidi, Bruno Saetti, Saverio Rampin, Tancredi Parmeggiani, Giorgio De Chirico, Ottone Rosai, Carlo Carrà, Massimo Campigli, Felice Casorati,  Marco Novati, Marzio Banfi, Neno Mori, Giampaolo Domestici, Francesco Valma, Miro Romagna, Carlo Dalla Zorza, Remo Brindisi, Georg Rouault, Pietro Annigoni, e tanti altri artisti di fama nazionale e internazionale.

Negli anni ’90 il Centro ha cambiato location e, dalla Chiesa di San Vidal, si è trasferito nella ex Scoletta di San Zaccaria.

Arti e Mestieri d’un tempo impregnano i confini di questo nuovo spazio, maturando, però, inespresse indagini conoscitive.

Dal 2018 in poi, con l’avvento della nuova direzione, si sono apportati lavori fondamentali di rinnovamento, che hanno reso quel “templum”  più attuale e fruibile, valorizzando, invero, la memoria storica concreta.

Proprio durante questo anno, la parte organizzativa viene affidata a Christian Palazzo. Esperto di fotografia e di arti visive, nel passato aveva un’unica certezza: il mondo dell’arte rappresentava la sfera evolutiva in cui sentiva la necessità di esperirsi e crescere.

Cambia, in realtà, lo sguardo rivolto nei confronti della sua figura; via via matura un ruolo, che lo vede cambiare totalmente la veste… così, si spoglia dell’abito dell’esteta, per appropriarsi di quello del “art planning developer” .

Con occhio lungimirante e cangiante, sceglie, accuratamente, tematiche, autori, dettagli grafici e spaziali, accogliendo, con centellinata ricercatezza, ogni singolo evento, dal workshop alla presentazione letteraria, dall’esposizione ai dibattiti.

Un progetto che si sta distinguendo, nato proprio a cavallo tra il 2021 e il 2022, è “NEBULAE”  : si concretizzerà in una ricercata edizione cartacea, che verrà consegnata a biblioteche, musei e fondazioni, in cui è possibile trovare molteplici volti del panorama artistico nazionale e internazionale e i loro riferimenti.

Sarà, quindi, uno strumento utile e efficace per gli addetti ai lavori e per gli artisti, offrendo uno scelto spaccato divulgativo.

Un calendario, quello dello Spazio San Vidal, ricco di eventi, che si susseguono; le mostre hanno un’identità propria e policroma, coinvolgendo scambi interpretativi interessanti e peculiari “Orizzonti Trasversali” . “IL MONDO INVISIBLE” ,  “CAMERA CHIARA” e “MISCELLANEA”  hanno messo in dialogo il pubblico con gli universi dell’astrattismo, della fotografia e del Carnevale, fornendo poliglotte chiavi di accesso a inusuali e alternativi portali artistici.

Un ennesimo “stargate”  solleticherà immaginario e attenzione, nel mese di Aprile:  “JEUX D’AMOUR” di Pietro Beretta rapirà, allora, il senso, fascinandolo addentro il complesso viaggio, compiuto, dal protagonista, con la scomparsa compagna e Musa Annagret Engelberger.

Questo simbiotico rapporto si traduce in istanti compositivi e plastici, episodi di una narrazione, diadica, universale e sociale, liquefatta indi in preziose custodie lignee di vini, in estatiche sedute… alla ricerca dell’obliato e sincero volto, fermo, tra le concrete trame di quella liturgia complice.

Maria Marchese

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Attualità

“FRA TERRA E CIELO” Luoghi di culto nel mondo rurale dell’Alto Salento Franco Farina a cura di Maria Marchese

“FRA TERRA E CIELO”

“Nel mondo dei contadini non si entra senza una chiave di magía. “  

Carlo Levi

Nel 2015, Franco Farina autoproduce e deposita, tra le mani del pubblico, l’opera cartacea “TRA TERRA E CIELO – Luoghi di culto nel mondo rurale dell’Alto Salento” : le sue pagine custodiscono il senso di un profondo atto d’amore, rivolto, dall’artista, alla propria terra.

L’autore ostunese, laureato in conservazione dei beni culturali, ivi indova anni di ricerca e studi, di peregrinazioni concettuali, fisiche e del cuore.

