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Francesca Marzia Esposito

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Eccomi, sono addirittura ancora IO.

Francesca Marzia Esposito

Ho insegnato danza a un sacco di gente di ogni età. Alle figlie dei cantanti famosi, alle settantenni che pensavano di non muoversi mai più, alla bambina riccia della pubblicità, a giunchi diafani che poi sono passati in Scala. Ai ragazzoni che quell’anno, invece di continuare basket, hanno deciso di fare jazz, all’avvocatessa che da piccola sognava di fare la ballerina, al dott che poi ha dovuto smettere perché con la direzione del reparto gli orari non si incastravano più.

Al giudice che dopo una giornataccia in tribunale veniva a buttare fuori un po’ di roba. Alle diciottenni vincitrici di una borsa di studio: arrivavano dal Perù e non riuscivamo a capirci a parole ma coi passi sì. Alle ex modelle, ancora belle, altere, a P. che “sai lei è un po’ speciale ma ama ballare”, alle tre donne persiane indistinguibili tra loro: stessi volti, capelli inchiostrati neroblu, corpi all’antica. Ho dovuto imparare nomi strani che a fine lezione, causa stanchezza, non sapevo più dire: Tu!,

Tu bionda!, Tu riccia… Scusa ma il venerdì sera non riesco a connettere. In classi dove erano talmente tanti che usavo la cuffia microfonata, o in sale dove c’eravamo solo io, l’allieva, e lo specchio. Mai avrei pensato di insegnare online e invece la maledetta pandemia ha fatto diventare reale anche questo. Mi è passata davanti agli occhi l’intero spettro dell’umanità, una moltitudine di corpi ognuno simile all’altro negli acciacchi, nei limiti, nel potenziale. Sono sempre migliorati tutti. Sempre, ogni volta, abbiamo solo dovuto affrontare la possibilità del margine di miglioramento. L’idea di averne uno: No, io non riesco, Non sono capace,

Sono sempre stata così! Il concetto di individuo monolitico. Una delle cose che dico spesso è: Da qui in poi ci penso io, gestisco io il tuo corpo, tu devi solo affidarti a me e non pensare. Non pensare è fondamentale. Eseguire e basta, senza ricordare a te stessa continuamente chi sei. Sostituire la memoria emotiva con quella muscolare. Fare un viaggio sul corpo, arrivare alle estremità, toccarle, piantare bandierine su muscoli inesplorati, arti abbandonati, sconosciuti, mantenere una costante esecutiva fino a riconfigurare la mappa geografica di involucro più denso, attivo, oliato, per poter dire alla fine:

Eccomi, sono addirittura ancora IO.

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Francesca Marzia Esposito : Corpi di Ballo

Francesca Marzia Esposito

Il suo Romanzo d’esordio nel 2015 è stato La forma minima della felicità nel 2019 arriva il secondo “Corpi di Ballo”, nato nell’isolamento di un estate Milanese ferita dal primo Lock Down.

La sua prima opera parla di Isolamento , mentre la seconda entra prepotentemente nel suo Mondo, quello di cui non ama parlare, ma del quale è stata da sempre rapita sempre : “La danza”,

Abbiamo scelto di fare qualche domanda a Francesca, per conoscerla meglio , e lasciare a lei il compito di raccontarsi …

Il tuo primo incontro con la danza? 

Credo sia avvenuto in mia assenza. Ero piccola, forse mi trovavo in una stanza da sola e ho cominciato a muovermi seguendo la musica. Voglio dire che è successo in una dimensione espressiva spontanea che non aveva nulla a che fare con l’intenzionalità. Più che altro non mi andava di parlare, e l’uso del corpo mi permetteva di dire cose senza passare per la bocca.  

Hai deciso di scrivere un libro che racconta sogni, sacrifici e rischi che chi vuole intraprendere questa strada si trova a intrecciare, da dove nasce?

«Corpi di ballo» è un duello tra chi ha talento e chi meritatamente occupa il secondo posto. Mette a confronto due identità che, a parità di passione, dedizione, spirito di sacrificio, voglia di arrivare alla meta, non hanno la stessa vocazione. Il talento è selettivo, spietato, puoi allenarti quanto vuoi ma il risultato rimarrà mediocre, se paragonato a quello ottenuto da chi si è esercitato con lo stesso furore ma ha più stoffa di te. Se si è in due a gareggiare, arrivare al secondo posto vuol dire perdere rovinosamente. È il tema de «Il soccombente», il capolavoro di Bernhard: abbiamo il genio e la bravura media che dolorosamente prende coscienza del divario.

La danza è talento, ma anche molto sacrificio, ci racconti una giornata tipo per un’aspirante  ballerina?                                                                                                  

È un po’ come fare il militare alla sbarra: disciplina e ripetizione. Devi essere puntuale, precisa, umile, volitiva, ubbidiente, estremamente paziente e concentrata nell’imparare a sviluppare il tuo potenziale. Le lezioni iniziano al mattino, verso le dieci la classica, poi jazz o modern, nel pomeriggio si va a fare un provino o un’audizione, la sera insegni o fai l’assistente, così ti assicuri un piccolo fisso su cui contare per pagarti le lezioni che, tra l’altro, costano care. Nel mezzo: molti caffè col dolcificante, spuntini invisibili, insoddisfazione latente per il fisico, e tensione verso un futuro glorioso. È uno schema a grandi linee, sufficientemente veritiero.

Se potessi incontrare un’icona del passato, con chi prenderesti un caffè e di cosa parleresti?

Con Nureyev. In silenzio. Solo bere il caffè al tavolino con lui, magari a Parigi.

Un aneddoto che ricordi con il sorriso?

Posto che ricordare è una forma di reinvenzione e che, per me, le esperienze del passato sono più intense se nel ripercorrerle le collego a un sentimento che si muove dallo struggimento in poi, una forma di sorriso mentale me lo regala sempre la scena di quando finii l’esame di Storia del mimo e della danza, la professoressa mi restituì il libretto con la lode e io dissi: Sa, piacerebbe anche a me fare la critica di danza. Lei incrociò le braccia sul petto e con un sorriso da Monna Lisa disse: Se lo scordi.

Cos’è per te la danza?  

Prendo in prestito le parole di Mats Ek, il mio coreografo preferito: “La danza è pensare con il corpo.

È necessario pensare con il corpo? Non per la sopravvivenza, ma per vivere. Ci sono tanti pensieri che solo il corpo è in grado di pensare. Altre cose, come le pace, potrebbero essere più importanti della danza.

Ma allora noi avremmo bisogno di danzare per celebrarla. E per esorcizzare i demoni della guerra. Una rivoluzione che non ci consente di danzare, è una rivoluzione per la quale non vale la pena di lottare”.

Grazie Francesca per il tuo tempo

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