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Intervista a Vincenzo Pipino, protagonista del Libro “RUBARE AI RICCHI NON È PECCATO, edito dalla casa editrice Le Milieu

vincenzo pipino

I soprannomi si sprecano per Vincenzo Pipino, che ha il vezzo di farsi chiamare “ladro gentiluomo” e può vantare nel suo curriculum ricco di imprese avventurose di aver portato a segno il primo e unico colpo a Palazzo Ducale di Venezia ma anche di aver messo le mani – due volte – sulla galleria privata di Peggy Guggenheim.

Paola Fiorido l’ha intervistato per WL-MAGAZINE

Come è nata la pubblicazione del tuo libro RUBARE AI RICCHI NON È PECCATO edito dalla casa editrice Le Milieu?

È stata una pura fatalità. Mi sono trovato agli arresti domiciliari per un reato di lieve entità. In quel periodo ero molto noto dalle forze del “disordine”, perciò avevo tre/quattro visite notturne, non riuscivo a dormire, decisi di trasformare la notte come il giorno, leggevo spesso poi, mi è venuto nella capezza di scrivere una storia, la mia storia di vita rocambolesca. Ma non un libro vero e proprio. Scrissi e buttai giù un faldone di vere “minchiate” della mia vita. Consegnai questo faldone a mia nipote e lo feci stampare in una tipografia di Venezia, così esclusivamente per una mia curiosità. Dopo qualche settimana, la tipografia telefonò a mia nipote dicendole che quel faldone l’aveva “occhiato” un editore di Pordenone: “Edizione Biblioteca dell’immagine”, il quale voleva contattarmi. Rifiutai dicendo a mia nipote che quel faldone era solamente una mia curiosità; praticamente volevo tenermelo io. La “truffaldina” di mia nipote, diede la mia e-mail alla casa editrice, la quale mi contattò, soliti discorsi, mi piace il suo scritto, la storia e il contenuto. Pressato da mia nipote, consegnai il faldone, dopo averlo ricorretto a dovere, alla casa editrice che lo mise in stampa nel giro di una mesata. Da quel giorno ho ricevuto decine di interviste sia su giornali italiani ed europei, successivamente in varie TV italiane.

Ultima intervista su VICE, primo giorno parecchie visualizzazioni, circa di 250 mila e 6 mila mi piace e un doc-film per la TV Svizzera con il noto regista Alberto Negrin. N.B. non ho ancora capito questo interesse dei media per un “ladruncolo”. Il mio faldone era intitolato “I coppi di Venezia”, perché era da li che entravo nei palazzi patrizi in Canal Grande. Le vedute di Venezia dai coppi sono fantastiche è persino un problema scrollarsi da quelle visioni truccate dei coppi veneziani dall’alto in cui lo spazio abbraccia le grandezze di una città unica al mondo, dove anche il tempo pare immobile, immutato in una cornice che sembra un dipinto di Francesco Guardi. Un’immagine che raffigura una città appartata e solitaria, dove mare e cielo tendono a unirsi in un’immagine incorporea, svincolata dai fenomeni panoramici per cogliere soltanto l’essenza tessendo una relazione con la città che diviene più intellettiva che sensibile.

Cosa pensi della giustizia e dell’apparato giuridico?

Se dovessi raccontarti tutta la verità documentata dell’apparato   giuridico italiano rischierei l’ergastolo. Mi limito solo dirti che più di mille persone all’anno vengono arrestate e poi assolte, con decine e decine di suicidi tutti gli anni nelle carceri italiane che io definisco “Lazzaretti”. Sul Web gira un mio commento dal titolo: “Carceri, una vigorosa fabbrica al servizio dello stato” Vedi google. Altri commenti fatti su Facebook, ricevendo da alcuni avvocati: “Sig. Pipino, lei sarebbe degno di fare il ministro della giustizia”. Nelle carceri sono conosciuto come il sindacalista e l’avvocato dei detenuti. Basterebbe solamente un euro al giorno di ogni detenuto che è stato scarcerato per merito mio, oggi sarei ricco!

C’è un’opera d’arte che avresti avuto il desiderio di rubare e possedere e perché?

Certo! Per dirti la verità l’avevo già in mano, si tratta del dipinto di Gustav Klimt Danae, Klimt descrive l’incontro tra Danae e Zeus come fosse un sogno. Danae è stata imprigionata in una torre dal padre, il re Acrisio, spaventato dalla predizione dell’oracolo di Delfi che sarebbe stato ucciso dal nipote. Vedi il dipinto e la storia; mitologia fantastica. Mi ero innamorato di questo dipinto e della sua storia. Oggi lo puoi ammirare alla Galerie Würthle di Vienna.