Franco conduce l’intera esistenza come cittadino della “polis” : osserva gli individui, uno per uno, e le loro vicende, carpisce gli istanti di dinamiche intime o sociali, scruta le architetture umane e urbane… cum patior.

Nella sua personalità vive e arde, tra carezze e pugni, la necessarietà dell’abbraccio, e dell’aspro suolo e della fuggevole nuvola, nei confronti dell’essere vivente.

Così, nel 2004, dopo aver conseguito il “Master in Caratterizzazione e Conservazione dei materiali lapidei e ceramici” , alla Facoltà di Geologia di Bari, inizia a centellinare i semi, infusi, dall’uomo, addentro il “sassoso solco” , tra le severità della feconda terra salentina.

Frantoio ipogeo

L’autore percepisce quegli involti come essenza, custode della parte terragna e altresì della parte divina: il “pane”, inteso come rivelazione della realtà, muta in elemento indispensabile, che coinvolge sia il quotidiano che lo straordinario. Attorno a quel frugale “tozzo” di vita, nasce la prece per la sopravvivenza, l’invocazione propiziatoria, il lenimento per la fatica…

Franco Farina apre, così, il testo, con la narrazione, che identifica le genti, che hanno affrontato il territorio e i suoi umori, assecondandoli: in questo senso, il “troglodita” muta in ingegnoso “ἀρχιτέκτων” (arkhitekton), capace di ottimizzare e valorizzare le risorse, offertegli dalla natura circostante.

Come salvifiche gemme, nascono, allora, ai primordi, realtà ipogee: lame, grotte, insediamenti rupestri… , ove la conoscenza è scandita dal pensiero nei confronti dell’azione e, medesimamente, del sovrannaturale, il cui nome è policromo, seppur indiscutibile.

Col tempo, quei vivi nuclei si frangono e evolvono…

L’individuo, in seguito, condivide e ama la propria esistenza sul “tappeto rurale” : alla luce del sole, crescono, così, le masserie.

Come alveari, in esse echeggiano le voci e le gesta di facinorose creature, e è ogni volta presente, invero, una nicchia, riservata alla “preghiera” .

Accanto alla dimora esiste, da sempre, infatti, lo spazio per la sussistenza, quindi l’ovile, la tessitura, il frantoio, l’opificio… e quello per l’anima, sia esso identificato come templon, dolmen, cappella, chiesa…

La poesia insita nell’archè, liberato da una preziosità, carezzata, dall’uomo, addentro il ventre della donna è, alfine, parimenti custodita nei racconti delle “seminagioni” , tra polvere e pietra, elargiti dall’artista ostunese: ivi pulsa la stessa sacralità, dirimendo, pacificando e ricongiungendo, indissolubilmente, corpo e spirito, per addivenire all’interezza e all’assoluto.

Restauratore, intellettuale e artista eclettico, Franco Farina è stato protagonista di diverse mostre personali, in Puglia, tra cui Agrodolce, Crono, Stratificazioni, Tableaux; ultima, tra queste, la mostra “SCARTI” , realizzata, con l’affiancamento della curatrice Elisabetta Sbiroli, durante il mese di Ottobre 2022, nel contesto della discarica di S. Crispiano (TA).

mailto:affrancofarina@libero.it

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ArticoliLibri

Testo Critico su “Le Favole della Dittatura” di Leonardo Sciascia, a cura di Maria Marchese

