Due forme-merce della contemporaneità: la dicotomia fra eccellenza classica e prodotto ideologico a basso costo.
Nel solco delle analisi marxiane, secondo cui il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario alla sua produzione, possiamo azzardare un’analogia provocatoria, ma illuminante: quella tra le forme-merce umane che abitano l’agorà politica e culturale odierna. Due archetipi diametralmente opposti incarnano oggi la battaglia in atto tra l’eredità della civiltà classica e le derive nichiliste dell’ultracapitalismo ideologico.
BEATRICE VENEZI
Figura colta, formata con rigore e dedizione nell’alveo della tradizione umanistica europea, rappresenta una merce rara e preziosa nel mercato ideologico attuale. Il suo valore – secondo la logica marxiana – è elevatissimo: frutto di lunghi anni di studio, di disciplina intellettuale, di contatto diretto con il bello e con l’armonia, espressione vivente della paideia greco-romana.
È un prodotto costoso, elitario, perciò antitetico alle logiche della produzione di massa che dominano l’attuale sistema culturale ultracapitalistico.
Nel contesto odierno – plasmato dalla cultura woke e da un’industria ideologica che predilige l’omologazione alla raffinatezza – la figura della Venezi è inadatta a essere convertita in profitto culturale immediato. Essa non si presta alla mercificazione del consenso di massa, e proprio per questo viene marginalizzata, osteggiata, e delegittimata, persino quando, come nel caso della sua nomina al Teatro La Fenice, riceve incarichi consoni alle sue competenze.
La sua colpa non è l’incompetenza, bensì l’essere “merce non allineata”: espressione di un sapere critico, selettivo, gerarchico, perciò incompatibile con le logiche egualitarie e demagogiche del mercato woke. Una merce inadatta alla standardizzazione, con aspettative di vita qualitativamente elevate, portatrice di un ethos esigente e di una visione del mondo ancorata alla trasmissione intergenerazionale di valori forti.
ILARIA SALIS
All’estremo opposto troviamo Ilaria Salis, figura simbolo dell’antropologia decostruita e reificata tipica dell’odierno globalismo post-identitario.
Con alle spalle una serie di condanne – fra cui occupazioni abusive, atti vandalici, aggressioni a sfondo politico – la Salis si propone come l’epifenomeno perfetto della merce umana a bassissimo costo di produzione.
Nessun lungo apprendistato culturale, nessuna interiorizzazione di valori etici o spirituali, ma solo la rivendicazione brutale e continua di diritti scollegati da ogni dovere.
Nel paradigma marxiano, essa è il prodotto ideale per l’industria culturale dell’indottrinamento: valore d’uso immediato, valore di scambio altissimo per le élite ideologiche, ma costo di produzione pressoché nullo. È l’emblema di una nuova forma di proletarizzazione cognitiva: una merce docile, programmata per l’attivismo sterile e per la dissoluzione sistematica del retaggio storico e nazionale.
Salis non aspira alla bellezza, alla trascendenza, alla virtù. La sua antropologia è ridotta ai bisogni primari: nutrirsi, defecare, dormire, occupare spazi altrui. È, nella sua forma più estrema, la perfetta incarnazione dell’homo migrans woke, nomade nel corpo e nell’anima, apolide per vocazione, priva di appartenenza e, quindi, funzionale all’utopia del cittadino globale, disancorato da ogni radice.
Due antropologie a confronto: il bivio della civiltà
In questa contrapposizione si consuma una frattura epocale: da una parte l’essere umano come opus nobile, prodotto di lunga gestazione culturale, educato all’eccellenza e alla responsabilità; dall’altra l’essere umano come merce immediatamente spendibile, senza passato né futuro, pronto per essere modellato dalle narrazioni egualitarie e de-strutturanti dell’élite globale.
Che fare, dunque? Riscattare l’uomo dal mercato
Per opporsi a questa deriva, non basta il rifiuto dell’ideologia woke: occorre un ritorno militante alla civiltà classica, ai Lumi, al Diritto romano e alla Filosofia greca. Occorre decostruire l’avatar che le piattaforme digitali ci impongono come realtà, e rifondare il legame sociale attraverso il recupero delle relazioni di prossimità, della comunità vissuta e della paideia tradizionale.
La pandemia da Covid-19 – e il conseguente Great Reset – hanno accelerato la disgregazione del legame umano, sostituendo l’incontro reale con la mediazione algoritmica. Occorre ora rompere questo incantesimo, riaffermare il primato dell’umano sull’artificiale, dell’educazione sul condizionamento, del retaggio sul consumo culturale.
Solo così si potrà restaurare il bonum commune, fondato non sul profitto dell’indottrinamento, ma sul Bello e sul Buono, colonne portanti di una civiltà che – seppur ferita – non è ancora sconfitta.

SIMONE RATTI