Un consiglio a chi decidesse d’intraprendere la tua carriera di ladro di opere d’arte e gioielli?

Ho frequentato la biblioteca della Marciana di Venezia, di cui ero socio, studiavo l’araldica dei nobili veneziani, dei loro beni e di quant’altro, compreso le opere d’arte. Ho sempre sostenuto – forse a torto – che le opere d’arte (di capiscuola da Cimabue a Giotto fino ad oggi ce ne sono pochi), appartenessero esclusivamente alla cultura mondiale e non a privati che li tengono rapacemente obliai nelle pareti delle loro dimore solamente per un valore veniale e non artistico.

Li ho rubati, fatti prendere un po’ d’aria come si fa con i detenuti e poi restituiti ai legittimi proprietari, previo un piccolo contributo per il trasporto, da non confondere con ricatti alcuni, li ho presi pure nei Musei perché erano incustoditi poi, restituiti senza do ut des. Per quanto riguarda i gioielli, trattasi di un lusso, fatta eccezione per vere matrimoniali, catenine della comunione e altro di ricordi, non li rubavo, questo era il mio modo: “rubandi e viventi”. (rubandi è una locuzione inventata)      

Qual è la tua opinione sull’arte contemporanea?

Mi sono fermato alla corrente artistica degli impressionisti nata in Francia a dispetto dei cosiddetti illuministi; una banda di pittori “strambellati” che dipingevano “en plein air” (letteralmente all’aria aperta), per cogliere le sottili sfumature che la luce genera su ogni particolare. Manet, Monet, Renoir, Degas ecc. i precursori dell’arte moderna. Poi, per “lavoro non per amore”, ho rubato pittori famosi dell’espressionismo tedesco i “der Blaue Reiter” (Il cavaliere azzurro o Il cavaliere blu): Poi, Kandinsky, Polanski, Nolde, Paul Klee, Max Ernst, fino a cubisti e via di seguito…

Hai dei ricordi che riguardano la Biennale di Venezia, la tua città nativa?

Per dirti la verità ho frequentato molto poco le mostre della Biennale di Venezia, frequentavo spesso le mostre dei pittori del Settecento veneziano e spesso vado ancora oggi al Museo Ca’ Rezzonico del Settecento veneziano: Canaletto, Guardi, Ricci, e altri, come Bellotto, Michele Marieschi etc-

Se dovessero mettere in scena la storia della tua vita per una serie a chi ti piacerebbe fosse affidata la regia? Esiste un attore che potrebbe interpretare il tuo ruolo?

 Io stesso ho fatto l’attore in una tragedia molto divertente: “Tre sull’altalena” di Luigi Lunari. Ho rappresentato la figura del commendatore, ho avuto un enorme successo, ho accettato per aiutare due detenuti che poi sono usciti per interpretare il loro ruolo nel copione. Se fossi il regista cercherei un volto nuovo, non credo che un film sulla mia storia possa interessare ad un attore professionista.    

Qual è il tuo suggerimento a chi investe in arte?

Oggi, in questo momento, zero in assoluto. Il mercato è fermo da parecchio, nessuno investe denaro in opere d’arte, troppi imbrogli e poco denaro da investire. Paradossalmente, se avessi delle opere d’arti regolari non riuscirei a venderle, ma anche se fossero regolari, dovrei dire che sono rubate. 

Ci indichi una lettura che ha accompagnato il tuo periodo di detenzione che ti ha smosso qualcosa dentro?

In carcere ho letto molto poco per via dei miei impegni con i miei amici detenuti; istanze, ricorsi di ogni genere etc. Ma quando avevo del tempo libero le mie letture – io stesso gestivo una piccola biblioteca al carcere Penale di Padova -, erano quasi tutte sulla filosofia: “Socrate, Platone, i presocratici e vari filosofi della Grecia, Odissea, Iliade; William Shakespeare e la Bibbia erano i miei preferiti.

Ma uno su tutti, che ti inviterei a leggere è “Amore e psiche” di Apuleio, che ha dato vita a molti scultori, pittori, scrittori di tutto il mondo. Per esempio, del Canova, una scultura favolosa. Amore e Psiche è una favola mitologica molto antica e comune a diversi popoli. Pare infatti che la sua origine risalga ad un’arcaica storia siriana, che fu ben rivisitata e raccontata da Apuleio nelle sue Metamorfosi, in quella che ne è senza dubbio la accezione più conosciuta e tramandata. Leggila, se non l’hai già letta!