maria marchese

Leonardo Sciascia “Scrittore dalla breve frase e dal pensiero lungo” : così Leonardo Sciascia caratterizzava Luigi Pirandello. Sin da adolescente, egli fu vittima di un’indiscussa malía, promanata dall’autore di “Uno, nessuno e centomila” , che lo spinse, in seguito, a trovare un rimedio nei confronti della stessa fascinosa personalità, poiché sposava l’illogica realtà siciliana ad un inaccettabile relativismo filosofico. Vitaliano Brancati e il suo realismo divennero, quindi, il suo modello ideale. Il 21 settembre 1948, su uno spoglio di “Sicilia del Popolo” , compare una colonnina che riporta sei favole di Sciascia, il cui titolo è “Favole del dittatore” . Il 22 dicembre dello stesso anno, sul medesimo quotidiano, lo studente Sciascia realizza, per omaggiare Brancati, di cui ammira la lontananza da ogni totalitarismo, un intervento intitolato “Brancati e la dittatura” . Nel 1950 viene pubblicato presso l’editore Borsi, di Roma, “Le favole della dittatura” : l’iter riportato nelle righe precedenti è l’unico elemento che permette di individuare la figura del dittatore in Benito Mussolini e l’oggetto della dissertazione nel governo fascista. Il libro involve 27 brani, espressi attraverso la forma favolistica, ispirati a Esopo, Fedro e Lafontaine nonché agli Animali Parlanti dell’abate Gianbattista Casti. L’attualità della condizione dissertativa viene, invece, chiarita dalle due citazioni che, unitamente al titolo dell’opera, ne costituiscono l’incipit concettuale.

La prima, dalla “Fattoria degli animali” di Orwell (“Le creature di fuori posavano i loro occhi un po’ sul porco e un po’ sull’uomo, sull’uomo e poi sul porco e ancora sul porco e poi sull’uomo, ma ormai era impossibile distinguere l’uno dall’altro) , suggerisce l’innaturale efferatezza del regime stalinista; la seconda, di Leo Longanesi (“Gli storici futuri leggeranno giornali, libri, consulteranno documenti di ogni sorta, ma nessuno potrà comprendere quel che ci è accaduto. Come trasmettere alla posterità la faccia di F. quando è in uniforme e scende dalla sua automobile?”) , si riferisce alla boria del regime fascista. L’intellettuale siciliano esprime, nel testo, brevi scene allegoriche, che evidenziano la somiglianza, ad imis, di entrambe le forme di governo. Adotta, quindi, uno stile volutamente arcaico per sottolineare un comportamento retrivo nonché l’immutabilità degli atteggiamenti dittatoriali, nel corso dei secoli. Ne “Le favole della dittatura” , Leonardo Sciascia sembra raddolcire, attraverso un linguaggio usualmente rivolto al fanciullo, l’assunzione di un’amara compressa. Sotto la dolce pozione letteraria è celato, infatti, un fluire carsico, il cui adombrato eloquio destabilizza e graffia coscienza e stati d’animo. La brevità formale dei passi e la loro laconicità abbracciano esperienze esistenziali prive di una conclusione morale, che indovano l’individuo nel disincanto; mentre l’ossimoro tra competenza letteraria fanciullesca e denuncia sociale destabilizza il lettore, piombandolo nella sfera dell’incertezza. Invero accolgono, addentro, il procedere di una dimensione riflessiva che necessita di un acuto approccio attentivo: passo dopo passo, attraverso l’elaborazione del turbamento, il lettore viene coinvolto entro le soglie del pensiero precipuo, benché disilluso.

L’autore vi imprime la propria ribellione verso il regime dittatoriale e ogni forma di sottomissione perpetrata nei confronti del debole: in esse, lo scrittore dischiude un inconfessato limbo, lontano da utopia e speranza. Egli avvicenda gli animali e, talvolta, l’uomo, mediante una mano semplice e, nel contempo, salace, ironica e altresì sottile, giostrando brevi traslati simbolici assolti, in taluni casi, dai respiri del silenzio, in altri, dal mormorìo emanato dall’incognita. Riporto, qui di seguito, alcuni degli immaginari reali, dipinti dallo scrittore, perché il lettore possa meglio orientarsi nei confronti del contesto che ho fin ora descritto. So quel che pensiSuperior stabat lupus: e l’agnello lo vide nello specchio torbido dell’acqua. Lasciò di bere, e stette a fissare quella terribile immagine specchiata. “Questa volta non ho tempo da perdere “ , disse il lupo: “Ed ho contro di te un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi e non provarti a negarlo” . E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo. (L. Sciascia) Da Fedro, schiavo liberato , che ben conobbe i meccanismi dei rapporti di oppressione e asservimento, Leonardo Sciascia adotta la favola “Lupus et agnus” , esacerbando il dictat proclamato dal lupo che, oggi, torna con una ragione, a suo dire, indiscussa: la regola del gioco è unica e prevede che le norme di quest’ultimo vengano realizzate e modificate dal più forte, a proprio piacimento.

La prima perla, che si dirime entro le cerchia di un perpetuo e mesto dogma, diviene l’inizio di uno sconfessato rosario, che procede, poi, in una sequela vivace e animata di irrisolte preci. Ma è soltanto un asino Cercando col muso tra i resti di un carro di carnevale, l’asino scoprì una enorme testa di leone: vi infilò dentro la sua e, mezzo accecato da quella testa di cartapesta che intorno alla sua si muoveva come un cappello in cima a un bastone, uscì per i campi tagliando di gioia. Galoppando, entrò in mezzo a un gregge tranquillo, arruffandolo di spavento e di confusione. Subito però il castrato più anziano capì di che si trattava. “Sei il signore di tutti noi” belò; “disponi di noi come vuoi” . L’asino accettò l’omaggio con altissimo raglio. E un agnellino osservò allora al castrato: “Ma è soltanto un asino” . E il castrato: “Stupido, lo so bene che è un asino. Bisogna però trattarlo come un leone, se non vuoi che i suoi calci ti piovano sulla schiena. Quando il padrone verrà a riprenderlo, sapremo come chiamarlo” . Un secondo stralcio, questo, dove convivono altri atteggiamenti stigmatizzati dall’autore: in esso si concretano il servilismo, il trasformismo e l’adulazione da parte degli intellettuali. L’uomo in divisaGuardando l’uomo in divisa, chiuso e rigido dentro tanto splendore, la scimmia pensò: “in fondo la mia condizione non è triste: mangio bene, faccio la mia ginnastica, la gente che si affolla intorno a questa gabbia mi diverte. Ma vorrei tanto avere un vestito come il suo” . Un ultimo esempio, quello sopra citato, che sottolinea la distanza tra la classe dominante e quella subordinata. Pier Paolo Pasolini, che analizzò lucidamente “Le favole della dittatura” , in Libertà d’Italia del 9 Marzo 1951 intravide, nell’uomo in divisa, la figura di Galeazzo Ciano o Achille Storace.

Ho illustrato l’opera di un Sciascia minore, la cui risultanza tessutale si celebra entro le pareti del pensiero scomodo: poteva essere apprezzato ma non amato, poiché la sua intransigenza metteva in luce, agli occhi degli italiani, evidenze che preferivano ignorare. Per enfatizzare le ideologie trattate sin ora, rammemoro alcuni versi tratti da “Ninna nanna della guerra” , composta nell’Ottobre del 1914, da Trilussa: anch’essi vertono su una formula rivolta all’universo infantile per addivenire ad una denuncia sociale. …

Fa la ninna cocco bello

E riuniti fra de loro Finché dura sto macello:

senza l’ombra d’un rimorso,

fa la ninna, ché domani ce faranno un ber discorso

rivedremo li sovrani su la Pace e sul Lavoro che

se scambiano la stima pe quer popolo cojone

boni amichi come prima risparmiato dar cannone!

So cuggini e fra parenti

Nun se fanno comprimenti:

torneranno poi cordiali li rapporti personali Utopia e mondo dell’infanzia divengono, invece, oggi forieri di speranza e cambiamento. Il 17 Novembre 2020, Francesco Tonucci, psicologo del Cnr, vignettista e ricercatore di fama internazionale, viene insignito del titolo “Senior fellow”, nell’ambito dell’Ashoka Changemaker Summit. Il professor Tonucci ama definirsi un “bambinologo” e il suo progetto, in qualità di changemaker, prevede un totale ribaltamento dell’attuale status quo. .Egli sostiene che la città debba essere giocabile: solo un nucleo predisposto in maniera tale che i bambini possano uscire liberi, operare scelte e esperire se stessi può considerarsi democratico. Un luogo pericoloso come, del resto, un luogo riservato non rappresentano una suolo costruttivo: crescere un essere umano nella paura farà di quest’ultimo un individuo fragilissimo. La città di Salò, sul lago di Garda, costituisce un virtuoso e concreto esempio di questa mutazione sociale che, attualmente, trova riscontro non solo in diverse regioni italiane ma altresì in Spagna e in America Latina. Dalla consapevolezza di adulti e bambini può pervenire, quindi, l’atteso cambiamento.

Maria Marchese

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