Un consiglio a chi decidesse d’intraprendere la tua carriera di ladro di opere d’arte e gioielli?

Credo di aver interpretato male questa domanda.

Un consiglio? Prima di tutto che rubare è la cosa più difficile al mondo, e quindi, se non lo sai fare cambia mestiere,

rispetto per le cose e per chi le detiene, non usare mai armi di nessun genere, essere educato e ben istruito.

Non usare mai violenza nemmeno negli ambienti e nelle case private, nel senso di non violare la loro intimità, già il furto è una tragedia per chi lo subisce. 

Evitare di rubare a medici, avvocati, magistrati e forze dell’ordine, queste persone fanno parte a difesa della società.

Scegliere gli obiettivi esclusivamente a persone benestanti e molto ricche: nei miei colpi studiavo le provenienze delle loro ricchezze, la maggior parte di moltissimi ricchi-ricchi, cui ho operato, le loro ricchezze provenivano da propedeutici ladrocini.

Esistono parecchi imprenditori che per mantenere i loro operai e famiglie comprese, si sono indebitati, per tale motivo stare attendi di studiare le persone prima di derubarle.

In tutte le gioiellerie da me svaligiate, non rubavo mai i gioielli in riparazione, quelli appartenevano alla clientela, e nemmeno svuotavo tutto il contenuto, lasciavo sempre 6-7- chili d’oro in negozio.

Paradossalmente, una delle cose che facevano imbestialire le nobildonne e il vedere che tutta lo loro biancheria intima è stata buttata all’aria, si sentivano violate nella loro intimità, pertanto palpare i cassetti senza toccare la loro biancheria.

Personalmente ho rubato ad una contessa circa 2 miliardi e mezzo di gioielli, senza toccare null’altro, ebbene sai cosa ha detto: “Menomale che me li hanno rubati così me li ricompro”. Sono rimasto di stucco nel leggere queste sue dichiarazioni!

Le opere d’arti importanti non rubatele perché non esiste al mondo un ricettatore che le acquisti. Le favolette che certi miliardari le acquistano per tenersele per loro, non è che utopia.

Da ricordare che la vita di una persona vale più di tutti i soldi del mondo.

Aiutare sempre i poveri che hanno sempre bisogno, e quindi sono intoccabili. 

C’é qualche persona che senti di ringraziare?

Ringrazio in memoria un grandissimo amico venuto a mancare, che mi ha insegnato molte cose di cultura e che mi recitava shakespeare, quando non sapevo leggere e né scrivere. My Bob.


Grazie infinte Vincenzo Pipino per il tempo che ci hai dedicato 

Paola Fiorido 

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Due chiacchiere con Matteo Speroni.

Jess il ragazzo di via Padova

Come nasce la tua partecipazione al libro Jess il ragazzo di via Padova, vita avventurosa di Jess il bandito edito dalla casa editrice Le Milieu

Arnaldo Gesmundo, Jess, ha scritto di sua iniziativa un’autobiografia e, sette anni fa, l’ha fatta leggere a Nicola Erba ed Edoardo Caizzi di Milieu. Loro hanno ritenuto che io fossi la persona giusta per rivedere e curare il testo e mi hanno consegnato il manoscritto. All’inizio avevo rifiutato, perché la mia passione è scrivere romanzi. Comunque, per curiosità, ho deciso di leggere il manoscritto e ne sono rimasto colpito, affascinato: una storia straordinaria, raccontata in modo lucido e appassionante, che meritava di essere valorizzata. Così ho cambiato idea, ho conosciuto Arnaldo e mi sono messo all’opera. Accanto all’editing, ho deciso di intercalare l’autobiografia con miei interventi, in corsivo nel libro, per offrire al lettore approfondimenti tematici e una contestualizzazione storica delle vicende. Durante il lavoro, e anche dopo, ho incontrato spesso Arnaldo, compagno d’avventura diventato anche un caro amico.

Quando é avvenuto il tuo primo incontro con Arnaldo Gesmundo?

Ci siamo visti in una vecchia trattoria, che ora non c’è più, nella zona di via Padova. Mi ha subito colpito la sua gentilezza, il suo stile da uomo all’antica e, anche, la sua ironia.

Un tuo ricordo personale su Arnaldo Gesmundo 

Sono tanti. Tra questi, una passeggiata lungo via Padova per ritrovare i luoghi della sua infanzia e giovinezza. “Non è molto diversa da allora – ricordo che aveva commentato -. Ci sono ancora tanti poveri, tanta gente umile, solo che prima erano soprattutto persone provenienti dal Sud Italia, adesso invece sono stranieri. Il tempo passa ma certe cose sono sempre le stesse”.  Poi ci siamo fermanti in un ristorante e lui, a un certo punto, ha chiesto al cameriere il permesso per alzarsi da tavola. Ho capito che si trattava di un’eredità, un imprinting, della sua vita nelle carceri, dove ha trascorso 23 anni.

Quanto la stampa ha contribuito a creare il mito della banda di via Osoppo ?

Molto. Ma la stampa ha soltanto intercettato e amplificato un sentimento comune: era il 1958, l’Italia stava ancora cercando di lasciarsi alle spalle l’esperienza della guerra e della miseria. Una rapina così scenografica, durante la quale non fu sparato nemmeno un colpo, ben rappresentava il desiderio di riscatto di molti cittadini. Indro Montanelli comprese e raccontò questo sentire popolare in un famoso, e discusso, articolo sul Corriere della Sera del 6 aprile 1958, nel quale scrisse che, sotto sotto, la maggioranza tifava per i rapinatori. Poi, naturalmente, un “colpo” così eclatante eccitò i cronisti che seguirono le fasi del processo e ricostruirono in modo approfondito il profilo dei protagonisti, consacrando nel mito quella che fu definita “la rapina del secolo”.

Il mio libro preferito é Jess, qual’ é il tuo ? 

Leggo soprattutto classici, mi hanno sempre appassionato i grandi romanzieri russi dell’Ottocento. C’è un libro, però, che includo anche tra i testi per i miei studenti alla scuola di scrittura Belleville, a Milano, che ben rappresenta il ponte tra cronaca e letteratura, tema centrale del mio corso. Si tratta di “A sangue freddo” di Truman Capote: un’eccezionale ricostruzione del quadruplice omicidio, nel 1959, di un famiglia statunitense, a Holcomb, in Kansas. La narrazione alterna la descrizione documentatissima dei fatti a momenti di alta letteratura. Ecco, “A sangue freddo” per me è un modello ideale.

Perché hai deciso d’intraprendere la professione di giornalista ?

Mi sono sempre interessato alla cronaca e all’attualità, fin da bambino. Tutti i giorni i miei genitori portavano a casa diversi giornali, la lettura comparata è fondamentale per formare una coscienza critica. Poi la mia passione è sempre stata scrivere. Quindi, se uno più uno fa due…

Come si é trasformato il tuo lavoro di giornalista nel tempo ?

È cambiato molto. Come esperienza personale sono eclettico, mi sono occupato di cronaca e soprattutto di cultura. Nel tempo, però, la scrittura, ha lasciato sempre più il posto a un lavoro organizzativo, che in gergo si chiama “desk”. Anche perché il mestiere si è trasformato molto negli anni: con la tecnologia, il giornalista in redazione svolge anche diverse mansioni che prima erano affidate ai tipografi. Stiamo comunque parlando di carta stampata, che purtroppo sta vivendo un lento e forse inesorabile declino. L’invasione di contenuti sul web rischia di polverizzare la professione in un magma nel quale non si distingue più il vero dal falso, quando invece sarebbe sempre più urgente affidarsi ai professionisti dell’informazione, che verificano i contenuti con precise regole deontologiche. Speriamo sia una fase di transizione, a un certo punto sarà necessario “dirigere il traffico” sul web, altrimenti, citando una celebre espressione di Hegel, rischiamo di precipitare in “una notte in cui tutte le vacche sono nere”.

C’i introduci cortesemente con una sintesi alla lettura delle tue pubblicazioni, sempre con la casa editrice Le Milieu,I diavoli di via Padova e Brigate Nonni

“I diavoli di via Padova” potrebbe essere definito un romanzo corale di quartiere. Il libro racconta storie della zona di via Padova, la strada più multietnica di Milano, tra vite difficili, tentativi di riscatto e scorci poetici, nelle quali quasi tutti i personaggi sono veri, come i fatti raccontati. Il protagonista, Tes, è un flaneur con un sensibilità profonda ed empatica che vagabonda per il quartiere raccogliendo tensioni ed emozioni.

in “Brigate nonni”, invece, si immagina un Paese, l’Italia, in cui le risorse per pagare le pensioni sono esaurite, anche a causa della corruzione e della dissolutezza dei governanti. A questo punto, gruppi di anziani, guidati da Vincent, un anziano e vigoroso tassista abusivo, ai quali si uniscono emarginati e disoccupati, decidono di fare la rivoluzione. La storia è ambientata a Milano, dove a un centro ancora florido si contrappongono, nelle periferie, ghetti e suk.

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